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scritto da Miss Green⁵ il 12 gennaio 2011 alle 17:43
Ricominciamo da Inter – Genoa, da Leonardo, da Ranocchia, da una versione figherrima del blog, da nuovi stimoli, da (nuovi ?!) obiettivi, ma sempre dalla stessa incrollabile fede.

Ricominciamo all’insegna del nuovo al servizio dell’esperienza.
Avanti Inter.
Avanti Baüscia.
(cit.)
scritto da SNIS il 11 giugno 2010 alle 12:21
Come più volte ribadito, questa è stata una stagione absolutamente fantastica (cit.). Abbiamo realizzato un incredibile ed inedito “triplete”, abbinando alla conquista dei due titoli nazionali la vittoria della Champions League, trofeo che mancava nella nostra bacheca da troppi anni.
Personalmente, nonostante sia trascorso diverso tempo, non passa giorno in cui non riveda immagini o ripensi ad alcune delle partite della meravigliosa cavalcata a cui abbiamo assisto quest’anno. I due derby, la partita di Kiev, l’incredibile rimonta-sorpasso ai danni del Sie na nella diciannovesima giornata, la finale di Coppa Italia dell’Olimpico, il 3-1 al Barcellona, la vittoria casalinga con i goBBi in un inusuale match del venerdì sera, l’assedio del Camp Nou, l’ultima giornata a Siena, la finale di Madrid, sono solo alcune.
Normale direte voi, ma c’è una cosa però che più di tutto mi sorprende: inebriato dal sapore della vittoria, non sono ancora riuscito ad interessarmi al resto. L’addio di Mourinho, i mondiali imminenti, le possibili partenze di alcuni nostri giocatori, il paventato arrivo di altri, la ricerca del nuovo allenatore, mi lasciano quasi indifferente. Assisto agli eventi quasi da estraneo, come se tutto ciò non mi tangesse. Sono completamente assuefatto dalla stagione appena terminata e dai trofei conquistati. E se devo essere sincero, la cosa non mi dispiace affatto, visto che me la sto godendo, alternando cene e pranzi di festeggiamento. Il tutto alla faccia dei gufi-rosiconi.
Nella mia mente restano indelebili i ricordi e le emozioni legate ad alcuni di quei matches, vissuti sia davanti alle tv che dagli spalti di uno stadio. Ed ogni volta che ci penso mi viene la pelle d’oca e non posso fare a meno di emozionarmi. Rivivere le gioie, le ansie, le preoccupazioni, le esultanze per un gol o un rigore parato, adesso ha un sapore dolcissimo. Rendersi conto di aver, seppur indirettamente, preso parte a questa incredibile impresa, mi rende estremamente orgoglioso di essere interista. E, come me, tutti quelli con i quali l’ho condivisa. Perché tifare Inter, nel bene e nel male, ti segna per la vita. E’ qualcosa di inspiegabile, che viene da dentro, impossibile da reprimere. Quella maglia è una vera e propria seconda pelle, che ti condiziona e ti sconvolge, sino al punto di arrivare a programmare la vita di tutti giorni in funzione degli impegni della squadra. Spendere l’equivalente di uno stipendio per abbonamento, biglietti e trasferte, andare in ufficio dopo aver dormito poco più di due ore, rimanere sugli spalti di S.Siro ad una temperatura di –11, prenotare un volo da Lisbona a Milano semplicemente per vedere una partita in un pub, aspettare sino all’alba l’arrivo dei ragazzi allo stadio o davanti alla tv, ne sono la dimostrazione tangibile. Si, perché queste cose sono successe davvero. Se non fossi in buona compagnia sarei preoccupato per il mio stato mentale, ma in questi anni ormai ho potuto constatare che di malati come me ce ne sono tanti. Perchè c’è addirittura chi, dopo aver vinto sul campo uno scudetto atteso per diciotto anni, arriva a tatuarsi sulla pelle, indelebilmente e per sempre, il simbolo di questa incrollabile fede, per poi quattro anni dopo completare l’opera con l’aggiunta del tassello della Champions.
“Perché noi l’Inter l’abbiam dentro al cuore, è la mia vita, è l’unico mio amore!”. Proud to be Inter!
scritto da Nk³ il 7 giugno 2010 alle 10:37
E’ stato l’anno dell’infamia, per Giacinto. L’anno della vergogna, o meglio della non-vergogna di chi pur di scrostarsi di dosso qualche piccolo schizzo di fango, di importanza infinitesimale rispetto ai quintali di melma di cui è ricoperto, non ha esitato ad aggrapparsi a tutto, ad accusare tutti, ad infamare la memoria di chi, in confronto a questi nani, era un Gigante.
