scritto da il 14 marzo 2014 alle 9:40

Il Mi(ni)stero della Verità

Ho sempre immaginato certe redazioni giornalistiche come quelle sale scure e silenziose del Ministero della Verità descritto da Orwell in 1984, colme di provetti Winston Smith impegnati a modificare o addolcire gli eventi, scrivendo “quello che bisogna raccontare, quello che la gente vuole sentirsi dire”.

“Qualche volta va ricordata una regola fondamentale del giornalismo sportivo. I tifosi leggono solo gli articoli sulla propria squadra, e vogliono avere conferme, non critiche. Se qualcuno continua a criticare troppo va a finire che i tifosi non lo leggono più e smettono anche di comprare quei giornali dove appaiono articoli per cui, dopo averli letti, bisogna fare gli scongiuri. Lo dico da editore con molta esperienza alle spalle.” Silvio Berlusconi

Ma chi lavora, chi vive nel Ministero della Verità, sa perfettamente che non sempre la storia va cambiata. Già, perché a volte una storia va solo sostenuta, soprattutto quando è falsa. Una bugia non ha mai ucciso nessuno, suvvia, non fate quelle facce. E poi, voi fareste notare al vostro capo che sta dicendo una balla?
Tranquilli, la propaganda vi verrà in soccorso. “Il club più titolato al mondo” ne è un esempio: più titolato in base a cosa? Con quale criterio? Certo, bello poter fare certe domande. Ma non si può, non si possono fare. Soffocare il libero pensiero, invece, si può.

“Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte. Anche la sola comprensione della parola “bipensiero” ne implicava l’utilizzazione.”

Va da sé che una volta instaurato questo meccanismo, tutto diventa più semplice. È solo questione di abitudine e di organizzazione, tanto ci sarà sempre un Winston Smith pronto a giurare che l’investimento fatto su quel giovane terzino francese non sia andato in porto perché il ragazzo soffriva di un “problema odontoiatrico con ripercussioni sulla postura e possibili conseguenze di natura ossea e muscolare”.
Così come ci sarà un signor Smith pronto a tessere le lodi dei vari Vogel, Ricardo Olivera, Didac Vilà, Traoré e Ibou Ba (di lui Berlusconi disse “Ibou è come un bicchiere di beaujolais nouveau”, azz!) per poi all’occorrenza occultare tutto, perché i bidoni che la stampa ama ricordare hanno spesso colori diversi da quelli rossoneri.

E la favola del Milan che prende gratis gli scarti dell’Inter per farli diventare grandi giocatori? Vieri, Mancini, Ronaldo, West…questi tendono a dimenticarli, mentre sono anni che ci propinano la solita solfa del fantomatico scambio Pirlo-Guly, una puttanata colossale: il Milan pagò Pirlo ben 35 miliardi di Lire.

meh.ro10062

Ci si può spingere fino a creare una serie di mantra: “per venire da noi si è ridotto l’ingaggio”, “voleva fortissimamente il Milan”, “è milanista fin da bambino”. E giù a scrivere i papiri, chilometri e chilometri di carta carbone. Ma del resto, chi “tiene famiglia” non può permettersi macchiarsi con lo psicoreato. Guardate come è ridotto Alciato dopo le sculacciare ricevute da Galliani. E comunque il Grande Fratello vi guarda, sempre.

La libertà è schiavitù.

Ogni tanto si rende necessario ricompattare un po’ l’ambiente, e allora niente è efficace quanto una balla ben confezionata: “A me risulta che il triplete vero sia quello nostro nel 2007 con Champions League, Supercoppa Europea e Mondiale per club. Non capisco cosa c’entri la Coppa Italia“.
Altre volte invece è necessario sviare l’attenzione, come quando si viene eliminati da una competizione internazioale: “Non abbiamo lo stadio di proprietà. E poi le tasse. Insomma, è colpa del declino del calcio italiano”. Dello stesso calcio che magari qualche mese prima era sul trono d’Europa, questo il buon Winston lo sa, ma non lo dice. Però annuisce.
Così come non si può sottolineare che l’unico Triplete è nella nostra sala trofei.

La menzogna diventa realtà e passa alla storia.

E se scoppia uno scandalo? Uno a caso: 2006, Calciopoli. Nel panorama giornalistico nostrano pare che il Milan ne sia stato totalmente estraneo. Eppure così non è. Lo sappiamo bene, lo sa anche Winston.
I rossoneri, ironia della sorte, vinceranno proprio quella coppa che non avrebbero avuto il diritto di giocare. “Grande Milan che vince in Europa”, dicono. L’Inter vince lo scudetto? “Scudetto di cartone”, dicono.

L’ignoranza è forza.

Un vero leader sa che una delle armi più importanti a sua disposizione è la comunicazione, per questo la plasma fino a farla diventare propaganda. Tipo quando il sior Staffelli va da un giocatore tesserato da un’altra società e gli fa indossare la maglia del Milan o quando sotto elezioni politiche arriva il colpo di mercato ad effetto.
E allora evviva Silvio. Evviva “il Milan che quando vince fa bene all’Italia”. E ancora viva viva “la squadra dell’amore”, “i meravigliosi”. E poi “certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi ritornano”. W l’Ac Silvio 1986.

Praticamente questa società, la Milano che retrocede, si sostiene da anni con balle clamorose, hanno la menzogna del DNA come la Juventus ha l’arroganza, son talmente disabituati alla verità che vaneggiano di primati frutto della fantasia più sfrenata. Si nutrono di patch farlocche con una bramosia disarmante.
E Winston? Niente, Winston si fa i cazzacci suoi, un po’ come quando Ibra e Onyewu si pestano come bestie idrofobe ma Sky censura le immagini.
E il gatto nero di Figo? E il sarto di Appiano? E le cavallette?

La guerra è pace.

Poi ogni tanto capita una falla in questo meccanismo di comunicazione quasi perfetto: può capitare ad esempio che in seguito all’eliminazione in Champions League, il profilo twitter di una vecchia gloria rossonera urli in faccia a società e giocatori quello che qualsiasi tifoso pensa. La notizia inizia a correre sui social, i tifosi inneggiano al grande George Weah, poi la doccia fredda: Parisi, agente vicino a Milanello (sic), dice che si tratta di un fake, un profilo falso. Ma i milanisti non ci stanno, non ci credono. I tweet rimbalzano impazziti, il direttore dell’ organizzazione sportiva del Milan, il signor Gandini prima conferma l’identità di quel profilo e poi la smentisce.

I bugiardi fregati da un bugiardo. Ma che meraviglia è?

 

P.S. Cosa cazzo è questo “beaujolais nouveau”?

scritto da il 28 febbraio 2014 alle 14:52

Lavare a 90 gradi. Centrifuga a 800.

Torno a scrivere dopo molto tempo con la soddisfazione di aver mantenuto la promessa fatta a me stesso alla fine della scorsa stagione: distacco dall’Inter fino a quando Marco Branca fosse rimasto in società. Ringraziando Erik Thohir posso nuovamente prendere in mano la penna. Con mio rammarico non lo faccio per parlare di una bella vittoria sul campo (semi cit.), soddisfazione rara di questi tempi di cui è giusto che possano godere gli altri baristi che hanno avuto il coraggio e la pazienza di ingoiare i numerosi bocconi amari di questa stagione, ancora una volta disgraziata.

