Cosa avrà chiesto Moratti a Ranieri dopo l’eliminazione dalla Champions? Che cosa si aspetta il presidente da queste 11 partite di campionato?
La mia idea è che si dovrebbero utilizzare questi ultimi 3 mesi per capire cosa salvare dell’attuale rosa di una squadra che a giugno probabilmente dovrà essere rivoluzionata: spazio quindi ai giocatori più giovani meno utilizzati finora per capire se nella prossima stagione potranno ancora indossare la maglia neroblu, giocatori freschi e motivati che in queste partite possono avere le motivazioni per dare il 100%.
Ranieri (o Moratti?) sceglie invece un’altra strada e approfittando dell’assenza di Sneijder torna al 442 con Obi e Zanetti sulle ali e Cambiasso e Poli in mezzo, la difesa è la stessa delle ultime partite mentre in attacco Pazzini sostituisce Forlan.
La partita è tecnicamente deludente: da una parte l’Atalanta pensa solo a difendersi e prova ogni tanto a ripartire in contropiede, dall’altra l’Inter gestisce il gioco ma i centrocampisti hanno o poche idee o poca velocità mentre gli attaccanti sono in giornata no e sbagliano anche i controlli e gli appoggi più facili.
L’unico sussulto del primo tempo è così il rigore fischiato per fallo su Pazzini che Milito spreca con un tiro angolato ma debole parato da Consigli; primi 45 minuti che evidenziano anche la differenza di dinamismo tra Poli (che verrà sostituito per “sfinimento”) e Cambiasso, la scarsa forma di Maicon e la generosità di Obi che fuori ruolo fa quello che può.
Nella ripresa Ranieri non cambia nulla e nulla cambia nella partita: Consigli deve salvarsi solo su un tiro di Poli dalla lunga distanza; per il resto l’Inter sviluppa una manovra lasciata alle sortite individuali e quindi sterile e prevedibile che con il passare del tempo dà sempre più coraggio ai bergamaschi, così nell’ultima parte della gara mentre ci si aspetta il forcing finale interista è invece l’Atalanta ad andare più vicina al gol con un rigore non fischiato per un fallo di Lucio su Gabbiadini e un altro paio di pericoli creati ai quali più che altro è mancato l’ultimo passaggio.
Il risultato è deludente ma per quest’anno abbiamo visto anche di peggio, quello che non riesco a digerire al di là di un Forlan che non se la sentiva di fare i gradoni dello stadio (cit.) è che senso ha avuto far giocare Zarate? L’argentino è in prestito con un diritto di riscatto onerosissimo e sembra chiaro a tutti che non farà parte dell’Inter 2012/13, perchè non schierare subito Castaignos al suo posto? L’olandesino che segna sempre in allenamento (cit.) non merita qualche chance in più?
In ottica futura che indicazioni può dare questa partita in cui Obi, Castaignos e Faraoni hanno giocato fuori ruolo?
La paura è che non ci siano idee chiare a breve a medio e a lungo termine che servirebbero molto più di una vittoria con l’Atalanta.
Questa la formazione che probabilmente scenderà in campo nell’ultima partita del girone di Champions League stasera a Brema (temperatura prevista: -11) (no, non ho battuto due volte sull’1 per sbaglio). Situazione di classifica: Tottenham e Inter prime a pari punti, col Tottenham in vantaggio per la differenza reti negli scontri diretti grazie agli sciagurati ultimi tre minuti giocati a San Siro. L’obiettivo del primo posto nel girone non passa evidentemente solo dai nostri piedi, ma una cosa fondamentale da fare ci sarebbe: battere il Werder.
Ci sarebbe, appunto: uso il condizionale perchè questa sarebbe la cosa minima da fare nell’ipotesi in cui l’obiettivo fosse vincere il girone di Champions. Ma l’obiettivo, evidentemente, non è quello. Non è giocarsi una grossa fetta di accesso ai quarti nella prossima primavera (provate a guardare l’elenco delle squadre che vinceranno il proprio girone, ma solo se non siete deboli di cuore), non è andare avanti il più possibile in Champions, non è neanche cercare di giocarsi il campionato: l’obiettivo è Abu Dhabi. Se non fossero bastate le incredibili parole di Moratti di sabato (“mi aspettavo di perdere a Roma, eravamo con la testa al Mondiale”), le convocazioni per la partita di stasera non lasciano dubbi: fuori Julio Cesar (recuperato?), fuori Maicon (recuperato?), fuori Chivu (recuperato?), fuori Milito (recuperato?), fuori Lucio leggermente influenzato, fuori Sneijder per lasciarlo riposare. Ci giochiamo un primo posto che potrebbe essere fondamentale in Champions e lasciamo a casa giocatori recuperati, non facciamo giocare quelli a cui basterebbe una tachipirina, addirittura non convochiamo giocatori fondamentali per scelta tecnica. C’è Eto’o solo in virtù del triplete di squalifica collezionato in campionato. Poi Gallinetta, Biraghi, Natalino, Mariga, Nwankwo, Crisetig e Dell’Agnello. Punto.
Giusto o sbagliato? A questo punto evidentemente giusto. La squadra è con l’acqua alla gola e il Mondiale per Club è visto come l’unica ancora di salvezza alla quale aggrapparsi per scollinare il 2010, cercando di iniziare l’anno nuovo facendo le cose per bene: la preparazione, il mercato, lo spogliatoio e via dicendo. In quest’ottica, anzi, anche l’impiego di Motta, Cambiasso ed Eto’o è un rischio non da poco. Perchè si giocherà in condizioni improponibili, perchè con Abu Dhabi c’è uno sbalzo di temperatura di 40 gradi, perchè la testa di tutti è già lì, perchè è fra una settimana che si gioca l’obiettivo più importante della stagione. A questo punto.
