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scritto da Taribo59 il 30 novembre 2010 alle 15:57
Immagino l’umore di Benitez davanti alla tv, ieri sera. Il mio era, se possibile, ancora più euforico. Perché – come ho scritto qualche giorno fa – l’Inter deve liberarsi dal fantasma di Mourinho, deve dimostrare a Mou che è lui ad aver sbagliato, andandosene.
Aveva già funzionato perfettamente con Ibra: lui se n’è andato, e l’Inter è nettamente migliorata. Essendo poco furbo, Ibra se n’è andato anche dal Barca, e anche gli azulgrana sono migliorati: se prima giocavano “il calcio del 2015″ ora giocano quello del 2020.
La lezione di calcio impartita dal Barcellona di Guardiola – 5 gol, 1 palo, 4-5 occasioni sprecate; 8 ammoniti e un espulso fra le merengues, nemmeno un tiro nello specchio della porta – mi ha sorpreso, perché non credevo che Mou potesse commettere un errore simile. Il 20 e il 28 aprile scorso, ha accuratamente evitato la tattica del fuorigioco contro i migliori palleggiatori del mondo. Soprattutto, all’epoca, poteva disporre di Cambiasso, Sneijder, Stankovic, Zanetti e Thiago Motta, nonché di Lucio e Samuel: calciatori molto più dotati di intelligenza calcistica di quanto non lo siano Marcelo, Pepe, Ramos, Khedira, Ozil, De Maria, Diarra e Xabi Alonso (salvo Carvalho, che ha preso le misure a Messi).
Ieri sera, nessuno del Real aggrediva il portatore di palla avversario, la difesa in linea era un invito a nozze per quei geni del calcio che rispondono ai nomi di Xavi e Iniesta, e per quei velocisti che sono Pedro e Villa. Se Messi non si fosse intestardito in un partita personale (assist a parte), sarebbe finita 8-0.
Finita la festa, Benitez deve assorbirne l’intima lezione: per giocare come il Barca, l’Inter non ha i piedi, ma il nostro centrocampo può avere qualità tattiche impareggiabili, se solo viene messo nella condizione di rifiatare.
Quanto a Mou, ha cercato di mostrare la faccia tranquilla, ma stanotte non ha dormito: ora sa che, con quel centrocampo, a fine stagione finirà a sero tituli.
scritto da Nk³ il 22 novembre 2010 alle 23:59
Bauscia Cafè, l’unico blog capace di superare le 1500 visite al giorno anche se non c’è scritto niente. Se fossimo di un’altra squadra di Milano potremmo farci una toppa, ma grazie a Dio non lo siamo e prendiamo questa notizia semplicemente come una piccola nota divertente in un periodo nero, nerissimo.
I problemi tecnici che abbiamo incontrato nei giorni scorsi (non del tutto superati, ma speriamo che non ve ne accorgiate) si sono sposati benissimo con la sconfitta a Verona. La seconda di fila, come non succedeva da anni. L’impossibilità di scrivere a caldo ci ha permesso di pensare, di razionalizzare. I problemi tecnici sono stati, per noi, ciò che a quanto pare Massimo Moratti è stato per Marco Branca (esattamente così, non abbiamo sbagliato a scrivere) dopo il 2-1 di domenica pomeriggio.
Ora siamo tornati online, e siamo lucidi. Ma comunque incazzati neri.
Julio Cesar, Chivu, Obi, Coutinho, Milito, Suazo: 6 infortuni muscolari in 6 giorni nella scorsa settimana. Il tutto condito da una apatia vista in campo tra i giocatori che ha qualcosa di incredibile, di irreale. Quasi di sconvolgente. Al di là di un paio di elementi semplicemente inadeguati a questi palcoscenici, al di là di 3-4 nitide palle gol che nonostante tutto sono arrivate anche contro il Chievo, al di là di un calo fisico che comincia a non essere più una giustificazione accettabile, sono stati alcuni gesti, alcuni volti visti in campo a fare impressione. Intorno a un Lucio che predica nel deserto abbiamo visto un Eto’o che si batte e si sbatte ma si lascia andare al più clamoroso dei gesti di frustrazione (che verrà punito, specifichiamo, più che giustamente). Uno Stankovic mai così smarrito, un Cordoba assente, un Santon distratto, uno Sneijder che -per colpa o per destino- del pallone non sa proprio cosa farne: questa è stata l’Inter domenica pomeriggio.