Non vogliamo rivangare quegli episodi, non vogliamo parlare delle reazioni, non vogliamo aprire l’ennesima discussione su calciopoli. Vogliamo solo dedicare un pensiero a Giacinto. Un pensiero d’amore, un pensiero commosso. Il pensiero che si rivolgerebbe ad un padre.
Un pensiero di gioia e di felicità.
Perchè non crediamo sia un caso che proprio quest’anno, proprio quando i “nemici” lo infamavano, l’Inter abbia ottenuto i risultati che conosciamo. Voi lo avete attaccato, lui vi ha risposto schierandosi ancora, come sempre, al nostro fianco. E noi schierati al suo, con gli occhi ancora gonfi di lacrime e il cuore colmo di gioia. Il triplete è la risposta di Giacinto. Questa è la sua rivincita.
Ottenuta sul campo, come piaceva a lui.
Queste vittorie sono tutte tue, Giacinto.

PS: le dediche e i ricordi che hanno scatenato queste vittorie sono state tante. Io, scusandomi per la maniera impropria, approfitto di queste due righe per mandare un saluto al Lupo, che ha deciso di lasciarci troppo presto pur di avere un posto in prima fila a Madrid. Eccola la nostra Inter, Lù. Goditela.
scritto da Fonz77 il 29 maggio 2010 alle 18:04
E’ passata una settimana eppure continuo a girare con un sorriso ebete stampato sulla faccia. Il mio rendimento sul lavoro farebbe impallidire Brunetta e mi rivedo a nastro i video della cavalcata di Champions dell’Inter, tenendo nel contempo d’occhio le dichiarazioni dei protagonisti sull’uscita di scena di José Mourinho.
A volersela proprio menare potremmo anche essere un po’ infastiditi per come è andata la faccenda; José poteva davvero rovinarci la festa, ma la verità è che io non riesco a incazzarmi per questa cosa. Anzi, se devo proprio essere sincero me la sto godendo ancora di più.
Tutto di questa stagione mi fa impazzire di godimento, perfino il suo scoppiettante epilogo.
Non vincevamo la Champions da 45 anni e per questo abbiamo sopportato anni di prese per il culo, aspettando senza sperarci troppo il momento della rivalsa. Potevamo accontentarci di vincerla?
No, perché in fondo a vincere quella Coppa, sono capaci in tanti, alcuni sono capaci di vincerla, non dico fino a 7 volte, ma fino a 70 volte 7, o almeno questo succederebbe se il Presidente di costoro si degnasse di stare anche in panchina invece di perdere tempo a far finta di governare l’Italia. Vincere una Coppa dei Campioni è qualcosa di importante, ma in fondo non è poi così speciale.
Speciale è vincerla dopo tutti questi anni, prendendosi nel contempo la briga di mettere le nostre avide manine anche su Campionato e Coppa di Lega. Certo pure questo lo hanno fatto anche altri. Non tantissimi a dire il vero, solo altri cinque. Dubito che ci siano arrivati come ci siamo arrivati noi, ma tant’é.
Tripletta. In Italia, mai nessuno come noi. Che dite può bastare?
No, non vogliamo farci mancare nulla, quindi ecco che forse ci voleva il colpo di scena del Condottiero vincente che se ne va all’apice della Gloria. Certo l’uscita di scena poteva essere studiata con un po’ più di classe, ma José se ne intende di calcio, mica di cinema o di letteratura. In compenso abbiamo avuto l’occasione di ammirare in azione il nostro Presidente in uno dei suoi momenti di “Massima” cazzutaggine. Scusate se è poco.
La verità è che, per noi, niente è mai normale.
Tutto quello che riguarda l’Inter è speciale, terribile e meraviglioso allo stesso tempo. Possiamo vivere brucianti sconfitte, ma le bilanceremo sempre con trionfi che hanno il gusto dell’apoteosi. Eventi tanto grandi e unici da poter essere raccontati negli anni a venire.
Ci vogliono persone fuori dal comune per poter vivere tutto questo e l’Inter lo è fuori dal comune, come lo sono gli Interisti. Volete alcuni esempi?