Il problema è come ci si è arrivati, a questo punto. Il problema è che non sono stati i giocatori a mettere da parte cinque mesi di stagione avendo come unico obiettivo il Mondiale per Club: l’indicazione chiara, netta, è arrivata dall’alto. E’ stato Moratti, poi tutta la Società, poi l’allenatore. Siamo partiti dal “dover completare il triplete”, passati attraverso “il Mondiale è un obiettivo molto importante” e “la preparazione è incentrata sul Mondiale di dicembre” per finire con “mi aspettavo di perdere a Roma, eravamo con la testa al Mondiale”. E stasera dove sarà la testa? Perchè se si dovrà mettere in scena uno spettacolo indegno come quello offerto all’Olimpico venerdì scorso allora è inutile andarci, a Brema. Mandiamoci la primavera, diamo spazio a Natalino, Crisetig e Dell’Agnello, evitiamo anche di rischiare quei 3-4 titolari che, bontà vostra, vi degnate di far scendere in campo in un turno di Champions League.
Noi non siamo questa roba qui, Massimo. Mettitelo in testa e spiegalo per bene anche a Rafa. “La Coppa Italia era solo un fastidio” è una frase che abbiamo sempre lasciato ben volentieri alla parte puzzolente di Milano, a quella tutta chiacchiere, toppe e obiettivi che si spostano a seconda della convenienza.
Noi sette mesi fa abbiamo vinto TUTTO. E non perchè eravamo i più forti, perchè davamo dieci giri di pista a tutti gli altri, perchè avevamo in campo il top 11 mondiale con in testa Xavi, Iniesta e Messi. Proprio no. Abbiamo vinto TUTTO giocando alla morte ogni partita, senza snobbare niente e nessuno e senza abbassarci a fare calcoli di nessun tipo.
Mercoledì 16 dicembre 2009 abbiamo giocato gli ottavi di finale di Coppa Italia a San Siro contro il Livorno, con una temperatura polare e più gente nel rettangolo di gioco che sugli spalti. Partita decisa da Sneijder su punizione, con in campo Maicon, Lucio, Chivu, Thiago Motta, Stankovic e Milito. Te la ricordi quella partita, Massimo? Dove sarebbe stato il nostro magnifico Triplete senza quella partita? Dove sarebbe stato se avessimo “risparmiato Sneijder a causa delle troppe partite”?
E noi oggi, dodici mesi dopo, andiamo a giocare la Champions League con la formazione riportata alla prima riga di questo post? Con la testa altrove?
Sicuri di ritrovarla ad aspettarci ad Abu Dhabi, la testa? Sicuri che non se ne vada prima o che, che so, non risulti sconvolta da una eventuale figuraccia rimediata stasera? Sicuri che la nostra testa si degnerà di scendere in campo contro avversari coreani di cui non conosciamo neanche il nome, dopo che qualcuno le ha dato due turni di riposo all’Olimpico di Roma e in Champions League?
E il cuore, dove sarà stasera? E dove sarà mentre noi giocheremo ad Abu Dhabi?
Perchè potremo metterci anche gambe e testa, ma senza cuore, senza determinazione, senza cattiveria non andremo da nessuna parte, nè stasera nè in futuro. E chi ha fatto a pezzi il Barcellona dei miracoli al Camp Nou non dovrebbe dimenticarlo mai.
Svegliati Massimo. Poi sveglia tutti gli altri.
E smentitemi, se ne siete capaci.
Bauscia Cafè, l’unico blog capace di superare le 1500 visite al giorno anche se non c’è scritto niente. Se fossimo di un’altra squadra di Milano potremmo farci una toppa, ma grazie a Dio non lo siamo e prendiamo questa notizia semplicemente come una piccola nota divertente in un periodo nero, nerissimo.
I problemi tecnici che abbiamo incontrato nei giorni scorsi (non del tutto superati, ma speriamo che non ve ne accorgiate) si sono sposati benissimo con la sconfitta a Verona. La seconda di fila, come non succedeva da anni. L’impossibilità di scrivere a caldo ci ha permesso di pensare, di razionalizzare. I problemi tecnici sono stati, per noi, ciò che a quanto pare Massimo Moratti è stato per Marco Branca (esattamente così, non abbiamo sbagliato a scrivere) dopo il 2-1 di domenica pomeriggio.
Ora siamo tornati online, e siamo lucidi. Ma comunque incazzati neri.
Julio Cesar, Chivu, Obi, Coutinho, Milito, Suazo: 6 infortuni muscolari in 6 giorni nella scorsa settimana. Il tutto condito da una apatia vista in campo tra i giocatori che ha qualcosa di incredibile, di irreale. Quasi di sconvolgente. Al di là di un paio di elementi semplicemente inadeguati a questi palcoscenici, al di là di 3-4 nitide palle gol che nonostante tutto sono arrivate anche contro il Chievo, al di là di un calo fisico che comincia a non essere più una giustificazione accettabile, sono stati alcuni gesti, alcuni volti visti in campo a fare impressione. Intorno a un Lucio che predica nel deserto abbiamo visto un Eto’o che si batte e si sbatte ma si lascia andare al più clamoroso dei gesti di frustrazione (che verrà punito, specifichiamo, più che giustamente). Uno Stankovic mai così smarrito, un Cordoba assente, un Santon distratto, uno Sneijder che -per colpa o per destino- del pallone non sa proprio cosa farne: questa è stata l’Inter domenica pomeriggio.