Colpa di Benitez?
Forse sì. In fondo l’allenatore deve essere anche un “motivatore”, no? Ma hanno bisogno di un motivatore dei ragazzi che sei mesi fa vincevano tutto e oggi vengono derisi e sbeffeggiati dal primo Pellissier che incrocia le loro strade? Hanno bisogno di qualcuno che gli spieghi che loro sono più forti? Di qualcuno che li sproni a dimostrarlo, di qualcuno che li svegli dal torpore in cui sembrano calati? No, non dovrebbero. Eppure è così. Incomprensibile, ingiusto, assurdo: ma è così.
Diventa così se la squadra non ha fiducia nella propria guida, diventa così, soprattutto, se i giocatori non hanno fiducia nel proprio fisico. Paura di farsi male. Latente, da superare, eppure così evidente.
Al netto della preparazione, le colpe di Benitez sono ai minimi storici. Cambiare allenatore? A che scopo? Cosa può dare un nuovo allenatore, cosa ci si aspetta da lui? Che gli infortunati ricomincino a camminare? Non succederà.
Le voci che si inseguono intorno a Moratti e alla Saras, però, sono tutt’altro che tranquillizzanti. Il Twente come chiave di volta del destino di Benitez. Ha senso? No. Fino a quando siamo ancora in tempo, quindi, ci permettiamo di stendere i nostri suggerimenti per il superamento di questo periodo.
1) Identificare i responsabili della preparazione e della inaccettabile serie di infortuni, sviscerare con loro le cause di questa situazione, prendere tutti i provvedimenti del caso: se delle teste devono saltare, che siano qui.
2) Confermare senza tentennamenti Benitez sia in pubblico che, soprattutto, in privato: Rafa Benitez è l’allenatore dell’Inter e porterà la squadra fino a giugno, con l’aiuto di tutti. Nessuno può sostituirlo, nessuno può garantire risultati migliori. E lui non deve diventare un alibi per dei giocatori che, come gli studenti con una supplente, approfittano dell’aria di precarietà per dare un decimo di quanto possono. C’è in ballo una qualificazione agli ottavi di Champions, c’è in palio un Mondiale per Club. C’è in palio, nonostante tutto, uno Scudetto.
3) Non lanciarsi in spese folli e sproporzionate a gennaio. Ridare stimoli alla squadra e non svenarsi alla caccia di tappabuchi che non sposterebbero di una virgola la competitività della rosa. Barzagli, Palombo, persino Cassano: non ci serve sopravvivere fino a giugno, ci serve un progetto che guardi alla prossima stagione, alla successiva e a quella dopo ancora.
4) Iniziare sin da subito a programmare la prossima stagione. Staff, rosa, strategie di mercato: nulla dovrà essere lasciato al caso, non ci può essere spazio per incertezze e tentennamenti, tutto dev’essere perfetto. Dagli uomini della società, all’allenatore, alla rosa.
A cominciare da domani.
Tutti insieme, sotto col Twente.
scritto da Grappa e Vinci il 15 novembre 2010 alle 5:55
Benitez, definendo nei giorni scorsi la partita di ieri sera come “il derby della svolta”, ha dimostrato a tutti di non essere uno che racconta frottole: dopo anni di vittorie, imprese, trionfi, una svolta più decisa non poteva arrivare.
Rafa, determinato a mangiare il panettone, per la grande sfida corre ai ripari ed opta per il rombo, anche se rispetto alla famosa “sciarpa” messa da Mourinho a Palermo due anni fa il suo è più un bavaglio, di quelli con le paperelle ricamate sopra. Lo spagnolo punta sulla vecchia guardia dietro e lancia Obi in mezzo al campo, con Eto’o largo a sinistra e Milito nella morsa dei centrali rossoneri. A destra, nessuno, in modo da lasciare spazio alle scorribande di Cordoba.
Dei nuovi acquisti, in campo solo Plusvalença, talento lusitano sul quale la società scommette molto. Spiccano le assenze di Mancini e Suazo, che il panettone l’hanno mangiato da un pezzo e già pensano all’uovo di pasqua.
