Dopo un’po’ di tempo di assenza, causa vicissitudini varie, finalmente torno a scrivere sul blog. Come dite? Frega niente? Ok, me ne farò una ragione…
Di cose ne sono successe tante, ma negli ultimi giorni ce ne sono state alcune che mi hanno particolarmente stuzzicato la fantasia. In primis, fresca di giornata, l’eliminazione della J**e dall’Europa League. I bianconeri escono mestamente dalla prestigiosa competizione impattando per 1-1 contro i temibilissimi avversari del Lech Poznan, compagine conosciuta principalmente, più che per il blasone sportivo, grazie alla presenza all’interno del datato videogame Sensible Soccer. E pensare che proprio al team allenato dal sosia dell’ispettore Clouseau era stato assegnato a più riprese il gravoso compito di salvare l’onore dell’Italia in Europa.
A margine del big match Barcellona-Real di lunedì scorso, conclusosi con la disfatta dei madrileni, arrivano le dichiarazioni di Xavi Hernandez su Mou e l’Inter. Come non dar ragione al giocatore azulgrana? E’ vero, Mou e l’Inter non entreranno nella storia, semplicemente perché nella storia ci sono già. Ed entrambi ci sono arrivati varcando l’ingresso principale. Lo Special One aggiudicandosi a sorpresa la Champions con il Porto, vincendo poi con il Chelsea la Premier League dopo un digiuno durato più di 50 anni e, infine, riportando a Milano la coppa dalle grandi orecchie seduto sulla panchina dell’Inter. E mi fermo qui, limitandomi a citare queste tre vere e proprie imprese, tralasciando la parte restante della miriade di traguardi raggiunti dall’allenatore di Setubal. E scusate se è poco. Il perché F.C. Internazionale sia già nella hall of fame del calcio mondiale invece lo sapete tutti, quindi evito di dilungarmi elencando tutti i trofei conquistati dalla Beneamate nei suoi 102 anni di storia. E di sicuro nella storia c’è già entrato anche il Barca in virtù delle tante vittorie ottenute, ma anche per essere stata l’unico club al mondo ad accendere gli idranti sotto il settore ospiti durante i festeggiamenti dei giocatori avversari che avevano appena raggiunto la finale di Champions. Motivi per i quali invece il signor Xavi Hernandez debba entrare nella storia del calcio mondiale, al momento, non me ne vengono in mente. La remuntada mettila nel culo (semicit.).
E veniamo agli affari di casa nostra. Domani sera si giocherà Lazio-Inter, gara valida per la quindicesima giornata di Serie A. L’insolito anticipo al venerdì sera impedirà a molti (tra cui il sottoscritto) di recarsi allo stadio per assistere all’incontro, ma come se ciò non bastasse anche il CASMS ha pensato bene di vietare la vendita dei tagliandi ai residenti in Lombardia sprovvisti di tessera del tifoso. Ora, signori miei, notoriamente esiste da moltissimo tempo un gemellaggio tra le tifoserie di Lazio e Inter e negli anni passati non si sono mai registrati disordini a margine di questa partita. Quindi, che senso ha questo provvedimento? All’Olimpico, impegni lavorativi permettendo, si riverseranno centinaia di tifosi nerazzurri provenienti dalle regioni limitrofe al Lazio e arriveranno comunque esponenti dei gruppi ultras della curva nord che, essendo sicuramente abbonati a S.Siro, sono di conseguenza in possesso di tessera del tifoso. A cosa serve allora impedire l’accesso all’impianto ai lombardi che seguono la squadra saltuariamente e, magari, sfruttando il ponte dell’immacolata, volevano abbinare la trasferta al seguito dei ragazzi ad un soggiorno nella capitale? Perché questa chiusura, quando invece poco meno di quattro mesi fa si è autorizzato l’esodo di massa dei tifosi romanisti per la finale di Supercoppa italiana disputata a S.Siro, avallando di fatto che si verificassero disordini sia all’interno dello stadio che in altri luoghi? Spiegatecelo.
Aggiornamento: come fatto notare dall’utente Daniele (che ringrazio) nei commenti, il divieto è stato fortunatamente revocato. Chissà, magari al CASMS ci leggono…
Se qualcuno se lo stesse chiedendo, si, in questo periodo sono arrabbiato, nervoso, acido. Si nota molto?
scritto da Taribo59 il 30 novembre 2010 alle 15:57
Immagino l’umore di Benitez davanti alla tv, ieri sera. Il mio era, se possibile, ancora più euforico. Perché – come ho scritto qualche giorno fa – l’Inter deve liberarsi dal fantasma di Mourinho, deve dimostrare a Mou che è lui ad aver sbagliato, andandosene.
Aveva già funzionato perfettamente con Ibra: lui se n’è andato, e l’Inter è nettamente migliorata. Essendo poco furbo, Ibra se n’è andato anche dal Barca, e anche gli azulgrana sono migliorati: se prima giocavano “il calcio del 2015″ ora giocano quello del 2020.
La lezione di calcio impartita dal Barcellona di Guardiola – 5 gol, 1 palo, 4-5 occasioni sprecate; 8 ammoniti e un espulso fra le merengues, nemmeno un tiro nello specchio della porta – mi ha sorpreso, perché non credevo che Mou potesse commettere un errore simile. Il 20 e il 28 aprile scorso, ha accuratamente evitato la tattica del fuorigioco contro i migliori palleggiatori del mondo. Soprattutto, all’epoca, poteva disporre di Cambiasso, Sneijder, Stankovic, Zanetti e Thiago Motta, nonché di Lucio e Samuel: calciatori molto più dotati di intelligenza calcistica di quanto non lo siano Marcelo, Pepe, Ramos, Khedira, Ozil, De Maria, Diarra e Xabi Alonso (salvo Carvalho, che ha preso le misure a Messi).
Ieri sera, nessuno del Real aggrediva il portatore di palla avversario, la difesa in linea era un invito a nozze per quei geni del calcio che rispondono ai nomi di Xavi e Iniesta, e per quei velocisti che sono Pedro e Villa. Se Messi non si fosse intestardito in un partita personale (assist a parte), sarebbe finita 8-0.
Finita la festa, Benitez deve assorbirne l’intima lezione: per giocare come il Barca, l’Inter non ha i piedi, ma il nostro centrocampo può avere qualità tattiche impareggiabili, se solo viene messo nella condizione di rifiatare.
Quanto a Mou, ha cercato di mostrare la faccia tranquilla, ma stanotte non ha dormito: ora sa che, con quel centrocampo, a fine stagione finirà a sero tituli.
Mancava solo l’ufficialità, ora si può dire che è arrivata anche quella: Rafael Benitez Maudes è il nuovo allenatore dell’Inter.
