scritto da il 15 maggio 2013 alle 11:39

Neri per caso

Tra un’intervista da marciapiede di Moratti ed il toto-allenatore che già impazza, sembra passato sotto silenzio un episodio (l’ennesimo) che avrebbe meritato ben altro risalto sulle pagine dei quotidiani, sportivi e non: parlo ovviamente dei cori razzisti contro Balotelli durante Milan-Roma del 12 maggio scorso.
Gli opinionisti di turno si sono precipitati a stigmatizzare l’accaduto, a colpi di slogan effimeri e vane promesse di porre fine allo scempio che rovina lo sport preferito dagli italiani; anche il buon Giancarlo Abete ha subito alzato i toni, come già in altre occasioni, invocando la chiusura dei settori dello stadio interessati dall’attegiamento razzista, poiché le multe sono provvedimenti inutili che non risolvono il problema.
Due giorni dopo è infatti arrivata la tremenda sanzione di 50mila euro contro la Roma, incapace di ammutolire i subumani che ne popolano la curva per evidenti problemi di natura politica e di sicurezza comuni ad altre società, quando si tratta di dover “mediare” con la parte più oltranzista dei propri ultras.
Subumani che continueranno imperterriti ad utilizzare le domeniche calcistiche per sfogare tutta la loro ignoranza becera, utilizzando la partita come mero veicolo mediatico per dare risalto alla loro demenza, dal momento che a distanza di anni nessuno si è degnato di adottare politiche convincenti per affrontare il problema una volta per tutte.

Un problema che va ben oltre il discorso legato al calcio, un problema che si intreccia col tessuto culturale di un paese che continua imperterrito a mostrarsi razzista nel quotidiano, con l’italiano medio prigioniero della sua xenofobia becera, quella che al semaforo ti fa chiudere il finestrino e la porta della macchina perché “con questi negri non si sa mai”.
Oppure perché “io non sono mica razzista eh, ma questi negri sono ovunque, andassero a lavorare”. E magari lo dice un disoccupato.
Si sottovalutano i micromessaggi provenienti dagli eventi di tutti i giorni, ognuno di noi si nasconde dietro un dito, salvo redimersi per la giornata del razzismo o per gli episodi che magari toccano la propria squadra del cuore: una sorta di moralismo a comando che rende ancor più grottesca l’incapacità di affrontare con coraggio la multietnicità che ci circonda.

Difficile altresì aspettarsi qualcosa di diverso quando i primi a dover dare l’esempio e, puntualmente, ad evitare accuratamente di farlo sono quelli che dovrebbero forgiare l’opinione pubblica, i politici ma anche i calciatori.
E allora via con le offese al neo-ministro Kyange, anch’esse criticate giusto perché era doveroso farlo ma senza alcun tipo di provvedimento, via con Borghezio a rappresentarci indegnamente al Parlamento Europeo, via con i titoloni a quattro colonne dedicate agli “ASSASSINI NERI”. Tutto intorno un silenzio assordante.
Tornando ai fatti di Milan-Roma, fa amaramente sorridere constatare come ancora una volta le promesse di qualche mese fa si siano rivelate fumo negli occhi per i molti che avevano creduto, ad esempio, alla buona fede di Boateng durante la famigerata amichevole Pro Patria-Milan. Ve la ricordate? In quel caso i rossoneri non ci pensarono su due volte, e al persistere degli ululati razzisti avevano abbandonato il campo in preda al disgusto.
Il centrocampista ghanese aveva poi dichiarato alla CNN:”Non mi importa di che partita si trattava – amichevole, campionato italiano o Champions League – l’avrei fatto ugualmente.”
Evidentemente era sottointeso che una partita decisiva per il terzo posto e la qualificazione a quella stessa Champions per la quale Boateng abbandonerebbe il campo sarebbe stata da escludere, giusto? Il dubbio, per inciso, è venuto anche a Firicano, attuale DT della Pro Patria.
Ci è voluto il buon senso dell’arbitro Rocchi per dare un timido segnale di rifiuto verso quel costante atteggiamento denigratorio, ancora una volta davvero troppo poco.

Sì, credici.

Sì, credici.

Dopo i fatti di Busto Arsizio molti si precipitarono a sottolineare come sarebbe improbabile uscire sistematicamente dal campo per ogni episodio simile, perché significherebbe partita persa per la squadra che protesta. La rinuncia ai tre punti evidentemente è qualcosa che il calcio non può permettersi, di fronte a “i soliti cori di qualche imbecille”.
Tutti continueranno quindi a sottovalutare il problema, perdendo ogni volta una grande occasione per riabilitare il tanto vituperato calcio italiano, che dovrebbe e potrebbe diventare colossale veicolo di protesta e di rifiuto verso ogni atteggiamento di stampo razzista, anche a costo di subire penalizzazioni in termini di punteggio.
E continueremo ad aspettare leggi e provvedimenti che non verranno, perché tanto il razzismo a comando è fin troppo comodo per esser messo da parte: pensate a quelli come Roberto Renga, che qualche anno fa chiedevano il Daspo per quelli come Balotelli, simulatori e provocatori nati, mentre adesso, dopo quanto accaduto durante Milan-Roma, si limitano a qualche frasetta di circostanza, senza approfondire troppo, ci mancherebbe.
Oppure ripensate alle dichiarazioni di Seedorf, che dopo i “se saltelli muore Balotelli” di Juventus-Inter del 2009, si precipitava a chiedere al buon Mario un comportamento migliore, bollando certe frasi come semplici dimostrazioni di ignoranza, alle quali non dare troppo risalto. Perpetuando, di fatto, la connivenza col problema.

Impossibile chiedere allo sport di farsi carico di una questione che chiunque si ostina a minimizzare, spesso contribuendo a svalutarla mezzo stampa con titoli volgari e ben più gravi di un qualsiasi ululato da stadio.
Impossibile chiedere al calcio di farsi carico di un difetto che l’italiano medio sembra non soltanto non voler affrontare, ma nel quale sguazza volentieri, convinto di non far parte di esso, pronto ad indignarsi se il proprio idolo di colore viene fischiato ma altrettanto pronto a girare il viso dall’altra parte se un senegalese che chiede l’elemosina viene apostrofato volgarmente dal passante di turno. L’odio è odio, con o senza cassa mediatica.
Dovrebbe essere un dovere civico combatterlo quotidianamente, per contribuire nel nostro piccolo ad abbattere l’assioma “è solo ignoranza, non razzismo”.
Il razzismo si ciba di ignoranza, lauti pasti con i quali si ingrassa rafforzando il proprio disgustoso metabolismo. Mettiamolo a dieta.

scritto da il 15 gennaio 2013 alle 15:00

Una vita da contrista

Uno dei motivi per cui si può tranquillamente fare a meno di leggere i giornali è anche che, ormai, appena qualcuno la spara più grossa del solito l’eco si diffonde forte sul web e la chicca non può sfuggire. E’ il caso, per esempio, di Riccardo Signori, firma della redazione sportiva de Il Giornale. Una redazione dalla quale è passata recentemente gente come Franco Ordine e Tony Damascelli eh, mica robetta.

Bene: non si sa come nè perchè, il buon Riccardo sembra avercela un po’ su con l’Inter. Poco male, si dirà: si può mica stare simpatici a tutti. Certo che no. Non fosse che il rancore che trasuda dagli scritti del Signori (non fate caso al tono di questo post: voi ancora non lo sapete, ma è un italiano raffinato. Capirete presto) è andato improvvisamente ad eccedere quello che è il normale esprimere un’opinione ed ha finito, come dicevamo prima, col fare il giro del web.

[...]Marco Benassi che, quando il capitano nerazzurro venne in Italia, non aveva ancora compiuto un anno essendo nato il 5 maggio (data non proprio fausta per gli interisti) 1994. Però Benassi può andare oltre alla scarsa buona fortuna della data. Sarà da scoprire, perché ieri sera ha fatto intendere che se questa è next generation non c’è da pensare in grande: ottimo contrista, ma poco più. Magari un po’ intimidito, d’accordo. Ma non meglio di un Mariga e non è il Marrone che gioca nella Juve.[...]