Se non altro, l’undici nerazzurro, per quanto poco rinnovato, non manca d’esperienza: è proprio di questa che si arma Materazzi quando, dopo una palla persa dopo una sortita offensiva di Chivu – salito a ridosso dell’area avversaria per tenere basso il temibile Abate -, dapprima tenta un improbabile anticipo a centrocampo in stile Rivas, poi insegue caracollando Ibra e lo stende in area proprio quando lo svedese era riuscito ad incartarsi, regalando al Milan un goloso rigore dopo appena cinque minuti di gioco. Sul dischetto, sconsolato, va lo stesso Ibra, che ci teneva a non lasciare alcun tipo di traccia anche ieri sera ed invece mette dentro, poi guarda la nord e sembra quasi rammaricarsi della realizzazione.
La reazione dei nerazzurri è veemente: Cordoba riceve palla a centrocampo, si gira verso la sua porta, ci pensa un po’ e poi passa a Castellazzi che spedisce in fallo laterale. Il Milan, squadra coriacea capace di perdere in casa contro la Juve di Pepe terzino e Sissoko ala destra, viaggia su ritmi insostenibili per i nerazzurri, che comunque possono vantare rispettabili percentuali di possesso palla. Dopo una mezz’ora da brivido dei ragazzi di Benitez, Obi, uno dei pochi in grado di deambulare come si conviene ad un essere umano, si rompe ed è costretto ad uscire: la compagine nerazzurra dichiara lo stato di emergenza, ed entro pochi giorni verrà indetta la gara d’appalto per ricostruire la rosa interista. Già da oggi è possibile donare due euro mandando un sms al t814g0m0tt4.
Al posto del giovane nigeriano entra Coutinho, inserendo il quale Benitez si toglie il bavaglio e torna al 4-2-3-1, preparandosi a pappare. L’Inter riesce finalmente a mettere insieme tre passaggi di fila ed un tiraccio da lontano, score che ovviamente non basta ad impensierire i rossoneri, che vogliono i tre punti per confermarsi al primo posto. Tra i tifosi nerazzurri c’è il timore che una possibile sconfitta possa avere pesanti ripercussioni sul cammino dei campioni d’Italia, ed è solo grazie a Cordoba che questi dubbi vengono spazzati via. Il colombiano prende palla, si fa sessanta metri di progressione saltando tre uomini, crossa e riapre il campionato, chiarendo ai presenti che una squadra che permette ad Ivan di andarsene in dribbling arando la fascia non può rappresentare una concreta minaccia nella lotta per il tricolore.
Durante l’intervallo, Milito viene punto da un insetto e contrae il morbo di Thiago Motta. La malattia lo inchioda negli spogliatoi ed al suo posto entra Pandev.
Se il primo tempo era stata una discreta tragedia, nella ripresa le squadre si mettono d’impegno e producono uno spettacolo di una bruttezza così sconvolgente da risultare quasi ammirevole. Castellazzi riesce a non toccare il pallone con le mani, mentre Abbiati ha il suo ben daffare a respingere tiri della disperazione scagliati da settanta metri.
La partita stagna, e prima Pirlo, con un tacco alla Felipe Melo davanti alla sua area, e poi Abate, guadagnandosi il secondo cartellino giallo dopo una baruffa con Pandev, cercano di mettere un po’ di pepe nell’incontro, senza però riuscirci: l’Inter, nonostante la superiorità numerica, non pare in grado di costruire nemmeno la parvenza di un’occasione da gol. Il fatto che sia una serata storta appare lampante quando Materazzi, dopo aver firmato una prestazione natalizia, ne busca pure, da Ibra oltretutto, ed esce in barella. Benitez non sa più che fare, e con il talentuoso argentino Bilàncio ancora indisponibile non può che mettere dentro Biabiany, che con Cordoba va a comporre il binario di destra più memorabile dai tempi di Vivas e Conceiçao.
Nonostante l’uomo in meno, il Milan riesce anche a ripartire, ed è solo grazie alla mollezza di un Ibrahimovic che non pare essere sceso in campo esattamente con gli occhi della tigre che la maggior parte dei contropiedi non va in porto. La gara si trascina stancamente, con un’Inter formato Emilio Fede che non solo non riesce a concludere, ma nemmeno a provarci, ed un Milan arroccato che rinuncia ad ogni velleità offensiva per proteggere il generoso dono di Matrix.