Possiamo prendere un aereo da Lisbona a Milano e poi tornarcene indietro esausti, felici e senza voce il giorno successivo.
Possiamo attraversare mezza Italia per vedere una partita insieme a qualcuno con cui abbiamo litigato per un anno intero, nella speranza di aver delle buone ragioni per abbracciarlo alla fine.
Possiamo fare 500 Km per poi attendere su un ponte a contemplare l’universo che scorre indifferente sotto di noi, stando bene attenti perché forse, per una volta, si fermerà a guardarci.
Ci vuole un Grande Cuore per essere Interisti. Ci vogliono spalle larghe e un pizzico di follia.
Se c’è qualcuno di Speciale in questa storia… beh quelli siamo Noi.
Siamo l’Inter. Nero come la notte, Azzurro come il cielo.
scritto da Grappa e Vinci il 26 maggio 2010 alle 15:30
Il 26 gennaio avevamo lasciato il Tifoso Zero a sfracellarsi di pippe, dedicate all’epico trionfo nel derby (per gli smemorati e/o gli ignari: cliccare QUI), sperando che, nell’atto, non avesse spiacevolmente macchiato il prezioso foglio dei desideri.
Su quel foglio, nonostante la grande quantità di richieste scritte, c’era ancora qualche rigo libero, qualche rigo che il nostro Tifoso Zero si apprestava a riempire con nuovi goderecci racconti. Eravamo al culmine dell’estasi, scatenati, in visibilio: quel derby sembrava l’apice di tutti i trionfi, il coronamento di quattro anni stupendi. Non potevamo assolutamente immaginare quel che sarebbe successo nei quattro mesi succcessivi. Non potevamo immaginare che quello fosse solo l’inizio di un anno che non avremmo mai dimenticato, di un anno che ci ha consegnati alla leggenda, che ha reso immortali questa squadra, questa società e questo immenso, infinito, incommensurabile allenatore. Anche lui, Josè, sembra essere stato modellato dal Tifoso Zero in modo da rappresentare una summa di tutto ciò che è l’interismo, quello vero. Un supereroe, venuto dal cielo, che dice e fa quel che tutto quel che noi pensiamo, o sognamo. E’ questo ciò a cui deve aver pensato Zero, quando ha costruito Mourinho: uno splendido, preciso e perfetto realizzatore di sogni, di sogni di gloria, sogni che hanno accompagnato le nostre notti per 45 anni.
Che dire? Poteva anche accontentarsi in quel modo il nostro Zero, dopo aver creato Josè, dopo il secondo derby stravinto, più che contro il solo Milan, contro l’Italia intera, fuori fase al solo pensiero di un possibile quinto scudetto consecutivo. Poteva lasciarsi andare alla libidine di quei momenti, quei momenti dopo il raddoppio di Pandev e il rigore parato da Julio Cesar, poteva macchiare irrimediabilmente il foglio e dire basta, ok, ho scritto abbastanza, ci siamo presi le nostre rivincite, da ora in avanti quel che succede, succede.
E invece. E invece ha allontanato subito le lussuriose tentazioni e si è messo al lavoro di buona lena, scrivendo l’epilogo di questa strepitosa storia. E’ partito con il Tagliavento-day, evento necessario per portare ai massimi livelli la tensione tra l’Inter ed il resto del paese, in modo da scatenare nella squadra una enorme rabbia che sarà fondamentale nel proseguio della stagione. Subito dopo, l’ottavo di Champions contro il Chelsea di Ancelotti, sostenuto, oltre che dai suoi tifosi, da quaranta milioni di italiani pronti a tirar fuori le consuete storielle in caso di eliminazione. Ha immaginato la partita di andata, vinta con grosse difficoltà, ma vinta, contro una delle due squadre più forti e complete d’Europa. Tra l’andata e il ritorno, ha pianificato una flessione di rendimento in campionato, così da permettere alla Roma ed al Milan di rifarsi sotto, e di illudersi. Il ritorno a Stamford, subito dopo la brutta sconfitta di Catania, è il colpo di scena della narrazione: Dio schiera tre attaccanti supportati da Sneijder, con Thiago Motta davanti alla difesa insieme a Cambiasso. Quella che ai più sembra una follia tattica si trasforma in un capolavoro senza tempo: la squadra si impone con piglio, personalità e grande, grande autorevolezza su un campo che era, a ragione, ritenuto inespugnabile. E’ la svolta definitiva, per l’Inter europea: da questo momento, i giocatori ed i tifosi acquisiscono la convinzione di poter battere chiunque. Oddio, sopratutto dal punto di vista dei tifosi, proprio “chiunque” no: c’è una squadra che, nonostante l’iniezione di fiducia post-Chelsea, sembra davvero fuori dalla portata dei nerazzurri.