Colpa di Benitez?
Forse sì. In fondo l’allenatore deve essere anche un “motivatore”, no? Ma hanno bisogno di un motivatore dei ragazzi che sei mesi fa vincevano tutto e oggi vengono derisi e sbeffeggiati dal primo Pellissier che incrocia le loro strade? Hanno bisogno di qualcuno che gli spieghi che loro sono più forti? Di qualcuno che li sproni a dimostrarlo, di qualcuno che li svegli dal torpore in cui sembrano calati? No, non dovrebbero. Eppure è così. Incomprensibile, ingiusto, assurdo: ma è così.
Diventa così se la squadra non ha fiducia nella propria guida, diventa così, soprattutto, se i giocatori non hanno fiducia nel proprio fisico. Paura di farsi male. Latente, da superare, eppure così evidente.
Al netto della preparazione, le colpe di Benitez sono ai minimi storici. Cambiare allenatore? A che scopo? Cosa può dare un nuovo allenatore, cosa ci si aspetta da lui? Che gli infortunati ricomincino a camminare? Non succederà.
Le voci che si inseguono intorno a Moratti e alla Saras, però, sono tutt’altro che tranquillizzanti. Il Twente come chiave di volta del destino di Benitez. Ha senso? No. Fino a quando siamo ancora in tempo, quindi, ci permettiamo di stendere i nostri suggerimenti per il superamento di questo periodo.
1) Identificare i responsabili della preparazione e della inaccettabile serie di infortuni, sviscerare con loro le cause di questa situazione, prendere tutti i provvedimenti del caso: se delle teste devono saltare, che siano qui.
2) Confermare senza tentennamenti Benitez sia in pubblico che, soprattutto, in privato: Rafa Benitez è l’allenatore dell’Inter e porterà la squadra fino a giugno, con l’aiuto di tutti. Nessuno può sostituirlo, nessuno può garantire risultati migliori. E lui non deve diventare un alibi per dei giocatori che, come gli studenti con una supplente, approfittano dell’aria di precarietà per dare un decimo di quanto possono. C’è in ballo una qualificazione agli ottavi di Champions, c’è in palio un Mondiale per Club. C’è in palio, nonostante tutto, uno Scudetto.
3) Non lanciarsi in spese folli e sproporzionate a gennaio. Ridare stimoli alla squadra e non svenarsi alla caccia di tappabuchi che non sposterebbero di una virgola la competitività della rosa. Barzagli, Palombo, persino Cassano: non ci serve sopravvivere fino a giugno, ci serve un progetto che guardi alla prossima stagione, alla successiva e a quella dopo ancora.
4) Iniziare sin da subito a programmare la prossima stagione. Staff, rosa, strategie di mercato: nulla dovrà essere lasciato al caso, non ci può essere spazio per incertezze e tentennamenti, tutto dev’essere perfetto. Dagli uomini della società, all’allenatore, alla rosa.
A cominciare da domani.
Tutti insieme, sotto col Twente.
Mancava solo l’ufficialità, ora si può dire che è arrivata anche quella: Rafael Benitez Maudes è il nuovo allenatore dell’Inter.
Nato a Madrid nel 1960, inizia a giocare da centrocampista nelle giovanili del Real a soli 12 anni e vi rimane fino a 21, senza riuscire mai ad arrivare in prima squadra. Matura la consapevolezza del fatto che non è il calcio giocato la sua strada e decide di dedicarsi all’Università, lasciando però lo spazio per due brevi esperienze a livello locale nel Parla e nel Linares. A 26 anni lascia definitivamente il calcio giocato e inizia la carriera da allenatore, ancora una volta nelle giovanili del Real, ancora una volta dedicandosi alla squadra della sua città per nove anni: nel 1995, poi, il tanto atteso debutto nella Primera Divisiòn. Una salvezza tranquilla conquistata con il Real Valladolid, poi un anno in Segunda Divisiòn alla guida dell’Osasuna e due anni e una storica promozione conquistata all’Extremadura. Dopo un anno di pausa un’altra promozione, stavolta con il Tenerife, lo porta all’attenzione dell’ambiente calcistico spagnolo e gli consente l’accesso alla prima grande chance della sua carriera: il Valencia.
Era difficile per Los Che immaginare risultati migliori di quelli ottenuti sotto la gestione Cùper, con due finali di Champions consecutive. Eppure Rafa Benitez porta tutti a ricredersi: dopo 31 anni la squadra torna a trionfare nella Liga. E per due volte: 2002 e 2004, anno in cui arriva anche il trionfo europeo che fa del Valencia l’unica squadra ad aver vinto sia la Coppa delle Fiere che la Coppa UEFA. Nell’albo d’oro del trofeo Benitez segue Mourinho, in un incrocio a quei tempi irrilevante ma che diventerà fonte di lunghe discussioni negli anni successivi.
Con il trasferimento di Rafa a Liverpool, infatti, gli scontri con il tecnico di Setubal diventano frequenti e ricchi di spunti polemici. Benitez diventa uno dei bersagli preferiti di Mourinho, che probabilmente non digerisce il fatto di trovarsi di fronte all’unico collega capace di batterlo per ben 5 volte, che su un totale di 57 sconfitte subite dal portoghese in carriera è un numero sufficiente per eleggere Rafa vera bestia nera del Vate di Setubal.
