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Asciuga-man

agosto 28th, 2010 | 482 Comments | Posted in Senza categoria | di Grappa e Vinci

La partita di ieri sera, la prima sconfitta dopo mesi di vittorie e copponi alzati, non può far altro che scatenare, nell’umorale popolo interista, il consueto disfattismo che da sempre accompagna le sconfitte della squadra. Questo perchè ogni volta rivediamo i fantasmi del passato, ogni volta rispuntano le vecchie paure, e ciò nonostante gli ultimi e, soprattutto, l’ultimo anno di grandi trionfi. E’ così, c’è poco da fare, e gli spiragli per poter sperare in una crescita, da questo punto di vista, dei tifosi, non ci sono. E ok.

Quel che mi preoccupa, oggi, è che per la prima volta, riflettendo bene sulle due partite finora giocate e sul lavoro fin qui svolto, ho pensato che stavolta un po’ di ragione ce l’hanno, i consueti disfattisti. Questo perché tutte le battute d’arresto degli ultimi due anni sono state le normali interruzioni di un progetto che, anche alla luce di queste, continuava ad appararire ben lineare e, soprattutto, definito (e parlo degli ultimi due anni perché, prima, qualche tentennamento nel progetto c’era stato). Ne prendiamo tre a Bergamo? Ok, ma non cambia niente: la strada è quella, l’allenatore ha in mano la squadra, si continua. Si perde a Manchester (peraltro, giocando quella che a mio avviso fu una grande partita)? Siamo inferiori, sappiamo cosa manca e ci mettiamo al lavoro per migliorare, fin da subito. E così via, con i passi falsi di Catania e simili. Per questo il disfattismo, allora, era ingiustificato: erano stop fisiologici, o comunque dettati da palese inferiorità tecnica, che facevano parte del percorso.

Il lavoro fin qui svolto dalla società e da Benitez, invece, mi preoccupa, proprio perché, ad oggi, non esiste nemmeno una parvenza di progetto. Fin dalle prime amichevoli si è visto che il tecnico non ha assolutamente le idee chiare su come la sua squadra debba stare in campo: i tentativi di improbabili 4-2-4 ed affini ne sono la conferma. Le situazioni su cui fare chiarezza sono molteplici, a cominciare dalle posizioni di Eto’o e di Sneijder, passando per il sistema di gioco da utilizzare e per le innovazioni tattiche che Rafa vorrebbe introdurre. Quel che è successo finora mi fa pensare a due cose:

1) Rafa intende accontentare sia Eto’o che Sneijder, avvicinando l’uno alla porta e non chiedendo all’altro di sacrificarsi, indietreggiando quando serve; così facendo, invece di imporsi sui propri giocatori, si mostra malleabile e consenziente, rischiando di perdere, se le cose andranno male, il controllo sui propri uomini e creando una situazione diametralmente opposta a quella di qualche mese fa. Se continuerà a non essere deciso nelle sue scelte e, quindi, a non sacrificare qualcuno, il “concetto” portante di questa squadra, ossia l’annientamento del singolo in funzione della squadra e il sacrificio di tutti per il risultato comune, finirà per sgretolarsi in nome delle bizze dei vari giocatori. E sappiamo benissimo cosa significa.

2) Rafa intende apportare delle modifiche, vuole metterci del suo, come è normale ed anche auspicabile. Ma quanto è determinato nel farlo? L’impressione è che, prendendo ad esempio il cambiamento più evidente, ossia la difesa più alta, lui non abbia fatto altro che proporla, come a dire, uhm, vediamo un po’ se funziona, tirando i remi in barca alla prima cattiva avvisaglia. Questo a me non va giù: se vuoi fare dei cambiamenti, li imponi, senza se e senza ma. E se non hai gli uomini per farlo, aspetti: non ha senso rimanere in un limbo nel quale in 45 minuti si ha un atteggiamento e negli altri 45 un altro.
Qui è necessario fare quel che non vorrei fare, ossia un confronto con Mourinho: quest’ultimo, appena arrivato, decise che la squadra avrebbe giocato col 4-3-3, ed impostò tutto il lavoro estivo su questo modulo e sulla nuova filosofia di gioco. Alla prima stagionale, la squadra sembrava convinta di quel che stava facendo, i giocatori avevano le idee chiare e non davano l’impressione di star improvvisando. Certo, poi la tattica non si rivelò giusta e Josè fece un passo indietro, ma il tentativo fu fatto: Benitez avrà la forza per imporre il suo credo o continuerà a lasciare la squadra nel limbo?

