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scritto da Vujen il 11 agosto 2011 alle 12:51
Un linguaggio diverso è una diversa visione della vita (Federico Fellini).
In questo intervento mi sono riproposto di non parlare in maniera preponderante, come solitamente mi piace fare, di aspetti tecnici o di mercato, di arrivi di cessioni (probabili e certe) e di diagonali difensive. Diciamo che mi sono autoimposto di non prendere in considerazione tutto ciò che abbiamo visto in questi mesi, a partire dall’ormai famosa “bagarre allenatore”, per arrivare in tempi più recenti agli spauracchi (rimarranno tali?) provenienti da Manchester e dal cuore (e dal portafogli) della Russia più profonda, così come mi sono deciso a non dire nulla per quanto concerne l’unica partita ufficiale sinora disputata che ci ha visti boccheggiare e cercare di galleggiare in linee difensive a tre ed a quattro poi, per ritornare a tre, senza entrare mai in area di rigore e segnando su calcio piazzato, per venire infine (diciamo non del tutto immeritatamente?) sconfitti.
Niente di tutto questo materiale per palati fini, seppur interessantissimo, verrà preso in considerazione quest’oggi.
Oggi mi piacerebbe molto evidenziare una delle caratteristiche peculiari della società nerazzurra, una di quelle che la rendono più facilmente riconoscibile (insieme ai colori nerazzurri, al biscione, a Facchetti Giacinto da Treviglio, se vogliamo) per tutti gli appassionati di calcio, in Italia e non solo:
La completa mancanza di organizzazione per tutto ciò che concerne il lato comunicativo dell’ FC Internazionale.
Non è una novità, intendiamoci: svariati, anche solo in questo blog, sono stati gli articoli che hanno affrontato vari aspetti di questo elemento, svariati sono i periodi in cui questa nostra caratteristica si è mostrata in tutto il suo avvilente splendore, svariate sono le reazioni dei tifosi (interisti e non) di fronte a questo modo di comunicare, quasi “romantico” se vogliamo, visto nell’ottica 2011, in cui tutto è condiviso, tutti sono connessi a chiunque e qualunque cosa.
Personalmente parlando, ritengo di poter dire di far parte a quella fetta di tifosi a cui questo nostro tratto distintivo solitamente non dà particolare fastidio: in fondo siamo una società di calcio, e nel calcio si parla solo e soltanto attraverso il campo di gioco.
Giusto, giustissimo, sacrosanto. Il discorso però è, stavolta, diverso. Il discorso è che sarà sicuramente il campo a parlare, ma come in ogni comunicazione generica, tale comunicazione è appunto esistente solo a tre condizioni: 1) che ci sia chi comunichi 2) che ci sia chi recepisca 3) che ci sia un messaggio. Il problema stavolta è proprio il fatto che non c’è nessun messaggio, né implicito né (figuriamoci) esplicito da parte della società.
Prendiamo il campo come virtuale foglio di carta, in cui le trame di gioco, i tiri, i goals, i giocatori rappresentano il nostro argomento, ciò che ci apprestiamo a leggere ed assimilare. Per giudicare buono o meno il contenuto (leggiamola come: la soddisfazione del tifoso) occorre per prima cosa tarare lo scritto, l’operato, la frase in relazione a chi l’ha messa nero su bianco (possiamo dire: nerazzurro su verde?). Facciamo un esempio: la stessa frase susciterà nel lettore due reazioni diverse, se a concepirla sia stata una bambina di cinque anni o un navigato e famoso scrittore. Trasponendo il concetto al punto di vista calcistico, le stesse trame, gli stessi interpreti, gli stessi risultati dovrebbero suscitare reazioni diverse, se ottenuti da una squadra che punta a vincere tutto, o se da una squadra in pieno ricambio generazionale.