Nato a Madrid nel 1960, inizia a giocare da centrocampista nelle giovanili del Real a soli 12 anni e vi rimane fino a 21, senza riuscire mai ad arrivare in prima squadra. Matura la consapevolezza del fatto che non è il calcio giocato la sua strada e decide di dedicarsi all’Università, lasciando però lo spazio per due brevi esperienze a livello locale nel Parla e nel Linares. A 26 anni lascia definitivamente il calcio giocato e inizia la carriera da allenatore, ancora una volta nelle giovanili del Real, ancora una volta dedicandosi alla squadra della sua città per nove anni: nel 1995, poi, il tanto atteso debutto nella Primera Divisiòn. Una salvezza tranquilla conquistata con il Real Valladolid, poi un anno in Segunda Divisiòn alla guida dell’Osasuna e due anni e una storica promozione conquistata all’Extremadura. Dopo un anno di pausa un’altra promozione, stavolta con il Tenerife, lo porta all’attenzione dell’ambiente calcistico spagnolo e gli consente l’accesso alla prima grande chance della sua carriera: il Valencia.
Era difficile per Los Che immaginare risultati migliori di quelli ottenuti sotto la gestione Cùper, con due finali di Champions consecutive. Eppure Rafa Benitez porta tutti a ricredersi: dopo 31 anni la squadra torna a trionfare nella Liga. E per due volte: 2002 e 2004, anno in cui arriva anche il trionfo europeo che fa del Valencia l’unica squadra ad aver vinto sia la Coppa delle Fiere che la Coppa UEFA. Nell’albo d’oro del trofeo Benitez segue Mourinho, in un incrocio a quei tempi irrilevante ma che diventerà fonte di lunghe discussioni negli anni successivi.
Con il trasferimento di Rafa a Liverpool, infatti, gli scontri con il tecnico di Setubal diventano frequenti e ricchi di spunti polemici. Benitez diventa uno dei bersagli preferiti di Mourinho, che probabilmente non digerisce il fatto di trovarsi di fronte all’unico collega capace di batterlo per ben 5 volte, che su un totale di 57 sconfitte subite dal portoghese in carriera è un numero sufficiente per eleggere Rafa vera bestia nera del Vate di Setubal.
Il passaggio in Inghilterra rappresenta comunque la definitiva consacrazione nella carriera di Benitez. Dopo un inizio stentato che lo porta sull’orlo dell’esonero già a gennaio, il suo Liverpool decolla fino a conquistare un discreto quinto posto in Premier e soprattutto la vittoria della Champions League (di nuovo dopo Mourinho), in quello storico 25 maggio 2005 ad Instanbul che i tifosi italiani -chi per un verso chi per l’altro- non dimenticheranno mai. L’anno successivo arrivano la Supercoppa Europea e la Coppa d’Inghilterra, quello seguente c’è il Community Shield. Ma è dai piazzamenti che si può analizzare l’esperienza inglese di Benitez, è dai piazzamenti che prendono forza, paradossalmente, tanto i suoi sostenitori quanto i suoi detrattori.
Dopo la vittoria in Champions, infatti, Benitez subisce dapprima una brutta eliminazione agli ottavi ad opera del Benfica, salvo poi iniziare ad inanellare una serie di risultati di tutto rispetto: finale, semifinale e quarti, prima dell’ingloriosa eliminazione arrivata nell’ultima stagione addirittura ai gironi. La Premier, dall’altra parte: detto del quinto posto iniziale, arrivano poi due terzi, un quarto e un secondo posto (prima del settimo dell’ultimo anno) che portano il Liverpool a essere unanimamente riconosciuta come una delle “grandi” della Premier League senza però vederlo mai trionfare. Ed è questo il peccato che Benitez sconta agli occhi della Kop e dei (disastrosi) vertici societari: in una piazza “abituata” ai trionfi europei l’astinenza di una vittoria in patria lunga 20 anni non è ammissibile. Le partenze lente e le esplosioni primaverili tipiche delle squadre di Rafa non saranno mai digerite dai tifosi inglesi, che nell’estate appena iniziata si sono separati da lui con dolci e bellissimi ricordi e tanta riconoscenza, ma senza troppi rimpianti.
Inizia quindi oggi la stagione di Benitez all’Inter, il primo tecnico “normale” dopo anni di “speciali”.
Non c’è la fiamma della passione che brucia nei cuori nerazzurri e probabilmente neanche in quello del Presidente, ma forse è proprio questo il definitivo salto di qualità mentale fatto dalla squadra: non abbiamo più bisogno del condottiero, non abbiamo più bisogno del paladino. Ora ci basta un allenatore che sappia fare il suo mestiere e che sia cosciente del fatto che sarà lui a diventare grande con noi, che saremo noi a dare quel tocco in più al suo lavoro.
Restare tra le prime in Europa, continuare a vincere in Italia: questi sono gli obiettivi che è chiamato a raggiungere Benitez. Confrontarsi ancora una volta con il fantasma di Mourinho e ancora una volta non farlo rimpiangere.
E magari stavolta, con questa grande squadra ai suoi ordini, riuscire a batterlo definitivamente.
Nell’ufficio dei miei assistenti c’è una foto della squadra di quando siamo arrivati qui ad Appiano e ieri stavo mettendo una croce su ogni persona che non lavora più con noi: 14 giocatori sono andati via, un preparatore ora è alla Juventus, un altro preparatore porta avanti la sua attività all’estero, un assistente lavora da primo allenatore in Portogallo. La squadra è completamente diversa e noi siamo felici ed orgogliosi del fatto che la squadra stia continuando a vincere e cercando di fare meglio nonostante questi cambiamenti. Abbiamo costruito, costruito tanto.
Sicuramente avremo un futuro migliore: quando sono arrivato nella squadra c’erano tanti giocatori che erano alla fine della loro carriera, adesso ci sono tanti giovani sui quali costruire il futuro.
(Josè Mourinho, 19 febbraio 2010, conferenza pre-Sampdoria)
Già, perché il leitmotiv del momento è “l’Inter è una squadra vecchia, ha ormai fatto il suo tempo”. E i riferimenti si sprecano: Zanetti su tutti, ovviamente, ma anche Samuel, Lucio e Milito: tutti ultratrentenni. E’ un’analisi corretta, reale, o è solo una mera speranza di chi non sa più a cosa attaccarsi? Vediamo.
Julio Cesar ha 31 anni, è vero, ma è vero anche che è un portiere e quindi ha una carriera potenzialmente molto più lunga degli altri giocatori. Diciamo che, realisticamente, ha almeno altri 3-4 anni ad altissimi livelli davanti.