Ora che ho sfornato questo bel pippone, ci terrei a dire una cosa. La scorsa stagione è terminata, ed è stata indimenticabile ed irripetibile sotto molti punti di vista. Non so quando e, sinceramente, se mai rivivremo una simile, sconfinata, infinita scorpacciata di trionfi. Quindi, quel che voglio dire è: tagliamo i ponti, gettiamo i fazzoletti e mettiamoci bene in testa che quel che è successo l’anno scorso era possibile solo con quell’allenatore, con quei giocatori e, soprattutto, con quella fame. Ora, che è tutto finito, non ha senso rimpiangere chi se ne è voluto andare e non c’è più: servirà solo a mettere pressione alla squadra ed all’allenatore, che non ne hanno bisogno.
E’ iniziata un’altra stagione, sicuramente diversa, sicuramente difficile, difficilissima. Prendiamola per com’è, ossia diversa e difficilissima, tenendo bene in conto che ogni anno si riparte daccapo e che i trionfi passati, se pur di qualche mese, non significano necessariamente trionfi nel presente. E’ quello che speravo avesse chiaro la società, e che spero che dopo ieri sera e dopo questi quasi due mesi sia divenuto evidente.

Quel che merita l’Inter, dopo il grande lavoro di questi anni, è tifo e gratitudine, senza vedovismi, per quanto sia difficile, ed isterismi.
Per cui, forza Moratti, forza Branca e, soprattutto, forza Rafa, che non è esattamente l’ultimo degli stronzi e merita tempo, fiducia ed asciugamani, anche e soprattutto dopo i primi non confortanti segnali.

Altro che sogno, Mou ci ha lasciato un bel groviglio.
E lo sa.

Accipicchia

agosto 22nd, 2010 | 265 Comments | Posted in Senza categoria | di Grappa e Vinci

Come Wile Coyote e Beep Beep, come Tom e Jerry, come la letteratura e Fabio Volo, riecco il perdente e il vincente, uno davanti all’altro, pronti a recitare lo stesso, scontato episodio. C’è lotta, c’è battaglia, ma ancor prima che parta la sigla sappiamo come andrà a finire: i ruoli sono stati assegnati, ormai è così. L’ennesima puntata di Inter-Roma segue, in sostanza, il consueto plot della pluripremiata serie: illusione iniziale per fomentare i pacati tifosi al seguito, telecronaca surreale e visionaria, poi tre mazzate e Zanetti che allena le graciline braccia con il quarto sollevamento stagionale. Per calcioni, sputazzi e pianti si dovrà attendere ancora qualche mese, quando la squadra sarà più rodata.

Ranieri sceglie di rimandare l’esordio dal primo minuto della coppia Adriano-Totti, il paracarro e il paraculo. Il brasiliano, seduto in panchina, appare un po’ pallido: tutta colpa delle solite abitudini. Di giorno, sudando nei campi, si abbronza, di sera si sbronza. Nell’Inter, nessuna novità rispetto a Madrid, a parte il fisico di un Mourinho che sembra aver ceduto di schianto allo stress.
Il commento tecnico è affidato al fegato di Beppe Dossena, grande maestro della fantascienza pronto a trasportarci nel suo universo fatato con commentoni che faranno rimpiangere addirittura il letale Bagni.

Nel primo tempo, Inter e Roma hanno più o meno le stesse occasioni, anche se i giallorossi si fanno preferire sul piano del gioco: Beppe, in piena trance allucinogena, comincia ad entusiasmarsi e vede un’Inter che uhhhm, mentre la Roma mmm, gnam gnam. Arriva il gol di Riise, ed ecco che la squadra di Ranieri “può colpire da un momento all’altro”, con un’Inter “in chiara difficoltà”. Poco dopo, infatti, la Roma colpisce:  Vucinic trova il pertugio giusto e regala la palla del pareggio a Pandev, che segna e poi allarga le braccia come a dire “oh, io non c’entro, non è colpa mia, è la Roma che ha colpito”. De Rossi, ormai esausto, collassa. Sulla panchina nerazzurra, il mister fa ripetutamente uso di un malcapitato panno per asciugarsi le cascate di sudore che gli permeano il viso: tutta colpa della moglie, che lo obbliga ad indossare sei completi uno sopra l’altro, nella speranza di fargli bruciare quei due-tre chiletti di troppo.
Prima della fine del primo tempo, Dossena vede Cassetti che decolla sulla fascia, fa tripletta su punizione, salva un bambino in una sparatoria e ruba ai ricchi per dare ai poveri, narrando il tutto con enfasi. Il doppio fischio di Bergonzi ci desta da una prima frazione in cui l’Inter uhm, maluccio, mentre la Roma ci prende a pallate grazie ad una perfetta preparazione della gara.

Nel secondo tempo, dopo una decina di minuti favorevoli ai giallorossi, esce Pizarro ed entra Taddei, un novantenne con la capigliatura di un bambino timoroso alla prima comunione. L’impatto del discutibile essere umano sulla gara è devastante: la Roma non esce più dalla propria trequarti e l’Inter spinge con maggior convinzione. Dossena, però, convinto che alla fine del primo tempo le squadre, oltre alla metà campo, si scambino anche le magliette, continua a tessere le lodi dei ragazzi di Ranieri e di un Menez “fenomenale”. Al 15esimo, le bevande degli spettatori presenti al Meazza cominciano ad oscillare nei bicchieri, ad intervalli regolari. I bambini guardano impauriti i propri padri, che rispondono con sguardi rassegnati: non c’è niente da fare, sta arrivando. Gli scossoni si fanno sempre più forti, i bicchieri tracimano, si sente anche il ruggito, un rutto alla caipirinha. Dalla panchina si alza  lui, Adriano, il giocatore più ampio di tutti i tempi, pronto a dare la svolta al match.