Benitez, negli ultimi minuti, carica a mille la squadra dicendo ai suoi di star calmi e di far girare il pallone, dando così la spinta necessaria per il colpo di reni finale. Una scarica di adrenalina pura per l’Inter, che produce l’occasione più chiara: un cross alto, lento e nel vuoto di Coutinho abbrancato agilmente da Abbiati, sul quale termina l’incontro. Il fischio finale ufficializza così la svolta dell’Inter, che taglia di netto col passato e si concede un allegro derby di merda, come non accadeva dai tempi dell’hombre verticàl.
Il Milan batte dunque i campioni d’Italia e d’Europa correndo per una mezz’ora scarsa e non tirando mai in porta. Un bello spot per il calcio italiano, che, stando a quel che si è visto nelle ultime giornate, sembra aver perso anche l’ultima squadra rimastagli.
A Benitez restano ora poche settimane per raccogliere i cocci ed andare a vincere un torneo che, per quanto caratterizzato da una discreta atmosfera di amicizia, rappresenta un crocevia fondamentale per tutta la stagione.
scritto da Nk³ il 14 novembre 2010 alle 18:56
Si dice sempre che il derby è una partita a parte, che esula dal resto della stagione, che prescinde dal momento che attraversano le due squadre. Una partita piena di spunti, in cui il carattere conta più di tutto il resto, in cui vince chi lo vuole con più forza. Addirittura una partita in cui chi parte sfavorito è avvantaggiato, un match impronosticabile, imprevedibile. Ebbene: il derby di oggi è tutto questo e probabilmente anche qualcosa in più.
Qualcosa in più perchè non è un Torino-Juventus in cui c’è in palio solo la supremazia cittadina (come se ci fossero dubbi, poi: solo un gobbo potrebbe mettere in discussione la superiorità storica del Toro), o un mediocre Lazio-Roma da metà classifica: è il derby di Milano, qui si parla di Scudetto.
Certo, al di là dei deliri di Galliani (trovarsi in testa alla classifica fa evidentemente male, a chi non è abituato) quella di stasera non è affatto una partita decisiva per il titolo: con due terzi di campionato ancora da giocare e tre punti tra le due squadre, è evidente come qualsiasi discorso sulla vittoria finale sia assolutamente campato per aria, soprattutto in una situazione tutt’altro che chiara e definita come quella che sta proponendo la Serie A in questo periodo.
Non parliamo di lotta-scudetto, dunque. Potremmo parlare dei ridicoli arbitraggi visti nelle partite del Milan fino ad ora, con questi arbitri che in vista delle elezioni hanno improvvisamente smesso di essere comunisti, ma queste sono pratiche che lasciamo volentieri ad altri. Potremmo parlare di Balotelli a San Siro per tifare Milan (del resto si chiama Balotelli. Con la B), ma anche no. Potremmo parlare addirittura della ridicola paura letta in questi giorni da alcuni interisti di subire gol da Ibrahimovic: scusate, ma dopo aver preso gol da Ronaldo in un derby, chissenefrega di Ibrahimovic?
Scegliamo di parlare di tattica allora, e di quelle che sembrano essere le clamorose scelte di Rafa Benitez. Clamorose, sì, perchè a meno che non si stia coprendo dietro uno spesso velo di pretattica, Benitez sembra avere intenzione di mettere in campo tre mosse a sorpresa, tre veri azzardi:
1) Materazzi in campo
2) Difesa con quattro centrali
3) Ritorno al rombo
La formazione dovrebbe infatti vedere il ritorno di Julio Cesar tra i pali e, davanti a lui, Cordoba, Lucio, Materazzi, Chivu; Zanetti, Stankovic, Obi; Sneijder; Milito, Eto’o.
Facile prevedere quello che leggeremo se non dovessimo vincere: Materazzi ha giocato 2 minuti dall’inizio della stagione e non può essere pronto, la difesa a quattro è completamente assente nella fase offensiva, non è il caso di cambiare modulo in una partita importante come quella di stasera.