La difesa presenta effettivamente il problema dell’età, soprattutto nei centrali: Samuel (32), Lucio (32), Chivu (30), Cordoba (34) e Materazzi (37) non dureranno in eterno, e se per le riserve si sta già lavorando si deve iniziare a pensare a titolari per l’immediato futuro: non la prossima stagione, ma la successiva sì. Sugli esterni ci sono le incognite Maicon (29 -resta o non resta?) e Santon (19, ma qual è la sua dimensione?), oltre al solito Zanetti che non sarà certamente eterno: qui bisognerebbe intervenire immediatamente.
Infine l’attacco: Milito 31, vero. Però dietro di lui ci sono Eto’o (29), Pandev (27) e soprattutto Balotelli (20), oltre alla super-incognita Arnautovic (21). Anche qui problemi di età non se ne vedono.
Soprattutto, quando si muove questa obiezione, si finge di non ricordare che il ciclo vincente di questa squadra è iniziato con Materazzi e Cordoba titolari e Grosso a sinistra. Si finge di non ricordare che questa era la squadra di Vieira e Dacourt, di Figo e Solari, di Crespo e Cruz: una squadra che ha saputo rinnovarsi, salutando con rispetto chi aveva dato tutto e accogliendo con gioia chi l’ha guidata a nuove vittorie. Una squadra affidata ad uomini di mercato competenti e capaci, sempre in grado di capire dove intervenire e come farlo nel migliore dei modi.
E quindi, alla fine dei conti, abbiamo risposto alla prima domanda: obiezione sensata o unica speranza?
L’indimenticabile scena in cui Mou apre l’ombrello prima che venga a piovere mi sembra la quintessenza della sua personalità. Quella che aveva sedotto Moratti già prima che il portoghese scegliesse il Chelsea, e che oggi lo porta a Madrid, ancora più ricco di soldi e di “stimoli”, consapevole di correre un gigantesco rischio: abbandonare una squadra vincente per una che non ha mai saputo perdere.
Lo scrivo per l’ultima volta: Mou potrà anche vincere al Real, anzi è obbligato a farlo, ma non può far finta di non sapere che le Merengues sono il Potere, l’Istituzione, la Prosopopea incaranta dai Florentino Perez, a differenza di Inter, Chelsea e Porto, che dovevano fronteggiare club più potenti. Fatti suoi, comunque. Del resto, ha ammesso di aver cominciato a pensare al Real già 4-5 mesi fa (e prima o poi sapremo quando è avvenuto il primo contatto fra Jorge Mendes e gli emissari madridisti).
Si troverà un accordo, nessuno perderà la faccia, le clausole rescissorie sono fatte apposta per gestire le rotture, ed evitare che diventi una Guerra dei Roses. Se, poi, l’Inter riuscisse a scaricare Quaresma, o a farsi strapagare Maicon (puntando con decisione su Santon), tanto meglio. Il Real era, ai miei occhi, la squadra più antipatica del mondo – dai tempi della Quinta del Buitre e del miedo escenico, rinnovati dalla fuga notturna di Ronaldo – non diventerà certo più simpatica ora che ha Cristiano Ronaldo, Kakà e l’ottimo Mou.
Da tempo, Moratti è diventato post-ideologico. Incassata la clausola, finirà per aver pagato Mourinho come un Ranieri qualsiasi… Non è nemmeno sfiorato dall’idea dell’Inter Agli Interisti (sono lontani e spero irripetibili i tempi di Suarez, Corso e Marini sulla panchina nerazzurra). Moratti sa che ripetersi è difficilissimo, e non vuole un clone di Mou. Meno che mai un suo imitatore. Fosse libero, penso punterebbe su Guardiola. Leonardo mi sembra poco più di una suggestione (certo, ora che Berlusconi l’ha sputtanato con una delle sue uscite farneticanti, potrebbe aver voglia di dimostrare qualcosa). La sensazione è che si stia cercando uno spiraglio per mettere sotto contratto Capello o Hiddink.
Tutti sanno che Capello doveva arrivare all’Inter due settimane prima che scoppiasse Calciopoli (Moratti aveva già perduto fiducia in Mancini). Allora sarebbe stato un errore, domani chissà. Ma non vedo come la federcalcio inglese possa tollerare che il suo allenatore sia distratto durante il Mondiale. Oggi scommetterei su Hiddink.
Sulla figura dell’allenatore, consentitemi di citarmi (le “Confessioni di un interista ottimista” sono da tempo introvabili):
Il più vittorioso fra gli allenatori di basket Nba dell’ultimo quarto di secolo, Phil Jackson, piaceva riunire i suoi migliori giocatori (fra cui Michael Jordan) in una stanza arredata con oggetti della cultura pellerossa; qui si metteva a leggere ad alta voce brani dal Libro della jungla, e preparava così le partite più importanti.
A certi livelli, il mestiere dell’allenatore diventa una questione psicologica, più che tecnica o tattica. Si tratta di gestire delle risorse umane, come dicono gli aziendalisti. Allenare vuol dire estrarre il meglio da ognuno, proteggere i giocatori dagli attacchi esterni, alimentare le speranze di chi vuole conquistare un posto
La difficoltà sta nel convincere una serie di individualisti a credere nel gioco di squadra, e questo può avvenire solo se vi vedranno la loro convenienza. Un buon allenatore sa che le motivazioni dei suoi uomini sono egoistiche: stare in campo il più possibile, segnare gol, avere più soldi e più successo. Trasformare queste aspirazioni in un impasto collettivo, può riuscire se il singolo acquista la consapevolezza che solo “attraverso i risultati del team può raggiungere i propri obiettivi personali” (sono parole di Ettore Messina, grande allenatore di basket). All’allenatore, inoltre, si chiede di fare da parafulmine, “tenere unito il gruppo anche a costo di averlo contro di sé… è importante avere poche regole ma che tutte, dalla prima all’ultima, siano rispettate”: queste, invece, sono parole di Velasco, il cui fallito trapianto dalla pallavolo non depone a favore dell’apertura mentale del mondo del calcio…
All’allenatore si chiede di insegnare tutto ciò che si può provare in allenamento – per esempio come comportarsi sulle “palle inattive”, da cui nascono almeno la metà dei gol – ma anche a reagire con prontezza di fronte alle situazioni impreviste. Non deve avere la pretesa di reinventare un gioco che, per sua natura, ha ben riassunto Cruyff, “consiste fondamentalmente in due cose. La prima: quando hai la palla, devi essere capace di passarla correttamente. La seconda: quando te la passano, devi saperla controllare”.
L’allenatore deve gestire i giocatori con equilibrio, senza teorizzare un egualitarismo smentito dalle diversità nel talento e nel carattere; la capacità di assumere responsabilità sotto pressione distingue un fuoriclasse da un calciatore normale.