Mi tocca invece tornare a parlare di vecchi e viscidi argomenti che vorremmo poterci lasciare alle spalle e che invece ogni anno si ripresentano puntualmente. Negli scorsi giorni è riesplosa l’ennesima polemica sugli errori clamorosi degli arbitri Italiani, tanto decantati dalla nostra stampa sportiva per l’apprezzamento di cui godrebbero anche fuori dai confini nazionali. Per inciso mi piacerebbe sapere se questa buona fama sia mai stata verificata, visto che cercando su Google Italian Referees una buona metà dei risultati fanno riferimento alle recenti uscite di Conte che ne tesse sperticate lodi, dopo averli lui stesso lungamente contestati, ma non divaghiamo oltre, una seria ricerca sull’argomento richiederebbe molto tempo e non sono affatto sicuro di voler davvero scoprire l’opinione che hanno là fuori del nostro calcio.

Gli episodi dello scorso turno di campionato li conoscete tutti: i rigori concessi e negati in Inter-Cagliari, se guardiamo a casa nostra, gli analoghi episodi nel derby di Torino e, last but not least, l’espulsione e conseguente pesante squalifica di Borja Valero in Parma-Fiorentina. Una serie di episodi coincidenti abbastanza clamorosa, ma che a dire il vero rappresentano solo la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso di questa stagione.
Le reazioni degli interessati non si sono certo fatte attendere, in particolare la dirigenza dei Viola si è espressa con toni particolarmente accesi, ma anche Erik Thohir ha avuto modo di puntualizzare gli episodi a nostro sfavore. Amare e ironiche le reazioni dei Giallorossi, ottimi secondi che avrebbero potuto avvicinarsi alla vetta se il derby della Mole fosse finito in pareggio, pur se bisogna ammettere che, come da loro tradizione, hanno mancato già diverse ghiotte occasioni di avvicinarsi alla capolista.

Prima che qualcuno fraintenda vorrei precisare che non intendo lasciarmi andare alla dietrologia e al complottismo. Trovo molto più interessante invece una delle conseguenze degli eventi sopra riportati. Qualche giorno fa nel noto sciocchezzario radiofonico di Radio 24: “La Zanzara” è andata in onda una polemica a suon di insulti e minacce di ricorso alle vie legali tra l’avvocato Carlo Taormina, tifoso romanista che accusava il sistema calcio di essere ancora quello di Calciopoli, e Luciano Moggi. Polemica che è poi risultata essere montata ad arte poiché il presunto Moggi si è rivelato un abile imitatore. Il duo Cruciani – Parenzo non è nuovo a questo genere di burle e la cosa potrebbe anche fermarsi qui, se non fosse che durante la trasmissione del 26 febbraio hanno contattato il vero Luciano Moggi. Come consuetudine da parte di Cruciani è stato concesso ampio spazio a Moggi per pontificare dai microfoni di radio 24.

La tesi di Moggi è che la Juventus in questa occasione non si stia difendendo dalle accuse e che stia reiterando il comportamento mantenuto nel 2006 al momento dell’esplosione di Calciopoli. C’è una parte del discorso di Moggi che merita di essere riportata parola per parola:

“…è anche vero che la Juventus, nel 2006, è colpevole praticamente di non aver difeso i propri dipendenti, perché se il processo ordinario e il processo sportivo hanno detto: che il campionato era regolare, che il sorteggio era regolare, che non c’era un colloquio esclusivo con i designatori, ma di che parliamo?”

Affermazioni che hanno abbastanza del clamoroso, visto che il Moggi si è visto recentemente confermare in appello la condanna per associazione a delinquere finalizzata alla frode sposrtiva, per quanto in misura ridotta. La cosa che ha dell’incredibile è che queste affermazioni vengono fatte passare come se fossero acqua cheta sotto un ponte. Nessuna obiezione in merito da parte dei conduttori, anzi due parole che potrebbero essere approvazione quanto voglia di passare ad altro e si cambia argomento.

Nei minuti successivi Moggi riesce a parlare del più e del meno riuscendo in un paio di occasioni perfino a mostrare di essere obiettivo. Prima rispolvera il vecchio argomento che lamentarsi è la tattica di chi non sa vincere, poi ammette che il rigore per il Torino ci fosse, ma che poteva essere difficile da vedere, mentre ben più grave è stata la mancata espulsione di Vidal per doppia ammonizione. Non manca ovviamente la frecciatina all’Inter la quale dovrebbe preoccuparsi di stare di più nell’area di rigore avversaria, prima di chiedere i rigori, anche se arriva ad affermare che ci sono stati negati diversi rigori quest’anno. Bontà sua.

Ora per quanto La Zanzara non sia un talk show né tantomeno una trasmissione di informazione, pertanto i conduttori non sono tenuti a comportarsi da veri giornalisti, l’insieme dell’operazione è viscido e vergognoso, ma Moggi fa audience quindi vale tutto. Vale permettergli, in questa e in altre occasioni di poter fare il suo teatrino senza che nessuno obietti. Vale il fatto che una sesquipedale balla quale è la sua affermazione in merito al risultato dei processi venga poi coperta da discorsi generici e perfino condivisibili. Un’opera di lavaggio dell’immagine pubblica del personaggio senza alcun ritegno.

Basterà ripetere una menzogna un numero sufficiente di volte sui media, perché diventi verità.

Non illudiamoci. L’Inter ha delle responsabilità in tutto questo. Quando l’opera di sovvertimento della realtà è iniziata chi in Società ne aveva titolo ha scelto di tacere, di non replicare, di accettare passivamente, ancora una volta, tutte le ingiurie che ci venivano lanciate contro. Nulla è stato fatto per difendere la memoria di Giacinto Facchetti se non dalla sua famiglia, da Gigi Riva e da noi, un gruppo di dilettanti e Don Quixotteschi tifosi sul web.

Un’enorme macchia che resta indelebile sull’eredità pur carica di successi lasciata da Massimo Moratti e con cui Erik Thohir sarà costretto a fare i conti per il futuro dell’Inter.

scritto da il 23 gennaio 2014 alle 9:30

Un’offerta che non si può rifiutare? (parte seconda)

Nella puntata precedente, i tre uomini mercato della nostra scuderia tentano di vendere il Paso Fino, cavallo di razza della Colombia, ma l’unico acquirente che riescono a trovare è la malfamata scuderia torinese della Rubentus. Il Cigno e Apostocosì spinti dal Gobbo, fissano un incontro con Bellosguardo. Il boss di Torino, a sorpresa, propone lo scambio alla pari con uno stallone montenegrino e il Gobbo, entusiasta dell’offerta, accetta.

Mentre il trio delle meraviglie è seduto al ristorante, si sente un cellulare vibrare, Apostocosì lancia un sorrisino malizioso al Cigno che però lo guarda male. È il telefono del Gobbo, la voce dall’altra parte è inconfondibile. Come un riflesso incondizionato i due scattano sugli attenti. La conversazione telefonica dura giusto qualche minuto, poi il dirigente, tutto sudato, mette giù e dice:

- «Ha detto che siete due incapaci e che state trattando un’offerta ridicola. Sono tutti incazzati, ci vuole un con-gua-glio! Io ve l’avevo detto eh!»
Con uno scatto improvviso il Cigno afferra la mano sudaticcia di Apostocosì e «Signor sì, signore! Chiamo subito Bellosguardo.»
- «Ehm…ragazzi -interviene il Cigno- io dovrei andare, ho lezione di Pilates»

Nella mia testa continuo a sperare sia un fake. Nel dubbio, mandiamolo a casa.

Nella mia testa continuo a sperare sia un fake. Nel dubbio, mandiamolo a casa.

Fuori dall’ufficio ci sono i giornalisti assiepati, il Gobbo allora si dà una lucidata alla pelata, ché lui ci tiene a far bella figura, Bellosguardo è già lì che aspetta.