Ora, a parte il fatto che Benassi non è nato il 5 maggio ma l’8 settembre (ma si sa: ai giornalisti se togli la pagina italiana di Wikipedia togli tutto), ma…Mariga? Marrone? E soprattutto: “ottimo CONTRISTA“? Non basta: il giorno dopo il buon Riccardo decide addirittura di rincarare la dose.

[...]non sa­rà certo l’inserimento di Benas­si, bravino come contrista e nien­te più, a rianimare un centrocam­po anonimo. Ci fosse ancora Bol­zoni (23 anni, oggi al Siena) ne fa­rebbero il playmaker del secolo[...]

Mariga, Marrone e ora Bolzoni. Rispettivamente 7, 4 e 5 anni più grandi di Benassi. Ma soprattutto, ancora lui: il contrista. La curiosità e la voglia di sapere bruciano dentro e, quando grazie a un nostro follower su twitter scopriamo che Signori ha anche un account sul social network, rompiamo gli indugi e chiediamo direttamente a lui. La risposta arriva puntuale.

Ohibò. Un italiano monco di raffinatezze. Stai a vedere che avevamo davanti il nuovo Brera e non ce ne siamo mai accorti. E noi, poveri ignoranti, miseramente convinti che contrista fosse al massimo la terza persona singolare dell’arcaico verbo “contristare“: travagliare, perturbare, dar malinconia. Un po’ come certi articoli su certi giornali, insomma. E invece no, ci spiega il buon Riccardo: trattasi di forma del verbo “contrastare” (??), che apprendiamo quindi -evidentemente- rientrare nell’elenco dei verbi irregolari della prima coniug…ah, no.

Sorge il sospetto che il punto non sia tanto la valutazione sul giovane Benassi, che merita di essere lasciato fuori da questo scempio. Ma se a Riccardo Signori fa così piacere, allora andiamo a leggere il suo articolo pubblicato domenica scorsa e gli facciamo notare, con la stessa simpatia, tutto quello che ci convince poco. O per niente.

Il Don Rodrigo di Stramaccioni, che solo casualmente fa rima con Manzoni [sorvoliamo sull'improbabile parallelo manzoniano, per carità], ha spiegato che il calcio è tecnica, bravura, gioco da killer con il piede raffinato.
E l’Inter è tornata a vincere dopo un mese e una serie di papere calcistiche [wow...equilibrato]. Rodrigo Palacio ieri ha scaldato i cuori della sua gente, ma soprattutto ha ricamato il calcio che piace, con la disinvolta angheria di un Don Rodrigo. Non segnava da novembre, si è rifatto con gli interessi: un gol e assist-gol [ci sono anche gli assist-fuori, gli assist-parate e gli assist-palo, com'è noto]. All’Inter sono pochi a tenergli dietro [...eh?], il calcio nerazzurro è un mix di potenzialità ma anche di scarsa qualità. Stavolta contava vincere. Vabbè! [vabbè: trattasi di espressione propria di un italiano raffinato]
Per una buona mezzora [senza apostrofo: raffinatezze, non potete capire] qualcuno avrà pensato che la bontà tecnica della partita [colpa nostra che non ci arriviamo, sicuramente] stava [era?] in tribuna: Sneijder, in romantico revival nerazzurro e in attesa di alternative al Galatasaray, e [la e dopo la virgola possiamo permettercela solo noi, che conosciamo un italiano monco di raffinatezze] Verratti venuto da Parigi per godersi la sua ex squadra. In realtà il campo metteva in imbarazzo il pedigrèe [carino questo accento su pedigree. Chissà in che lingua si usa] dell’Inter e anche le convinzioni di Stramax [Signori, sei rimasto solo tu al mondo a chiamarlo così: anche basta, dai] («Siamo grandi») e diceva che il Pescara è una compagnia di valorosi volontari dell’arte pallonara: gran correre, discreta qualità, un po’ di confusione da centrocampo in su e due colossi alla moviola (Terlizzi e Capuano) in mezzo all’area. L’Inter ha messo un po’ ["ci ha messo un po'" è così barbaro, suvvia] a capire dove poteva andare a far male, ma quando Cassano e Palacio hanno innestato [buona ma tirata per i capelli, eh...] il loro giocare di scuola e classe superiore, tutto è stato più chiaro per la gente nerazzurra. Ed [ancora: queste son cose da Bauscia Cafè, mica da testate raffinate] anche l’infreddolita, e scarsa (3892 paganti), truppa delle tribune ha tirato qualche sospiro di sollievo.
Si dirà Inter in emergenza [sì, anche con la punteggiatura magari]: troppi convalescenti ed infortunati, il centrocampo affidato a Zanetti playmaker (avete letto bene) e a Marco Benassi che, quando il capitano nerazzurro venne in Italia, non aveva ancora compiuto un anno essendo nato il 5 maggio (data non proprio fausta per gli interisti) [cosa non si fa per una battuta, eh?] 1994. Però Benassi può andare oltre alla scarsa buona fortuna [andare oltre a qualcosa? Sarà raffinato..] della data. Sarà da scoprire, perché ieri sera ha fatto intendere che se questa è next generation non c’è da pensare in grande: ottimo contrista [magari Benassi è bravissimo a immalinconire...], ma poco più. Magari un po’ intimidito, d’accordo. Ma non meglio di un Mariga e non è il Marrone che gioca nella Juve [ci mancherebbe]. Probabilmente il problema stava [era?] più nell’Inter che nelle qualità del ragazzino. Infatti la Nerazzurra [raffinatezza a grappoli qui, eh] è stata squadra di rango solo quando la palla è finita nei piedi dei suoi uomini di qualità. Azioni in verticale ad infilare gli spazi e Palacio in agguato. La prima volta, dopo sei minuti, gli è andata male di un niente. Alla seconda [?] è toccato a Cassano buttar via l’occasione calciando una palletta. Alla terza [??] tutto è filato liscio. Palla in verticale, Cassano smarca l’argentino: finta, aggiramento e tiro come un ricamo.
Ecco questo è calcio. Il resto un arruffato affannarsi [siamo all'allitterazione: raffinatezza a strafottere, proprio] con Jonathan e Pereira a correre sulle fasce. Ma se il brasiliano pareva il solito calciatore per caso, che ha provato perfino il tiro gol nel secondo tempo, l’uruguaiano si è sfiancato: sbagliando tanto e provando altrettanto. Ma questa è l’Inter e tanto deve bastare per vincere le partite. Il Pescara è stato un buon corista [ci sfugge la metafora, limite nostro], magari più armonico nel modo di giocare, ma ha provato il primo tiro dopo 40 minuti (Colucci) e poi non ci ha più riprovato. Difficile impensierire così la non irresistibile difesa nerazzurra senza titolari. Certo, quella pescarese è anche peggio. E Palacio ci ha messo niente, ad inizio ripresa, a giocarsi tutti con la sua seta [tanta roba ragazzi, tanta roba] e un dribbling secco per servire facile facile, [la virgola avanzava da prima?] Guarin e il secondo gol interista. Udite, udite, [Annunciaziò, Annunciaziò: tu, Marì, Marì... (cit)] azione nata da Jonathan che ha giocato la sua miglior partita e qui stanno eccezionalità della storia e fine della partita, che ha visto Cassano salutare con volto scuro. Forse gli manca il gol.

Con tutta la simpatia del mondo: ma veramente stiamo parlando di un italiano raffinato? Sarà. Prendiamo appunti, seppur fermamente intenzionati a perseverare nel nostro italiano monco di raffinatezze. Prendiamo appunti e continuiamo a interrogarci sul significato di quel “contrista”. Ma sono in tanti ad aver manifestato dei dubbi e la cosa, francamente, ci fa sentire un po’ meno ignoranti.

scritto da il 7 dicembre 2012 alle 15:11

Quant’è bella giovinezza

E’ un vero peccato che la solita, monotona e servile stampa sportiva italiana non abbia dedicato la giusta considerazione a quanto andato in scena in quel di San Siro ieri sera: vedere l’Inter scendere in campo in una competizione europea con CINQUE giocatori sotto i 20 anni, oltre ad un ventenne (Coutinho) ed un ventiduenne (Belec), sarebbe stata una valida occasione per valutare l’eccellente lavoro che il settore giovanile nerazzurro porta avanti, con risultati eccelsi, da anni.