La conquista della terza Coppa dei Campioni è stata all’insegna delle lacrime. Lacrime a dirotto di una ragazza sugli spalti con telefonino e maglia del centenario, idem per un tifoso inquadrato mentre scattava una foto sotto le note di Pazza Inter, lacrime di Zanetti al triplice fischio con un viso scavato dalle rughe, lacrime di Mourinho prima con Moratti, poi con lo staff e infine con Materazzi, lacrime di cinquantenni davanti alla tv che faticavano a trattenere l’emozione dei ricordi. Insomma, il trionfo dei buoni sentimenti.
Ma (è giusto che ci sia un ma), sarebbe ora di finirla con la retorica dei buoni sentimenti. Anche perché ci hanno pensato subito alcuni protagonisti della finale a portarci con i piedi per terra. Il primo, ovviamente, è Mourinho, il quale merita tutta la nostra stima per come ha sposato il progetto, per il lavoro profuso, per aver adempiuto alla sua obbligazione di mezzi a prescindere dai risultati.
Ma (e qui il ma è davvero irrinunciabile) le lacrime, seppur emozionanti e adamantine, non possono valere 16 mln. Non vuole più allenare l’Inter per tutti i motivi più o meno condivisibili che ha elencato? Bene, 16 mln e amici più di prima. Nessuna manfrina, nessun Mendes di mezzo con operazioni ridicole, nessun richiamo ai sentimenti. 16 mln. Sull’unghia. Anche perché uno dei club più ricchi al mondo, capace di spendere 29 mln per Pepe, non può mostrarsi taccagno quando di mezzo c’è il miglior allenatore al mondo. Abbiamo una posizione aperta per Sneijder? Ecco, compensazione volontaria ai sensi dell’art. 1252 cc e ci sarà reciproca soddisfazione.
L’altro soggetto che ha brillato per tempismo (cit.) è stato il Principe. Nella notte che lo ha promosso Re e lo ha fatto entrare nella storia dell’Inter (e lì resterà per sempre) è riuscito a parlare di soldi in diretta tv con una lucidità impressionante salvo poi ritrattare come il peggior Roberto Mancini davanti ai pm di Napoli. Diego merita tutti gli elogi del caso, ma se vogliamo parlare di denaro, di investimenti e di strategia societaria deve sapere che ha 31 anni e che per 40 mln è libero di andare dove vuole con la stessa reciproca soddisfazione di cui sopra.
E lo stesso discorso vale per chiunque altro. Per il procuratore di Maicon (il Colosso ha detto che resta al 100%) o per il pizzaiolo del 2015. Perché, citando la frase di presentazione di Mourinho, l’Internazionale Football Club non è una banda di pirla.
scritto da Miss Green⁵ il 25 maggio 2010 alle 17:06
Il mondo prima che arrivassi te era nero e azzurro, eravamo Bauscia “in erba” e iniziavamo a capire come festeggiare.
Il mondo insieme a te era più nero e più azzurro, siamo diventati più Bauscia e festeggiare era più facile. L’Inter diventava grande. Un’altra Grande Inter.
Il mondo dopo di te sarà sempre nerazzurro e questi colori saranno sempre tatuati nella nostra anima. Ma non sono sicura che lo saprò apprezzare come prima che arrivassi te.
Ci hai guastati, viziati e resi più esigenti. Sarà come dopo il grande amore, continueremo a fare paragoni con te o cercheremo di dimenticarti fingendo di non averti mai amato veramente? Adesso che la storia è finita, ho paura di non riuscire più a vedere il mondo di prima.
Rimane forte e granitica la consapevolezza che l’Inter ce la portiamo sempre dentro, no matter what. No matter WHO.
Josè Mourinho e Louis Van Gaal, nonostante le schermaglie dialettiche iniziate dal tecnico olandese da un paio di settimane, hanno molto più in comune di quanto non si creda.
Un percorso professionale a tratti simile, per esempio, e più in generale due carriere che ne testimoniano il carattere, la voglia di mettersi in gioco, la lettura delle situazioni contingenti ma soprattutto il loro essere VINCENTI.
Oppure, partendo dal principio, una carriera da giocatori che non è certo passata agli annali, per entrambi.
Il loro destino, nel football, non poteva essere legato a nomi quali “Royal Antwerp” (in Belgio), “Telstar”, “Sparta Rotterdam”, “Az Alkmaar”, “Rio Ave”, “Belenenses” o “Sesimbra”.
Certo, l’Olandese ci mette un po’ di tempo in più a capire la cosa, visto che giochicchia a medi livelli per 16 anni, contro i soli 7 del Portoghese.
Nel 1990, Mourinho inizia la carriera di tecnico in un club minore portoghese, l’Estrela da Amadora, sebbene non ancora come primo allenatore; più a nord, ad Amsterdam, l’ex calciatore Louis fa parte dello staff tecnico dell’Ajax.
Louis scatta, gli riesce un allungo: nel 1991 l’allenatore dei Lancieri Beenhakker, autentico giramondo del pallone, gli libera la panchina ed ha l’occasione di dimostrare la sua bravura come tecnico, e lui non se la lascia sfuggire. In 6 anni arricchisce la bacheca più prestigiosa d’Olanda con tre Campionati, una Coppa d’Olanda, tre Supercoppe, una Coppa Uefa ma soprattutto riporta L’Ajax sul tetto d’Europa, nel 1995, contro i campioni in carica rossoneri di Capello, con una banda di ragazzi terribili.
L’anno dopo, vinta pure l’Intercontinentale, riesce a ritornare in finale, perdendola contro la juventus ai rigori.
Nel frattempo, in Portogallo, abbiamo lasciato un giovane vice-allenatore in una squadra appena retrocessa, che proprio come il buon Louis non si fa sfuggire il treno che gli passa davanti nel 1992, anche se in confronto all’Eurostar biancorosso la sua occasione è al massimo un Intercity: un altro tecnico con la valigia, Sir Bobby Robson, allenatore dello Sporting, ha bisogno di un traduttore che però capisca qualcosa di calcio.
Questo giovane amante del calcio, con umiltà e lavoro si conquista il rispetto del tecnico Inglese, tant’è che quando inopinatamente lo Sporting licenzia Robson, lo segue al Porto (due campionati ed una Coppa di Portogallo) e poi, nell’estate del ’96, al Barça.
Quel Barça che targato Sir Bobby (con un certo Ronaldo in attacco) vincerà Supercoppa di Spagna, Coppa del Re e Coppa delle Coppe… il giovane tecnico Josè è l’addetto alle statistiche ed alla traduzione delle indicazioni di Robson dall’inglese al catalano (imparato per l’occasione), nessun paragone è possibile con il tecnico che ha vinto tutto alla guida dell’Ajax, ma appunto, continua ad imparare.