- «Ecco -si fa coraggio il Gobbo- singnor Beppe, ci sarebbe una questioncina, una quisquilia proprio, da limare, diciamo così…»
- «Prego?»
- «Beh, il nostro cavallo è più giovane, pensi che gli abbiamo appena rifatto la zoccolatura… Noi avremmo pensato ad un conguaglio di 7/8 milioni.»
A questo punto il boss dei torinesi scoppia in una fragorosa risata, anche i due che lo accompagnano gli fanno eco, mentre il Gobbo si esibisce in un discreto tip-tap.

Poi il silenzio.
Bellosguardo si poggia sul tavolo, e rivolgendosi al pelato:
- «Non se ne parla proprio. Queste sono le condizioni, le nostre!»
- «Beh…in effetti, forse siamo stati un po’ scortesi, via, facciamo tre milioni e ci scusi se abbiamo osato.
- «Uno e mezzo!»
- «Ottimo»
- «In balle di fieno!»
- «Eccellente!»
Apostocosì sgrana gli occhi e preso da un impeto d’orgoglio prima batte i pugni sul tavolo e poi corre via agitando le braccia e urlando “shimbalaie! shimbalaie!”

La trattativa è in forte stallo.

Il Gobbo raggiunge Apostocosì mentre sta parlando al telefono seduto sopra una cassa di cetrioli.
- «Quelli ci stanno fregando, ci guadagnano solo loro, ho chiamato il capo: dice che, a queste condizioni, meglio bloccare tutto, che adesso ci pensa lui.»
- «Ah sì? Che fesso! E poi adesso che figura ci facciamo? Non sta mica bene eh! E con i cavalli come la mettiamo? Li abbiamo già fatti visitare! Ma che figura di merda! Che fi-gu-ra di mer-da!
- «Ha ragione, capo. Come sempre, capo! Mi scusi, sa…è il mio carattere, cono incontentabile. Un perfezionista!»

Insomma, più o meno è iniziato tutto così, poi è arrivato il comunicato di Thohir a interrompere definitivamente la trattativa e la conferenza stampa di Marotta, una conferenza stampa che puzza di vendetta per un affare vantaggioso SOLO per loro. Sarà la forza dell’abitudine, da pare bianconera, di scendere a patti che rientrino nei canoni della pari soddisfazione. In tanti anni abbiamo visto miriadi di operazioni di mercato che sembravano concluse, svanire per un dettaglio, ma mai avevamo assistito a una conferenza stampa incentrata sull’esito negativo e sull’accusa alla controparte. Accuse fondate sul mancato accordo verbale, sulla parola, che è sì importante, ma non vincolante. Lungi da me pensare che alla Juve siano abituati a regolare le loro attività con una sorta di codice d’onore, tipo un giuramento che una volta fatto, non è più possibile tornare indietro. Sì, insomma, di quei giuramenti che ormai si vedono solo nei gangster movie.

"Non ricordo"

“Non ricordo”

Marotta ha accusato apertamente l’Inter di essersi comportata in maniera poco seria; noi abbiamo sicuramente delle colpe e ci sono dei problemi ormai insanabili all’interno della società, ma non ne parlerò qui, ci sarà tempo e modo, è solo questione di tempo. A Marotta però vorrei dedicare questo post-it:

Non si accettano lezioni di moralità da chi, nella sua storia, ha esultato per una Coppa Campioni (rubata!) sui cadaveri dell’Heysel.
Non si accettano lezioni di moralità da chi ha vissuto la bella ÉPOque.
Non si accettano lezioni di moralità da chi ha deliberatamente truccato campionati.
Non si accettano lezioni di moralità da chi non ha nessun rispetto delle leggi (che sono quelle scritte, caro Beppe) e che se ne infischia delle istituzioni, arrivando a esporre nel proprio stadio i 31 scudetti e le 3 stelle fasulle.
Non si accettano lezioni di moralità da chi, negli affari Pogba e Berbatov, non ha mostrato un minimo di rispetto per le società di appartenza e antagoniste.
E infine, non si accettano lezioni di moralità da chi, alla correttezza e il rispetto per le regole, ha sempre preferito la strada più breve perché “vincere è l’unica cosa che conta”.

Nessun animale, giocatore di calcio o armadietto è stato maltrattato durante la stesura di questo articolo

scritto da il 22 gennaio 2014 alle 15:11

Un’offerta che non si può rifiutare? (parte prima)

È un cavallo di razza, non c’è dubbio, ma è un cavallo che scotta. E l’ordine che viene dall’alto è chiaro: vendere. Certo, è un cavallo sano questo Paso Fino della Colombia, ancora giovane e forte. Ma è troppo indisciplinato e manda chiari segnali di insofferenza, la cosa migliore è venderlo, del resto l’indonesiano è stato chiaro “per poter acquistare, dobbiamo prima vendere, guardiamoci intorno”

Il braccio destro del capo, nell’ambiente noto come “il Gobbo” si attiva subito e chiama nel suo ufficio i suoi collaboratori di fiducia: “il Cigno” e “Apostocosì”:

- «LUI ha parlato, il colombiano deve essere venduto»
- «Ci pensiamo noi»

I due si danno da fare ma per quanto si applichino l’interesse degli acquirenti viene smorzato dall’indomabilità del cavallo.
L’unica scuderia che mostra serio interesse è quella malfamata di Torino, destando forte perplessità nei due uomini di mercato. La Rubentus è molto nota nell’ambiente, una scuderia molto vincente dentro i confini nazionali ma dalla dubbia moralità e che nel recente passato era stata addirittura esclusa dalle competizioni perché truccava le corse. E ancor prima fu processata con l’accusa di aver a lungo dopato i propri cavalli. Insomma, personaggi con cui bisognerebbe evitare di mettersi in affari. Ma sono gli unici ad aver risposto.
E poi gli ordini sono chiari, il Cigno e Apostocosì decidono di parlarne con il Gobbo:

- «Ehm…capo, forse abbiamo un acquirente. Ma…»
- «Ma cosa?!»
- «È la Rubentus di Torino, forse, ecco…sarebbe meglio evitare.»
- «Ma no! Scherzate? Io ho già fatto ottimi affari con loro, garantisco io, fissate un incontro!»

"Vi farò un'offerta che non potrete rifiutare"

“Vi farò un’offerta che non potrete rifiutare”

È il giorno del Palio di Genova, tutta la squadra è impegnata, è una competizione importante e i due decidono di aspettare la fine della corsa. Il colombiano, naturalmente, verrà risparmiato per preservarlo.
Ma il risultato è disastroso.
La scuderia ne esce con le ossa rotte e anche il fantino più importante, il Mazzarro, si unisce al coro dei tifosi: “servono rinforzi!”

I due dirigenti sanno però che prima di acquistare è necessario vendere, così appena rientrati in sede, chiamano il capo della scuderia di Torino, un certo Beppe, ma tutti nell’ambiente lo chiamano “Bellosguardo”:

- «Signor Beppe, che piacere risentirla, che ne dice di incontrarci per parlare di quel cavallo?»
- «Uhm. Si può fare, domani mattina sarò a Milano»
- «Perfetto! A domani allora!»

Il Cigno e il suo inseparabile compare, seppur dubbiosi decidono di andare avanti e si recano dal Gobbo per per comunicare gli sviluppi della trattativa:

- «Abbiamo fissato l’incontro coi torinesi, domani mattina a Milano.»
- «Eccellente! Vengo anch’io! Ottimo!»
- «Ma…»
- «Niente ma! Io so come trattare con loro! Vedrete che grande affare faremo! Passatemi a prendere domani mattina!»