Si fa un gran parlare di “investire sui vivai” e “lasciar perdere l’acquisto dell’ennesimo, inutile straniero”, ma se poi si snobbano partite come Inter-Neftchi sarebbe meglio tacere o cambiare mestiere: c’è chi ci ha provato, in maniera invero un po’ triste, come il buon Roberto Renga che su Twitter magnificava la prestazione di tale Bassani e quella di Samuele Longo, verosimilmente ignorando nella maniera più completa che il cognome del primo sia Benassi e che il secondo giochi invece nell’Espanyol da inizio stagione.

Siamo sicuri che troverà la scusa più adeguata per nascondere l’imbarazzo, e comunque che abbia almeno accennato l’argomento è pur sempre un punto di partenza. Tragicomico, ma meglio del silenzio devi vari Zapelloni e compagnia (non) scrivente.

Tornando al gelido match contro gli azeri, dispiace rimarcare ancora una volta come la cinquina arbitrale sia riuscita a rovinare quella che sarebbe stata una vittoria meritata per i tanti Primavera scesi in campo, protagonisti di prove diligenti se non addirittura molto positive: se il terzo gol di Livaja era forse difficile da vedere senza l’ausilio della moviola (ma il famigerato arbitro di porta acosacazzoserve allora?), il rigore non dato per fallo su Cassano ha dell’esilarante (anche in questo caso l’arbitro di porta stava probabilmente finendo l’ennesima partita a ramino con uno dei pochi fotografi presenti) e ci avrebbe permesso di fissare il risultato su un provvisorio 3-1, ipotecando con tutta probabilità i tre punti finali.

Purtroppo la dura legge dello sconosciuto di turno che contro di noi segna il gol della vita ha pensato bene di palesarsi anche nel freddo di ieri sera sotto le mentite spoglie di Sadygov, il capitano del Neftchi, mentre il pareggio definitivo è frutto di una delle poche distrazioni difensive concesse dai nostri, purtroppo decisiva.

I giovani, dicevamo: eccezion fatta per Romanò, prospetto sicuramente molto interessante ma bloccato dal freddo e da un certo nervosismo (ammonito dopo soli sette minuti) e per l’ennesima chance sprecata da Coutinho, fumoso ed inconcludente come non mai, le altre son tutte note estremamente positive. Spiccano su tutti un Marko Livaja che, al contrario del collega brasiliano, difficilmente spreca le occasioni lui concesse, con una doppietta che avrebbe dovuto essere tripletta e qualità anche quando si tratta di dialogare con i compagni, e un Benassi (BENASSI, capito Renga?) che conferma tutto il bene già visto contro il Rubin, offrendo una prestazione addirittura migliore, fatta di sostanza, geometrie, tempi giusti e senso della posizione da “adulto”. Molto più che una semplice promessa.

Hanno ben figurato anche Garritano e Pasa, frizzante e coraggioso il primo, eclettico e disciplinato il secondo, e nella ripresa abbiamo salutato il debutto in prima squadra di Andrea Bandini, capitano della Primavera, subentrato ad un Jonathan tornato finalmente su livelli più che accettabili: gran gamba e piede raffinato per lui, subito in partita con concentrazione e solidità inusuali per un classe ’94.

Si è vista molta applicazione da parte di tutti, e non è certo mancata l’intraprendenza: presa per mano da Samuel e Cambiasso, e con la preziosa collaborazione di Pereira prima (invero non troppo convincente), Nagatomo e Cassano poi, la gioventù nerazzurra ha confermato le tante, belle parole spese dagli addetti ai lavori più attenti, regalando ai curiosi molte più certezze che dubbi. Una risposta che ci permette di dimenticare facilmente il bugiardo 2-2 finale, archiviando questa prima fase di Europa League con un sorriso che guarda al futuro: tornando a citare il Lorenzo De’Medici del titolo, è vero che “del doman non v’è certezza”, ma è altrettanto palese che il presente dell’Inter che verrà ci consenta un ottimismo moderato sì, ma ricco di fiducia.

#Rispettala

scritto da il 4 dicembre 2012 alle 10:27

Garcia, l’orca!

Voci di corridoio individuano proprio in questa frase la causa della distrazione fatale del difensore rosanero (pronunciata, parrebbe, da Coutinho in un impeto di fantasia rigorosamente a cazzo) grazie alla quale l’Inter è riuscita a strappar via tre punti al termine di una prestazione che oserei definire immersa nella melassa, ovvero farraginosa, inconcludente, caratterizzata da giocate lente e sistematicamente prevedibili, ma comunque molto solida quantomeno nella fase difensiva, tornata ai livelli pre-Bergamo anche per la sostanziale inoffensività del Palermo targato Gasperini.

Al di là dell’interessante Dybala, fagocitato dall’ottima intesa tra Samuel e Ranocchia (sempre più leader, sempre più autoritario), gli ospiti hanno optato per un gioco di rimessa votato alla passività più totale, maturando la bellezza di un tiro nello specchio della porta nei 90 minuti totali, disinnescato da Handanovic con relativa facilità.

Non che l’Inter abbia fatto sfracelli, anzi: poche le occasioni nitide, pochissime le azioni manovrate, praticamente assenti le verticalizzazioni, mentre è ancora ben presente la scarsissima lucidità generale dovuta ad un’infermeria ancora troppo piena e ad una condizione fisica deficitaria che comincia a mostrare i chiari segni di una preparazione cominciata con larghissimo anticipo rispetto alle altre squadre italiane.

A questo dobbiamo però aggiungere l’ormai famigerata mancanza della possibilità di cambiare ritmo, in una qualsiasi zona del campo: tra giocatori posizionali, per ruolo o per necessità, gente troppo impegnata a correre per poter rendersi utile anche in fase di costruzione (Gargano, utilissimo in fase di ripiegamento ma distruttivo quando in possesso di palla, non per colpa sua) ed uno Zanetti purtroppo sempre più avviato a prestazioni da fine carriera, affrontare una qualsiasi squadra che evita accuratamente di pressarci e preferisce lasciarci giocare ci manda completamente in ansia da prestazione. Difficile pretendere fluidità nella circolazione della palla quando non hai piedi capaci di garantirtela, difficile pensare alle giocate in verticale quando non ci sono centrocampisti in grado di pensare una qualsiasi geometria (eccezion fatta per Cambiasso, che però fa parte del gruppo degli indebitati d’ossigeno), difficile creare con continuità situazioni offensive pericolose quando non hai Cassano e quando Milito e Palacio annaspano e boccheggiano alla ricerca dell’ultima particella utile di aria più o meno pulita.

Sono comunque arrivati tre punti fondamentali per non perdere contatto col gruppo di testa e, soprattutto, decisivi per interrompere quel maledetto trittico di partite senza vittorie in campionato che, dopo aver sbancato Torino, ci aveva impedito di approfittare degli ulteriori passi falsi della squadra di quello che sa soltanto sfornare 174 modelli diversi di Panda, facendoli peraltro pagare come se fossero fatti d’oro zecchino.

Le indicazioni per i prossimi due match, quelli delicatissimi contro Napoli e Lazio, non sono certo rosee e la squalifica di Samuel butta ulteriore benzina sul fuoco, ma è altresì evidente come Stramaccioni stia facendo il possibile per conservare i più freschi per le partite che contano: apprezzabile il coraggio nel sostituire Zanetti e Milito con Nagatomo e Guarin, i due più in forma del momento, che non a caso hanno permesso alla squadra di avanzare il baricentro di 15 metri come per incanto e di creare costante apprensione nella difesa palermitana, oltre a garantire un dinamismo fino a quel momento soltanto immaginato dai tifosi nerazzurri.

Inutile ribadire come a gennaio, anche per rafforzare la speranza di quel secondo posto indicato come obiettivo ufficioso, sarà necessario intervenire, se possibile, sul mercato andando a rafforzare centrocampo e attacco con innesti mirati, capaci di garantire un altro passo, di saltare l’uomo, di creare superiorità numerica e dare ordine e tempi giusti alle giocate. E soprattutto sarà fondamentale evitare qualsiasi tentazione di acquisto fatto per far numero: abbiamo bisogno di potenziali titolari, non di mezze figure tatticamente incollocabili o atleti di mediocre qualità.