Noi, però, preferiamo parlare prima. Il ritorno al rombo, innanzitutto: invocato a gran voce da tantissimi tifosi e addetti ai lavori sin dall’inizio dell’anno, è il modulo che ha portato l’ultimo scudetto. Più coperto, meno dispendioso, sicuramente più adatto ai (pochi) uomini a disposizione di Benitez in questo periodo. E’ conosciuto benissimo da giocatori che lo hanno usato ad ogni partita, salvo rare eccezioni, fino a febbraio scorso. Permette a Eto’o e Milito di giocare insieme e vicini alla porta avversaria. Non ultimo, è il modulo che ci ha permesso di brutalizzare i rossoneri l’anno scorso sia nella modesta partita d’andata (4-0) che in quella stratosferica del ritorno (2-0 in 9 contro 12). Un azzardo cambiare modulo proprio in occasione di un match-clou? No, non scherziamo: ciò che conta è l’allenamento e l’allenamento, la preparazione e la predisposizione di chi scende in campo. E poi davanti abbiamo il Milan di Allegri, della difesa ballerina, dell’attacco dei circens…ehm, pardon, dei funamboli: non certo il Barcellona o il Real Madrid.
Materazzi in campo, poi, è sicuramente un rischio, ma qui valgono le parole di Benitez: in queste partite serve passione e carattere, e nessuno più di Matrix può darli. Nessuno meglio di lui può provare a risvegliare un’Inter che troppe volte in questo periodo è sembrata essere molle, quasi svogliata. L’idea di mettere due difensori con le caratteristiche di Lucio e Materazzi davanti a un Milan costretto a giocare con Ibrahimovic unica punta, poi, potrebbe non essere sbagliata: lo svedese non è certo uno che si lascia intimorire dallo scontro fisico, ovvio, ma la pressione di due difensori esperti, tatticamente preparatissimi, capaci di contrastarlo nell’uno contro uno ma anche di andare all’anticipo…quella potrebbe sentirla. Unitamente alla pressione dello stadio, al peso della partita più che ai fischi che gli pioveranno inevitabilmente addosso. “Non li temo”, ama ripetere Zlatan, ed è vero: ma li subisce, non è una novità.
La mossa che mi lascia più perplesso, invece, sono i quattro marcatori schierati in linea in difesa. Alle spalle di Ibrahimovic agiranno larghi Seedorf e Robinho, e in questo senso Cordoba e Chivu potrebbero certamente creare più di un problema ai due trequartisti rossoneri, liberando da qualche pensiero i due centrali. D’altra parte, però, l’assenza di almeno un terzino fluidificante toglierebbe tante soluzioni alla manovra offensiva di qualsiasi squadra, e a maggior ragione rischia di essere devastante in una realtà abituata a scendere in campo con un certo Maicon.
Tre mosse che comunque hanno senso, tre rischi che Benitez sceglie(rebbe?) di prendersi con un vero colpo di teatro. Sono queste, di solito, le mosse che se vanno bene fanno guadagnare al mister la fiducia dei giocatori, sono queste le mosse che sono servite a Roberto Mancini prima e Josè Mourinho poi di costruire uno schiacciasassi che ciecamente, alle spalle dell’allenatore, riusciva ad affrontare chiunque. Lo ha detto, Rafa: questa potrebbe essere la partita della svolta.
Checchè ne dica la classifica, i tre punti sono l’ultimo dei nostri problemi: il campionato è ancora lunghissimo e i distacchi oggi lasciano il tempo che trovano. Ciò che conta è la testa, la mentalità, la convinzione che potremmo guadagnare uscendo vincitori da San Siro. Questa è l’occasione che abbiamo per smaltire definitivamente le tossine del triplete, per scrollarci di dosso la polvere accumulata in questi mesi e per svegliarci, di nuovo.
Per ricordarci chi siamo, per riconquistare la consapevolezza in noi stessi, per iniziare a dare concretamente una chance a Rafa. Per renderci conto che i nostri uomini migliori stanno lentamente tornando. E che con loro siamo, ancora, un gradino sopra a tutti.
scritto da Vujen il 15 giugno 2010 alle 15:37
Ci siamo. Da oggi, Martedì 15 Giugno 2010, ore 12.00, è iniziato ufficialmente il nuovo corso della società nerazzurra. Dal Magnifico e Tripletiano Mourinho, il testimone passerà in mano a Rafa Benitez, ex allenatore del Liverpool e del Valencia, e personaggio molto molto diverso dal vulcanico tecnico lusitano.
Ma come sarà strutturata la nuova Inter? Possiamo per ora, all’inizio della sessione estiva di calciomercato, fare delle ipotesi più o meno probabilistiche. In ogni caso credo sia intelligente separare l’aspetto più tecnico/tattico dall’aspetto mediatico, nell’analizzare le probabili novità nerazzurre per l’anno 2010/2011.