Il problema (per quanto mi riguarda) è tutto qui: Moratti, Branca, Paolillo, perché non ci dite quali sono i piani per il futuro? Perché non ci dite cosa ci dobbiamo aspettare in questa futura stagione calcistica ormai alle porte? Perché non ci rassicurate sulle varie operazioni di mercato, sulla bontà della rosa, sul fatto che il valore totale delle nostre forze non scenderà, o d’altro canto non mettete subito in chiaro che si punterà prima al pareggio di bilancio, anche a discapito di obiettivi minimi (qualcuno ha letto “qualificazione alla prossima Champions”?) e di risultati deludenti in campionato ed in Europa? Perché il nostro direttore tecnico risponde “mi sono stufato di parlare di calciomercato” in Agosto? Perché il nostro amministratore delegato manda (almeno questa è la notizia, da confermare comunque) messaggini in cui avverte di trattative complesse, atroci (dal punto di vista del tifoso) e non ancora giunte alla loro conclusione, positiva o negativa che sia? Perché abbiamo dovuto assistere a penose (sì, penose) figure durante la scelta del nuovo allenatore, che hanno portato ad una parziale delegittimazione del povero Gasperini, ancor prima di poter mettere piede ad Appiano?
L’aria da “improvvisazione generalizzata” penso sia per un tifoso una delle cose più frustranti che ci possano essere. E da una dirigenza così sinergica con i propri supporters, tanto da offrire loro la possibilità di abbonarsi per tre anni senza sapere cosa il futuro nerazzurro possa proporre, mi sembra il minimo.
Non vorrei che balenasse, nella mente di qualche folle, l’idea che queste idee riguardo il futuro prossimo non siano troppo chiare nemmeno negli uffici in Corso Vittorio Emanuele II.
scritto da SNIS il 7 agosto 2011 alle 14:39
La certezza è una sola: giocare la Supercoppa Italiana a Pechino porta sfiga. Dopo la sconfitta per 2-1 patita con la Lazio due anni fa, ieri si è replicato. Alla fine stesso punteggio e stesso canovaccio. Nella prima mezz’ora si è vista infatti una buona Inter in grado di tenere in pugno il match e trovare il vantaggio grazie ad un gran calcio di punizione di Sneijder. L’olandese è stato tra i migliori insieme al solito Stankovic e ad un dinamicissimo Obi. Controllo del centrocampo acquisito grazie anche alla buona vena di Thiago Motta, bersaglio di numerosi falli da parte degli avversari. Rizzoli, come già successo in altra circostanza, non ha avuto il coraggio di prendere provvedimenti drastici. Gattuso infatti, già ammonito, avrebbe meritato il secondo giallo in occasione del fallo su Obi dal quale è scaturito il calcio di punizione magistralmente trasformato da Wesley. Ma d’altra parte si sa, Rizzoli, come ci hanno fatto notare i commentatori, è arbitro che più che applicare il regolamento lo interpreta. Alla luce di ciò, il rimpianto più grande diventa la non designazione di Tagliavento, ma questa è un’altra storia. Le difficoltà sono poi emerse sul finire della prima frazione, quando i nostri avevano speso molto e la condizione fisica è venuta un po’ a mancare. L’azione conclusa con il palo di Ibra a qualche minuto dall’intervallo ne è la riprova.
L’inizio ripresa è stato pressoché equilibrato, con il Milan leggermente più aggressivo alla ricerca del pari, ma tutto sommato senza che i rossoneri riuscissero a creare grossi grattacapi alla nostra retroguardia. Il gol del provvisorio 1-1 di Ibra è giunto a seguito di un’azione abbastanza confusa, sulla quale pesa l’ombra di un fallo non rilevato dall’interpretatore di regolamenti. Il contraccolpo psicologico e l’ingresso in campo di Pato nelle file avversarie hanno avuto il loro peso creando un’po’ di scompiglio. Il gol del 2-1, scaturito da un lancio lungo dalle retrovie, è infatti principalmente figlio della disattenzione dei nostri più che conseguenza di un problema tattico o di tenuta. A dimostrarlo è l’atteggiamento della squadra nel finale che, dopo l’ingresso in campo di Faraoni, Pazzini e Castaignos, ha ritrovato lucidità e la forza per riprendere in mano il pallino alla ricerca del pareggio.