E le loro strade, finalmente, si incrociano nell’estate del ’97: Sir Bobby promosso General Manager, Louis alla guida dei Blaugrana, Josè ancora nello staff tecnico, alle statistiche.
In tre anni sono due Campionati, una Supercoppa Europea ed una Coppa del Re, con una squadra schierata con un singolare 2-3-2-3, pienamente integrato nella filosofia olandese-catalana del Club, votato allo spettacolo ed alla massima copertura del terreno di gioco. Certo, la presenza di campioni come Figo, Rivaldo, Kluivert, Guardiola, Luis Enrique, e tutti i nazionali olandesi importati (i fratelli De Boer, Cocu, Zenden, Reiziger), non fu un dettaglio, ma è sempre la stessa discussione: bastano i buoni giocatori, per vincere e dare spettacolo, o è anche il caso di affidarli a tecnici che ci mettano del loro?
Io personalmente sono per la seconda ipotesi, non so voi, resta il fatto che quel Barça era uno spettacolo da vedere.
Il secondo posto dietro ad un non irresistibile Deportivo la Coruna nella stagione 1999-2000, ma soprattutto la mancata ripetizione dei buoni risultati nazionali anche in Europa mentre contemporaneamente i rivali del Real vincevano due Champions League, segnano la fine della presidenza Nunez ma soprattutto del triennio di convivenza tra i due protagonisti di questa storia, non senza un curioso epilogo scoperto l’altro giorno sulla Gazzetta dello Sport: a fine stagione, in pieno clima di smobilitazione generale, Louis lascia a Josè, nel frattempo promosso guida tecnica del Barça “B”, il compito (ma chiamiamola pure seccatura, per l’affermato tecnico in procinto di diventare CT Olandese) di guidare la squadra in una competizione minore semi amichevole come la Coppa di Catalogna; torneo solitamente giocato con solo riserve e primavera, è il primo vero banco di prova per il futuro Special One, che convoca giovani canterani già nel giro della prima squadra come Xavi e Thiago Motta, ma soprattutto vince.
Il suo primo titulo, nonchè l’unico di quella stagione disgraziata del Barça.
Le loro strade si dividono, ma la ruota del Destino, della Sorte, di Eupalla, chiamatela come volete sta girando, impercettibile ai più quanto un bambino che nasce in una mangiatoia in un posto senza acqua, luce e gas. Il tecnico affermato, diventa Comissario Tecnico, il giovane allenatore inizia a camminare con le proprie gambe, cominciando dal Club più seguito del suo paese, il Benfica, e dopo pochi mesi per dissidi con la dirigenza passando all’Uniao de Leiria, che porta all’inaspettato 5° posto.
A Gennaio 2002, lascia il Leiria perchè chiamato sulla più prestigiosa panchina del Porto, che conduce al terzo posto in quindici partite di cui ben undici vinte, promettendo di vincere lo scudetto l’anno seguente.
Nel frattempo in Olanda Van Gaal subisce l’onta, da CT, di non riuscire la qualificazione degli Oranje ai mondiali del 2002, ed abbandona per dissidi fortissimi con i giocatori, molti dei quali già da lui allenati all’Ajax ed al Barça, sui metodi di lavoro.
E’ la stagione 2002-2003 a lanciare definitivamente il razzo-Mou in orbita, mentre l’astronauta alla deriva Louis tenta un ritorno al Barça che però dura mezza stagione, lontano parente della squadra di due anni prima e soprattutto senza Figo, Rivaldo e Guardiola e con molti giocatori del suo precedente ciclo ormai sul viale del tramonto.
Il Porto di Josè invece mantiene la promessa fatta dal suo tecnico 12 mesi prima, cioè di vincere il campionato, ma non si limita a questo: Coppa di portogallo ma soprattutto Coppa Uefa consegnano agli annali del Porto una stagione memorabile, se non fosse per quanto avviene l’anno seguente: Supercoppa di Portogallo, conferma in Campionato ed addirittura vittoria della Champions League, dopo aver eliminato tra l’altro il Manchester united.
Il maestro è in una più o meno forzata vacanza, l’allievo ha offerte da tutta Europa… il mondo si è capovolto in soli 4 anni.
La saga di Mou continua in Inghilterra, al Chelsea di Abrahmovic, la sfida è semplice: completare l’opera che il bizzoso magnate russo ha iniziato a colpi di acquisti milionari l’anno prima, ma con un esito diverso dalle sconfitte del perdente di successo Ranieri.
L’operazione riesce al primo colpo, il Campionato Inglese 2004-2005 è del Chelsea così come la ciliegina della Coppa di Lega (battendo in finale il Liverpool di Benitez, la squadra di mou si riconfermerà campione l’anno seguente mentre nel 2006-2007 si dovrà accontentare del secondo posto dietro al Manchester e dell’accoppiata Coppa di Lega – Coppa d’Inghilterra.
Per il Chelsea è un periodo incredibile, per tre anni nessuno riesce ad espugnare Stamford bridge in campionato, e la stanza dei trofei del Club ha praticamente raddoppiato il proprio contenuto; anche in Champions le continue sfide con il Liverpool (e le conseguenti eliminazioni) sembrano solo un rimandare qualcosa di inevitabile, cioè una vittoria di questa squadra magari non spettacolare ma incredibilmente solida, in cui le punte fan salire la squadra prima ancora di esserne i terminali offensivi, le ali allargano il gioco ed i centrocampisti trovano frequentemente la via del gol sugli inserimenti propiziati dalla manovra di squadra. Che si giochi col 4-4-2 o col 4-3-3, non cambia nulla.
Il calcio non si è però dimenticato di Louis Van Gaal, che ricomincia ad allenare nell’estate del 2005 da una realtà modesta come l’AZ Alkmaar, in Olanda.
Josè Mourinho e Louis Van Gaal, nonostante le schermaglie dialettiche iniziate dal tecnico olandese da un paio di settimane, hanno molto più in comune di quanto non si creda: un percorso professionale a tratti simile, per esempio, e più in generale due carriere che ne testimoniano il carattere, la voglia di mettersi in gioco, la lettura delle situazioni contingenti ma soprattutto il loro essere VINCENTI.
Oppure, partendo dal principio, una carriera da giocatori che non è certo passata agli annali, per entrambi: la loro storia calcistica, in fondo, non poteva essere legata a nomi quali “Royal Antwerp” , “Telstar”, “Sparta Rotterdam”, “Az Alkmaar”, “Rio Ave”, “Belenenses” o “Sesimbra”… certo, l’Olandese ci mette un po’ di tempo in più a capire la cosa, visto che giochicchia a medi livelli per 16 anni, contro i soli 7 del Portoghese.