Per quanto riguarda l’Inter sul campo, iniziamo subito col dire che un allenatore più indicato di Benitez, per proseguire le caratteristiche di gioco che Zanetti e compagni hanno utilizzato nell’ultima parte della scorsa stagione, non si poteva trovare. Il perché è presto detto: il marchio di fabbrica del combattivo L’Pool che eravamo abituati a vedere è proprio quel 4-2-3-1 tanto dolce ai colori nerazzurri. È ovvio quindi che l’input iniziale di Benitez sarà l’input finale di Mourinho, nel segno di quella continuità tattica tanto voluta dai vertici dirigenziali nerazzurri (ed a ragione, credo di poter dire a nome di tutti).
Proprio questo sarà l’aspetto principale che andremo ad analizzare: sebbene il credo tattico rimanga pressappoco immutato, ci sono alcune differenze tra il gioco “mourinhiano” e quello “beniteziano” che vale la pena sottolineare: per prima cosa la principale differenza che salta all’occhio è la mentalità di squadra: l’Inter di Mourinho è stata un gruppo di calciatori che ha avuto, oltre ad un grandissimo sacrificio collettivo, anche l’istruzione precisa di non soffocare la genialità, l’individualità, la fantasia del singolo. Basti pensare alle azioni di Balotelli, ai dribbling di Eto’o ed alle discese di Lucio. Ecco, Benitez in questo è molto “sacchiano”, e molto distante dal portoghese. Lo spagnolo non lascia nulla al caso, e lo scopriremo presto, alle prime partite. Se già siam rimasti sorpresi (in positivo, ovviamente), dalle attenzioni di Josè, rimarremo ancora di più colpiti dalla profondità dei giudizi e degli ordini di Rafa. Proprio a causa di questo “soffocamento tattico” la nuova Inter sarà una squadra se possibile ancora più solida di quella precedente, ma d’altro canto perderemo qualcosa per quanto riguarda l’imprevedibilità in attacco. Diciamo, semplicisticamente, che forse ci annoieremo un po’ di più il prossimo anno, e che presumibilmente le nostre coronarie soffriranno leggermente meno.
Detto questo, voglio sottolineare che non dovremo aspettarci sicuramente un’Inter modalità “soldatini coreani”. Il gioco di Benitez è comunque funzionale ai giocatori in squadra, chiaramente, ed il Liverpool di questi ultimi anni non aveva grandi interpreti per quanto concerne il dribbling e la fantasia. Quindi, proviamo ad immaginare una squadra tatticamente simile ai Reds, ma chiaramente di stampo molto più mediterraneo, com’è normale che sia.
Ad esempio, il ruolo che negli anni è stato di Steven Gerrard, idolo ed icona di Anfield, sarà nella nostra squadra impersonato da Wesley Sneijder. Capite già come i due giocatori, oltre alla zona di campo in cui gravitano di solito, non hanno molto in comune. Roccioso, freddo, trascinatore il primo, sgusciante, fantasioso, imprevedibile il secondo. La funzione di Steven è sempre stata quella (quando è stato impiegato dietro le punte e non da interno di centrocampo) di “elastico” tra il centrocampo e l’attacco. L’inserimento e la facilità di tiro la sua dote principale, lo strapotere fisico una sua caratteristica. Wesley (per quanto abbia un gran bel tiro) ha nell’assist e nella visione di gioco i suoi punti di forza, e conseguentemente in fase di possesso palla il nostro gioco sarà obbligatoriamente diverso da quello visto precedentemente in Inghilterra. Anche in virtù del fatto che ci troveremo di fronte squadre chiusissime per lo più, e non, come nel Regno Unito, sempre disposte a giocarsela. Il Kuyt dell’Inter presumibilmente sarà Pandev (secondo me è un giocatore che farà impazzire di gioia Benitez), sempre ligio agli ordini tattici dettatigli dai propri tecnici. L’altro esterno, presumibilmente uno tra Eto’o e Balotelli, sarà invece più spiccatamente fantasioso ed offensivo. E fin qui nulla di nuovo rispetto all’Inter Mourinhiana. Il problema, se così vogliamo definirlo, è proprio la teorica (perché poi c’è da vedere) riluttanza del camerunense nel passare un altro anno a sbattersi sulla fascia al servizio della squadra. Tutto questo, chiaramente, al netto di eventuali cambiamenti di mercato di cui dovremo discuterne al momento opportuno (penso a Milito, ma anche a Mario ed Eto’o).