Il passaggio in Inghilterra rappresenta comunque la definitiva consacrazione nella carriera di Benitez. Dopo un inizio stentato che lo porta sull’orlo dell’esonero già a gennaio, il suo Liverpool decolla fino a conquistare un discreto quinto posto in Premier e soprattutto la vittoria della Champions League (di nuovo dopo Mourinho), in quello storico 25 maggio 2005 ad Instanbul che i tifosi italiani -chi per un verso chi per l’altro- non dimenticheranno mai. L’anno successivo arrivano la Supercoppa Europea e la Coppa d’Inghilterra, quello seguente c’è il Community Shield. Ma è dai piazzamenti che si può analizzare l’esperienza inglese di Benitez, è dai piazzamenti che prendono forza, paradossalmente, tanto i suoi sostenitori quanto i suoi detrattori.
Dopo la vittoria in Champions, infatti, Benitez subisce dapprima una brutta eliminazione agli ottavi ad opera del Benfica, salvo poi iniziare ad inanellare una serie di risultati di tutto rispetto: finale, semifinale e quarti, prima dell’ingloriosa eliminazione arrivata nell’ultima stagione addirittura ai gironi. La Premier, dall’altra parte: detto del quinto posto iniziale, arrivano poi due terzi, un quarto e un secondo posto (prima del settimo dell’ultimo anno) che portano il Liverpool a essere unanimamente riconosciuta come una delle “grandi” della Premier League senza però vederlo mai trionfare. Ed è questo il peccato che Benitez sconta agli occhi della Kop e dei (disastrosi) vertici societari: in una piazza “abituata” ai trionfi europei l’astinenza di una vittoria in patria lunga 20 anni non è ammissibile. Le partenze lente e le esplosioni primaverili tipiche delle squadre di Rafa non saranno mai digerite dai tifosi inglesi, che nell’estate appena iniziata si sono separati da lui con dolci e bellissimi ricordi e tanta riconoscenza, ma senza troppi rimpianti.
Inizia quindi oggi la stagione di Benitez all’Inter, il primo tecnico “normale” dopo anni di “speciali”.
Non c’è la fiamma della passione che brucia nei cuori nerazzurri e probabilmente neanche in quello del Presidente, ma forse è proprio questo il definitivo salto di qualità mentale fatto dalla squadra: non abbiamo più bisogno del condottiero, non abbiamo più bisogno del paladino. Ora ci basta un allenatore che sappia fare il suo mestiere e che sia cosciente del fatto che sarà lui a diventare grande con noi, che saremo noi a dare quel tocco in più al suo lavoro.
Restare tra le prime in Europa, continuare a vincere in Italia: questi sono gli obiettivi che è chiamato a raggiungere Benitez. Confrontarsi ancora una volta con il fantasma di Mourinho e ancora una volta non farlo rimpiangere.
E magari stavolta, con questa grande squadra ai suoi ordini, riuscire a batterlo definitivamente.
L’indimenticabile scena in cui Mou apre l’ombrello prima che venga a piovere mi sembra la quintessenza della sua personalità. Quella che aveva sedotto Moratti già prima che il portoghese scegliesse il Chelsea, e che oggi lo porta a Madrid, ancora più ricco di soldi e di “stimoli”, consapevole di correre un gigantesco rischio: abbandonare una squadra vincente per una che non ha mai saputo perdere.
Lo scrivo per l’ultima volta: Mou potrà anche vincere al Real, anzi è obbligato a farlo, ma non può far finta di non sapere che le Merengues sono il Potere, l’Istituzione, la Prosopopea incaranta dai Florentino Perez, a differenza di Inter, Chelsea e Porto, che dovevano fronteggiare club più potenti. Fatti suoi, comunque. Del resto, ha ammesso di aver cominciato a pensare al Real già 4-5 mesi fa (e prima o poi sapremo quando è avvenuto il primo contatto fra Jorge Mendes e gli emissari madridisti).
Si troverà un accordo, nessuno perderà la faccia, le clausole rescissorie sono fatte apposta per gestire le rotture, ed evitare che diventi una Guerra dei Roses. Se, poi, l’Inter riuscisse a scaricare Quaresma, o a farsi strapagare Maicon (puntando con decisione su Santon), tanto meglio. Il Real era, ai miei occhi, la squadra più antipatica del mondo – dai tempi della Quinta del Buitre e del miedo escenico, rinnovati dalla fuga notturna di Ronaldo – non diventerà certo più simpatica ora che ha Cristiano Ronaldo, Kakà e l’ottimo Mou.
Da tempo, Moratti è diventato post-ideologico. Incassata la clausola, finirà per aver pagato Mourinho come un Ranieri qualsiasi… Non è nemmeno sfiorato dall’idea dell’Inter Agli Interisti (sono lontani e spero irripetibili i tempi di Suarez, Corso e Marini sulla panchina nerazzurra). Moratti sa che ripetersi è difficilissimo, e non vuole un clone di Mou. Meno che mai un suo imitatore. Fosse libero, penso punterebbe su Guardiola. Leonardo mi sembra poco più di una suggestione (certo, ora che Berlusconi l’ha sputtanato con una delle sue uscite farneticanti, potrebbe aver voglia di dimostrare qualcosa). La sensazione è che si stia cercando uno spiraglio per mettere sotto contratto Capello o Hiddink.