La svolta, infatti, arriva: nel giro di cinque minuti, Eto’o ne mette un paio e Milito si divora il 4-1. Adri però non ci sta, e tira fuori la grinta piazzandosi a destra con la gambe ben assestate al terreno, in attesa che qualcosa intorno a lui succeda.
A Dossena, ormai in crisi mistica, appare Bruno Conti che battezza Menez sulla riva del Gange. Benitez toglie tutti e piazza la difesa a sette con Mariga ad inventare, ma sorprendentemente non succede più niente: Supercoppa all’Inter, anche se è la Roma che l’ha regalata, gli spunti dei singoli, gli episodi, gli errori difensivi, le gambe ancora imball…bum!

La serata si chiude con un epico collegamento da “studio”, dove Collovati, il giorno 21 agosto, afferma che

“il campionato può perderlo solo l’Inter”.

Insomma, il campionato deve ancora cominciare, e già rischiamo di buttarlo via.

L’alfabeto interista

agosto 19th, 2010 | 172 Comments | Posted in Senza categoria | di SNIS

Ci siamo! Tra qualche giorno si ricomincia. Difficile lasciarsi alle spalle un’annata come quella appena trascorsa, ma il primo impegno ufficiale della stagione incombe. Quindi, a cavallo tra il passato e il futuro, vi propongo un gioco: “l’alfabeto interista”, per rivivere quanto accaduto e immaginarsi quello che verrà.

A come allenatore: è andato via Mourinho, è arrivato Benithez. Personalmente la nostalgia per il primo, sia per quello che faceva fuori che dentro il campo, è tanta e  la scelta dello spagnolo non mi convince molto. Spero di dovermi ricredere.

B come Balotelli: l’operazione di mercato più roboante. In uscita. Supermario ha fatto di tutto per andarsene. Perdiamo un ottimo giocatore, potenzialmente un campione per il futuro. In bocca al lupo al ragazzo, nella speranza che a fine stagione sia tu a mangiarti le mani, come ha fatto l’anno scorso qualcun altro afflitto da “mal di pancia”.

C come Champions: quella trionfalmente vinta l’anno passato, ancora nitida nei nostri ricordi e nelle nostre menti. Credo che ripetersi sarà molto difficile, se non impossibile.

D come difesa: il reparto rimasto immutato rispetto alla passata stagione. Con la riconferma di Maicon, Lucio e Samuel saranno gli altri due intoccabili. A sinistra le alternative sono tre. Visti i rincalzi però, il prossimo anno ci sarà bisogno di ringiovanire.

E come Eto’o: visto il modo in cui è arrivato da noi era l’uomo più atteso. In fase realizzativa ha un’po’ stentato, ma le prestazioni e la voglia di sacrificarsi sono state fondamentali. Chissà se, come lui spera,  quest’anno lo vedremo giocare più vicino alla porta.

F come fede: per crescere interisti negli anni ottanta (ma anche novanta) ne è servita molta. Ne abbiamo passate tante, di ogni specie,  ma alla fine credo proprio ne sia valsa la pena.

G come gioia: quella di cui abbiamo fatto il pieno in questi ultimi anni. La speranza è quella di continuare ad accumularne.

H come hotel: in alcune città quest’anno è nata l’usanza di andare sotto a quello della nostra squadra a notte fonda, armati di  qualsiasi cosa servisse a far rumore. Ma anche questo non è servito a fermarci.

I come Internazionale: con questo nome se abbiamo una squadra multietnica un motivo ci sarà! O no?

L come leggenda: quella in cui è entrata la squadra per quanto fatto nella passata stagione.

M come Milito: l’uomo decisivo per il “Triplete”. Ha messo la firma sui tre matches che valevano  l’assegnazione dei titoli, andando a segno a Roma, Siena e Madrid. Senza contare tutte le altre volte che l’ha messa dentro. Immenso.

N come “non vincete mai”: prego??? Dicevate??? E ora, rosicate tutti!

O come orgoglio: orgogliosi di essere l’Inter.

P come presidente: quello “vero”, Massimo Moratti. Nonostante le difficoltà, la sua passione e l’amore per questi colori hanno fatto si che il suo e il nostro sogno si sia potuto avverare. Grazie!

Q come quinto: il quinto scudetto consecutivo. Personalmente lo ritengo il più bello. Una cavalcata lunga 8 mesi, con alti e bassi, rimonte, sconfitte, sorpassi e controsorpassi. Proprio per questo la gioia finale è stata ancora più grande.

R come remuntada: la re-mun-ta-da, la la la la la la, la remuntada…

S come  Sneijder: l’uomo più importante in questa annata. Le sue prestazioni, i suoi gol, sono stati fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi. Con Milito è stato l’uomo decisivo.