Molto bello invece il nuovo episodio di Stramaccioni vs Resto del Mondo: il siparietto andato in onda su Sky, nel quale il nostro prode mister ha elegantemente zittito quella grandissima…giornalista sportiva di Ilariona D’Amico sulla vicenda mobbing-Sneijder, ha dimostrato ancora una volta quanto il tecnico romano sia ormai completamente votato alla causa nerazzurra, pronto a difenderla a spada tratta anche in momenti poco felici come quello attuale.

Avrà i suoi difetti, come è lecito ed ovvio che sia (parliamo comunque di un esordiente, non dimentichiamolo mai), ma vedere una tale schiettezza nel difendere la nostra Inter, unita ad una proprietà di linguaggio superiore e ad una incisività verbale che non sconfina mai nel becero, fa bene al cuore.

L’Inter è una cosa molto, molto grande che merita rispetto. Ecco.

scritto da il 20 novembre 2012 alle 9:55

Parliamo di calcio?

Ce lo chiedono da ieri, con insistenza e con un latente senso di urgenza, e chi siamo noi per non provarci?

Commentatori, opinionisti, giornalisti o presunti tali si sono davvero adoperati per riportare subito il discorso sui binari della prestazione sportiva, liquidando la famigerata azione Ranocchia-Astori con un “sì ok, era rigore ma adesso non rompete tanto i coglioni” ed evidenziando come per battere il Cagliari non fosse necessario avere rigori a favore. Sarebbe bastato giocare meglio.

Ed effettivamente l’Inter vista domenica a San Siro non è sicuramente stata brillante, piuttosto una parente non lontana di quella in affanno già vista a Bergamo, con un centrocampo incapace di far filtro, un tridente troppo poco avvezzo alla copertura ed una difesa che non ha certo visto la giornata migliore in quelli che, finora, erano stati veri e propri pilastri della retroguardia, ovvero Juan Jesus e Ranocchia. Soltanto Samuel, Nagatomo e Palacio, oltre al solito Handanovic, si sono confermati su alti livelli: dispiace dover sottolineare la seconda prestazione negativa di capitan Zanetti che, verosimilmente, nonostante il suo essere bionico avrebbe bisogno di rifiatare più spesso, così come l’incapacità della squadra di limitare i difetti di Gargano, spesso lasciato in balìa degli avversari e ancor più falloso del solito in fase di palleggio.

Una fase che, difettosa com’era, ci ha impedito di fatto di proteggere a dovere il bel vantaggio siglato dal Trenza su imbeccata geniale del solito Cassano: il bell’Antonio (vabè, è un tipo…ok, la smetto) ha corso pochino, ma ha confezionato almeno 3 assist di altissima qualità. Peccato non fosse il pomeriggio giusto neanche per Diego Milito, sprecone come non mai e decisamente poco lucido in ogni frangente. L’impressione è che considerando le assenze attuali, questo 343 offensivo sia insostenibile sul lungo periodo e permetta a squadre dotate di sufficiente velocità di tagliarci come il burro facendoci molto male: non dimentichiamo che prima del pareggio il Cagliari si era visto negare il gol per tre volte da uno strepitoso Handanovic.

Un ritorno ad un più coeso, equilibrato 352 potrebbe consentirci di ritrovare quella concretezza mancata nelle ultime due giornate, al netto delle buone prestazioni degli avversari e di una non indifferente dose di sfortuna/scarsa bravura in fase conclusiva. Agazzi alla fine è stato decisivo e l’Inter, ritrovando fiducia e solidità con gli innesti di Alvarez e Coutinho (una mossa tardiva che, forse, ci avrebbe permesso di fare di più, ma a bocce ferme siam tutti bravi), ha sfiorato più volte il gol di una clamorosa, ennesima rimonta.

Finisce qui l’analisi tecnica del match, che spero possa accontentare quelli che di arbitri non vogliono parlare a prescindere: eppure un arbitro c’era in campo, anche se a molti potrebbe sembrare strano viste certe mancate decisioni, ed era il signor Giacomelli da Trieste. Un semisconsciuto quasi esordiente, un mister X.

Bene, il signor Giacomelli è riuscito nella leggendaria impresa di far aggiornare la mitica scala della rabbia morattiana a quelli di Interistiorg, snobbando un intervento clamorosamente falloso di Astori su Ranocchia al novantesimo minuto di gioco.

Passi la pessima gestione dei cartellini che ha garantito l’impunità a molti picchiatori cagliaritani, passi anche la mancata segnalazione del fallo di mano di Sau in occasione del 1-2, ma non ravvisare neppure la evidente scorrettezza sul difensore nerazzurro è indice di chiara incapacità. O di altro.

“Ma sei serio?”

Un “altro” che il presidente Moratti ha voluto sottolineare con forza, commentando con rabbia quanto visto a San Siro ed imponendo un criticabile silenzio stampa a squadra e tecnico: ed è su questo che vorrei sofferarmi un attimo.

Non so se la frase “voi dell’Inter dovete stare zitti” sia stata davvero pronunciata o meno dal signor Giacomelli (in tal caso la sua non-decisione assumerebbe contorni davvero inquietanti), ma so per certo che sia opportuno alzare la voce una volta per tutte: non è una istigazione alla polemica, non serve urlare più forte degli altri come colti da isterismo sportivo. Serve invece ribadire con forza la propria posizione in faccia ai tanti giornalistucoli prezzolati che infestano i salotti calcistici italiani e vomitano frasi assurde in diretta televisiva (vero Massimo Mauro?), pronti a negare l’evidenza, a mettere Juventus e Inter sullo stesso piano, a far di tutta l’erba un fascio perchè la polemica è sgradevole e sarebbe meglio parlare di sport.

Col cazzo. Sarebbe meglio parlare di sport se la questione fosse meramente sportiva. Ma non lo è.

La restaurazione, quella per la quale molti interisti vengono sistematicamente tacciati di complottismo a go-go, è compiuta, e la dimostrazione è prontamente arrivata attraverso quella excusatio non petita accusatio manifesta pubblicata dalla Juventus sul proprio sito ufficiale: un delirio in piena regola, in un mondo calcistico dove i 30 sul campo e lo stile Juve non sono più soltanto slogan da tifosi bendati, ma dogmi da seguire pedissequamente in barba alle tante, tantissime sentenze di condanna.

Moratti non ci sta e nessuno dovrebbe starci: il basso profilo non paga, non ha pagato in passato e non pagherà, perché nell’ombra le facce restano le stesse, perchè la strafottenza di chi si sente addirittura vittima di un disegno malefico architettato dalla triade guidorossitronchettiproveratelecom, una sorta di chimera con la testa a forma di cornetta telefonica e le gomme Pirelli al posto delle zampe, aumenta col passare dei mesi, mai soffocata, anzi stimolata ed amplificata da commenti come quelli letti e sentiti domenica sera: quelli di chi vorrebbe far credere a noi e a chi guarda il calcio da lontano che la diatriba Juventus-Inter sia una lotta tra pari colpevoli, che reprima la voglia di calcio giocato, che screditi l’intero movimento e non permetta di parlar bene delle nuove realtà come la bella Fiorentina di Vincenzo Montella.

Scalfaro direbbe “io non ci sto”: la Juventus ormai si è arrogata il diritto di fare un po’ quel che vuole, pisciando in testa a federazione ed Abeti vari. E’ l’uninvited guest che ti entra in salotto anche se tu non lo volevi neppure ascoltare, ti sporca il tappeto di sugo e neanche pulisce, e poi cerca anche di far credere agli altri che il tappeto fosse già sporco.

E’ indubbio che l’Inter abbia bisogno di ritrovare le certezze perdute nelle ultime due esibizioni, ma è altrettanto indubbio che si respiri un’aria quantomeno balorda. La speranza, flebile, è “che non ci sia alcun disegno perché è più stupido dell’incapacità”.

La stessa incapacità che induce giornalisti come Massimo De Luca a far passare l’idea che per avere un rigore a favore una squadra (l’Inter) sia costretta a sfornare una prestazione necessariamente all’altezza. Come se un fallo previsto dal regolamento fosse subordinato alla qualità di gioco espressa. Hai giocato di merda? Eh beh, inutile che saltino tibie, avevi a far gol con un’azione decente, povero pirletti.