Nel 1990, Mourinho inizia la carriera di tecnico in un club minore portoghese, l’Estrela da Amadora, sebbene non ancora come primo allenatore; più a nord, ad Amsterdam, l’ex calciatore Louis fa parte dello staff tecnico dell’Ajax.
Louis scatta, gli riesce un allungo: nel 1991 l’allenatore dei Lancieri Beenhakker, autentico giramondo del pallone, gli libera la panchina ed ha l’occasione di dimostrare la sua bravura come tecnico, e lui non se la lascia sfuggire. In 6 anni arricchisce la bacheca più prestigiosa d’Olanda con tre Campionati, una Coppa d’Olanda, tre Supercoppe, una Coppa Uefa ma soprattutto riporta L’Ajax sul tetto d’Europa, nel 1995, contro i campioni in carica rossoneri di Capello, con una banda di ragazzi terribili. L’anno dopo, vinta pure l’Intercontinentale, riesce a ritornare in finale, perdendola contro la juventus ai rigori.
Nel frattempo, in Portogallo, abbiamo lasciato un giovane vice-allenatore in una squadra appena retrocessa, che proprio come il buon Louis non si fa sfuggire il treno che gli passa davanti nel 1992, anche se in confronto all’Eurostar biancorosso la sua occasione è al massimo un Intercity: un altro tecnico con la valigia, Sir Bobby Robson, allenatore dello Sporting, ha bisogno di un traduttore che però capisca qualcosa di calcio.
Questo giovane amante del calcio, con umiltà e lavoro si conquista il rispetto del tecnico Inglese, tant’è che quando inopinatamente lo Sporting licenzia Robson, lo segue al Porto (due campionati ed una Coppa di Portogallo) e poi, nell’estate del ’96, al Barça. Una squadra che targata Sir Bobby (con un certo Ronaldo in attacco) vincerà Supercoppa di Spagna, Coppa del Re e Coppa delle Coppe… il giovane tecnico Josè è l’addetto alle statistiche ed alla traduzione delle indicazioni di Robson dall’inglese al catalano (imparato per l’occasione), nessun paragone è possibile con il tecnico che ha vinto tutto alla guida dell’Ajax, ma appunto, continua ad imparare.
E le loro strade, finalmente, si incrociano nell’estate del ’97: Sir Bobby promosso General Manager, Louis alla guida dei Blaugrana, Josè ancora nello staff tecnico, alle statistiche; in tre anni sono due Campionati, una Supercoppa Europea ed una Coppa del Re, con una squadra schierata con un singolare 2-3-2-3, pienamente integrato nella filosofia olandese-catalana del Club, votato allo spettacolo ed alla massima copertura del terreno di gioco.
Certo, la presenza di campioni come Figo, Rivaldo, Kluivert, Guardiola, Luis Enrique, e tutti i nazionali olandesi importati (i fratelli De Boer, Cocu, Zenden, Reiziger), non fu un dettaglio, ma è sempre la stessa discussione: bastano i buoni giocatori, per vincere e dare spettacolo, o è anche il caso di affidarli a tecnici che ci mettano del loro? Io personalmente sono per la seconda ipotesi, non so voi, resta il fatto che quel Barça era uno spettacolo da vedere.
Il secondo posto dietro ad un non irresistibile Deportivo la Coruna nella stagione 1999-2000, ma soprattutto la mancata ripetizione dei buoni risultati nazionali anche in Europa mentre contemporaneamente i rivali del Real vincevano due Champions League, segnano la fine della presidenza Nunez nonchè del triennio di convivenza tra i due protagonisti di questa storia, non senza un curioso epilogo scoperto l’altro giorno sulla Gazzetta dello Sport: a fine stagione, in pieno clima di smobilitazione generale, Louis lascia a Josè, nel frattempo promosso guida tecnica del Barça “B”, il compito (ma chiamiamola pure seccatura, per l’affermato tecnico in procinto di diventare CT Olandese) di guidare la squadra in una competizione minore semi amichevole come la Coppa di Catalogna; torneo solitamente giocato con solo riserve e primavera, è il primo vero banco di prova per il futuro Special One, che convoca giovani canterani già nel giro della prima squadra come Xavi e Thiago Motta, ma soprattutto vince.
Il suo primo titulo, nonchè l’unico di quella stagione disgraziata del Barça.
Le loro strade si dividono, ma la ruota del Destino, della Sorte, di Eupalla, chiamatela come volete sta girando, impercettibile ai più quanto un bambino che nasce in una mangiatoia in un posto senza acqua, luce e gas. Il tecnico affermato, diventa Comissario Tecnico, il giovane allenatore inizia a camminare con le proprie gambe, cominciando dal Club più seguito del suo paese, il Benfica, e dopo pochi mesi per dissidi con la dirigenza passando all’Uniao de Leiria, che porta all’inaspettato 5° posto. A Gennaio 2002, lascia il Leiria perchè chiamato sulla più prestigiosa panchina del Porto, che conduce al terzo posto in quindici partite di cui ben undici vinte, promettendo di vincere lo scudetto l’anno seguente.
Nel frattempo in Olanda Van Gaal subisce l’onta, da CT, di non riuscire la qualificazione degli Oranje ai mondiali del 2002, ed abbandona per dissidi fortissimi con i giocatori, molti dei quali già da lui allenati all’Ajax ed al Barça, sui metodi di lavoro.
E’ la stagione 2002-2003 a lanciare definitivamente il razzo-Mou in orbita, mentre l’astronauta alla deriva Louis tenta un ritorno al Barça che però dura mezza stagione, lontano parente della squadra di due anni prima e soprattutto senza Figo, Rivaldo e Guardiola e con molti giocatori del suo precedente ciclo ormai sul viale del tramonto.
Il Porto di Josè invece mantiene la promessa fatta dal suo tecnico 12 mesi prima, cioè di vincere il campionato, ma non si limita a questo: Coppa di Portogallo ma soprattutto Coppa Uefa consegnano agli annali del Porto una stagione memorabile, se non fosse per quanto avviene l’anno seguente: Supercoppa di Portogallo, conferma in Campionato ed addirittura vittoria della Champions League, dopo aver eliminato tra l’altro il Manchester united.
Il maestro è in una più o meno forzata vacanza, l’allievo ha offerte da tutta Europa… il mondo si è capovolto in soli 4 anni.
La saga di Mou continua in Inghilterra, al Chelsea di Abrahmovic, la sfida è semplice: completare l’opera che il bizzoso magnate russo ha iniziato a colpi di acquisti milionari l’anno prima, ma con un esito diverso dalle sconfitte del perdente di successo Ranieri.