Si parte quindi con una sconfitta, come successo due anni fa. In attesa del rientro dei reduci dalla Coppa America e di trovare al più presto la migliore condizione fisica, l’augurio è che la stagione finisca poi nello stesso modo.
Le pagelle: Julio Cesar 6; Ranocchia 6, Samuel 6,5, Chivu 6; Stankovic 6,5 (Pazzini 5,5), Zanetti 6, Obi 6,5 (Castagnios 6), Motta 6; Alvarez 5,5 (Faraoni 6), Sneijder 6,5; Eto’o 5.
scritto da Taribo59 il 3 agosto 2011 alle 10:13
Dicesi “Supercoppa italiana”, anzi “Supercoppa TIM” per far piacere allo sponsor, quel trofeo calcistico fondato nel 1988, in cui si affrontano i vincitori del campionato di Serie A e i vincitori della Coppa Italia.
Inter e Milan l’hanno vinta 5 volte e hanno disputato 8 finali: per entrambe, Pechino rappresenta la nona volta, dopo di che ci sarà una squadra sola al vertice.
Capocannonieri del trofeo sono Del Piero, Shevcenko ed Eto’o, con 3 reti.
Nelle 23 edizioni finora disputate, per 17 volte ha vinto la squadra scudettata, e solo in 6 casi la vincitrice della Coppa Italia.
Per la seconda volta si gioca a Pechino, chissà quando si potrà replicare la finale più surreale di tutte, quella giocata a Tripoli, il 25 agosto 2002.
Neanche a dirlo, vinse la Juve.
Era la Juve di Lippi, e batté 2-1 il Parma di Prandelli.
Era la Juve di cui Gheddafi sr., con circa il 7% delle quote, rappresentava il primo azionista privato.
Quel 25 agosto, fra l’altro, era il 33esimo anniversario dell’ascesa al potere del Raìs.
Tripoli si configurava come un perfetto “campo neutro”.

Il figlio Saadi Al Gheddafi era un grande tifoso della Juve.
Avendo investito un sacco di soldi, ebbe l’opportunità di coronare un sogno, allenandosi con la squadra titolare nel febbraio 2002, e nell’ottobre seguente entrò nel Consiglio di Amministrazione della società bianconera.
Prima di Calciopoli e delle rivolte arabe, certe cose erano normali.
scritto da Nk³ il 2 agosto 2011 alle 11:03
Siamo arrivati ormai nella settimana del fatidico derby di Supercoppa, le squadre sono a Pechino, la preparazione è agli sgoccioli e tutto è pronto per scendere in campo nel primo match ufficiale della stagione. A tenere banco, però, è ancora un argomento di cui si parla praticamente dal primo giorno di ritiro dell’Inter: la scelta di Gasperini di non convocare i sudamericani per questa partita.
Ne abbiamo lette di tutti i colori su questo punto, da “Gasperini non vuole portare i sudamericani in Cina, mentre la Società li vuole” fino a “Gasperini è sceso a patti con i giocatori che gli hanno fatto capire che aria tira”. Il tutto passando attraverso le posizioni più varie, che ci spiegavano prima come la Società avrebbe rispedito al mittente la volontà di Gasperini di non convocarli perchè “Gasperini non conta niente” e poi, una volta preso atto della non-convocazione (quindi Gasperini qualcosa conta?) ci hanno chiarito che sì, Gasperini l’ha avuta vinta ma si è messo contro sia la Società che i senatori dello spogliatoio. Così, giusto perchè ci deve sempre necessariamente essere qualcosa che non va. E non è finita: in questo breve periodo abbiamo letto anche che i senatori avrebbero litigato con Gasperini che avrebbe di fatto già perso lo spogliatoio (a metà luglio! Ce lo spiega la Gazzetta dello Sport, chi altro?) o forse no, in realtà è Gasperini che ha già messo le cose in chiaro per far vedere che lui non subisce il carisma dei campioni o no, meglio ancora, i senatori non gliele hanno mandate a dire e Gasperini è stato costretto a scendere a patti con loro, garantendogli che li avrebbe convocati in caso di infortuni (e già, perchè c’era bisogno della garanzia: altrimenti in caso di infortuni avrebbe potuto convocare il cane Lillo). Finita? No, affatto: l’ultima pantomima giornalaia ha preso vita a seguito dell’infortunio di Nagatomo: Gasperini ha deciso che sarà sostituito da Maicon, anzi no, sarà sostituito da Zanetti perchè così hanno deciso gli argentini (che Gasperini non conta niente l’abbiamo già detto?), anzi no, doveva essere sostituito da Maicon ma il brasiliano si è rifiutato perchè non vuole interrompere le vacanze (che Gasperini ha già perso lo spogliatoio lo sapevate?). In tutto questo delirio di voci evidentemente false e illazioni a senso unico, nessuno che si sia preoccupato non dico di spezzare una lancia a favore dell’Inter, ma quantomeno di dire la cosa più ovvia.