T come “Triplete”: Coppa Italia, Scudetto, Champions. Il trittico da sogno ottenuto quest’anno. Abbiamo avuto la fortuna di viverlo, assaporarlo, perché il risultato dell’annata appena trascorsa è da leggenda. In Italia, come noi nessuno mai. All’estero in pochissimi.

U come ultimo minuto: Samuel col Siena, Sneij contro Udinese e Dinamo Kiev. Queste le vittorie arrivate sul filo di lana. Alcune meritate, altre meno, ma tutte determinanti. Solo rivivere col pensiero quei momenti mi fa venire i brividi.

V come  vittorie: i derby, la Juve, il Barcellona. Queste per me le più belle vittorie ottenute quest’anno. Partite emozionanti, esaltanti, durante le quali le scariche di adrenalina non si sono fatte attendere. Alla fine ero così “carico” che dormire era praticamente impossibile.

Z come Zanetti: a 37 anni il capitano è ormai il record man di presenze. Si appresta ad iniziare la sedicesima  stagione con la casacca nerazzurra. Credo non serva aggiungere altro.

Trofeo TIM

agosto 14th, 2010 | 240 Comments | Posted in Senza categoria | di SNIS

Inter-Giuve 1-0

Un’Inter apparsa già in palla quella scesa in campo contro i bianconeri nel primo match del Trofeo Tim. Benithez schiera la difesa a quattro con Maicon e Chivu sugli esterni e Matrix e Lucio al centro. In mediana  i due centrali sono Cambiasso e il giovane Obiora, mentre Sneider, alla sua prima partita stagionale, è libero di muoversi per tutto il campo, abbassandosi quando necessario a prendere palla. Sugli esterni, larghissimi, Pandev ed Obinna, mentre il ruolo di unica punta centrale viene lasciato ad un voglioso ma impreciso Eto’o.  In pratica, si rivede il 4-2-3-1 artefice dei successi della passata stagione.

Il pressing alto sui portatori avversari e il possesso palla prolungato alla ricerca del varco giusto sono le peculiarità che saltano subito all’occhio. L’Inter è padrona del campo, con Materazzi impeccabile a guidare la retroguardia e un Maicon pronto a proporsi con regolarità in fase offensiva sia centralmente che in fascia destra, dove invece Obinna fatica un’po’ ad entrare in partita. Sull’altro binario Chivu è molto più bloccato, mentre Pandev parte bene ma poi si spegne un’po’ alla distanza, anche per i pochi palloni ricevuti nella seconda metà del tempo. Nel mezzo è Cambiasso che si prende la responsabilità di proporsi, mentre il giovane Obiora tiene la posizione e svolge diligentemente il compitino. Le occasioni sono tutte a tinte nerazzurre e dopo i tiri di Pandev, Cambiasso e Maicon è Sneijder a trovare il gol vittoria con una fantastica conclusione a giro da oltre venti metri che va ad insaccarsi alle spalle di Manninger, proprio li, dove si annidano i nemici dell’igiene (cit.). La conclusione più pericolosa degli uomini allenati dal sosia dell’ispettore Clouseau invece, risulterà un retropassaggio di testa di Matrix, ben controllato da Julio Cesar, il che è tutto dire. Come da copione non potevano mancare alcune scaramucce che, come sempre, vedono sugli scudi il solito Chiellini, spintosi in maniera non proprio amichevole dalle parti di Lucio.

Alla fine, una buona prestazione, condita da una vittoria che fa sempre piacere, anche perché personalmente, contro questi qua, non vorrei perdere neanche a freccette.

Inter- Bilan 0-0

Nella seconda apparizione di Bari, Benithez varia leggermente lo schieramento della squadra. In porta Castellazzi sostituisce Julio Cersa, difesa a quattro con Maicon, Cordoba, Materazzi e il giovane Biraghi, Deky e Obiora centrali di centrocampo con Biabiany e Mancini in fascia, Couthino seconda punta e Milito centravanti. Partenza favorevole ai cugini, che con uno scatenato Inzaghi vanno alla conclusione in un paio di occasioni. Poi è Biabiany a mettersi in evidenza con uno scatto sul filo del fuorigioco, palla servita a Mancini a centroarea che però si incarta e perde il tempo per la conclusione. Dopo circa un quarto d’ora Benithez inserisce i primavera Natalino e Benedetti al posto di Maicon e Materazzi, forse i migliori di stasera, lanciando di fatto la linea verde in difesa. Pochi minuti dopo una punizione dal limite di Pirlo viene sapientemente disinnescata da Castellazzi che devia in angolo. Meglio quindi il Milan in avvio, con i nostri che faticano a proporsi ma che, quando c’è la possibilità, non esitano a ripartire. E, da un’azione corale con palla scambiata velocemente tra i nostri avanti, Milito calcia in porta da buona posizione, ma la conclusione smorzata da un difensore è preda di Abbiati. Successivamente seguiranno un altro paio di incursioni potenzialmente pericolose, una delle quali nata da un ottimo anticipo del giovane Natalino. L’inerzia della partita sembra cambiare e alcuni dei nostri ragazzi si mettono in evidenza. Il più attivo è Biabiany che con le sue volate in velocità tiene in continua apprensione la retroguardia rossonera. Coutinho, nonostante un paio di buoni spunti e combinazioni con Milito, fatica a mettersi in luce, mentre “El Principe” non riesce ad incidere come al solito. A dieci minuti dal termie altro cambio: entra Obi al posto di Obiara, autore di un’altra prestazione ordinata. Gli ultimi minuti si trascinano stancamente, con le due squadre che rivoluzionate dai cambi attendono il triplice fischio dell’arbitro. Da segnalare una conclusione di Deky che impegna Abbiati ed un ottimo spunto di Natalino che permette a Mancini di impegnare a terra l’estremo difensore rossonero. Finisce il match sul punteggio di 0-0 e quindi, per l’assegnazione del trofeo, saranno decisivi i calci di rigore.  Dagli undici metri è determinante l’errore del “coniglio mannaro” (che a dette di Bruno Longhi “è uno che non sbaglia mai in queste occasioni”)  che spedisce sul palo l’ultimo rigore calciato “col cucchiaio”. Una scena già vista.