Un delirio in piena regola, che molti hanno ripreso e ripetuto come un mantra.

E’ per questo che torno a ribadire che durante gli allenamenti Stramaccioni certamente si occuperà di affinare le marcature sui calci da fermo e gli schemi di gioco, alla ricerca di quello smalto parzialmente perduto (ma non smarrito, l’assedio finale col Cagliari è lì a dimostrare che siamo vivi, sempre e comunque, anche nelle difficoltà), ma fuori da Appiano Gentile c’è un’altra battaglia da combattere per difendere e rivendicare la dignità di sempre, quella che ci permette di essere una volta di più fieri di tifare Inter: una parvenza di equità, nulla di più.

Per il resto abbiam già dimostrato di potercela fare anche da soli, nonostante tutto. Ma almeno non prendeteci per il culo.

“Abbiamo dimostrato tutto, potevamo perdere questa partita solo in 6, era l’unico modo per perderla, perché in 7 la vincevamo” disse un bravo allenatore portoghese al termine di un kolossal sportivo.

Bene, qualche volta non ci dispiacerebbe vincere senza che sia servita un’impresa epica, nella normalità di una giornata di calcio umana, persino svogliata, nient’affatto trascendentale.

Tre punti a fronte di una prestazione mediocre ma con un rigore sacrosanto non sono un furto: sono l’applicazione di una semplice regola.

scritto da il 16 novembre 2012 alle 16:03

Una cifra più che congrua

Le scuse, quando si sbaglia, sono doverose. E’ per questo che oggi chiedo scusa a tutti: la storia della Continassa non era così importante.

E’ strano, perchè in un solo giorno e con un solo post abbiamo visto frantumarsi qualsiasi record di visite mai registrato da queste parti. Ben più di duemila condivisioni fra facebook e twitter, oltre millecinquecento tweet con l’hashtag #continassagate, persone che ci hanno scritto in privato per avere informazioni e che ancora oggi ci chiedono -e si chiedono- il perchè della scarsa eco ricevuta dalla notizia. Sembrava, come dire, che la cosa fosse interessante per molti. Che qualche approfondimento in più l’avrebbe meritato.

Invece no: noi e le migliaia di persone che hanno letto il post probabilmente -sicuramente- sbagliavamo: alla Continassa non è successo niente. Il silenzio totale di tutti i giornalisti e tutti i mezzi di informazione non può essere un caso: evidentemente è tutto normale. Niente di importante. Abbiamo segnalato la cosa a tantissime redazioni e ancor più giornalisti: riscontri? Due. Due, di numero: da Roberto Gotta (Guerin Sportivo, RaiSport) e Marco Lombardo (il Giornale) che hanno rilanciato la notizia. Silenzio assoluto dagli altri. Neanche una smentita o una pernacchia, eh: silenzio. Meno se ne parla meglio è, verrebbe da dire. Una intervista sul Fatto Quotidiano giorni fa, la ripresa da parte di Dagospia con alcuni approfondimenti, qualche minuto su Radio24 e due righe di simil-gossip da Libero: poi, fuori dalle edizioni locali di Torino e Piemonte, più niente. Silenzio dalla Gazzetta e dal Corriere dello Sport, silenzio dal Corriere della Sera e dalla Stampa, dalla RAI, da Mediaset, da tutti. Silenzio da Sky, che pure non perde occasione di sbattere in bella vista presunte indiscrezioni (e non le smentite) sugli accordi tra Inter e società cinesi: le indiscrezioni sì ma le delibere comunali, evidentemente, no.

Evidentemente, appunto, la notizia non era così importante. Era normale, niente di straordinario, niente che meritasse neanche un passaggio di cronaca (“la Juventus costruirà un nuovo centro sportivo”), neanche un tweet. Del resto i giornalisti sono loro, sono loro che decidono se una notizia è veramente importante e degna di rilievo, no? Vuoi mettere gli insulti tra Conte e Cassano? Di quelli erano pieni i giornali, non c’era spazio per altre sciocchezze.

Voltiamo pagina allora, parliamo d’altro: l’Inter contro il Cagliari domenica, arbitra Giacomelli.
Allo Juventus Stadium chi gioca?

Un albergo bellissimo

scritto da il 15 novembre 2012 alle 9:51

Zero virgola cinquantotto: lo scandalo della Continassa

Questo qui sopra è lo Juventus Stadium. Lo stadio più nuovo e moderno d’Italia, il più completo, il più funzionale, il più bello, il più…tutto. Una meraviglia dell’architettura, la nuova frontiera degli stadi di calcio. Le avete già lette da qualche parte queste cose, no? Potete ammirarlo facilmente, se vi trovate a Torino: da Corso Grosseto imboccate Corso Grande Torino, fate qualche passo e ve lo ritrovate lì, in tutta la sua imponenza, sulla destra. E a sinistra invece cosa vedete?
Già, a sinistra. Si chiama Continassa: 260mila metri quadrati di un sacco di cose. C’è la Cascina Continassa, delle costruzioni, un kartodromo, un parcheggio, tanto verde…bello, vero? Ne volete un pezzettino?

Costa solo 0,58€ al metro quadrato.

Sì, avete letto bene: 58 centesimi di euro al metro quadrato. E’ la cifra che pagherà ogni anno la Juventus per costruire 180mila metri quadrati di -copiamo e incolliamo dalla delibera comunale- campi di allenamento per la prima squadra, un albergo, servizi (e una possibile multisala cinematografica), un centro benessere. In più verranno ospitate residenze per 12 mila metri quadri. All’interno della Cascina Continassa, la Juventus stabilirà la propria sede sociale.

Zero virgola cinquantotto euro al metro quadrato.

La bomba la lancia Oscar Giannino dai microfoni di Radio24 martedì mattina:

Ieri mattina scopriamo tutto e iniziamo ad informarci, nel pomeriggio nasce il #continassagate. All’inizio sembra uno scherzo da mezz’ora, quasi un gioco, ma più leggiamo più ci rendiamo conto che la cosa è invece decisamente seria e trascende i confini dello sfottò. MissGreen contatta il Comune di Torino, che ci fornisce quattro comunicati ufficiali: la modifica del Piano Regolatore, la variante urbanistica, le mozioni di accompagnamento e gli interventi del sindaco e dei consiglieri. Tutto ovviamente in regola, e ci mancherebbe altro, ma quello che lascia basiti è il prezzo: 10,5 milioni di euro. Che “andranno rivisti” chissa come e chissà quando, ma che intanto divisi per la metratura e per i 99 anni di concessione fanno, appunto, la sconvolgente cifra di 0,58€ al metro quadrato all’anno.

Una vergogna“, dice Oscar Giannino, ma una vergogna che si ripete in realtà, perchè già il terreno su cui attualmente sorge lo Juventus Stadium -un impianto che ha triplicato gli incassi della Juventus, portandoli fra i 34 e i 40 milioni di euro l’anno- fu ceduto più o meno alle stesse condizioni. E allo stesso prezzo. Già all’epoca, fra l’altro, la Juventus aveva presentato un progetto per l’area della Continassa, progetto che riguardava esattamente la stessa area di cui parliamo oggi ad eccezione dello spazio tra la Provinciale 8 e via Traves (in alto a sinistra nell’immagine qui sopra). In quella zona il Comune di Torino con un bell’appalto da cinque milioni di euro aveva realizzato l’Arena Rock, un’area che doveva essere nelle intenzioni dedicata esclusivamente ai concerti…nelle intenzioni, appunto: l’Arena Rock con i suoi 5 milioni di euro non è invece mai stata utilizzata e allora, di recente, si è fatta un’altra bella gara con la quale si è deciso di affittare l’area a un privato per la costruzione di un kartodromo. L’area viene assegnata, come riferisce Vittorio Bertola, a 27.000€ l’anno e il kartodromo costruito e pronto per l’uso. Non si fa neanche in tempo ad inaugurarlo, però, che la Juventus torna a fare la voce grossa: rivuole quell’area e la rivuole tutta, per farci il centro sportivo, l’albergo e tutte le belle cose già elencate sopra. Senza fare alcun tipo di gara, ovviamente.