E così fecero.
L’incontro segreto si sarebbe tenuto in un ufficio nel cuore di Milano, i tre arrivarono con largo anticipo ma Bellosguardo era già lì che aspettava, accompagnato da due personaggi con un abito gessato e anello al mignolo, ma non ci fu tempo per i convenevoli, la trattativa entrò subito nel vivo:

- «Allora, noi per il colombiano -disse il Gobbo- avevamo pensato a una valutazione intorno…»
- «Invece -lo interruppe Bellosguardo- noi avevamo intenzione di presentarvi un’offerta che non potrete rifiutare! Pensavamo di fare uno scambio alla pari col nostro stallone montenegrino!»
- «Ma veramente… -ribattè il Cigno- non credo che sia conveniente per noi»
Il Gobbo si irrigidì e intimò il silenzio al suo collaboratore:
- «Per la miseria, Cigno, le buone maniere prima di tutto! Il signor Beppe sta parlando! E poi, a me sembra un’ottima proposta!»
Cigno e Apostocosì si guardarono per un secondo e si convinsero: «cazzo, ha ragione! Che figata di scambio, famo er botto!»

È ormai ora di pranzo e i dirigenti delle due scuderie, soddisfatti, vanno a pranzo. Nell’ambiente intanto la notizia inizia a trapelare.

I tifosi, inferociti, si riuniscono nei social network, sostengono che uno scambio alla pari sia pura follia. I TG sportivi non parlano d’altro: è lo scambio più importante del mercato di Gennaio.

[Continua...]

scritto da il 15 maggio 2013 alle 11:39

Neri per caso

Tra un’intervista da marciapiede di Moratti ed il toto-allenatore che già impazza, sembra passato sotto silenzio un episodio (l’ennesimo) che avrebbe meritato ben altro risalto sulle pagine dei quotidiani, sportivi e non: parlo ovviamente dei cori razzisti contro Balotelli durante Milan-Roma del 12 maggio scorso.
Gli opinionisti di turno si sono precipitati a stigmatizzare l’accaduto, a colpi di slogan effimeri e vane promesse di porre fine allo scempio che rovina lo sport preferito dagli italiani; anche il buon Giancarlo Abete ha subito alzato i toni, come già in altre occasioni, invocando la chiusura dei settori dello stadio interessati dall’attegiamento razzista, poiché le multe sono provvedimenti inutili che non risolvono il problema.
Due giorni dopo è infatti arrivata la tremenda sanzione di 50mila euro contro la Roma, incapace di ammutolire i subumani che ne popolano la curva per evidenti problemi di natura politica e di sicurezza comuni ad altre società, quando si tratta di dover “mediare” con la parte più oltranzista dei propri ultras.
Subumani che continueranno imperterriti ad utilizzare le domeniche calcistiche per sfogare tutta la loro ignoranza becera, utilizzando la partita come mero veicolo mediatico per dare risalto alla loro demenza, dal momento che a distanza di anni nessuno si è degnato di adottare politiche convincenti per affrontare il problema una volta per tutte.

Un problema che va ben oltre il discorso legato al calcio, un problema che si intreccia col tessuto culturale di un paese che continua imperterrito a mostrarsi razzista nel quotidiano, con l’italiano medio prigioniero della sua xenofobia becera, quella che al semaforo ti fa chiudere il finestrino e la porta della macchina perché “con questi negri non si sa mai”.
Oppure perché “io non sono mica razzista eh, ma questi negri sono ovunque, andassero a lavorare”. E magari lo dice un disoccupato.
Si sottovalutano i micromessaggi provenienti dagli eventi di tutti i giorni, ognuno di noi si nasconde dietro un dito, salvo redimersi per la giornata del razzismo o per gli episodi che magari toccano la propria squadra del cuore: una sorta di moralismo a comando che rende ancor più grottesca l’incapacità di affrontare con coraggio la multietnicità che ci circonda.

Difficile altresì aspettarsi qualcosa di diverso quando i primi a dover dare l’esempio e, puntualmente, ad evitare accuratamente di farlo sono quelli che dovrebbero forgiare l’opinione pubblica, i politici ma anche i calciatori.
E allora via con le offese al neo-ministro Kyange, anch’esse criticate giusto perché era doveroso farlo ma senza alcun tipo di provvedimento, via con Borghezio a rappresentarci indegnamente al Parlamento Europeo, via con i titoloni a quattro colonne dedicate agli “ASSASSINI NERI”. Tutto intorno un silenzio assordante.
Tornando ai fatti di Milan-Roma, fa amaramente sorridere constatare come ancora una volta le promesse di qualche mese fa si siano rivelate fumo negli occhi per i molti che avevano creduto, ad esempio, alla buona fede di Boateng durante la famigerata amichevole Pro Patria-Milan. Ve la ricordate? In quel caso i rossoneri non ci pensarono su due volte, e al persistere degli ululati razzisti avevano abbandonato il campo in preda al disgusto.
Il centrocampista ghanese aveva poi dichiarato alla CNN:”Non mi importa di che partita si trattava – amichevole, campionato italiano o Champions League – l’avrei fatto ugualmente.”
Evidentemente era sottointeso che una partita decisiva per il terzo posto e la qualificazione a quella stessa Champions per la quale Boateng abbandonerebbe il campo sarebbe stata da escludere, giusto? Il dubbio, per inciso, è venuto anche a Firicano, attuale DT della Pro Patria.
Ci è voluto il buon senso dell’arbitro Rocchi per dare un timido segnale di rifiuto verso quel costante atteggiamento denigratorio, ancora una volta davvero troppo poco.

Sì, credici.

Sì, credici.

Dopo i fatti di Busto Arsizio molti si precipitarono a sottolineare come sarebbe improbabile uscire sistematicamente dal campo per ogni episodio simile, perché significherebbe partita persa per la squadra che protesta. La rinuncia ai tre punti evidentemente è qualcosa che il calcio non può permettersi, di fronte a “i soliti cori di qualche imbecille”.
Tutti continueranno quindi a sottovalutare il problema, perdendo ogni volta una grande occasione per riabilitare il tanto vituperato calcio italiano, che dovrebbe e potrebbe diventare colossale veicolo di protesta e di rifiuto verso ogni atteggiamento di stampo razzista, anche a costo di subire penalizzazioni in termini di punteggio.
E continueremo ad aspettare leggi e provvedimenti che non verranno, perché tanto il razzismo a comando è fin troppo comodo per esser messo da parte: pensate a quelli come Roberto Renga, che qualche anno fa chiedevano il Daspo per quelli come Balotelli, simulatori e provocatori nati, mentre adesso, dopo quanto accaduto durante Milan-Roma, si limitano a qualche frasetta di circostanza, senza approfondire troppo, ci mancherebbe.
Oppure ripensate alle dichiarazioni di Seedorf, che dopo i “se saltelli muore Balotelli” di Juventus-Inter del 2009, si precipitava a chiedere al buon Mario un comportamento migliore, bollando certe frasi come semplici dimostrazioni di ignoranza, alle quali non dare troppo risalto. Perpetuando, di fatto, la connivenza col problema.

Impossibile chiedere allo sport di farsi carico di una questione che chiunque si ostina a minimizzare, spesso contribuendo a svalutarla mezzo stampa con titoli volgari e ben più gravi di un qualsiasi ululato da stadio.
Impossibile chiedere al calcio di farsi carico di un difetto che l’italiano medio sembra non soltanto non voler affrontare, ma nel quale sguazza volentieri, convinto di non far parte di esso, pronto ad indignarsi se il proprio idolo di colore viene fischiato ma altrettanto pronto a girare il viso dall’altra parte se un senegalese che chiede l’elemosina viene apostrofato volgarmente dal passante di turno. L’odio è odio, con o senza cassa mediatica.
Dovrebbe essere un dovere civico combatterlo quotidianamente, per contribuire nel nostro piccolo ad abbattere l’assioma “è solo ignoranza, non razzismo”.
Il razzismo si ciba di ignoranza, lauti pasti con i quali si ingrassa rafforzando il proprio disgustoso metabolismo. Mettiamolo a dieta.

scritto da il 15 gennaio 2013 alle 15:00

Una vita da contrista

Uno dei motivi per cui si può tranquillamente fare a meno di leggere i giornali è anche che, ormai, appena qualcuno la spara più grossa del solito l’eco si diffonde forte sul web e la chicca non può sfuggire. E’ il caso, per esempio, di Riccardo Signori, firma della redazione sportiva de Il Giornale. Una redazione dalla quale è passata recentemente gente come Franco Ordine e Tony Damascelli eh, mica robetta.