Al di la della vittoria del torneo che lascia il tempo che trova, la serata è stata l’occasione per ammirare alcuni giovani interessanti e personalmente per dissipare alcune perplessità relativamente al modulo. La curiosità adesso è quella di vedere la squadra in un test più provante, magari con l’organico al completo. La Supercoppa Italiana di sabato 21 potrebbe esserne l’occasione.

Il Manchester City e l’Inter sono stati separati alla nascita

agosto 12th, 2010 | 178 Comments | Posted in Recensioni, Senza categoria | di Miss Green³

Quando vivevo in Galles ero a uno sputo da Liverpool e mi ero affezionata alla squadra. Il mio eterno schifo per l’Everton e il recente 3-1, 3-2, 3-3 hanno fatto il resto. Mi sono ritrovata una tifosa del Liverpool, tutti i miei amici lo erano, andavamo insieme allo stadio e in un certo senso riuscivo a compensare la mancanza di adrenalina da stadio. Un giorno un mio amico mi dice “gottickts fo’ city, yu cmin’?” “sure!”.

Siamo partiti in 4, tutti con maglia e sciarpa d’ordinanza e abbiamo parcheggiato praticamente a Londra, per evitare che ci bucassero le gomme. Dopo una camminata di 1 ora e mezza nel freddo polare di novembre, siamo arrivati allo stadio e siamo andati a sederci ai nostri posti con un bel the caldo. Ero lì da tifosa del Liverpool, ma non potevo non rimanere abbagliata da tutto quel blu e azzurro… una certa simpatia si era impossessata di me, tanto che uscì soddisfatta per aver visto un pareggio.

Insomma, per farla breve, quel giorno la Miss si è iniziata ad interessare al City, il cugino sfigato dello United e quando Sciarpetta si è seduto per la prima volta sulla loro panchina, mi è tornata la voglia di leggere questo libro che avevo da un po’.

La mia avversione per il Manchester United e tutto quanto lo riguarda, e il mio attaccamento al Manchester City, a dispetto delle pene che mi ha fatto soffrire [...] sono passioni incrollabili. Questo libro è un tentativo di comprendere come un essere umano razionale possa essere ridotto a un simile livello di irrazionalità dallo sport. In particolare, è il lamento di un uomo che ha subito in silenzio per anni la smisurata arroganza del Manchester United.

Vi dice niente? Se si fosse chiamato “La mia vita rovinata dall’A.C. Milan” sarebbe stato altrettanto perfetto. Da piccola tutto quello che cercavano di impormi era questa cazzo di squadra rossonera che vinceva tutto (troppo) e io non facevo altro che sognare che Malgioglio fosse mio padre e Nicolino Berti mio fratello.

Sono convinto che nulla di ciò che puoi ficcarti nel naso o nelle vene possa in alcun modo eguagliare la gioia di battere lo United all’Old Trafford. Benchè il City non ci riesca dal 1974 [...] traggo quasi altrettanto piacere dalle imprese di altri che vi riescono. Alla televisione, il mio sguardo si fissa al di là delle figure in primo piano degli avversari che festeggiano, per distinguere i volti attoniti dei tifosi dello united e mi accendo di ardente entusiasmo. “Sposta l’inquadratura su Ferguson” urlo allo schermo “ti prego!”.

Potrei parafrasare, cambiare le date e i nomi, ma il senso è che mi rivedo in questo libro, rivedo la me bambina che alla primo derby (istigata anche da nonna e mamma) pensava che il rosso fosse proprio un colore brutto e chi lo vestiva era cattivo.