Tutti sanno che Capello doveva arrivare all’Inter due settimane prima che scoppiasse Calciopoli (Moratti aveva già perduto fiducia in Mancini). Allora sarebbe stato un errore, domani chissà. Ma non vedo come la federcalcio inglese possa tollerare che il suo allenatore sia distratto durante il Mondiale. Oggi scommetterei su Hiddink.
Sulla figura dell’allenatore, consentitemi di citarmi (le “Confessioni di un interista ottimista” sono da tempo introvabili):
Il più vittorioso fra gli allenatori di basket Nba dell’ultimo quarto di secolo, Phil Jackson, piaceva riunire i suoi migliori giocatori (fra cui Michael Jordan) in una stanza arredata con oggetti della cultura pellerossa; qui si metteva a leggere ad alta voce brani dal Libro della jungla, e preparava così le partite più importanti.
A certi livelli, il mestiere dell’allenatore diventa una questione psicologica, più che tecnica o tattica. Si tratta di gestire delle risorse umane, come dicono gli aziendalisti. Allenare vuol dire estrarre il meglio da ognuno, proteggere i giocatori dagli attacchi esterni, alimentare le speranze di chi vuole conquistare un posto
La difficoltà sta nel convincere una serie di individualisti a credere nel gioco di squadra, e questo può avvenire solo se vi vedranno la loro convenienza. Un buon allenatore sa che le motivazioni dei suoi uomini sono egoistiche: stare in campo il più possibile, segnare gol, avere più soldi e più successo. Trasformare queste aspirazioni in un impasto collettivo, può riuscire se il singolo acquista la consapevolezza che solo “attraverso i risultati del team può raggiungere i propri obiettivi personali” (sono parole di Ettore Messina, grande allenatore di basket). All’allenatore, inoltre, si chiede di fare da parafulmine, “tenere unito il gruppo anche a costo di averlo contro di sé… è importante avere poche regole ma che tutte, dalla prima all’ultima, siano rispettate”: queste, invece, sono parole di Velasco, il cui fallito trapianto dalla pallavolo non depone a favore dell’apertura mentale del mondo del calcio…
All’allenatore si chiede di insegnare tutto ciò che si può provare in allenamento – per esempio come comportarsi sulle “palle inattive”, da cui nascono almeno la metà dei gol – ma anche a reagire con prontezza di fronte alle situazioni impreviste. Non deve avere la pretesa di reinventare un gioco che, per sua natura, ha ben riassunto Cruyff, “consiste fondamentalmente in due cose. La prima: quando hai la palla, devi essere capace di passarla correttamente. La seconda: quando te la passano, devi saperla controllare”.
L’allenatore deve gestire i giocatori con equilibrio, senza teorizzare un egualitarismo smentito dalle diversità nel talento e nel carattere; la capacità di assumere responsabilità sotto pressione distingue un fuoriclasse da un calciatore normale.
Sono passati quasi due anni da quell’inizio di estate del 2008. Il Campionato era finito da poco nella doccia urbiacante di Parma, in cui Ibra aveva messo il sigillo definitivo ad una stagione difficile, combattuta sul filo degli infortuni e di drammatiche dichiarazioni.
Neanche il tempo di festeggiare ed ecco la notizia, che poi troppo notizia non era. Il Mancio esonerato. A dire il vero se lo aspettavano più o meno tutti… almeno all’80% (cit).
Non starò a nascondervi che per me fu un duro colpo, il Mancio per me rappresentava l’allenatore della svolta, quello che aveva riportato la squadra alla vittoria dopo una lunga attesa, quello che aveva un progetto di lungo periodo, tutto quello che ci era sempre mancato.
Chiunque abbia seguito la storia di Bauscia, in tutte le sue molteplici rappresentazioni, ricorderà forse che in quell’occasioni mi espressi in modo molto critico (eufemismo) nei confronti del Presidente Moratti. Quell’esonero troppo mi ricordava quello di Gigi Simoni all’indomani della vittoria contro il Real Madrid in Champions League, fatto scientificamente con lo scopo di portare Lippi sulla panchina della Beneamata la stagione successiva, con le conseguenze che tutti ricordiamo.
In quel momento era ovvio che il successore sarebbe stato José Mourinho, che già tempo prima era stato vicino alla panchina dell’Inter.
Sempre in quel momento, stimolato da errek, promisi di rimangiarmi le aspre parole espresse nei confronti del Presidente Moratti, nel caso in cui José Mourinho fosse riuscito nel compito per il quale, seppur non ufficialmente, il Mancio era stato esonerato in suo favore.
Riportare l’Inter a vincere la Coppa Campioni. Sì, dai quella che da un po’ chiamano Champions League. Questa era la mia condizione, perché posso accettare una debita dose cinismo a patto che seguano degni risultati.
I primi mesi della gestione di Mourinho non furono certo entusiasmanti. Gli acquisti estivi voluti dal tecnico si rivelarono ampiamente al di sotto delle aspettative, la squadra sembrava meno solida di quella guidata dal Mancio. La gestione degli uomini era, dal mio punto di vista, ancora meno soddisfacente. Uomini che negli anni avevano sputato sangue per l’Inter parevano messi da parte e il talentuoso Mario Balotelli era spesso relegato a seconda scelta, dietro all’imbarazzante Adriano, sul quale il tecnico sembrava incaponirsi ostinatamente.Tutto il gioco sembrava passare per i piedi e le magie di Ibrahimovic.