Il Comune di Torino cosa fa? Obbedisce. Senza neanche preoccuparsi più di tanto del proprietario del kartodromo e del suo investimento di quasi 2 milioni di euro (“è all’esame della Civica Amministrazione la modalità più idonea per liberare l’area e consentire la realizzazione del centro sportivo“) risponde presente a mamma FIAT, si preoccupa di liberare l’area e si assicura che la spesa per i padroni di Torino non sia eccessiva. “Lo facciamo un eurino al metro? No, è troppo? Facciamo zerosettan…zerosessan…ehm…cinquantotto centesimi? Va bene? Se vuole lo abbassiamo un altro pochino, vecchia signora mia..no? Molto magnanima, grazie”. E via andare: lo stadio è costruito, il centro sportivo anche, la nuova sede, l’albergo, il cinema, il centro commerciale, il centro benessere e chi più ne ha più ne metta. Ricavi pazzeschi all’orizzonte, a costo zero o poco più: la famiglia Agnelli può già iniziare a contare i soldi. O continuare a farlo.

“Sono soldi privati” diranno, “era necessario riqualificare la zona” spiegheranno. Già. E ringraziassero anche FC Juventus, gli abitanti del capoluogo più indebitato d’Italia (fonte CGIA), per essersi fatta carico di una spesa così ingente: in fondo non gliel’ha chiesto nessuno, lo ha fatto solo per il bene della città. Non ci sono mica dubbi. O no?

Ecco come si costruiscono gli stadi a Torino, mentre nel resto d’Italia si aspettano leggi, finanziamenti e dichiarazioni di agibilità.
Bastano 0,58€ al metro quadrato per passare per innovatori e farsi belli grazie alla stampa cieca (e sorda, e muta).

Ah, a proposito: la stampa. Per due giorni non ne ha parlato nessuno o quasi fuori da Torino, oltre al già citato Oscar Giannino. Silenzio totale. Nella giornata di ieri si è alzato un polverone su twitter grazie a un paio di blogger a caccia di fantasmi. Può nascere una notizia su twitter ed arrivare ad avere la ribalta che merita? Chi lo sa. Noi lasciamo tutto qui, nero su bianco, e ci fermiamo su quello che secondo noi deve essere il limite per un blog che parla di calcio e che è andato forse anche oltre i propri confini abituali.

C’è qualcosa di poco chiaro? Sperpero di beni pubblici, speculazione edilizia, implicazioni politiche? Non lo sappiamo nè ci interessa.
Però, cari giornalisti, stavolta abbiamo davvero fatto tutto il lavoro per voi.
Approfittatene.

scritto da il 31 ottobre 2012 alle 10:02

Vergogne senza pari

Tutto questo è offensivo, grave e stupido. Non c’è nessun elemento nuovo, stiamo giudicando quello che era stato già giudicato. E’ un attacco di Palazzi inaccettabile, lui si sbaglia. Senza processo si può dire qualsiasi cosa, l’Inter ed io non lo accettiamo. Facchetti? Coinvolgerlo è di cattivo gusto, sappiamo la sua correttezza quale fosse. I tifosi dell’Inter conoscono perfettamente Facchetti e lo conoscono perfettamente anche i signori che si saranno seduti a quel tavolo per decidere non so cosa. Se lascerei l’Inter in caso di revoca? Io lavoro per i miei tifosi, non per questa gente qui…

- Massimo Moratti -

Quando ho sentito queste parole, nel luglio 2011, ero in un paesino di neanche 600 anime su un’isola croata, in un vero e proprio paradiso. Pochi minuti prima, la pace di quel luogo fantastico era stata turbata da un sms: “Sta succedendo un casino. Palazzi l’ha fatta grossa! :)“. Il tono del mittente era per me inconfondibile, il sorriso finale anche: “la solita melma gratuita buttata sull’Inter, non cambia niente”, è stato il mio primo pensiero. I fatti successivi hanno confermato in pieno quella sensazione, ma tant’è: qualche minuto dopo mi sono imbattuto per caso in queste parole pronunciate da Moratti.

Ascoltarle è stata una boccata d’aria fresca. Non avevo mai sentito Moratti usare certi toni e di colpo, all’improvviso, in quel piccolo paesino di una terra straniera, mi è sembrato finalmente che la misura fosse colma, che il tappo fosse pronto a saltare.
“Io lavoro per i miei tifosi, non per questa gente qui…”
Non esagero se dico che è stato uno dei momenti più belli della mia vita interista. Il momento in cui, pensavo, finalmente si era superato il limite, finalmente si iniziava a lottare contro certe figure: in ritardo, in enorme ritardo, in colpevole ritardo, ma finalmente si iniziava.

Mi sbagliavo, in realtà. Moratti col tempo è tornato -per scelta, per strategia, perchè semplicemente non voleva dar troppo credito a certi deliri- ai soliti silenzi. E noi siamo tornati, col tempo, a rivedere ciò che mi è toccato vedere negli ultimi giorni.

Con ordine: domenica, ora di pranzo, stadio Angelo Massimino di Catania, gol del vantaggio dei padroni di casa. I fatti li conoscete tutti ma in pochi, forse, ne hanno realmente compreso la portata. Qui non si tratta di un errore arbitrale come ne abbiamo visti tantissimi e tanti altri continueremo a vederne: non è il fuorigioco non fischiato a Bendtner o il cartellino rosso non dato a Bonucci. Non è il rigore inventato contro il Napoli in Supercoppa, o contro il Parma alla prima giornata, o contro l’Udinese alla seconda, o contro il Genoa alla terza. Non è neanche il gol non dato a Muntari: è qualcosa di molto più grave e clamoroso. Lo ha spiegato benissimo Pulvirenti ai microfoni dopo la partita e ancora meglio ha fatto sul sito del Catania con un comunicato ufficiale di rara lucidità. Quello che è successo non è un errore arbitrale: è una delle più grosse porcherie mai viste su un campo di calcio. Un arbitro, un guardalinee, un giudice di porta prendono la decisione giusta, vengono circondati dai giocatori di una delle due squadre in campo e sulla base delle pressioni di questi (quali altri elementi avevano per cambiare idea rispetto alla prima scelta, oltre alle proteste di Pepe e Giaccherini?) decidono di cambiare la decisione. Prendendone, infine, una sbagliata. Poco importa l’errore in sè, poco importa cosa sia successo: il problema è come è successo. Il problema è che è stato concesso ai giocatori di una delle due squadre di entrare in campo dalla panchina, di circondare l’arbitro e i suoi assistenti (“Si dovranno evitare i capannelli di protesta intorno agli arbitriBraschi, agosto 2010), di sorvegliarne le azioni, di reclamare attenzioni, di influenzarne le decisioni senza incorrere nella minima sanzione disciplinare (l’espressione “vai tu“ rivolta ad Ayroldi costò un cartellino rosso a Maicon a Bologna nel 2009). Per arrivare, infine, a una decisione clamorosamente sbagliata e a tutto vantaggio di quegli stessi giocatori. E poco importa assegnare le colpe di quella scelta: l’ultima decisione spetta sempre e comunque all’arbitro, Gervasoni, e con lui hanno sbagliato clamorosamente -sia nella decisione, sia nel permettere certi comportamenti- il guardalinee Maggiani e il giudice di porta Rizzoli. E non solo i vertici AIA hanno fatto finta di niente, ma hanno addirittura premiato uno dei tre arbitri in questione -Rizzoli- assegnandogli una partita di Serie A da primo arbitro. E’ chiara, ora, la dimensione dello scandalo? Tre arbitri si lasciano influenzare dai giocatori in campo, prendono una decisione clamorosamente sbagliata commettendo 3 o 4 gravissimi errori nella stessa azione..e uno di loro viene addirittura premiato dall’AIA!