E cioè che la scelta di Gasperini è estremamente intelligente, saggia e sacrosanta. Basta farsi una semplice domanda: chi sono i sudamericani rimasti fuori dall’elenco di convocati per la Supercoppa? Maicon, Lucio, Cambiasso, Milito. Quattro giocatori con una caratteristica in comune: avere, con varie sfumature, disputato lo scorso anno una stagione decisamente sottotono. L’unico che è comunque riuscito a dare il suo contributo tra i quattro è stato Lucio, mentre Cambiasso ha giocato nettamente al di sotto dei suoi standard e su Maicon e Milito meglio stendere un velo pietoso. Per tutta la stagione scorsa siamo andati avanti dicendoci che lo stato di forma penoso di alcuni giocatori (tra loro anche Sneijder, per esempio) era dovuto alla mancanza di riposo, al fatto che venivano da una stagione in cui erano stati prosciugati di tutte le energie e, a causa del Mondiale Sudafricano, non avevano avuto il tempo necessario per recuperare. E oggi cosa ci stiamo raccontando? Che eliminati dalla Coppa America, questi quattro sarebbero dovuti tornare in Italia, fare altri venti giorni di allenamenti e amichevoli in giro per l’Europa e volare a Pechino a giocare una Supercoppa Italiana collocata per di più in una data folle, a un mese dall’inizio del campionato. Per ottenere cosa? Un’altra stagione di infortuni, di scarsa voglia, di rendimento indecente? No, grazie.
Paradossalmente sarebbe stato tutto più facile se Argentina e Brasile fossero riuscite ad arrivare in fondo al torneo sudamericano: giocando la finale il 24 luglio sarebbe stato anche ipotizzabile “allungare” la stagione di una settimana e portarli a Pechino prima di concedergli un inevitabile riposo che comunque li avrebbe portati -considerando anche la preparazione successiva- a saltare un paio di partite di campionato. Ma così, eliminati in Sud America il 16 luglio, ci sarebbero stati fra una partita e l’altra 20 giorni di…cosa? Di preparazione? Di richiami? Di allenamenti normali e amichevoli spaccagambe contro Galatasaray e Celtic? Una follia.
No: con questa Coppa America l’unica cosa da fare, l’unica decisione sensata da prendere, era lasciare a casa brasiliani e argentini. Incassare -com’è ovvio e giusto che sia, e ci mancherebbe che non fossero arrivate- le loro disponibilità a giocare e persino le loro “pressioni” per farlo ma rispondere con un no fermo e cortese, perchè qui non è in dubbio -e non lo è mai stata- la voglia di giocare e la disponibilità a sacrificarsi per la maglia di gente come Cambiasso e Zanetti: qui è in gioco l’intera stagione dell’Inter, una stagione in cui questi giocatori saranno nuovamente e giustamente i pilastri della squadra, e di conseguenza devono essere messi nelle condizioni migliori per poter dare tutto. Ovvia la convocazione di Julio Cesar e giusta quella di Zanetti, che può farsi trovare pronto più facilmente di Maicon e ha sempre dimostrato -parla la storia- di essere in grado più degli altri di sostenere stagioni lunghissime. Ma gli altri, a casa a riposare. Perchè questo è il bene dell’Inter.