A centrocampo ci saranno invece delle piccole differenze rispetto al passato. Se Mou amava una coppia centrale dedita a metà tra l’interdizione e la proposizione, Benitez invece propende nettamente per una coppia di mediani che sia sbilanciata nella prima caratteristica. Due tipici medianacci mordi caviglie, che abbiano però anche medie abilità di palleggio (un po’, per capirci, la coppia Mascherano – Xabi Alonso). Proprio il possibile arrivo del capitano albiceleste servirebbe per formare, insieme a Cambiasso, una coppia centrale di assoluto affidamento. Con Motta e Deki (i cui spazi, in teoria, sarebbero molto ridotti) avremmo un reparto di primo livello, in relazione a quelli che sono i suoi compiti.
In difesa tutto dipenderà dall’eventuale partenza di Maicon. Se il terzino più forte del mondo rimanesse (secondo me, ad ora, c’è massimo un 25-30% di possibilità che ciò avvenga) tutto resterebbe inalterato. Se però il brasiliano partisse, dovremo obbligatoriamente affidarci al mercato per prendere un nuovo terzino di spinta, meglio se di prospettiva. I miei consigli in tal senso sarebbero due, a seconda della fascia in cui decideremo di intervenire: Bale del Tottenham a sinistra, e Van del Wiel (visto positivamente anche nell’ultima partita della nazionale olandese) a destra. Entrambi giovani, e con ottimi margini di miglioramento. Anche qui, comunque, non ci rimarrebbe che confidare nell’ottimo Branca.
Questo per quanto concerne l’aspetto tecnico-tattico. Poi (e con Mourinho abbiamo avuto l’esempio migliore che possa esserci) un tecnico moderno, un tecnico da Inter deve svariare ed essere quadrato anche al di fuori del campo di gioco. E qui a mio avviso il paragone con Mou è un po’ impietoso (ma lo sarebbe stato indipendentemente da Benitez o meno). Ma il problema principale, secondo me, è proprio nella natura dialettica dello spagnolo. Rafa non è molto un tipo da “opposizione”, come invece era (ed è) Josè (ed infatti ho moooolti dubbi sul suo futuro operato madrileno), è più un tipo da “squadra cullata e tranquilla”. Onestamente non ho visto molte conferenze stampa di Rafa in passato, lo ammetto, ma quelle in cui ho avuto la fortuna di imbattermi non mi son rimaste impresse per la profondità delle sue dichiarazioni. Per carità, si può vincere anche senza fare fuoco e fiamme in sala stampa ogni settimana, ma io credo (è la mia personalissima opinione, non di certo una verità assoluta) che nel caso dell’Inter è un pelo più facile vincere avendo l’aiuto verbale di un uomo che tuteli i propri tifosi ed i propri giocatori, oltre che chiaramente il proprio operato.
Dopo aver visto solo la conferenza stampa di presentazione, comunque, ad oggi abbiamo solo una cosa da dire: Benvenuto nella tua nuova casa, Rafa.
scritto da Nk³ il 9 giugno 2010 alle 10:05
Mancava solo l’ufficialità, ora si può dire che è arrivata anche quella: Rafael Benitez Maudes è il nuovo allenatore dell’Inter.
Nato a Madrid nel 1960, inizia a giocare da centrocampista nelle giovanili del Real a soli 12 anni e vi rimane fino a 21, senza riuscire mai ad arrivare in prima squadra. Matura la consapevolezza del fatto che non è il calcio giocato la sua strada e decide di dedicarsi all’Università, lasciando però lo spazio per due brevi esperienze a livello locale nel Parla e nel Linares. A 26 anni lascia definitivamente il calcio giocato e inizia la carriera da allenatore, ancora una volta nelle giovanili del Real, ancora una volta dedicandosi alla squadra della sua città per nove anni: nel 1995, poi, il tanto atteso debutto nella Primera Divisiòn. Una salvezza tranquilla conquistata con il Real Valladolid, poi un anno in Segunda Divisiòn alla guida dell’Osasuna e due anni e una storica promozione conquistata all’Extremadura. Dopo un anno di pausa un’altra promozione, stavolta con il Tenerife, lo porta all’attenzione dell’ambiente calcistico spagnolo e gli consente l’accesso alla prima grande chance della sua carriera: il Valencia.