Il tormentone “Mourinho non mangia il panettone” sembrava ogni giorno più realistico. In quei giorni erano in pochi a sostenere, quasi ciecamente il Portoghese. La K Family, e pochi altri.
Ripensandoci ora non saprei dire quale fu precisamente il momento in cui le cose cambiarono come il giorno e la notte. Probabilmente il giorno di quella famosa conferenza stampa seguita a Inter-Roma. In quell’attimo fu chiaro che José aveva capito tutto della Serie A e che avrebbe ribattuto colpo su colpo a tutte le infamie gettate sull’Inter.
Fu un’epifania.
Poco più di una settimana dopo il Manchester ci eliminava dalla Champions League, ancora una volta agli ottavi. José si presenta in conferenza stampa e annuncia che è sicuro di vincere lo Scudo e che da quel momento sapeva cosa serviva per cercare di vincere la Champions.
Non c’è bisogno di ricordare oltre quel che è successo dopo. Lo sappiamo tutti.
Quello che invece è meraviglioso notare è che quelli che ridevano allora oggi sono in silenzio e la morsa al loro stomaco non è diversa dalla tensione che possiamo provare noi per l’attesa. Mi correggo: è diversa. La loro non è tensione, è terrore.
Sono terrorizzati anche solo all’idea che questa Squadra possa compiere un’impresa leggendaria, che possa realizzare un sogno. Che i Ragazzi possano regalarselo e regalarlo a noi tifosi.
Non riescono a crederci e francamente un po’ facciamo fatica anche noi, perché se ce lo avessero detto all’inizio della stagione avremmo fatto fatica a nascondere un sorriso un po’ beffardo ed amaro.
Sembra che sia passato un secolo e non pochi mesi eppure eccoci qui. Ancora in piedi, ancora in corsa con un Titulo, il più piccolino in saccoccia e pronti a lottare per gli altri due, in ordine crescente di importanza. Andiamo a giocarcela, certo presi da una certa emozione, ma senza alcun timore con il sorriso stampato sul volto, consapevoli che, comunque vada, siamo finalmente tornati Grandi.
Oggi, in anticipo, voglio mantenere la promessa fatta ad errek , anche se quel certo evento non si è ancora verificato.
Voglio scriverlo ora, che la nostra Storia deve ancora decidersi e avrei voluto scriverlo anche prima.
Per questa Stagione. Per questa Squadra. Per i nostri Colori.
Puntuali, come un orologio sfizzero (cit.), tornano alla ribalta le voci del presunto coinvolgimento dell’Inter in calciopoli. I legali di Luciano Moggi infatti, nell’ambito del processo penale relativo allo scandalo calcistico in corso a Napoli, avrebbero l’intenzione di richiedere l’acquisizione di alcune telefonate intercorse tra l’allora designatore Paolo Bergamo, Massimo Moratti e Giacinto Facchetti. I testi delle stesse sarebbero state fornite proprio dagli avvocati dell’ex dirigente bianconero.
Alla lettura di questa notizia, la prima considerazione che mi è sorta spontanea è stata la seguente: ma come, non ci hanno sempre raccontato l’accattivante tesi che proprio Massimo Moratti e Tronchetti Provera, all’epoca massimo dirigente di Telecom Italia, avessero architettato tutto, facendo in modo che le telefonate con protagonisti i dirigenti nerazzurri non fossero intercettabili dall’A.G.? Non era stata sempre Telecom a far si che le uniche chiacchierate compromettenti a venire alla luce fossero quelle nelle quali erano coinvolti dirigenti e personaggi di spicco legati a squadre avversarie dalla Beneamata? E adesso invece, in un batter d’occhio, tutto cambia. Per illustrarci quelle brillanti deduzioni pensate a quante parole di opinionisti più o meno eccellenti, fiumi di inchiostro utilizzati da quotidiani più o meno di parte e tastiere di pc ormai usurate appartenute a redattori di siti fegatosi siano andate inutilmente sprecate negli anni successivi lo scandalo per sostenere, peraltro senza alcun riscontro oggettivo, l’ipotesi di un Moratti genio del male e manovratore assoluto del complotto.
D’altra parte, prendendo in prestito il vecchio detto “mal comune mezzo gaudio”, ci hanno anche sempre rinfacciato come fosse strano che non esistessero intercettazioni con protagonisti dirigenti nerazzurri e che fosse impossibile che una grande società come F.C. Internazionale non avesse alcun tipo di rapporto con quelli che comunque all’epoca rivestivano le cariche dirigenziali del nostro calcio. Giustissimo, se non fosse però che le intercettazioni venute alla luce nell’estate del 2006 che tutti conosciamo fossero esclusivamente quelle con rilevanza penale. Perché è impensabile che in un fascicolo di indagine vengano acquisite tutte le migliaia di conversazioni intercettate, con protagonisti decine e decine di soggetti. Le telefonate di Moratti e Facchetti con Bergamo all’epoca non vennero rese note alla pari di quelle sicuramente esistenti ad esempio tra Bergamo, Pairetto o Moggi con amici, conoscenti o le rispettive consorti (perché anche qui è impensabile che nell’arco di quasi due anni non esistano telefonate di questo tipo), nelle quali magari gli interessate discutevano di argomenti di vita quotidiana, o semplicemente nelle quali le mogli chiedevano ai mariti di acquistare un litro di latte o un chilo di pane prima di rincasare. E questo perché? Il motivo è semplice: in quelle chicchiarate gli investigatori non rilevarono alcun elemento che potesse essere rilevante ai fini dell’indagine. A spiegarcelo meglio sono gli stessi inquirenti del processo di Napoli: “Il significato attribuito alle telefonate non trascritte, tra le 171mila intercettate nel corso dell’indagine di Calciopoli, rappresenta un’opera di disinformazione allo stato puro“. Così fonti degli inquirenti che hanno condotto l’inchiesta napoletana sugli illeciti nel mondo del calcio commentano le notizie diffuse oggi. “Il reato – spiegano le fonti – non è parlare al telefono, ma è reato quando si stipulano accordi illeciti. Le vittime non possono essere trasformate in autori del reato” (ANSA).