L’operazione riesce al primo colpo, il Campionato Inglese 2004-2005 è del Chelsea così come la ciliegina della Coppa di Lega (battendo in finale il Liverpool di Benitez), la squadra di Mou si riconfermerà campione l’anno seguente mentre nel 2006-2007 si dovrà accontentare del secondo posto dietro al Manchester United e dell’accoppiata Coppa di Lega – Coppa d’Inghilterra.
Per il Chelsea è un periodo incredibile, per tre anni nessuno riesce ad espugnare Stamford Bridge in campionato, e la stanza dei trofei del Club ha praticamente raddoppiato il proprio contenuto; anche in Champions le continue sfide con il Liverpool (e le conseguenti eliminazioni) sembrano solo un rimandare qualcosa di inevitabile, cioè una vittoria di questa squadra magari non spettacolare ma incredibilmente solida, in cui le punte fan salire la squadra prima ancora di esserne i terminali offensivi, le ali allargano il gioco ed i centrocampisti trovano frequentemente la via del gol sugli inserimenti propiziati dalla manovra di squadra. Che si giochi col 4-4-2 o col 4-3-3, non cambia nulla.
Il calcio non si è però dimenticato di Louis Van Gaal, che ricomincia ad allenare in Olanda nell’estate del 2005 da una realtà non conosciutissima in Italia come l’AZ Alkmaar, e sembra essere tornato il tecnico rivelazione degli anni ’90: secondo e terzo posto, nei primi due anni, pur senza talenti particolari in squadra. Per un vincente come lui, non certo trionfi da festeggiare, ma un modo appunto di ricominciare un discorso che sembrava tranciato di netto, irrevocabilmente.
E’ il 2007-2008 a livellare nuovamente la condizione di entrambi: i dissidi in fatto di campagna acquisti e di gestione di alcuni giocatori (su tutti Shevcenko e Ballack) incrinano il rapporto tra Mourinho ed il suo presidente, causandone la fine già a Settembre, mentre Van Gaal dopo le due stagioni positive, chiude all’undicesimo posto; per entrambi tuttavia si tratta di un passaggio a vuoto solo momentaneo, l’occasione del riscatto si ripresenta già nella stagione seguente, il Mou con i nostri colori (non servono approfondimenti, giusto?) mentre l’Olandese volante portando ad un successo clamoroso proprio l’AZ, che gli consente di essere individuato come il tecnico del Bayern per il 2009-2010.
La loro storia prosegue in parallelo pure quest’anno, entrambi inizialmente o nel corso della stagione criticati al minimo errore o sbavatura, entrambi campioni nazionali e di Coppa nazionale, entrambi alla ricerca del successo che li proietterebbe in un Olimpo ristretto, ovvero quello degli allenatori riusciti a vincere il massimo trofeo continentale alla guida di due squadre differenti; ed almeno uno dei due riuscirà a realizzare da assoluto outsider (di nuovo) quello che aveva invano tentato al Barça o al Chelsea, con rose ancora più ampie/ricche.
Ancora una volta, l’allievo ed il maestro (che in realtà non si sono mai affrontati in competizioni ufficiali, ma forse – non sono sicuro – nemmeno in amichevoli) nello stesso stadio, anche se non il Camp Nou che li ha visti insieme ma il Bernabeu dei rivali di ieri… e magari dei tifosi di domani, penserà almeno uno dei due.
Ma questa è un’altra storia, che potrà raccontare qualcun altro un’altra volta, la mia si ferma qui ed è solo un tentativo di omaggio alle carriere fuori dal comune e tutt’altro che prossime alla conclusione di due tecnici coraggiosi, che non temono le sfide nè di essere impopolari.
E che a dispetto dei propri detrattori, sanno essere spettacolari, oltre ad aver entrambi insegnato Calcio ovunque siano andati. Partendo dal concetto comune che le partite si vincono nella testa dei giocatori prima ancora che non sul rettangolo verde.
E che sanno fare di tutto per spostare l’attenzione dalla sfida di sabato. Perchè non penserete mica che sia un caso, no, se stiamo a parlare da giorni noi del futuro di Mourinho, ed i tedeschi della presuntà maggiore spettacolarità del loro gioco?
Sono passati quasi due anni da quell’inizio di estate del 2008. Il Campionato era finito da poco nella doccia urbiacante di Parma, in cui Ibra aveva messo il sigillo definitivo ad una stagione difficile, combattuta sul filo degli infortuni e di drammatiche dichiarazioni.
Neanche il tempo di festeggiare ed ecco la notizia, che poi troppo notizia non era. Il Mancio esonerato. A dire il vero se lo aspettavano più o meno tutti… almeno all’80% (cit).
Non starò a nascondervi che per me fu un duro colpo, il Mancio per me rappresentava l’allenatore della svolta, quello che aveva riportato la squadra alla vittoria dopo una lunga attesa, quello che aveva un progetto di lungo periodo, tutto quello che ci era sempre mancato.
Chiunque abbia seguito la storia di Bauscia, in tutte le sue molteplici rappresentazioni, ricorderà forse che in quell’occasioni mi espressi in modo molto critico (eufemismo) nei confronti del Presidente Moratti. Quell’esonero troppo mi ricordava quello di Gigi Simoni all’indomani della vittoria contro il Real Madrid in Champions League, fatto scientificamente con lo scopo di portare Lippi sulla panchina della Beneamata la stagione successiva, con le conseguenze che tutti ricordiamo.
In quel momento era ovvio che il successore sarebbe stato José Mourinho, che già tempo prima era stato vicino alla panchina dell’Inter.
Sempre in quel momento, stimolato da errek, promisi di rimangiarmi le aspre parole espresse nei confronti del Presidente Moratti, nel caso in cui José Mourinho fosse riuscito nel compito per il quale, seppur non ufficialmente, il Mancio era stato esonerato in suo favore.
Riportare l’Inter a vincere la Coppa Campioni. Sì, dai quella che da un po’ chiamano Champions League. Questa era la mia condizione, perché posso accettare una debita dose cinismo a patto che seguano degni risultati.
I primi mesi della gestione di Mourinho non furono certo entusiasmanti. Gli acquisti estivi voluti dal tecnico si rivelarono ampiamente al di sotto delle aspettative, la squadra sembrava meno solida di quella guidata dal Mancio. La gestione degli uomini era, dal mio punto di vista, ancora meno soddisfacente. Uomini che negli anni avevano sputato sangue per l’Inter parevano messi da parte e il talentuoso Mario Balotelli era spesso relegato a seconda scelta, dietro all’imbarazzante Adriano, sul quale il tecnico sembrava incaponirsi ostinatamente.Tutto il gioco sembrava passare per i piedi e le magie di Ibrahimovic.
Il tormentone “Mourinho non mangia il panettone” sembrava ogni giorno più realistico. In quei giorni erano in pochi a sostenere, quasi ciecamente il Portoghese. La K Family, e pochi altri.