I giocatori del City indossavano casacche celesti (ufficialmente azzurro cielo), quelli dello United maglie rosso sangue. (l’autore qui ha 6 anni)

Ci saranno capitoli un po’ più faticosi, come il secondo che parla principalmente di cricket, ma non lasciatevi sopraffare e andate avanti, o correrete il rischio di perdere perle che sembrano scritte da Nino:

L’ombra proiettata dall’altro club della città è in effetti enorme [...] e quando la squadra di Best, Law e Charlton era al massimo del suo fulgore, riuscivamo a stento a liberarcene, anche quando ottenevamo dei successi. Meno di tre settimane dopo la nostra vittoria in campionato, lo United si aggiudicò la Coppa dei Campioni. Senza dubbio ci saranno coloro che denigreranno qalunque tentativo di giudicare il City sul metro degli illustri cugini.

Consiglio vivamente la lettura di questo libro, prima di tutto perchè è ben scritto e apre gli occhi su una serie di aspetti culturali del calcio inglese e poi perchè la dedica sembra scritta da mia madre, quando dopo Lazio – Inter mi guardò negli occhi mentre piangevo e mi disse: “forse non avrei dovuto andare allo stadio quando eri nel pancione, stai soffrendo troppo“.

copj13

Colin Shindler

La mia vita rovinata dal Manchester United

Baldini & Castoldi

Il calcio, questo sconosciuto

giugno 24th, 2010 | 76 Comments | Posted in Senza categoria | di Miss Green³

Tra i grandi fracassi del Mondiale, c’è una squadra che sta innegabilmente sorprendendo, gli USA. Lo dico anche con una certa ammirazione, perchè è una squadra calcisticamente nuova, che contro l’Inghilterra ha fatto vedere un calcio estremamente ben organizzato. Thumbs up!

Gli americani si sono scoperti conoscitori del soccer (che iddio li strafulmini ogni volta che pronunciano questa parola) da quando hanno ospitato il mondiale del 1994 e da allora non hanno mai smesso. In America hanno deciso che vogliono giocare a calcio e, come in tutti gli sport, cercano l’eccellenza. Respect!

L’altra faccia dell’America calcistica è il suo tifo. Avete mai visto una partita di calcio con un americano? F A T E L O ! Sarà l’esperienza più indimenticabile della vostra vita. Il mio consiglio è che vi prendiate una giornata libera al lavoro per vagare per il centro e trovare dei “tifosi da mondiale”, quelli che cantano per 90′ nobody likes and we don’t caaaaaaaaaaaaare… Non ve ne pentirete.

Nel 2006 lavoravo per un’agenzia che organizzava viaggi per squadre di calcio e quell’anno abbiamo portato 75 americani in giro per la Germania nel periodo del Mondiale: la loro squadra under 14 e famiglie al seguito. Il 17 giugno, dopo un’amichevole organizzata con un’under 14 tedesca, abbiamo visto insieme Italia – USA. Al momento dell’espulsione di De Rossi, una mammamericana, una specie di Bree Van De Camp, mi chiede: ora va fuori 3 minuti e poi rientra, vero? È e rimane la cosa più geniale che abbia mai sentito.

Immagine

22/5/2010 – 22/6/2010

giugno 22nd, 2010 | 163 Comments | Posted in Senza categoria | di SNIS

Champions

Io non la vinco da 1 mese

A me, che sono innamorato

non venite a raccontare

quello che l’Inter deve fare!

Perchè per noi niente è mai normale

nè sconfitta nè vittoria

che tanto è sempre la stessa storia

un’ora e mezza senza fiato!

Perchè, c’è solo l’Inter!

Il Mondiale? Solo una scusa per una birretta fresca e lupini…

giugno 17th, 2010 | 838 Comments | Posted in Senza categoria | di Miss Green³

Questo Mondiale mi è insopportabile. Davvero non lo reggo. Sono circondata da vuvuzelas, che la GALP (l’AGIP portoghese) ha deciso di regalare con ogni pieno di benzina, ma che vende anche senza benzina da mesi.

Infatti qui ci avavamo ’ste c%##0 di vuvuzelas anche per l’ultima di campionato del Benfica (ovviamente lavoro a 100 metri dallo stadio…).

Insomma, impossibile inventarsi pause pranzo alle 3 del pomeriggio per andare a sbirciare almeno un pezzo di partita al bar. Tra l’altro i primi tempi delle partite di questo mondiale sono davero di una noia mortale. Nessuna eccezione.

Quindi per sopravvivere a questo Mondiale, bisogna cercare di trovarne il lato positivo. Il Marketing, la caccia all’ultimo gadget, nella giungla della creatività. Le grandi marche si sono date da fare, come sempre. Qui trovate solo una selezione delle idee più carine.

Come al solito, la Coca Cola ha creato un packaging dedicato al Mondiale 2010. L’idea non è male, un cofanetto con lattine da collezione con le immagini di 12 giocatori rappresentativi nel momento delle loro esultanze dopo in goal. Ma… c’è un ma. A quanto pare esiste solo per la Francia.

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La Budweiser (quella che non è birra e che fa causa alle olandesi in festa) ha creato una bottiglia in alluminio amica dell’ambiente, infatti basta portarla a uno dei banchi birra per il refill. Immagino le migliaia di inglesi all’intervallo, serenamente in fila…

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La Nike ha creato 11 Promotion Boxes esclusivi per la campagna Write the Future. Ogni confezione in legno contiene, oltre a materiale Nike, 6 pastelli a cera Crayola scolpiti: Robinho, Cristiano Ronaldo, Cannavaro, Rooney, Drogba e Ribery in colori metallici.