Era difficile per Los Che immaginare risultati migliori di quelli ottenuti sotto la gestione Cùper, con due finali di Champions consecutive. Eppure Rafa Benitez porta tutti a ricredersi: dopo 31 anni la squadra torna a trionfare nella Liga. E per due volte: 2002 e 2004, anno in cui arriva anche il trionfo europeo che fa del Valencia l’unica squadra ad aver vinto sia la Coppa delle Fiere che la Coppa UEFA. Nell’albo d’oro del trofeo Benitez segue Mourinho, in un incrocio a quei tempi irrilevante ma che diventerà fonte di lunghe discussioni negli anni successivi.
Con il trasferimento di Rafa a Liverpool, infatti, gli scontri con il tecnico di Setubal diventano frequenti e ricchi di spunti polemici. Benitez diventa uno dei bersagli preferiti di Mourinho, che probabilmente non digerisce il fatto di trovarsi di fronte all’unico collega capace di batterlo per ben 5 volte, che su un totale di 57 sconfitte subite dal portoghese in carriera è un numero sufficiente per eleggere Rafa vera bestia nera del Vate di Setubal.
Il passaggio in Inghilterra rappresenta comunque la definitiva consacrazione nella carriera di Benitez. Dopo un inizio stentato che lo porta sull’orlo dell’esonero già a gennaio, il suo Liverpool decolla fino a conquistare un discreto quinto posto in Premier e soprattutto la vittoria della Champions League (di nuovo dopo Mourinho), in quello storico 25 maggio 2005 ad Instanbul che i tifosi italiani -chi per un verso chi per l’altro- non dimenticheranno mai. L’anno successivo arrivano la Supercoppa Europea e la Coppa d’Inghilterra, quello seguente c’è il Community Shield. Ma è dai piazzamenti che si può analizzare l’esperienza inglese di Benitez, è dai piazzamenti che prendono forza, paradossalmente, tanto i suoi sostenitori quanto i suoi detrattori.
Dopo la vittoria in Champions, infatti, Benitez subisce dapprima una brutta eliminazione agli ottavi ad opera del Benfica, salvo poi iniziare ad inanellare una serie di risultati di tutto rispetto: finale, semifinale e quarti, prima dell’ingloriosa eliminazione arrivata nell’ultima stagione addirittura ai gironi. La Premier, dall’altra parte: detto del quinto posto iniziale, arrivano poi due terzi, un quarto e un secondo posto (prima del settimo dell’ultimo anno) che portano il Liverpool a essere unanimamente riconosciuta come una delle “grandi” della Premier League senza però vederlo mai trionfare. Ed è questo il peccato che Benitez sconta agli occhi della Kop e dei (disastrosi) vertici societari: in una piazza “abituata” ai trionfi europei l’astinenza di una vittoria in patria lunga 20 anni non è ammissibile. Le partenze lente e le esplosioni primaverili tipiche delle squadre di Rafa non saranno mai digerite dai tifosi inglesi, che nell’estate appena iniziata si sono separati da lui con dolci e bellissimi ricordi e tanta riconoscenza, ma senza troppi rimpianti.
Inizia quindi oggi la stagione di Benitez all’Inter, il primo tecnico “normale” dopo anni di “speciali”.
Non c’è la fiamma della passione che brucia nei cuori nerazzurri e probabilmente neanche in quello del Presidente, ma forse è proprio questo il definitivo salto di qualità mentale fatto dalla squadra: non abbiamo più bisogno del condottiero, non abbiamo più bisogno del paladino. Ora ci basta un allenatore che sappia fare il suo mestiere e che sia cosciente del fatto che sarà lui a diventare grande con noi, che saremo noi a dare quel tocco in più al suo lavoro.
Restare tra le prime in Europa, continuare a vincere in Italia: questi sono gli obiettivi che è chiamato a raggiungere Benitez. Confrontarsi ancora una volta con il fantasma di Mourinho e ancora una volta non farlo rimpiangere.
E magari stavolta, con questa grande squadra ai suoi ordini, riuscire a batterlo definitivamente.
Benvenuto tra noi, Rafa.
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