Ma su questo tornerà più avanti, il nostro Zero. Per ora, preferisce concentrarsi sulla crisi in campionato. La Roma si rifà sotto, e nello scontro diretto all’Olimpico una serie di spiacevoli circostanze consegna alla squadra di Ranieri il successo e il –1 in classifica. Sembra una beffa, sembra l’inizio della fine: sarà, invece, il tocco che renderà tutto molto più bello, due mesi dopo.
Zero è un assoluto genio, un campione di malvagità, una vera e propria mente criminale. Per la sua vendetta, ha in mente qualcosa di totale: non gli bastano i meri risultati, vuole distruggere nell’animo i suoi nemici, farli rosolare a fuoco lento per poi divorarli tutti insieme, dopo averli fatti illudere, sognare. E allora, scorrendo le righe, troviamo i – pressochè – tranquilli quarti di Champions contro il CSKA, superati senza particolari difficoltà. E’ in campionato, però, che Zero sfodera tutto il suo estro, scrivendo il primo pezzo di un finale di stagione che resterà per sempre nei nostri cuori: la Roma, approfittando del nostro passo falso a Firenze, completa il sorpasso e si porta in testa per la prima volta dopo settemila anni. La settimana successiva, la squadra di Ranieri vince il derby: mancano 12 punti allo scudetto, nella capitale partono i primi caroselli.
L’intreccio narrativo, a questo punto, prevede il vero capolavoro di Zero, il frutto più delizioso del suo immenso acume. L’accoppiamento della semifinale di Champions League prevede, infatti, che l’Inter debba giocarsi la finale contro il Barcelona di Zlatan Ibrahimovic. Sì, proprio lui, l’uomo che un anno prima se n’era andato per
“raggiungere i traguardi che con l’Inter non avrei mai potuto raggiungere”
Alla maggioranza dei tifosi interisti, a cui ancora sfuggiva la grandezza della loro squadra, l’impresa sembra impossibile. Il Barça, Messi, Ibra, il calcio del 2015. E’ troppo per noi, che fino all’anno scorso in Europa eravamo un Panathinaikos qualsiasi. Fortunatamente, però, Mourinho e i giocatori la pensano diversamente. Di fronte ai supercampioni di tutto, l’Inter sfodera una prestazione incredibile, un trionfo che oscura in un sol colpo tutte le “partite perfette” paventate negli anni addietro. Nonostante il gol subito in casa nel primo quarto d’ora, i ragazzi mettono sotto i marziani, li schiacciano, li stritolano. Segna Sneijder, raddoppia Maicon, chiude i conti Milito, straordinario centravanti operaio che si prende una bella rivincita su chi l’aveva snobbato fino ai 30 anni. Ibra, il grande ex, non tocca palla. Messi, l’alieno venuto da chissà dove che segna quattro gol a partita, viene cancellato dal campo grazie ad una prestazione memorabile di tutti gli eroi vestiti di nerazzurro. Guardiola, l’enfant terrible, è annichilito dalla disposizione tattica di Mourinho. E’ un trionfo su tutta la linea, mentre i fegati degli italiani esplodono con fragorose deflagrazioni. Ma manca ancora il ritorno.
A questo punto, Zero decide che è giunto il momento di raccogliere quanto seminato nei mesi precedenti. L’Inter batte l’Atalanta e la Roma cade in casa contro la Sampdoria: i nerazzurri tornano nella posizione che gli compete, per non lasciarla più. Tre giorni dopo, c’è il return match di coppa in un Camp Nou stracolmo. La vigilia è stata infiammata dagli eclatanti reclami blaugrana, con la paventata Remuntada, le magliette sul rincaro della pelle e le sagaci dichiarazioni di Piquè. L’Inter chiude tutti gli spazi, Mourinho insegna al mondo l’arte della difesa. Nonostante l’espulsione di Motta dopo trenta minuti, il fortino non cede. Piquè segna all’83esimo, ma è troppo tardi. La gioia dell’Inter esplode al Camp Nou, dove i simpatici catalani cercano in tutti i modi di rovinare la festa. Ibrahimovic, sconvolto, decide per una svolta omosessuale. In Italia si tengono i funerali di juventini, milanisti, romanisti e compagnia cantante, distrutti nell’animo e nel fisico da una squadra epica, unica, inimitabile di cui loro non si sono mai potuti fregiare. E’ il trionfo che chiude un aprile magico, ed apre un maggio leggendario.