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La Nike ha anche aperto un Nike Stadium a Milano, un negozio high profile “a forma di stadio”, dove si può anche giocare il calcio balilla 11:11. Geniale. Per me non ci sono altre parole.

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Ma il Pallone d’Oro del gadget è sempre loro… delle Arance Meccaniche. Le maglie da goal arancioni:

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p.s. Qui trovate le istruzioni per eliminare il vuvuzela sound dall’audio delle partite…

Ma che facce avete?

giugno 5th, 2010 | 45 Comments | Posted in Senza categoria | di Nk³

Sono tanti i fotogrammi che restano impressi dopo un’impresa del genere. Il sorriso divertito dopo l’ultimo punto, la bocca sporca di terra rossa dopo un doveroso bacio, le mani giunte e quella faccia un po’ così di chi si chiede cosa sia successo ancora senza crederci. E poi la scalata alla tribuna, l’affondare in mille abbracci, lacrime e sorrisi, il pugno stretto sull’Inno nazionale, lo splendido spettacolo con il microfono in mano. E poi quella frase lì, quelle “two words in italian”: ma che facce avete?

schiavone_22_672-458_resizeDi cosa vi meravigliate? Ho solo vinto il Roland Garros!

La prima italiana in finale, la prima italiana ad alzare il trofeo nel Philippe Chatrier. L’Inno di Mameli al Roland Garros. Ma che facce avete?

Contro un’avversaria che aveva schiantato Henin, Serena Williams e Jankovic liquidando la semifinale con un 6-1 6-2 che non ammetteva repliche e non lasciava presagire niente di buono, Francesca Schiavone mette in campo la partita perfetta. Una partita di testa e nervi, di fame e rabbia e soprattutto di tanta, tantissima tattica. Annientata la Stosur con le sue stesse armi: kick esterno da sinistra e lungolinea, un devastante slice esterno da destra. 6 ace, a fronte dei 9 messi a segno in tutto il torneo fino alle semifinali. Picchiare l’avversaria sul suo punto debole -il rovescio all’angolo- fino a farle avere paura di giocarlo, fino a costringerla ad errori clamorosi. Farle perdere la testa e portarla a giocare dove non può, dove non sa, farle sbagliare anche le più elementari delle volée. Ma Samantha Stosur non era in campo oggi pomeriggio: era stata annientata da Francesca Schiavone sin dal primo gioco. Si aspettava una partita facile, si è trovata davanti l’imprevedibile.

Si aspettava probabilmente di prendere un buon vantaggio da subito, quando invece si è trovata a fare i conti con una Schiavone più devastante di lei al servizio. 4-4 nel primo set: qui la Stosur aveva già a che fare con una situazione per lei inimmaginabile. E alla prima occasione, al nono gioco, Francesca si prende il break che deve difendere una sola volta: 6-4, primo set a casa. Sembra incredibile. Il secondo set inizia con l’italiana carica e rabbiosa, che rende chiaro al mondo il motivo per cui è soprannominata “Leonessa”. 1-1, poi l’inevitabile calo e il break subìto: 4-1 Stosur. Ed ecco di nuovo il cervello, la tattica, la superiorità di chi la partita l’ha preparata nei minimi dettagli: il punteggio è preoccupante, ma se giochi a tennis da 20 anni sai che il calo fisico va via così com’è venuto e che a volte per spezzare un trend basta un colpo, un evento, un segno, uno scatto mentale. Basta un servizio tenuto con la giusta rabbia e la giusta concentrazione. Eccolo, ed ecco il contro-break. Si torna sul 4-4, ritornano le energie, si arriva al 6 pari, ritorna la Leonessa. Il tie-break è uno strazio per l’australiana, che dopo aver tenuto a fatica il primo punto è costretta a crollare sotto i colpi di Francesca. 2-1 Schiavone, poi 2-2, poi arriva il primo mini-break. 3-2, la ricreazione è finita. Volée vincente, poi uno splendido dritto e, ancora, una grandissima volée: 6-2, e quattro match-point. E in questo tie-break c’è stato tutto il match di Francesca: le discese a rete perfette, i dritti in campo aperto e tutta la rabbia che la tennista milanese sa mettere in campo. Come poteva finire, questo trionfo? Mettendo in luce l’unico punto di forza rimasto fuori dal tie-break: la meticolosa preparazione del match. Il gioco sul rovescio dell’australiana. Ed è proprio lì, sul rovescio, che la Stosur stecca una palla mandandola alle stelle. Ed è proprio lì che Francesca si butta a terra, forse piangendo o forse ridendosela di brutto. Ed è lì che comincia la festa, è lì che comincia la raccolta di fotogrammi.

Francesca Schiavone vince il Roland Garros.

Francesca Schiavone si prende il numero 6 della classifica WTA.