Altra cosa che mi lascia stupito è che su un sito web di un giornale con diffusione a livello nazionale come la Gazzetta Dello Sport, si riportino i testi di dette intercettazioni riprendendole da un sito goBBo notoriamente di parte, citandone la fonte nell’articolo. Non sarebbe stato forse il caso di acquisirle direttamente dai fascicoli processuali o dagli atti presentati dagli avvocati di Moggi, per avere un quadro più chiaro? Per par condicio, a questo punto, invito i redattori della rosea a fare lo stesso con quanto pubblicato sull’argomento in varie epoche da Bausciacafè, naturalmente citandone la fonte. Scommettiamo che questo non accadrà?
Aggiornamento:qua trovate l’audio della “compromettente” telefonata in cui Paolo Bergamo contatta Massimo Moratti.
Abbiamo ancora negli occhi le immagini dello strepitoso successo di Marassi (anzi AVETE, visto che io purtroppo mi sono dovuto accontentare degli Highlights in differita) e già ci prepariamo all’importante match casalingo contro la Dynamo Kiev.
C’è da sperare che una vittoria tanto netta, ottenuta contro uno degli avversari più temibili del campionato Italiano, abbia galvanizzato l’ambiente ed è quello che sostiene anche il Mou nell’odierna conferenza stampa.
Una certa dose di prudenza tuttavia è d’obbligo perché l’avversario nasconde molte insidie e anche su questo il tecnico si è espresso molto chiaramente. La Dynamo se l’è giocata a viso aperto contro il Barca, certo con i risultati che ben sappiamo, ma ha mostrato organizzazione e velocità.
Piedi ben piantati per terra quindi e niente gambe tremanti anche e soprattutto considerando che la stampa sta in queste ore ripetendo il copione che aveva sfoderato dopo il successo nel Derby e la vittoria di Parma. Anche su questo il commento del Filosofo di Setubal non si è fatto attendere:
Ai giocatori ho detto di non leggere tanto i giornali che parlano male di noi, né quelli che parlano molto bene di noi dopo Genova (fonte: Gazzetta.it)
A detta di José il match di domani è importante, ma non fondamentale poiché ci sono in palio ancora 12 punti. Sono completamente d’accordo con lui a metà.
Se da un lato siamo ormai ben abituati a non considerare troppo ciò che dicono di noi gli scribacchini in merito alle nostre prestazioni in Europa, dall’altro vorremmo ritrovare quella grinta che ci vede vincenti da quattro favolosi anni in Italia anche nella massima competizione Continentale.
Il Presidente, giustamente euforico per lo 0-5 di Genova, ha chiesto proprio questo. Chiede che si vada in Europa, con convinzione e con la consapevolezza che se c’è quella le vittorie arriveranno. Perché il gruppo c’è e si è mostrato forte e coeso. L’eccellente campagna acquisti di quest’anno, unita a un vivaio che ben conosciamo, promette lo sviluppo di un progetto solido. Con queste basi è lecito aspettarsi un passo avanti anche dal punto di vista mentale (lascio che siano UN e la Miss a parafrasare in lingua corrente ciò che chiediamo ai ragazzi).
Dal punto di vista tattico non si può ancora dire nulla. Le scelte del Mou saranno condizionate dal recupero di almeno uno tra Eto’o e Milito. Mario è squalificato e Suazo, con tutto il rispetto, mi sembra proprio l’ultima spiaggia. In dubbio anche Cambiasso, mentre sicuro assente sarà Motta.
Degli avversari non aggiungo nulla in più perché la partita di domani la giocheremo soprattutto con noi stessi.
Su di loro un solo dubbio: l’uomo con il tanga farà serata con Giorgio oggi?
Se il calcio fosse un luogo razionale, dovremmo già essere strasicuri di cinque divorzi: 1) Trezeguet; 2) Mourinho; 3) Ancelotti; 4) Maxwell; 5) Ibrahimovic. Il punto è: chi se li prende?
Ranieri ha zittito Trezeguet con una foga eccessiva; il francese si era lamentato come si lamentano tutti, ma forse il tecnico bianconero ha scelto di cambiare modulo, e gli fa comodo se il francese se ne va. Purtroppo (per lui e la Juve) non si vede chi al mondo possa garantire 5 milioni di euro netti a stagione (fino al 2011) a un trentunenne che quest’anno è rimasto quasi sempre in panchina o in tribuna. Se vogliono cederlo, devono farlo giocare, ma il miraggio scudetto non è ancora svanito e il secondo posto darebbe comunque a Ranieri la patente di chi ha saputo migliorarsi rispetto all’anno prima. Qualche penna compiacente fa circolare la voce che il Milan possa essere interessato a Trezeguet, ma se Galliani compra un altro over 30, deve cercarsi un bunker e viverci in incognito.