La prima tappa è a Roma, il 5 maggio: Zero non vuol proprio farsi mancar niente. E’ la finale di coppa Italia contro la Roma delle pischelle in lacrime, dei calci, dei cazzotti e degli esempi per bambini. Il risultato scritto è 1-0, la firma è di Milito, al primo gol del mese più bello della sua carriera. Totti mostra al mondo ciò di cui è capace, il mondo, il suo mondo, apprezza, tanto da tributargli una bella festa la domenica successiva, con tanto di infanti che gli giocherellano intorno.
16 maggio, Siena. Seconda tappa. E’ la finale-scudetto: basta una vittoria, e soffiamo su 18 candeline. Zero dice che, anche stavolta, finisce 1-0. Ancora Milito, ancora Campioni d’Italia, ancora davanti ai romanisti ormai definitivamente deflagrati, ai milanisti e agli juventini, che chiuderanno la stagione della terza stella con un rispettabile settimo posto.
22 maggio. Ormai Zero scrive a ruota libera, fatica a trattenere l’orgasmo ma stringe i denti. Accecato dalla goduria, butta giù la cronaca della finale di Madrid. Nel pezzo in cui descrive le gufate dell’Italia anti-interista, gli scappa qualche gemito. Per tagliare corto, decide di passare dalla strada più semplice: un gol per tempo, tutti e due con la solita, consueta firma, quella di Diego Alberto Milito, l’uomo grazie a cui la comunità gay italiana si è rimpolpata in modo massiccio negli ultimi nove mesi. Finito il racconto della finale - con Zanetti che tira su la coppa, Mourinho che piange, Moratti che affianca suo padre, una nuova Grande Inter, i ragazzi in estasi a Madrid prima e a San Siro poi ed Arnautovic che fa il pirla – il Tifoso Zero, completamente esausto, si lascia finalmente andare ad un fragoroso, imponente, ciclopico orgasmo millenario, accompagnato da grida selvagge e da sbattimento di pugni sul petto. L’opera magna è conclusa, è il momento di consegnarla all’entità superiore che gliel’aveva commissionata.
Con una postilla, però: una postilla che va a chiudere il cerchio. Mourinho, dopo il trionfo, annuncia l’addio, tra fiumi di lacrime sue e degli interisti. Vuole lasciare da all’apice del successo, da divinità assoluta. Farà bene? O farà la fine di Ibra?
Questo, per ora, non lo sappiamo. E’ solo l’inizio di una nuova storia, il sequel dello splendido romanzo conclusosi a Madrid. Siamo pronti a viverla, sperando che qualcuno, chissà dove, abbia di nuovo la possibilità di scrivere i suoi sogni su un magico pezzo di carta.
scritto da Nk³ il 24 maggio 2010 alle 2:09
scritto da Fonz77 il 22 maggio 2010 alle 23:02
scritto da Nk³ il 22 maggio 2010 alle 3:22
Lo dico senza problemi e senza paura: sono uno di quei “pazzi” che ha sempre voluto lo Scudetto. Anche a finale di Champions conquistata, anche quando sembrava meglio risparmiare energie preziose per l’Europa: io volevo lo Scudetto. Le motivazioni? Varie, e tutte molto valide: per esempio il fatto che vincendo il quinto Scudetto consecutivo questa Squadra meravigliosa si è presa un posto d’onore nella storia del calcio italiano, un posto che nessuna Champions, nessuna Intercontinentale, nessuna impresa singola può darti. Un posto meritato, quasi doveroso. Un altro motivo? Il fatto che, vincendo, questa fantatica serie è rimasta aperta e può essere ancora -incredibile a dirsi- migliorata. C’era anche, marginale, il gusto di mettere in riga tutta la corte dei miracoli del calcio italiota, un calcio che mai come quest’anno ho sentito lontano da me e dalla nostra Inter, un calcio mai così ridicolo e privo di credibilità. C’era, soprattutto, la convinzione e la consapevolezza di aver già fatto abbondantemente il nosto dovere in Europa, di essere andati oltre le più rosee aspettative, di aver guadagnato una oggettiva aurea di non-criticabilità da questo punto di vista, Vittoria o no. “La Champions sarebbe solo una meravigliosa ciliegina su una torta ancor più bella”, dicevo.