Bene: non si sa come nè perchè, il buon Riccardo sembra avercela un po’ su con l’Inter. Poco male, si dirà: si può mica stare simpatici a tutti. Certo che no. Non fosse che il rancore che trasuda dagli scritti del Signori (non fate caso al tono di questo post: voi ancora non lo sapete, ma è un italiano raffinato. Capirete presto) è andato improvvisamente ad eccedere quello che è il normale esprimere un’opinione ed ha finito, come dicevamo prima, col fare il giro del web.

[...]Marco Benassi che, quando il capitano nerazzurro venne in Italia, non aveva ancora compiuto un anno essendo nato il 5 maggio (data non proprio fausta per gli interisti) 1994. Però Benassi può andare oltre alla scarsa buona fortuna della data. Sarà da scoprire, perché ieri sera ha fatto intendere che se questa è next generation non c’è da pensare in grande: ottimo contrista, ma poco più. Magari un po’ intimidito, d’accordo. Ma non meglio di un Mariga e non è il Marrone che gioca nella Juve.[...]

Ora, a parte il fatto che Benassi non è nato il 5 maggio ma l’8 settembre (ma si sa: ai giornalisti se togli la pagina italiana di Wikipedia togli tutto), ma…Mariga? Marrone? E soprattutto: “ottimo CONTRISTA“? Non basta: il giorno dopo il buon Riccardo decide addirittura di rincarare la dose.

[...]non sa­rà certo l’inserimento di Benas­si, bravino come contrista e nien­te più, a rianimare un centrocam­po anonimo. Ci fosse ancora Bol­zoni (23 anni, oggi al Siena) ne fa­rebbero il playmaker del secolo[...]

Mariga, Marrone e ora Bolzoni. Rispettivamente 7, 4 e 5 anni più grandi di Benassi. Ma soprattutto, ancora lui: il contrista. La curiosità e la voglia di sapere bruciano dentro e, quando grazie a un nostro follower su twitter scopriamo che Signori ha anche un account sul social network, rompiamo gli indugi e chiediamo direttamente a lui. La risposta arriva puntuale.

Ohibò. Un italiano monco di raffinatezze. Stai a vedere che avevamo davanti il nuovo Brera e non ce ne siamo mai accorti. E noi, poveri ignoranti, miseramente convinti che contrista fosse al massimo la terza persona singolare dell’arcaico verbo “contristare“: travagliare, perturbare, dar malinconia. Un po’ come certi articoli su certi giornali, insomma. E invece no, ci spiega il buon Riccardo: trattasi di forma del verbo “contrastare” (??), che apprendiamo quindi -evidentemente- rientrare nell’elenco dei verbi irregolari della prima coniug…ah, no.

Sorge il sospetto che il punto non sia tanto la valutazione sul giovane Benassi, che merita di essere lasciato fuori da questo scempio. Ma se a Riccardo Signori fa così piacere, allora andiamo a leggere il suo articolo pubblicato domenica scorsa e gli facciamo notare, con la stessa simpatia, tutto quello che ci convince poco. O per niente.

Il Don Rodrigo di Stramaccioni, che solo casualmente fa rima con Manzoni [sorvoliamo sull'improbabile parallelo manzoniano, per carità], ha spiegato che il calcio è tecnica, bravura, gioco da killer con il piede raffinato.
E l’Inter è tornata a vincere dopo un mese e una serie di papere calcistiche [wow...equilibrato]. Rodrigo Palacio ieri ha scaldato i cuori della sua gente, ma soprattutto ha ricamato il calcio che piace, con la disinvolta angheria di un Don Rodrigo. Non segnava da novembre, si è rifatto con gli interessi: un gol e assist-gol [ci sono anche gli assist-fuori, gli assist-parate e gli assist-palo, com'è noto]. All’Inter sono pochi a tenergli dietro [...eh?], il calcio nerazzurro è un mix di potenzialità ma anche di scarsa qualità. Stavolta contava vincere. Vabbè! [vabbè: trattasi di espressione propria di un italiano raffinato]
Per una buona mezzora [senza apostrofo: raffinatezze, non potete capire] qualcuno avrà pensato che la bontà tecnica della partita [colpa nostra che non ci arriviamo, sicuramente] stava [era?] in tribuna: Sneijder, in romantico revival nerazzurro e in attesa di alternative al Galatasaray, e [la e dopo la virgola possiamo permettercela solo noi, che conosciamo un italiano monco di raffinatezze] Verratti venuto da Parigi per godersi la sua ex squadra. In realtà il campo metteva in imbarazzo il pedigrèe [carino questo accento su pedigree. Chissà in che lingua si usa] dell’Inter e anche le convinzioni di Stramax [Signori, sei rimasto solo tu al mondo a chiamarlo così: anche basta, dai] («Siamo grandi») e diceva che il Pescara è una compagnia di valorosi volontari dell’arte pallonara: gran correre, discreta qualità, un po’ di confusione da centrocampo in su e due colossi alla moviola (Terlizzi e Capuano) in mezzo all’area. L’Inter ha messo un po’ ["ci ha messo un po'" è così barbaro, suvvia] a capire dove poteva andare a far male, ma quando Cassano e Palacio hanno innestato [buona ma tirata per i capelli, eh...] il loro giocare di scuola e classe superiore, tutto è stato più chiaro per la gente nerazzurra. Ed [ancora: queste son cose da Bauscia Cafè, mica da testate raffinate] anche l’infreddolita, e scarsa (3892 paganti), truppa delle tribune ha tirato qualche sospiro di sollievo.
Si dirà Inter in emergenza [sì, anche con la punteggiatura magari]: troppi convalescenti ed infortunati, il centrocampo affidato a Zanetti playmaker (avete letto bene) e a Marco Benassi che, quando il capitano nerazzurro venne in Italia, non aveva ancora compiuto un anno essendo nato il 5 maggio (data non proprio fausta per gli interisti) [cosa non si fa per una battuta, eh?] 1994. Però Benassi può andare oltre alla scarsa buona fortuna [andare oltre a qualcosa? Sarà raffinato..] della data. Sarà da scoprire, perché ieri sera ha fatto intendere che se questa è next generation non c’è da pensare in grande: ottimo contrista [magari Benassi è bravissimo a immalinconire...], ma poco più. Magari un po’ intimidito, d’accordo. Ma non meglio di un Mariga e non è il Marrone che gioca nella Juve [ci mancherebbe]. Probabilmente il problema stava [era?] più nell’Inter che nelle qualità del ragazzino. Infatti la Nerazzurra [raffinatezza a grappoli qui, eh] è stata squadra di rango solo quando la palla è finita nei piedi dei suoi uomini di qualità. Azioni in verticale ad infilare gli spazi e Palacio in agguato. La prima volta, dopo sei minuti, gli è andata male di un niente. Alla seconda [?] è toccato a Cassano buttar via l’occasione calciando una palletta. Alla terza [??] tutto è filato liscio. Palla in verticale, Cassano smarca l’argentino: finta, aggiramento e tiro come un ricamo.
Ecco questo è calcio. Il resto un arruffato affannarsi [siamo all'allitterazione: raffinatezza a strafottere, proprio] con Jonathan e Pereira a correre sulle fasce. Ma se il brasiliano pareva il solito calciatore per caso, che ha provato perfino il tiro gol nel secondo tempo, l’uruguaiano si è sfiancato: sbagliando tanto e provando altrettanto. Ma questa è l’Inter e tanto deve bastare per vincere le partite. Il Pescara è stato un buon corista [ci sfugge la metafora, limite nostro], magari più armonico nel modo di giocare, ma ha provato il primo tiro dopo 40 minuti (Colucci) e poi non ci ha più riprovato. Difficile impensierire così la non irresistibile difesa nerazzurra senza titolari. Certo, quella pescarese è anche peggio. E Palacio ci ha messo niente, ad inizio ripresa, a giocarsi tutti con la sua seta [tanta roba ragazzi, tanta roba] e un dribbling secco per servire facile facile, [la virgola avanzava da prima?] Guarin e il secondo gol interista. Udite, udite, [Annunciaziò, Annunciaziò: tu, Marì, Marì... (cit)] azione nata da Jonathan che ha giocato la sua miglior partita e qui stanno eccezionalità della storia e fine della partita, che ha visto Cassano salutare con volto scuro. Forse gli manca il gol.