Ma ero partito dalle parole di Moratti di due estati fa. Sì, perchè dopo questo scandalo e le inevitabili polemiche che l’hanno seguito, anzichè scuse e profili bassi ci è toccato sentire Maggiani che rivendica il proprio errore con orgoglio, Juventus Club che ringraziano ufficialmente il guardalinee, Andrea Agnelli che -con una arroganza senza pari- trova il coraggio di farneticare di una “Juventus danneggiata dagli arbitri“. Un crescendo continuo per tutta la giornata fino ad arrivare a sera, quando su Sky è andato in onda questo:

Inter e Juventus colpevoli al 50%. Facchetti che telefonava come Moggi. Inter avvantaggiata a danno di altre società. Inter e Juventus sostanzialmente equiparate negli avvenimenti di Calciopoli. In spregio alla realtà, ribadita ieri da Giuseppe Narducci, in spregio a 24 sentenze -VENTIQUATTRO SENTENZE- sportive, civili e penali. In spregio a condanne per minacce, per violenza privata, per associazione per delinquere. In spregio al comune senso del pudore. No, il solco è segnato: Inter e Juventus ugualmente colpevoli in Calciopoli. Fino all’avvertimento finale: “Moratti deve stare attento a quello che dice“.

La più enorme mistificazione mai sentita sul tema.

E torno quindi alle parole di Moratti di due estati fa. A quel lavorare per i tifosi e per la squadra e non per questa gente qui. Sono passati 6 anni da Calciopoli e sul principale canale sportivo nazionale l’Inter è ufficialmente colpevole al pari della Juventus. Giacinto Facchetti equiparato a Luciano Moggi, Massimo Moratti “avvertito” come non si fa neanche con i bambini più discoli in un asilo di quart’ordine.Fra altri 6 anni, o forse meno, l’Inter sarà l’unica colpevole di Calciopoli a fronte di una Juventus ingiustamente danneggiata, e Giacinto Facchetti il deus ex machina del più grande scandalo della storia del calcio italiano.

Abbiamo intenzione di aspettare in silenzio? Continueremo a guardare queste persone che gettano fango sul nostro nome, sulla nostra maglia, sulla nostra storia? Continueremo a far finta di indignarci con una mano, mentre con l’altra li finanziamo e li invitiamo a continuare?

Bauscia Cafè con questo post raggiungerà poche decine di migliaia di persone. Mario Sconcerti, in quei due minuti, ne ha raggiunto qualche milione.

Non ci fermeremo, ma da soli non possiamo fare molto di più di quello che già stiamo facendo. E la soddisfazione di conoscere la verità -quella delle sentenze, dei processi, dei fatti- è magra, magrissima di fronte a una realtà esterna che precipita sempre di più, ogni giorno che passa.

Ci sono in ballo il nome e l’onore di FC Internazionale e di Massimo Moratti.
C’è in ballo il nome e l’onore di Giacinto Facchetti.

Davvero dobbiamo lasciarli lì, calpestati da un giornalista?

scritto da il 16 ottobre 2012 alle 15:58

Benvenuti al circo

Da ieri sera mi ritrovo sommerso da notizie riguardanti Hachim Mastour, il baby fenomeno classe ’98 approdato questa estate al Milan con modalità un po’ particolari, diciamo così.

E’ successo che Hachim ha debuttato con la maglia del Milan contro -pare- l’Albinoleffe segnando un paio di gol e il suo procuratore, l’irreprensibile Dario Paolillo classe 1990, ha pensato bene di pubblicare il video sulla sua pagina YouTube. Le immagini sembrano aver scatenato un putiferio nelle redazioni sportive di mezza Italia: “Il futuro del Milan” per la Gazzetta dello Sport, “una boccata d’aria a Milanello” ci spiega Sky con l’eco di Gianluca Di Marzio per il quale Mastour “ha illuminato“. “Il fenomeno del Milan” ci racconta SportMediaset, “con i titolari, altro che giovanissimi” tuona su twitter Roberto Renga, “il nuovo Cristiano Ronaldo” chiude sobriamente Calciomercato.com. E chissà quanti altri me ne sono persi.

14 anni.
Non 16, 17 o chissà quanti: 14 anni.

Non voglio stare qui a raccontare quello che hanno fatto -e continuano a fare- alcuni coetanei di Mastour con altre maglie, beatamente ignorati dalle redazioni di tutta Italia, perchè il comportamento giusto con ragazzini di quella età è esattamente questo: ignorarli. Non appiccicargli etichette, non caricarli di responsabilità, non utilizzarli come scudo per deviare l’attenzione da problemi più importanti. Ignorarli. Farli giocare a calcio, farli divertire, farli crescere.

Qualche settimana fa, nell’inserto milanese del quotidiano inutilmente rosa, Carlo Pizzigoni pubblicava un approfondimento sulle giovanili del Milan corredato da una presentazione proprio di Mastour. Ecco le sue parole:

“Predestinato” è l’etichetta peggiore che ti possono appiccicare addosso. Tentatrice, ti lusinga, ti compiace, rischia di farti perdere l’umiltà, poi ti presenta il conto. Quando sei un ragazzo nato nel 1998 come il fresco talento rossonero Hachim Mastour è ancora più complicato conviverci. 
La guerra subdola contro questa etichetta Hachim la combatte praticamente dai primi tocchi che fece a un pallone.
Una storia differente, la sua: quasi per avvalorare il carattere di unicità di predestinato.
Figlio di una coppia marocchina ormai integrata da anni in Emilia (la mamma ha la cittadinanza italiana), Mastour si fa subito notare per l’incredibile familiarità che intrattiene con la palla, prima al Reggio Calcio poi, nemmeno decenne, nella Reggiana. Impossibile rimanere insensibili.
L’Inter lo convince a giocare alcuni tornei ma non può tesserarlo, essendo minore di 14 anni e fuori regione: si crea subito un gentlemen’s agreement con la società granata. 
E’ un numero 10 che con altri due ragazzi del 1998, Mel Taufer e Justice Opoku, incanta i tornei di mezzo Stivale. Tre black italians, come il sociologo Mauro Valeri ha per primo catalogato i nuovi ragazzi italiani di origine africana, tre ragazzi che sognano di giocare insieme nella Nazionale di un Paese che sta cambiando.
Poco prima del compimento del 14esimo compleanno un blitz di mercato lo porta in rossonero. Arrigo Sacchi ne parla entusiasticamente a Adriano Galliani, che muove sul territorio Mauro Bianchessi e convince il neo-procuratore del ragazzo, Dario Paolillo: Mastour è del Milan. 
Il sottofondo che accompagna questa operazione (che per alcuni sfiora addirittura il milione di euro, tutto compreso, anche se da Via Turati negano recisamente) è sempre la stessa: “questo ragazzo è un predestinato”.  Talentuoso, tocco di palla setoso ed elegante, piedi educati montati su una armatura tutt’altro che disprezzabile per un 1998: ha un gusto giovanilistico per la giocata ad effetto. Le telecamere di Sky lo hanno immortalato mentre palleggia maradonianamente con le arance. Pericoloso gonfiare l’etichetta di predestinato. Ora, dopo una tribolazione alle visite mediche, superate poi senza problemi, procuratore e società, che lo ha assegnato agli Allievi di Inzaghi (una categoria oltre la sua età: se la vede coi ’96), vogliono smorzare i riflettori e farlo lavorare sul suo straordinario talento. L’unica cosa che potrà incenerire la pericolosa etichetta di predestinato.

Procuratore e società vogliono smorzare i riflettori” scriveva in buona fede Pizzigoni. Un pensiero ragionevole, un auspicio, quasi una raccomandazione.

Ed eccoli qua i riflettori smorzati: allenamenti estivi con la prima squadra per un bambino ritenuto troppo piccolo anche per la primavera, video sbattuti sul web e dati in pasto a tutta la grancassa mediatica della casa che parte col volume al massimo. Un ragazzino di 14 anni prima strapagato e poi sbattuto sotto i riflettori per nascondere le nefandezze di una prima squadra inadeguata. Mentre i suoi coetanei, in silenzio, continuano a crescere come devono nonostante le meraviglie che sono capaci di fare con il pallone tra i piedi.

Benvenuto al circo Hachim,
ti auguro con tutto il cuore che tu possa essere più forte anche di queste baracconate.

scritto da il 9 ottobre 2012 alle 9:48

Dell’Allegri-pensiero o dei pensieri allegri. (Ti te dominet Milàn)

12 secondi.

Cosa sono 12 secondi di fronte all’immensità, all’eternità dell’Universo? Un lampo, un soffio, un fulmine. Nulla, direbbero i più.