E invece.
E invece è arrivata la Coppa Italia. La stupida, piccola, insignificante (solo quando la vincono gli altri) Coppa Itala. E’ arrivata quella furiosa partita di Roma, condita da uno dei soliti gol del Principe, a stravolgere tutto. Non sono state solo le mie emozioni e i miei pensieri a subire le conseguenze dell’ennesimo Portaombrelli (sempre quando la vincono gli altri) messo in bacheca: è stato tutto. Il senso di una intera annata semplicemente rivoltato dalla conquista della Sesta. Una stagione che poteva essere solo meravigliosa, solo fantastica, solo indimenticabile e che adesso, grazie a quella Coppa lì, rischia di diventare storica.
Bayern Monaco – Inter non è più solo una Finale di Champions League. Non è solo una partita che aspettiamo da quasi quarant’anni, non è solo l’ultimo atto di un trofeo che non alziamo al cielo da quasi cinquant’anni. Bayern Monaco – Inter è una partita che le nostre rivali storiche non hanno mai giocato e, forse, mai giocheranno. Bayern Monaco – Inter è un appuntamento con la Storia.
Quella stessa Storia con la quale in Italia viaggiamo sottobraccio ormai a qualsiasi livello, quella stessa Storia nostra compagna fedele, ora ci aspetta fuori dagli abituali confini. Niente più Italia, niente più Europa: ci sta chiedendo di dimostrare se meritiamo davvero di entrare a far parte dell’Olimpo.
Il treble.
Solo cinque Squadre nella Storia del football sono state capaci di completarlo. Solo cinque Squadre sono riuscite ad affiancare a Campionato e Champions anche la tanto bistrattata Coppa Nazionale. E poi noi.
Era il 1965, era la Grande Inter di Angelo Moratti e Helenio Herrera. Campioni d’Europa sul Benfica di Eusebio, Campioni d’Italia sul Milan di Rivera. E lei. Quella Coppa Italia persa solo in finale, quella Coppa Italia oggi già in bacheca. Quella Coppa Italia che fa la differenza fra l’eccezionale e la Leggenda.
Oggi, 45 anni dopo, ci è concessa una seconda opportunità. Molti non hanno avuto neanche la prima, pochissimi hanno avuto l’onore di un secondo appuntamento. Noi sì. Lo affrontiamo con consapevolezza e leggerezza, con il peso della Storia che incombe e con la tranquillità di chi sa di aver dato sempre e comunque tutto per questa maglia. Lo affrontiamo ben sapendo che tutto questo rientra nell’imponderabile del calcio, ben sapendo che per quanto forte potrà mai essere un’altra Inter non è detto che avrà una nuova opportunità. Il terzo appuntamento non c’è mai stato per nessuno.
E allora perdonami, Scudetto. Perdonami, Campionato. Perdonami, compagno fedele e fidato di cinque anni di successi e di trionfi. So che è solo grazie a Te che sto giocando questa partita. So che Tu per primo mi hai permesso di arrivarci, e Tu per primo godresti di un mio Trionfo. E quindi so che capirai.
Ti chiedo ancora scusa, però. Ti chiedo ancora perdono, ma io stavolta e per una volta sola…sì: io voglio la Coppa.
scritto da Grappa e Vinci il 6 maggio 2010 alle 10:30
All’Olimpico, teatro delle ingiustizie per eccellenza, va in scena la più grande vergogna della stagione: l’Inter si aggiudica la Coppa Italia scippandola alla Roma, vera vincitrice morale della competizione. Questo trofeo, infatti, per la sua connotazione patriottica, deve essere sollevato da chi rappresenta davvero il paese, e non da chi ne è distante anni luce come i nerazzurri, prossimi retrocessi in Lega Pro per le gravi ingiustizie non commesse.