Con tutta la simpatia del mondo: ma veramente stiamo parlando di un italiano raffinato? Sarà. Prendiamo appunti, seppur fermamente intenzionati a perseverare nel nostro italiano monco di raffinatezze. Prendiamo appunti e continuiamo a interrogarci sul significato di quel “contrista”. Ma sono in tanti ad aver manifestato dei dubbi e la cosa, francamente, ci fa sentire un po’ meno ignoranti.

scritto da il 7 dicembre 2012 alle 15:11

Quant’è bella giovinezza

E’ un vero peccato che la solita, monotona e servile stampa sportiva italiana non abbia dedicato la giusta considerazione a quanto andato in scena in quel di San Siro ieri sera: vedere l’Inter scendere in campo in una competizione europea con CINQUE giocatori sotto i 20 anni, oltre ad un ventenne (Coutinho) ed un ventiduenne (Belec), sarebbe stata una valida occasione per valutare l’eccellente lavoro che il settore giovanile nerazzurro porta avanti, con risultati eccelsi, da anni.

Si fa un gran parlare di “investire sui vivai” e “lasciar perdere l’acquisto dell’ennesimo, inutile straniero”, ma se poi si snobbano partite come Inter-Neftchi sarebbe meglio tacere o cambiare mestiere: c’è chi ci ha provato, in maniera invero un po’ triste, come il buon Roberto Renga che su Twitter magnificava la prestazione di tale Bassani e quella di Samuele Longo, verosimilmente ignorando nella maniera più completa che il cognome del primo sia Benassi e che il secondo giochi invece nell’Espanyol da inizio stagione.

Siamo sicuri che troverà la scusa più adeguata per nascondere l’imbarazzo, e comunque che abbia almeno accennato l’argomento è pur sempre un punto di partenza. Tragicomico, ma meglio del silenzio devi vari Zapelloni e compagnia (non) scrivente.

Tornando al gelido match contro gli azeri, dispiace rimarcare ancora una volta come la cinquina arbitrale sia riuscita a rovinare quella che sarebbe stata una vittoria meritata per i tanti Primavera scesi in campo, protagonisti di prove diligenti se non addirittura molto positive: se il terzo gol di Livaja era forse difficile da vedere senza l’ausilio della moviola (ma il famigerato arbitro di porta acosacazzoserve allora?), il rigore non dato per fallo su Cassano ha dell’esilarante (anche in questo caso l’arbitro di porta stava probabilmente finendo l’ennesima partita a ramino con uno dei pochi fotografi presenti) e ci avrebbe permesso di fissare il risultato su un provvisorio 3-1, ipotecando con tutta probabilità i tre punti finali.

Purtroppo la dura legge dello sconosciuto di turno che contro di noi segna il gol della vita ha pensato bene di palesarsi anche nel freddo di ieri sera sotto le mentite spoglie di Sadygov, il capitano del Neftchi, mentre il pareggio definitivo è frutto di una delle poche distrazioni difensive concesse dai nostri, purtroppo decisiva.

I giovani, dicevamo: eccezion fatta per Romanò, prospetto sicuramente molto interessante ma bloccato dal freddo e da un certo nervosismo (ammonito dopo soli sette minuti) e per l’ennesima chance sprecata da Coutinho, fumoso ed inconcludente come non mai, le altre son tutte note estremamente positive. Spiccano su tutti un Marko Livaja che, al contrario del collega brasiliano, difficilmente spreca le occasioni lui concesse, con una doppietta che avrebbe dovuto essere tripletta e qualità anche quando si tratta di dialogare con i compagni, e un Benassi (BENASSI, capito Renga?) che conferma tutto il bene già visto contro il Rubin, offrendo una prestazione addirittura migliore, fatta di sostanza, geometrie, tempi giusti e senso della posizione da “adulto”. Molto più che una semplice promessa.

Hanno ben figurato anche Garritano e Pasa, frizzante e coraggioso il primo, eclettico e disciplinato il secondo, e nella ripresa abbiamo salutato il debutto in prima squadra di Andrea Bandini, capitano della Primavera, subentrato ad un Jonathan tornato finalmente su livelli più che accettabili: gran gamba e piede raffinato per lui, subito in partita con concentrazione e solidità inusuali per un classe ’94.

Si è vista molta applicazione da parte di tutti, e non è certo mancata l’intraprendenza: presa per mano da Samuel e Cambiasso, e con la preziosa collaborazione di Pereira prima (invero non troppo convincente), Nagatomo e Cassano poi, la gioventù nerazzurra ha confermato le tante, belle parole spese dagli addetti ai lavori più attenti, regalando ai curiosi molte più certezze che dubbi. Una risposta che ci permette di dimenticare facilmente il bugiardo 2-2 finale, archiviando questa prima fase di Europa League con un sorriso che guarda al futuro: tornando a citare il Lorenzo De’Medici del titolo, è vero che “del doman non v’è certezza”, ma è altrettanto palese che il presente dell’Inter che verrà ci consenta un ottimismo moderato sì, ma ricco di fiducia.

#Rispettala

scritto da il 4 dicembre 2012 alle 10:27

Garcia, l’orca!

Voci di corridoio individuano proprio in questa frase la causa della distrazione fatale del difensore rosanero (pronunciata, parrebbe, da Coutinho in un impeto di fantasia rigorosamente a cazzo) grazie alla quale l’Inter è riuscita a strappar via tre punti al termine di una prestazione che oserei definire immersa nella melassa, ovvero farraginosa, inconcludente, caratterizzata da giocate lente e sistematicamente prevedibili, ma comunque molto solida quantomeno nella fase difensiva, tornata ai livelli pre-Bergamo anche per la sostanziale inoffensività del Palermo targato Gasperini.

Al di là dell’interessante Dybala, fagocitato dall’ottima intesa tra Samuel e Ranocchia (sempre più leader, sempre più autoritario), gli ospiti hanno optato per un gioco di rimessa votato alla passività più totale, maturando la bellezza di un tiro nello specchio della porta nei 90 minuti totali, disinnescato da Handanovic con relativa facilità.

Non che l’Inter abbia fatto sfracelli, anzi: poche le occasioni nitide, pochissime le azioni manovrate, praticamente assenti le verticalizzazioni, mentre è ancora ben presente la scarsissima lucidità generale dovuta ad un’infermeria ancora troppo piena e ad una condizione fisica deficitaria che comincia a mostrare i chiari segni di una preparazione cominciata con larghissimo anticipo rispetto alle altre squadre italiane.