Invece no, invece ci tocca leggere di Gasperini che non conta niente, di spogliatoi dilaniati dalle polemiche, di gang argentine che decidono la lista dei convocati e di giocatori che rifiutano di presentarsi in ritiro. Ma perchè? Domanda retorica, in realtà, ma quello che conta è il risultato.
Quello che conta è che la decisione presa sia stata la migliore possibile per preservare Maicon, Lucio, Cambiasso e Milito.
Per averli al meglio della loro forma durante la stagione.
E per vedere di nuovo in maglia nerazzurra i campioni che ci hanno portato sul tetto del mondo.
scritto da Nk³ il 7 giugno 2011 alle 10:34
Eh già. Mentre mezza Serie A viene travolta dal calcio scommesse noi ci troviamo a fare i conti con una stagione terribile, nata male e continuata peggio, senza stimoli, senza una strategia societaria seria alle spalle, con due allenatori, senza professionalità da parte dei giocatori, senza idee chiare da parte di nessuno, in cui si è giocato un calcio orribile, senza nè capo nè coda, in cui i giovani si sono bruciati e i vecchi ci sono morti in mano, una stagione totalmente fallimentare e chi più ne ha più ne metta.
E siamo ancora qua.
Supercoppa Italiana, Mondiale per Club e Coppa Italia: altri tre trofei nell’ultima stagione, sei nelle ultime due, quindici (ripeto: QUINDICI) nelle ultime sette. Qualsiasi aggettivo sarebbe superfluo, inutile. Insufficiente.
Qualsiasi aggettivo sarebbe parziale e momentaneo, soprattutto. Perchè l’Inter finita, con la pancia piena, data per morta da tantissimi commentatori ha dimostrato al contrario di essere ancora viva e di essere anzi ben lontana dal deporre le armi. E questo al di là dei limiti fisici e tattici evidenziati in questo finale di stagione: l’Inter ha ancora voglia di lottare, l’Inter ha voluto dimostrare che perdere lo Scudetto non vuol dire fermarsi a riposare, non vuol dire riporre i sogni di gloria.
Da Benitez a Leonardo, da Natalino a Maicon, abbiamo finito la stagione così come l’avevamo iniziata: alzando al cielo una Coppa. Ripensare alle condizioni in cui eravamo a dicembre, quando anche il Mazembe sembrava avversario temibile e quando il distacco in campionato aveva raggiunto cifre che non si ricordavano da un decennio, fa impressione. Poi una seconda parte di stagione folle, una seconda parte di stagione da Inter, ci ha portati ad essere secondi in campionato, ai quarti in Champions League, vincitori in Coppa Italia, condendo il tutto con i trionfi in Supercoppa Italiana e nel Mondiale per Club dei mesi precedenti. Tre coppe, un secondo posto e i quarti di finale in Champions: la maggior parte delle altre squadre in Italia e in Europa pagherebbe per una stagione così. E invece noi siamo andati avanti per un anno intero a raccontarci dell’Inter senza stimoli, dell’Inter con la pancia piena, dell’Inter da rifondare.
Sicuramente alla squadra andranno apportate delle modifiche in questo mercato, sicuramente alcuni giocatori -per motivazioni fisiche o mentali- hanno ormai dato all’Inter tutto quello che potevano. Altrettanto sicuramente, però, il post-Mourinho è stato affrontato e messo in archivio in maniera più che degna, e questo passaggio di consegne somiglia sempre più a quello tra Mancini e Mourinho stesso: all’insegna della continuità. Continuità nel restare ad alti livelli, continuità nella rabbia e nella voglia di lottare, continuità nell’affrontare ogni avversario e ogni competizione con la stessa voglia e la stessa concentrazione. Continuità nelle vittorie.