Eppure in 12 secondi possono succedere tante cose. Tantissime. In 12 secondi qualcuno potrebbe spiegare il significato del termine Hipster, per esempio. Un lasso di tempo infinito per lo Shinkansen, treno superveloce giapponese che 12 secondi li ha accumulati di ritardo in un intero anno: pensate che disservizio. 12 secondi sono stati sufficienti a Valentina Vezzali per rimontare le quattro stoccate che le sono valse un bronzo alle Olimpiadi. In 12 secondi, pensate, potreste riuscire a vedere un anno intero di albe sulla Terra! Insomma, vi rendete conto di quante cose si possono fare in 12 secondi?

Nel calcio, per esempio: lo sapete qual è il record di gol segnati in 12 secondi?
Probabilmente uno, a patto di partire già dalla trequarti.

Eppure Massimiliano Allegri ne ha fatto una questione di Stato, domenica sera. Tuonando (oddio, “tuonando” con quella voce lì…): “L’arbitro ha commesso un errore tecnico, perchè ha fischiato la fine del primo tempo con dodici secondi di anticipo!“. Che indecenza!

Valeri fischia la fine del primo tempo con 12 secondi di anticipo, come si vede dal cronom…ehm…vabbè, avrà impiegato 14 secondi fra un fischio e l’altro.

Ora, anche se fosse vero…cosa sperava di ottenere Allegri in quei 12 secondi? Ci piacerebbe entrare nella sua mente: cross di De Jong, colpo di testa di De Sciglio, pareggio, e sulla ribattuta Ambrosini interviene in scivolata su Milito e la piazza diretta nel sette alle spalle di Handanovic! BUM: 2-1 e partita portata a casa! Sì, ok, magari di secondi ce ne volevano 13, ma insomma…se l’arbitro fosse stato onesto un secondo di recupero almeno l’avrebbe dato.

Ecco, appunto: l’arbitro onesto. Qual è il senso di tutte le lacrime rossonere versate da domenica sera ad ora?
Perchè se vogliamo dire che Valeri ha arbitrato male, nessuno può negarlo. Anzi era quasi prevedibile, per chi conosce l’arbitro romano: errori grossolani, cartellini tirati fuori o lasciati nel taschino in maniera completamente random, una partita che sfugge di mano sostanzialmente al minuto 2, quando è proprio Allegri a urlagli in faccia di tutto (“Se non tiri fuori il giallo per questi falli qui io faccio un casino“). Tutto nella norma per lui. E quindi: Valeri ha arbitrato male.

Se invece vogliamo dire che Valeri ha avvantaggiato una delle due squadre, magari addirittura coscientemente, allora non va più bene. Se Galliani fa credere di essersi consultato con il suo avvocato prima di parlare (“come mi ha suggerito Cantamessa posso dire che l’arbitraggio è stato tecnicamente inadeguato“) e arriva a definire ”strano” l’arbitraggio di Valeri, allora non ci siamo proprio. Perchè innanzitutto bisognerebbe avere il coraggio di dirle, le cose, anzichè lasciarle subdolamente intendere. E dirle significherebbe prendersi la responsabilità delle proprie parole.

Coraggio, responsabilità, spina dorsale: viaggiamo su un pianeta immensamente lontano da Milanello, è evidente.

Eppure Allegri, che a Milanello è sempre stato ospite a malapena sopportato, sa benissimo quello che sta per dire quando va davanti ai microfoni di Sky. Lo sa talmente bene che se lo è preparato, se lo è studiato e sa anche quali sono i punti deboli del suo discorso. Essendo però un pessimo oratore, tutto questo viene drammaticamente messo in evidenza.

Spiazzato dal fatto che nessuno abbia puntato i riflettori su Valeri, dopo qualche minuto di intervista Allegri incapace di rispondere a domande tecniche lancia l’affondo: “Sono qui da 5 minuti e non mi avete chiesto ancora niente. Visto che io sono uno che non parla mai degli arbitri..devo parlare dell’arbitro“. Penso: ok dai, l’aggancio fa pena ma il resto se lo sarà preparato bene. Succede a tutti i ragazzini che provano a introdurre un discorso ad un qualsiasi esame universitario: sanno perfettamente cosa dire ma non sanno come iniziare, perchè quella parte lì non se la sono preparata. Avrà fatto lo stesso anche Allegri, no?

A quanto pare no. Allegri bofonchia qualcosa di incomprensibile, cerca di sparare a zero su tutto e tutti ma finisce col non colpire neanche un bersaglio, fino ad incartarsi sulla barzelletta dei 12 secondi (lui vorrebbe riferirsi alla mancata espulsione di Juan Jesus, ma proprio non ci riesce). La sfuriata si chiude poi con un passaggio apparentemente incomprensibile: “E poi nel secondo tempo Nagatomo interviene con il braccio! Dite quello che volete ma quel fallo lì va punito col cartellino giallo!“. Cioè? Allegri sta protestando per l’espulsione di Nagatomo? Anche Ilaria D’Amico è decisamente perplessa: “Quindi ha fatto bene Valeri?“. Risposta sconcertante: “Sì, ha fatto bene ma non ci ha regalato nulla“. Cosa sta dicendo Allegri? Sta accusando l’arbitro di non aver regalato nulla al Milan? Ok le abitudini prese negli ultimi derby, ma arrivare a spararle così davanti alle telecamere sembra francamente troppo persino per un Allegri in evidente stato confusionale.

No, sta dicendo altro Allegri. Sta mettendo le mani avanti, a modo suo: sa che quello di Nagatomo è un episodio decisamente al limite del regolamento, un episodio che farebbe crollare la sua tesi del complotto, e cerca di anticipare l’eventuale appunto di chi potrebbe farglielo notare. Solo che, vuoi per l’incapacità congenita dei milanisti di esprimersi in italiano (vedi foto al lato), vuoi per lo stato confusionale in cui versa il prossimo ex tecnico del Milan, quello che ne viene fuori è un pastrocchio senza il minimo senso.

Perchè, semplicemente, questa ridicola teoria degli sfavoriti è tirata per i capelli da Galliani (ho detto “da”, non “di”. Burloni.), da Allegri e da tutti i tifosi piangenti. Valeri non ha espulso Juan Jesus come non ha espulso Mexes, non ha fischiato il fallo a Yepes come ha fischiato la carica su Handanovic (occhio però: sul tiro di Montolivo a gioco fermo c’era anche Emanuelson in evidente posizione di fuorigioco), ha lasciato in campo Stramaccioni come ha lasciato in campo Allegri. Tutto questo si traduce in un fatto semplicissimo: Valeri ha arbitrato male. Malissimo. E sì, Galliani: “se Valeri ha preso 4 su tutti i giornali un motivo ci sarà“: è esattamente questo, il motivo. Ha arbitrato molto male e la partita si è dimostrata troppo grande per lui già al minuto 2 (mancata espulsione di Allegri), gli è scappata di mano al minuto 45 (fallo di Juan Jesus invertito e “coperto” dalla fine del primo tempo), è completamente sfuggita al suo controllo al minuto 48 (espulsione di Nagatomo).

Un’analisi soprendentemente onesta e corretta, in tutto il delirio rossonero, è arrivata da Bonera: “Vogliamo parlare dell’arbitro? Parliamone, però vorrei iniziare un po’ in controtendenza: quando ho visto l’espulsione di Nagatomo all’inizio del secondo tempo a me è sembrata strana, ho avuto la sensazione in quel momento che Valeri avesse perso il controllo della partita“. E non a caso si parla ancora dell’espulsione di Nagatomo: argomento evidentemente venuto fuori nello spogliatoio del Milan, che ha portato Allegri a mettere le mani avanti come abbiamo visto sopra.

Ma l’analisi è tutta nelle parole di Bonera, è tutta qui. Non c’è bisogno di scatenare gli dèi per un derby girato male, Allegri. Tantopiù che quando gli arbitri vi hanno favorito in maniera scandalosa, nel recentissimo passato, avete finito col raccogliere un numero inverosimile di palloni in fondo alla rete. E allora di cosa ti vuoi lamentare? Che stavolta non vi hanno regalato un rigore? Che stavolta non ci hanno annullato un gol regolarissimo? Capita, cosa vuoi farci. A voi magari capita quasi mai, ma capita.

Che poi alla fine rigori o non rigori, gol giusti o da annullare, cartellini gialli o rossi, il risultato non è che cambi molto.