Francesca Schiavone scrive la storia del tennis italiano.

E non poteva fare altro Francesca, se non mettere prendere l’esempio dalla sua squadra del cuore.
E, come lei, incidere il suo nome nella Leggenda dello sport.

Quadriplete, almeno per lei.

Congratulazioni, Leonessa.

Toto allenatore

giugno 4th, 2010 | 119 Comments | Posted in Senza categoria | di Grappa e Vinci

Il fastidioso tam-tam delle ultime settimane ha creato molta confusione nei tifosi interisti, in ansia per l’annuncio del nome del nuovo allenatore. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, individuando, senza alcun pericolo di speculazioni mediatiche, una ristretta rosa di santoni della panchina dalla quale, al di là di ogni ragionevole dubbio, uscirà il nome del prescelto.

Sono cinque nomi, uno più allettante dell’altro. Si comincia:

1247498125mondonicoMondonico:

duttile, estroso, eclettico: rispecchia in pieno il profilo dell’allenatore ideale. E’ l’uomo che ha portato una ventata d’aria fresca in Italia con quel gioco sprezzante ed audace, tutto scambi rapidi e movimenti ad attaccare lo spazio, che ha creato forti imbarazzi anche nelle retroguardie più organizzate. Indimenticabile la sua Fiorentina 2004/2005: Viali a far muro dietro, Donadel in cabina di regia a dispensare calcio e Portillo là davanti. Che spettacolo, che fluidità! Quelle pallonate altissime a cercare le sponde di testa dell’ariete Miccoli sono entrate nel cuore di molti. Senza dubbio, il mio favorito per la nostra panchina.

zaccheroni

Zaccheroni:

per dirla alla Galliani, ha “le physique du rôle” per allenarci. Anch’egli, come Mazzarri, ha fatto incetta di trofei negli ultimi anni, maturando una certa esperienza internazionale che lo ha portato ad essere ben visto e temuto anche aldifuori dei confini nostrani. Importante è il rapporto viscerale che riesce ad instaurare con i suoi giocatori: di quelli che ha allenato, nessuno ricorda il suo nome e le sue sembianze, mentre sono in molti quelli ancora convinti che Albergo sia un onesto magazziniere.
Porterebbe con sè Diego, trequartista che ha elevato a livelli esponenziali, e il suo staff, composto da Raoul il piadinaro e Gigi, detto “magnafurmigh”, guru della salsa verde.

ferrara-ciro-300x250Ferrara:

certamente il migliore della sua generazione. Tecnico di polso, ha appreso da un misterioso stregone delle leggendarie tecniche di allenamento, tecniche che ha subito messo in pratica suscitando lo stupore e l’ammirazione degli autorevoli giornalisti che erano accorsi alle sue prime sedute da mister della Juventus. Grazie ai suoi miracolosi esercizi, i giocatori bianconeri hanno forgiato il loro fisico e sono divenuti indistruttibili, come conferma l’esiguo ammontare di infortuni occorsi durante la stagione (tournèe in Canada compresa). Nonostante ciò, al tempo, ai più non era sembrata una grande idea affidare una panchina tanto scottante al vice di Lippi: un po’ come ingaggiare la controfigura di Alda D’Eusanio per posare per la copertina di Playboy. I suoi detrattori, però, sono stati smentiti dai fatti: Ciro, ad un anno di distanza, è lanciatissimo.

12404119481209454294FOTO06Mazzarri:

qui forse sto volando un po’ troppo in alto. L’uomo che ha dovuto cambiare casa per far spazio alle tonnellate di allori conquistati è infatti, probabilmente, soltanto un bellissimo sogno.
Riattaccando di prepotenza il telefono in faccia a Perez, Walter si è, di fatto, tolto dal mercato; sognare però, in fondo, cosa costa?
Ve lo immaginate un frizzante 3-5-2 con Grava terzo in difesa, Sneijder panchinato duro a favore di Pazienza, uomo ovunque, e  Quagliarella a fare a sportellate là davanti? Il pensiero è fin troppo ardito: cercate di nascondere i vostri imbarazzi intimi, se non volete fare figuracce.

35189_newsTassotti:

dev’esserci sicuramente un motivo, se il Milan lo tiene nascosto da così tanti anni. In via Turati paiono restii a concedergli responsabilità: dal 2001, è vice allenatore, vice preparatore, vice bidello e vice escort ai galà di palazzo Grazioli. Il perchè di tutto ciò è presto detto: Mauro dev’essere sicuramente un genio, e al Milan non possono permettersi di mandare allo sbaraglio uno che ne capisce davvero. Leonardo ne è l’ultimo esempio: appena ha dato qualche segnale di intelligenza e buonsenso, è stato cacciato.
In un eccesso di ingordigia, potremmo tentare di ingaggiare anche Galli, in modo da permettere a Tassotti di essere il vice di qualcuno anche da noi. Ma questo è fantacalcio, questi sono nomi grossi, torniamo coi piedi ben saldi a terra.

In definitiva, i nomi sono questi: come caschiamo, caschiamo bene.