Non ci poteva essere un segnale migliore, in questa fase, della vittoria della Coppa Italia. Un trofeo “minore”, snobbato da molti e considerato alla stregua di una coppetta ogni qual volta -sempre più spesso, in realtà- la vinciamo noi. Non ci poteva essere segnale migliore perchè vincere la Coppa Italia significa giocare delle partitacce contro il Genoa o nell’inferno del San Paolo in pieno inverno, nelle notti di gennaio, in un tour de force di partite all’interno del quale quei match sembrano significare poco o nulla. Eppure affrontarli con la stessa convinzione e con lo stesso agonismo con cui si affrontano le sfide per ritornare in corsa per lo scudetto o quelle per andare avanti in Champions. Ogni partita ha uguale importanza, ogni partita serve a raggiungere il medesimo scopo: vincere.
Vincere aiuta a vincere, ed è proprio così che è stato costruito questo pluriennale ciclo vincente, è proprio così che questo ciclo vincente viene portato avanti: non rinunciando a niente, nel tentativo di portare a casa tutto. Un leggendario triplete lo scorso anno, altri tre titoli in questo. Altre tre gemme incastonate nella leggenda di questa Nuova Grande Inter, che di passare alla storia non sembra averne ancora nessuna intenzione, che termina un’altra stagione guardando in faccia gli avversari col ghigno di una sopravvissuta:
noi siamo ancora qua.
E non abbiamo nessuna voglia di farci da parte.

scritto da Nk³ il 24 agosto 2010 alle 15:28
“La Supercoppa è un evento speciale, si può soprassedere -commentava giovedì una fonte interna al Viminale a proposito della decisione di non richiedere la famigerata Tessera del Tifoso per l’acquisto dei biglietti per Inter-Roma- il Ministero vuole approfondire il tema con la Lega. Lo farà presto, ma l’intenzione è di concedere ai romanisti quella che definiscono una linea di credito”. “Sarà una prova di maturità -spiegava un importante funzionario del Viminale- in caso di incidenti, le ripercussioni sarebbero pesanti”.
20mila euro di multa.
Quella che più che una ridicola linea di credito (su quali basi, poi?) era -evidentemente- l’ennesimo regalo a una delle tifoserie che negli ultimi anni più si è distinta per intemperanze e inciviltà, ha avuto gli ovvi esiti che chiunque si sarebbe aspettato: prima della partita incidenti alla Stazione Centrale di Milano che hanno richiesto l’intervento della Polizia, dopo la partita incidenti, danni e furti negli autogrill con l’identificazione di 300 tifosi giallorossi. In mezzo, tristemente, la partita. Sospesa per una manciata di minuti a causa del lancio di oggetti di ogni tipo sul terreno di gioco, dalle bottigliette ai fumogeni, e a causa del lancio di un “petardo ad alto potenziale” (definizione riportata nel comunicato del Giudice Sportivo Tosel) in un settore occupato dai tifosi dell’Inter.
20mila euro di multa.
Le “pesanti ripercussioni” sono quantificabili in 20mila euro di multa.
In un clima sempre più oppressivo per i tifosi di tutta Italia, stretti fra controlli di ogni tipo; in un momento in cui in alcuni stadi (e in alcuni settori) è fatto divieto di entrare anche solo con un ombrello, anche solo con una bottiglietta d’acqua, anche solo con un tappo di plastica; in un periodo in cui si vietano le trasferte a tifoserie intere (vedi Inter-Juventus) con assurdi provvedimenti restrittivi che prendono origine da presunti “scambi di insulti su internet” (!!); in un’ottica nella quale si chiudono interi settori di uno stadio (Giuseppe Meazza, stagione 2008/2009) a causa di uno striscione ritenuto “razzista”;
in una situazione ambientale del genere, non si muove un dito contro quella che, ormai da anni, si qualifica come la più incivile delle tifoserie italiane.
Perchè?