A questo dobbiamo però aggiungere l’ormai famigerata mancanza della possibilità di cambiare ritmo, in una qualsiasi zona del campo: tra giocatori posizionali, per ruolo o per necessità, gente troppo impegnata a correre per poter rendersi utile anche in fase di costruzione (Gargano, utilissimo in fase di ripiegamento ma distruttivo quando in possesso di palla, non per colpa sua) ed uno Zanetti purtroppo sempre più avviato a prestazioni da fine carriera, affrontare una qualsiasi squadra che evita accuratamente di pressarci e preferisce lasciarci giocare ci manda completamente in ansia da prestazione. Difficile pretendere fluidità nella circolazione della palla quando non hai piedi capaci di garantirtela, difficile pensare alle giocate in verticale quando non ci sono centrocampisti in grado di pensare una qualsiasi geometria (eccezion fatta per Cambiasso, che però fa parte del gruppo degli indebitati d’ossigeno), difficile creare con continuità situazioni offensive pericolose quando non hai Cassano e quando Milito e Palacio annaspano e boccheggiano alla ricerca dell’ultima particella utile di aria più o meno pulita.

Sono comunque arrivati tre punti fondamentali per non perdere contatto col gruppo di testa e, soprattutto, decisivi per interrompere quel maledetto trittico di partite senza vittorie in campionato che, dopo aver sbancato Torino, ci aveva impedito di approfittare degli ulteriori passi falsi della squadra di quello che sa soltanto sfornare 174 modelli diversi di Panda, facendoli peraltro pagare come se fossero fatti d’oro zecchino.

Le indicazioni per i prossimi due match, quelli delicatissimi contro Napoli e Lazio, non sono certo rosee e la squalifica di Samuel butta ulteriore benzina sul fuoco, ma è altresì evidente come Stramaccioni stia facendo il possibile per conservare i più freschi per le partite che contano: apprezzabile il coraggio nel sostituire Zanetti e Milito con Nagatomo e Guarin, i due più in forma del momento, che non a caso hanno permesso alla squadra di avanzare il baricentro di 15 metri come per incanto e di creare costante apprensione nella difesa palermitana, oltre a garantire un dinamismo fino a quel momento soltanto immaginato dai tifosi nerazzurri.

Inutile ribadire come a gennaio, anche per rafforzare la speranza di quel secondo posto indicato come obiettivo ufficioso, sarà necessario intervenire, se possibile, sul mercato andando a rafforzare centrocampo e attacco con innesti mirati, capaci di garantire un altro passo, di saltare l’uomo, di creare superiorità numerica e dare ordine e tempi giusti alle giocate. E soprattutto sarà fondamentale evitare qualsiasi tentazione di acquisto fatto per far numero: abbiamo bisogno di potenziali titolari, non di mezze figure tatticamente incollocabili o atleti di mediocre qualità.

Molto bello invece il nuovo episodio di Stramaccioni vs Resto del Mondo: il siparietto andato in onda su Sky, nel quale il nostro prode mister ha elegantemente zittito quella grandissima…giornalista sportiva di Ilariona D’Amico sulla vicenda mobbing-Sneijder, ha dimostrato ancora una volta quanto il tecnico romano sia ormai completamente votato alla causa nerazzurra, pronto a difenderla a spada tratta anche in momenti poco felici come quello attuale.

Avrà i suoi difetti, come è lecito ed ovvio che sia (parliamo comunque di un esordiente, non dimentichiamolo mai), ma vedere una tale schiettezza nel difendere la nostra Inter, unita ad una proprietà di linguaggio superiore e ad una incisività verbale che non sconfina mai nel becero, fa bene al cuore.

L’Inter è una cosa molto, molto grande che merita rispetto. Ecco.

scritto da il 20 novembre 2012 alle 9:55

Parliamo di calcio?

Ce lo chiedono da ieri, con insistenza e con un latente senso di urgenza, e chi siamo noi per non provarci?

Commentatori, opinionisti, giornalisti o presunti tali si sono davvero adoperati per riportare subito il discorso sui binari della prestazione sportiva, liquidando la famigerata azione Ranocchia-Astori con un “sì ok, era rigore ma adesso non rompete tanto i coglioni” ed evidenziando come per battere il Cagliari non fosse necessario avere rigori a favore. Sarebbe bastato giocare meglio.

Ed effettivamente l’Inter vista domenica a San Siro non è sicuramente stata brillante, piuttosto una parente non lontana di quella in affanno già vista a Bergamo, con un centrocampo incapace di far filtro, un tridente troppo poco avvezzo alla copertura ed una difesa che non ha certo visto la giornata migliore in quelli che, finora, erano stati veri e propri pilastri della retroguardia, ovvero Juan Jesus e Ranocchia. Soltanto Samuel, Nagatomo e Palacio, oltre al solito Handanovic, si sono confermati su alti livelli: dispiace dover sottolineare la seconda prestazione negativa di capitan Zanetti che, verosimilmente, nonostante il suo essere bionico avrebbe bisogno di rifiatare più spesso, così come l’incapacità della squadra di limitare i difetti di Gargano, spesso lasciato in balìa degli avversari e ancor più falloso del solito in fase di palleggio.

Una fase che, difettosa com’era, ci ha impedito di fatto di proteggere a dovere il bel vantaggio siglato dal Trenza su imbeccata geniale del solito Cassano: il bell’Antonio (vabè, è un tipo…ok, la smetto) ha corso pochino, ma ha confezionato almeno 3 assist di altissima qualità. Peccato non fosse il pomeriggio giusto neanche per Diego Milito, sprecone come non mai e decisamente poco lucido in ogni frangente. L’impressione è che considerando le assenze attuali, questo 343 offensivo sia insostenibile sul lungo periodo e permetta a squadre dotate di sufficiente velocità di tagliarci come il burro facendoci molto male: non dimentichiamo che prima del pareggio il Cagliari si era visto negare il gol per tre volte da uno strepitoso Handanovic.

Un ritorno ad un più coeso, equilibrato 352 potrebbe consentirci di ritrovare quella concretezza mancata nelle ultime due giornate, al netto delle buone prestazioni degli avversari e di una non indifferente dose di sfortuna/scarsa bravura in fase conclusiva. Agazzi alla fine è stato decisivo e l’Inter, ritrovando fiducia e solidità con gli innesti di Alvarez e Coutinho (una mossa tardiva che, forse, ci avrebbe permesso di fare di più, ma a bocce ferme siam tutti bravi), ha sfiorato più volte il gol di una clamorosa, ennesima rimonta.

Finisce qui l’analisi tecnica del match, che spero possa accontentare quelli che di arbitri non vogliono parlare a prescindere: eppure un arbitro c’era in campo, anche se a molti potrebbe sembrare strano viste certe mancate decisioni, ed era il signor Giacomelli da Trieste. Un semisconsciuto quasi esordiente, un mister X.

Bene, il signor Giacomelli è riuscito nella leggendaria impresa di far aggiornare la mitica scala della rabbia morattiana a quelli di Interistiorg, snobbando un intervento clamorosamente falloso di Astori su Ranocchia al novantesimo minuto di gioco.

Passi la pessima gestione dei cartellini che ha garantito l’impunità a molti picchiatori cagliaritani, passi anche la mancata segnalazione del fallo di mano di Sau in occasione del 1-2, ma non ravvisare neppure la evidente scorrettezza sul difensore nerazzurro è indice di chiara incapacità. O di altro.

“Ma sei serio?”