Mi ricollego a Luis e al suo bel post di ieri: Mourinho e Moratti dovrebbero vedersi, al più presto, e valutare se e come proseguire insieme. Perché l’allenatore pare abbia preparato una lista di proscrizione con la quale metà degli allenatori di Serie A sarebbe capace di raggiungere la Zona Champions, e sapendo che l’Inter vuole liberarsene, questa dozzina di campioni o presunti tali non ha prezzo di vendita (chi può essere tanto folle da prendersi Vieira, Quaresma, Suazo, Materazzi e Mancini?). Gli unici a fine corsa sono Crespo, Cruz e Figo. Al contrario, i nomi voluti da Mourinho sarebbero costosissimi, e Moratti ha già dimostrato di disamorarsi in fretta degli allenatori che strapaga. Il portoghese ha commesso l’errore imperdonabile di puntare su Quaresma, ha fatto capire di disprezzare il mondo intorno al calcio italiano e se si convince che non vincerà la Champions nemmeno l’anno prossimo, potrebbe ascoltare le sirene (inglesi e madrilene).
Il terzo posto non basterà ad Ancelotti per dimenticare di aver fatto da parafulmine a una società che gli ha imposto scelte scellerate. Se la stampa sportiva italiana non fosse così incline alla “prostituzione intellettuale”, dovremmo leggere che per il secondo anno consecutivo il Milan ha regalato lo scudetto all’Inter, inseguendo il merchandising (magliette e amichevoli estere) mentre poteva disporre di un numero di campioni doppio rispetto a quello ai nerazzurri. Invece, si preferisce piangere sugli infortuni (come se l’Inter non ne avesse avuti), dimenticando che con un discreto difensore al posto di una delle tante stelle e mezze punte, il Milan starebbe là in cima. Ancelotti è il primo a saperlo, ma per lui c’è solo una panchina che vale la pena, quella di Madrid, e fino ai primi di luglio non si saprà chi paga (Florentino Perez?).
Su Maxwell è certo, su Ibra è probabile: se ne vogliono andare. Hanno lo stesso procuratore – che è anche quello di Maicon… -, un tipo sveglio che pur di guadagnare un euro ha già infinocchiato il Milan (trasferimento di Ibra dalla Juve all’Inter). Fosse per me, nessuno è incedibile, anzi Maxwell è cedibilissimo. Quanto a Ibra, non lo si può trattenere controvoglia: vuole la Champions, ogni volta che apre bocca fa capire di avere dubbi sul Progetto Inter. Conclusione: se Mourinho fa le valigie, se ne va anche Zlatan. Magari con la stessa destinazione.
Né Moratti né Mou possono stravincere. Serve un punto di equilibrio, che può assomigliare a questo: via Maxwell – uno dei pochi da cui ricavare qualcosa – via Quaresma e Suazo, fine-corsa per Figo, Crespo e Cruz (mi vien da piangere immaginandolo altrove). E tre arrivi “pesanti”: un centravanti e due centrocampisti. Totale: 10-20 milioni di deficit.Il mio timore è che sia Moratti che Mou, per puro orgoglio, tirino troppo la corda, fino a spezzarla. A quel punto chi potrà trattenere Ibra?
MOURINHO, INTER E’ ANDATA MALE, MALE, MALE
Milano, 26 nov. – (Adnkronos) – ”Male, male, male”. Jose’ Mourinho boccia la sua Inter. I nerazzurri, sconfitti in casa dal Panathinaikos per 1-0, si sono comunque qualificati agli ottavi di finale di Champions League. ”Va bene la classifica, ma se devo pensare solo alla partita di stasera… male, male, male”, dice il tecnico portoghese ai microfoni di Sky Sport.
MORATTI, BICCHIERE MEZZO PIENO MA RESTA BRUTTA FIGURA
Milano, 27 nov. - (Adnkronos) – “Il bicchiere e’ mezzo pieno, ma resta la brutta figura”. Massimo Moratti non usa giri di parole per descrivere la situazione dopo il ko interno dell’Inter contro il Panathinaikos. I nerazzurri nonostante tutto hanno ottenuto la qualificazione per gli ottavi di Champions League, ma Moratti non e’ soddisfatto. “Il bicchiere e’ mezzo pieno per il fatto della qualificazione, che e’ molto importante -premette Moratti rispondendo alle domande dei giornalisti davanti agli uffici della Saras-. Non e’ dovuta a noi, ma al risultato delle altre squadre. Ci tranquillizza un po’. Sotto il profilo della soddisfazione ovviamente non c’e’. Resta la brutta figura da parte della squadra per aver perso questa partita. Anche se devo dire che, al di la’ di tutte le scuse psicologiche, di non motivazione e tutte le cose che si vogliono trovare, in realta’ il Panathinaikos ha giocato bene e in maniera intelligente, in una partita difficile”. Mourinho ha criticato l’atteggiamento della squadra ma ha fatto anche ‘mea culpa’. Un comportamento che e’ piaciuto a Moratti: “Io ho sentito che ha criticato anche se stesso. Ha criticato la maniera nella quale e’ stata affrontata la partita. E’ stato molto bravo nel fare questa analisi e nel giudicare l’andamento di questa partita. E’ stato molto umile e professionale. Ho visto i giocatori dopo la gara ed erano sinceramente molto dispiaciuti. Credo che a volte certe lezioni servano”. Per Moratti, comunque, gli esami veri in Europa devono ancora cominciare: “Il momento di crescita e’ quello delle partite secche. Nella fase a gironi ti puoi concedere qualche errore”.
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