Ripensandoci ora non saprei dire quale fu precisamente il momento in cui le cose cambiarono come il giorno e la notte. Probabilmente il giorno di quella famosa conferenza stampa seguita a Inter-Roma. In quell’attimo fu chiaro che José aveva capito tutto della Serie A e che avrebbe ribattuto colpo su colpo a tutte le infamie gettate sull’Inter.
Fu un’epifania.
Poco più di una settimana dopo il Manchester ci eliminava dalla Champions League, ancora una volta agli ottavi. José si presenta in conferenza stampa e annuncia che è sicuro di vincere lo Scudo e che da quel momento sapeva cosa serviva per cercare di vincere la Champions.
Non c’è bisogno di ricordare oltre quel che è successo dopo. Lo sappiamo tutti.
Quello che invece è meraviglioso notare è che quelli che ridevano allora oggi sono in silenzio e la morsa al loro stomaco non è diversa dalla tensione che possiamo provare noi per l’attesa. Mi correggo: è diversa. La loro non è tensione, è terrore.
Sono terrorizzati anche solo all’idea che questa Squadra possa compiere un’impresa leggendaria, che possa realizzare un sogno. Che i Ragazzi possano regalarselo e regalarlo a noi tifosi.
Non riescono a crederci e francamente un po’ facciamo fatica anche noi, perché se ce lo avessero detto all’inizio della stagione avremmo fatto fatica a nascondere un sorriso un po’ beffardo ed amaro.
Sembra che sia passato un secolo e non pochi mesi eppure eccoci qui. Ancora in piedi, ancora in corsa con un Titulo, il più piccolino in saccoccia e pronti a lottare per gli altri due, in ordine crescente di importanza. Andiamo a giocarcela, certo presi da una certa emozione, ma senza alcun timore con il sorriso stampato sul volto, consapevoli che, comunque vada, siamo finalmente tornati Grandi.
Oggi, in anticipo, voglio mantenere la promessa fatta ad errek , anche se quel certo evento non si è ancora verificato.
Voglio scriverlo ora, che la nostra Storia deve ancora decidersi e avrei voluto scriverlo anche prima.
Per questa Stagione. Per questa Squadra. Per i nostri Colori.
Noi siamo i sacerdoti del potere. Dio è potere. Fino a questo momento per te potere è solo una parola, ma è bene che adesso ti faccia un’idea più precisa di cosa sia veramente. Devi innanzitutto imparare che il potere è collettivo. L’individuo ha potere fintanto che cessa di essere un individuo. Conosci lo slogan del Partito: “La libertà è schiavitù”. Hai mai pensato che se ne possono invertire i termini? La schiavitù è libertà. Da solo, libero, l’essere umano è sempre sconfitto. Deve essere per forza così, perché l’essere umano è destinato a morire, e la morte è la più grande delle sconfitte. Se però riesce a compiere un atto di sottomissione totale ed esplicita, se riesce ad uscire dal proprio io, se riesce a fondersi col Partito in modo da essere lui il partito, diviene onnipotente ed immortale.
da “1984″
La differenza che passa tra l’Inter di ieri sera, della settimana scorsa, di questa incredibile annata, e il Barcellona (e tutti quelli che abbiamo incontrato – e battuto) sta tutta qua. L’annientamento del singolo è la chiave, caro Zlatan. La totale dedizione alla squadra, al bene comune, al trionfo collettivo: sono queste cose che distinguono una squadra da undici giocatori. Milito ed Eto’o che fanno i terzini per sessanta minuti, Sneijder che gioca da uomo più avanzato rimbalzando contro colossi del doppio della sua stazza, Chivu terzo dei trequartisti, e più generalmente tutti coloro che hanno indossato la nostra maglia ieri sera, sono diventati immortali. E lo hanno fatto non inseguendo nessun tipo di gloria personale, non assecondando un orgoglio che gli impone di essere protagonisti ad ogni costo, ma fondendosi in un’unica entità, divenendo onnipotenti ed, appunto, immortali. Tu, invece (insieme a Messi, per dirne un altro) (anche se lui, almeno, parte di qualcosa di immortale lo è stato) hai sempre rifuggito questo concetto: non hai mai cessato di essere un singolo, non hai mai compiuto un atto di “sottomissione totale ed esplicita” verso i tuoi compagni. Ed è per questo che ieri sera, ancora una volta, ti sei dimostrato mortale. Un grandissimo, un eroe che mi ha dato grandi gioie. Ma pur sempre mortale. Cancellato, ingoiato proprio da quei giocatori che un anno fa avevi lasciato per “raggiungere i traguardi che all’Inter non avrei potuto raggiungere”, ti sei ritrovato a fare i conti col peggiore (per te, ovviamente: per noi è il massimo, in assoluto) degli epiloghi possibili.
Si vince così, nel 2015: con giocatori che sacrificano ogni personale velleità sull’altare della Squadra. Si vince con gente che esce fuori grondando sudore, sangue, denti, capelli. Tu non sei mai uscito dal campo con la lingua penzoloni (anzi, ieri e martedì scorso te ne sei andato fresco come una rosa), non ti sei mai abbassato a sacrificarti per gli altri. Perciò, sei destinato ad essere sconfitto: sarai sempre libero, estroso, magico. Ma non imbattibile. Non immarcabile. Non eterno.
Perciò, grazie. Grazie a te e a Mino, per averci resi protagonisti del più grande affare della storia del calcio. Un affare che esula dai meri valori tecnici, in quanto, con tutte le sue ripercussioni, ha permesso all’Inter di diventare il più splendido collettivo di questo pianeta. Grazie.
E, ovviamente, grazie a tutti i nostri Immortali, a tutti coloro che hanno compiuto il mitico atto di “sottomissione totale ed esplicita” e che hanno lasciato su quel campo, sui mille campi di questa stagione, tutto ciò che avevano in corpo, scaricando sul terreno la loro, la nostra enorme voglia di vincere. Grazie al presidente, ormai completamente ripagato dei suoi sforzi, morali ed economici. Grazie ai cinquemila che hanno seguito la squadra, grazie a chi ha sofferto davanti alla tv. Grazie anche agli ideatori di spot, magliette e frasi celebri, per aver reso ancora più dolce il nostro trionfo. Grazie a tutti.
E ora, qui, tutti si aspettano un “ma soprattutto, grazie a ….”. Purtroppo, non posso accontentarvi. Perché “grazie” è veramente troppo poco. Lui, che ha convinto i suoi uomini a compiere quell’ormai famoso atto, che è riuscito in meno di due anni a rendere l’Inter una grande d’Europa, e che, comunque vada, è entrato per sempre nella nostra storia, merita di più.
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