Un “altro” che il presidente Moratti ha voluto sottolineare con forza, commentando con rabbia quanto visto a San Siro ed imponendo un criticabile silenzio stampa a squadra e tecnico: ed è su questo che vorrei sofferarmi un attimo.

Non so se la frase “voi dell’Inter dovete stare zitti” sia stata davvero pronunciata o meno dal signor Giacomelli (in tal caso la sua non-decisione assumerebbe contorni davvero inquietanti), ma so per certo che sia opportuno alzare la voce una volta per tutte: non è una istigazione alla polemica, non serve urlare più forte degli altri come colti da isterismo sportivo. Serve invece ribadire con forza la propria posizione in faccia ai tanti giornalistucoli prezzolati che infestano i salotti calcistici italiani e vomitano frasi assurde in diretta televisiva (vero Massimo Mauro?), pronti a negare l’evidenza, a mettere Juventus e Inter sullo stesso piano, a far di tutta l’erba un fascio perchè la polemica è sgradevole e sarebbe meglio parlare di sport.

Col cazzo. Sarebbe meglio parlare di sport se la questione fosse meramente sportiva. Ma non lo è.

La restaurazione, quella per la quale molti interisti vengono sistematicamente tacciati di complottismo a go-go, è compiuta, e la dimostrazione è prontamente arrivata attraverso quella excusatio non petita accusatio manifesta pubblicata dalla Juventus sul proprio sito ufficiale: un delirio in piena regola, in un mondo calcistico dove i 30 sul campo e lo stile Juve non sono più soltanto slogan da tifosi bendati, ma dogmi da seguire pedissequamente in barba alle tante, tantissime sentenze di condanna.

Moratti non ci sta e nessuno dovrebbe starci: il basso profilo non paga, non ha pagato in passato e non pagherà, perché nell’ombra le facce restano le stesse, perchè la strafottenza di chi si sente addirittura vittima di un disegno malefico architettato dalla triade guidorossitronchettiproveratelecom, una sorta di chimera con la testa a forma di cornetta telefonica e le gomme Pirelli al posto delle zampe, aumenta col passare dei mesi, mai soffocata, anzi stimolata ed amplificata da commenti come quelli letti e sentiti domenica sera: quelli di chi vorrebbe far credere a noi e a chi guarda il calcio da lontano che la diatriba Juventus-Inter sia una lotta tra pari colpevoli, che reprima la voglia di calcio giocato, che screditi l’intero movimento e non permetta di parlar bene delle nuove realtà come la bella Fiorentina di Vincenzo Montella.

Scalfaro direbbe “io non ci sto”: la Juventus ormai si è arrogata il diritto di fare un po’ quel che vuole, pisciando in testa a federazione ed Abeti vari. E’ l’uninvited guest che ti entra in salotto anche se tu non lo volevi neppure ascoltare, ti sporca il tappeto di sugo e neanche pulisce, e poi cerca anche di far credere agli altri che il tappeto fosse già sporco.

E’ indubbio che l’Inter abbia bisogno di ritrovare le certezze perdute nelle ultime due esibizioni, ma è altrettanto indubbio che si respiri un’aria quantomeno balorda. La speranza, flebile, è “che non ci sia alcun disegno perché è più stupido dell’incapacità”.

La stessa incapacità che induce giornalisti come Massimo De Luca a far passare l’idea che per avere un rigore a favore una squadra (l’Inter) sia costretta a sfornare una prestazione necessariamente all’altezza. Come se un fallo previsto dal regolamento fosse subordinato alla qualità di gioco espressa. Hai giocato di merda? Eh beh, inutile che saltino tibie, avevi a far gol con un’azione decente, povero pirletti.

Un delirio in piena regola, che molti hanno ripreso e ripetuto come un mantra.

E’ per questo che torno a ribadire che durante gli allenamenti Stramaccioni certamente si occuperà di affinare le marcature sui calci da fermo e gli schemi di gioco, alla ricerca di quello smalto parzialmente perduto (ma non smarrito, l’assedio finale col Cagliari è lì a dimostrare che siamo vivi, sempre e comunque, anche nelle difficoltà), ma fuori da Appiano Gentile c’è un’altra battaglia da combattere per difendere e rivendicare la dignità di sempre, quella che ci permette di essere una volta di più fieri di tifare Inter: una parvenza di equità, nulla di più.

Per il resto abbiam già dimostrato di potercela fare anche da soli, nonostante tutto. Ma almeno non prendeteci per il culo.

“Abbiamo dimostrato tutto, potevamo perdere questa partita solo in 6, era l’unico modo per perderla, perché in 7 la vincevamo” disse un bravo allenatore portoghese al termine di un kolossal sportivo.

Bene, qualche volta non ci dispiacerebbe vincere senza che sia servita un’impresa epica, nella normalità di una giornata di calcio umana, persino svogliata, nient’affatto trascendentale.

Tre punti a fronte di una prestazione mediocre ma con un rigore sacrosanto non sono un furto: sono l’applicazione di una semplice regola.

scritto da il 16 novembre 2012 alle 16:03

Una cifra più che congrua

Le scuse, quando si sbaglia, sono doverose. E’ per questo che oggi chiedo scusa a tutti: la storia della Continassa non era così importante.

E’ strano, perchè in un solo giorno e con un solo post abbiamo visto frantumarsi qualsiasi record di visite mai registrato da queste parti. Ben più di duemila condivisioni fra facebook e twitter, oltre millecinquecento tweet con l’hashtag #continassagate, persone che ci hanno scritto in privato per avere informazioni e che ancora oggi ci chiedono -e si chiedono- il perchè della scarsa eco ricevuta dalla notizia. Sembrava, come dire, che la cosa fosse interessante per molti. Che qualche approfondimento in più l’avrebbe meritato.

Invece no: noi e le migliaia di persone che hanno letto il post probabilmente -sicuramente- sbagliavamo: alla Continassa non è successo niente. Il silenzio totale di tutti i giornalisti e tutti i mezzi di informazione non può essere un caso: evidentemente è tutto normale. Niente di importante. Abbiamo segnalato la cosa a tantissime redazioni e ancor più giornalisti: riscontri? Due. Due, di numero: da Roberto Gotta (Guerin Sportivo, RaiSport) e Marco Lombardo (il Giornale) che hanno rilanciato la notizia. Silenzio assoluto dagli altri. Neanche una smentita o una pernacchia, eh: silenzio. Meno se ne parla meglio è, verrebbe da dire. Una intervista sul Fatto Quotidiano giorni fa, la ripresa da parte di Dagospia con alcuni approfondimenti, qualche minuto su Radio24 e due righe di simil-gossip da Libero: poi, fuori dalle edizioni locali di Torino e Piemonte, più niente. Silenzio dalla Gazzetta e dal Corriere dello Sport, silenzio dal Corriere della Sera e dalla Stampa, dalla RAI, da Mediaset, da tutti. Silenzio da Sky, che pure non perde occasione di sbattere in bella vista presunte indiscrezioni (e non le smentite) sugli accordi tra Inter e società cinesi: le indiscrezioni sì ma le delibere comunali, evidentemente, no.

Evidentemente, appunto, la notizia non era così importante. Era normale, niente di straordinario, niente che meritasse neanche un passaggio di cronaca (“la Juventus costruirà un nuovo centro sportivo”), neanche un tweet. Del resto i giornalisti sono loro, sono loro che decidono se una notizia è veramente importante e degna di rilievo, no? Vuoi mettere gli insulti tra Conte e Cassano? Di quelli erano pieni i giornali, non c’era spazio per altre sciocchezze.

Voltiamo pagina allora, parliamo d’altro: l’Inter contro il Cagliari domenica, arbitra Giacomelli.
Allo Juventus Stadium chi gioca?

Un albergo bellissimo