Non passa partita casalinga della Roma senza che si registri almeno un accoltellato, non passa trasferta a Milano senza che si verifichino incidenti più o meno gravi, non si contano più le manifestazioni di ignoranza e incivilità di una tifoseria intera coerentemente guidata sul campo da psicopatici in preda a raptus di follia (Totti su Balotelli) o da bulletti di periferia che approfittano delle pause di gioco per insultare i tifosi avversari (De Rossi nell’ultima Supercoppa).
Eppure nessuno muove un dito.
20mila euro di multa è tutto quello che sanno fare.
Mai una trasferta vietata, mai una giornata a porte chiuse, mai una squalifica del campo, mai un provvedimento vero.
Io non posso entrare allo stadio con un tappo di plastica, e a loro è permesso di entrarci con petardi e coltelli. E di usarli.
Non voglio fare supposizioni, vorrei solo una risposta a una domanda semplicissima:
perchè?
scritto da Nk³ il 21 agosto 2010 alle 18:07
5 finali di Coppa Italia e 3 di Supercoppa Italiana: la sifda di stasera sarà la nona finale tra Inter e Roma negli ultimi sei anni, a sottolineare il dominio assoluto sulla scena italiana da parte di queste due società senza neanche bisogno di contare le infinite lotte scudetto che tutti ricordiamo benissimo. Dominio assoluto che, al di là del tifo, ha avuto evidentemente una protagonista principale (5 scudetti, 3 Coppe Italia, 3 Supercoppe) e uno sparring partner o poco più. Eppure…
Eppure quella di stasera non è solo l’ennesima finale di Supercoppa Italiana (la sesta) cui abbiamo partecipato nelle ultime 6 stagioni. Non è solo l’ennesima ripetizione di quello che somiglia sempre più a un Trofeo Berlusconi in salsa nerazzurra (e giallorossa, a tratti).
Qualche mese fa -il 22 maggio scorso, per la precisione- scrivevo un post intitolato “L’importanza della Coppa Italia” nel quale spiegavo (o meglio, tentavo di farlo) quale fosse la differenza fra una “semplice” Coppa Italia e una Coppa Italia incastonata in quel Trilogy splendente che ci ha portato da Roma a Madrid passando per Siena. Ecco: la differenza fra la finale di stasera e le cinque che l’hanno preceduta sta tutta in quel post.
Oggi l’Inter inizia un nuovo cammino. La consapevolezza di aver portato a termine il leggendario triplete e di esserci seduti nell’Olimpo del calcio europeo insieme ad altre cinque squadre non può aver portato appagamento, non deve aver portato appagamento. Solo, paradossalmente, una nuova fame. Fame di Storia, fame di Leggenda. Voglia di scrollarsi di dosso la nobile compagnia di Celtic e Ajax, di PSV e Manchester United. Voglia di emulare il Barcellona nell’inarrestabile cavalcata della scorsa stagione. Voglia di completare il Grande Slam del calcio mondiale.
Coppa Italia, Scudetto, Champions League. Supercoppa Italiana, Supercoppa Europea, Mondiale per Club.
In 12 mesi.
Quella di stasera non è una finale. Non è una Coppa -l’ennesima- da sbattere in faccia alla corte dei miracoli del calcio italiota. Non è un’occasione -l’ennesima- per tirare fuori dal cassetto la chiave della bacheca e aggiungere una nuova gemma alla stanza del Tesoro. In condizioni normali molti scambierebbero una vittoria in Supercoppa con una prestazione decisa, chiara, convincente, come quella dello scorso anno contro la Lazio. In condizioni normali molti preferirebbero vedere una squadra solida e già ben avviata a proseguire il ciclo di vittorie aperto sei anni fa, Supercoppa o meno.
Oggi no.
Oggi ci troviamo davanti alla quarta tappa della nostra scalata al mondo. Oggi dobbiamo scendere in campo con la rabbia delle grandi occasioni.
Ci vuole l’Inter di Roma, l’Inter di Siena, l’Inter di Madrid. E’ l’unica occasione che abbiamo per farci vedere dal cielo di Milano. Per celebrare questa Nuova Grande Inter sotto le nostre stelle.
Non sprechiamola.
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