Futili indignazioni; pianti; esplosioni di fegati; interrogazioni parlamentari; gombloddi; coltellate; risse; cazzotti in mischia; gambe tese; pestoni; calci di una violenza inaudita con facce deformate dalla rabbia a testimoniare chissà quale tipo di frustrazione; esempi per bambini prossimi accoltellatori lievi; voglia di buttarla in caciara perché non si è capaci di fare mezzo passaggio di fila: QUESTI sono i requisiti per essere degni della Coppa del Belpaese.
Voglio dire, cosa deve fare di più il catechizzatore di infanti per meritarsi la medaglia d’oro? Parte dalla panchina perché ha l’autonomia di Dinho alla diciannovesima caipirinha, entra e non riesce nemmeno a fissare il pallone per qualche secondo, dispensa spinte e calcioni e poi, culmine della serata (e di una carriera da guru della pedagogia) sferra un destro di collo pieno sul cazzuto negro. Poteva forse fare di meglio? Non solo si è esibito in un gesto da perdente frustrato bamboccio, ma ha anche castigato un nemico dell’umanità come quel mostro che, l’anno scorso, aveva osato zittire i più che legittimi ululati di quei Signori venuti da Roma apposta per dirgliene quattro, dopo averlo preso a bananate qualche giorno prima. Cosa deve fare di più un povero cristo per guadagnarsi il trofeo del vero italiano? Forse dare anche un calcio a quella testa negra, e poi magari dire che è stato provocato, che quello stronzetto “ha insultato una città ed un intero popolo”?
Come dite? Già fatto? Eh, ma allora!!
E poi, pensate al suo pubblico, al pubblico di Roma che, secondo mister secondacaricadellostato – presentatosi munito di sorrisetto d’ordinanza a recitare il consueto copioncino dell’amore – “sta onorando il calcio e tutto lo sport italiano”. Onore, onore! Diciamo grazie, quindi, al patriota che ha invaso il campo per cercare di aggredire l’usurpatore Cambiasso, l’intruso che è salpato dall’Argentina col chiaro intento di distruggere la nostra razza mischiando il suo putrido sangue forestiero al nostro! Grazie, allo stadio che salutava con uno scroscio d’applausi l’espulsione dell’idolo degli imberbi, per poi intonare a gran voce “Balotelli figlio di puttana”, esprimendo il giusto disgusto di fronte ad uno scimpanzé che si crede degno di indossare il sacro tricolore! Grazie a chi ogni domenica si reca allo stadio armato di asce e scimitarre! Grazie, perché è per merito vostro che, come dice sua eminenza, l’onore del nostro sport è alto.
Un capitano così, un pubblico così, una squadra così (che squadra! Unita, compatta, decisa! Tutti concentrati per giocare di merda, spezzare gambe ed aizzare tifosi a cui basta una trattenuta per impugnare i fucili! Tutti pronti, dopo il fischio finale, a dare la colpa ad un arbitro che gli ha fatto la grazia di non fargli terminare la partita in tre!), non possono non vincere la Coppa Italia. La meritano, è roba loro. Dovrebbero assegnargliela di diritto. Se la sono sudata: mica è facile, costruire un simile impianto di antisportività! Voglio dire, c’è del lavoro dietro! Dell’applicazione!
L’Inter, sollevando questo trofeo, ha scritto l’ennesima pagina buia del calcio italiano. Tutti gli sportivi dotati di raffinati intelletti, in queste ore, sperano in un intervento della FIGC, del TAR, del governo,di Emergency, di Greenpeace, di chicchessia, per salvare il salvabile.
Già lo scudetto è a rischio: il campionato italiano deve, deve essere vinto da chi rappresenta meglio il paese! Solo chi dimostra la più spiccata antisportività, la più palese incapacità, la più profonda cialtronaggine può cucirsi il tricolore sul petto!
E invece, che succede?
Succede che rischia di vincerlo l’Inter pure quest’anno. Mah. Mai uno sputazzo, un bel cazzottone, un’entrata spaccaossa; uno stadio che non intona all’unisono cori da caccia al negro, nessuno che si accoltella, un presidente che non si copre di ridicolo ad ogni sua parola, nessun premio milionario per qualche vittoria inutile, un capitano straniero (ih!!!), niente calendari cambiati, 4-5 rigori in tutto l’anno, e poi, accidenti, vittorie ovunque, in Italia, in Europa..oh! Ma dove pensano di essere?! In un paese civile?! Credono forse di rappresentare l’Italia, comportandosi così?
Ha ragione il Ct, il dotto Ct: l’Inter non rappresenta il calcio italiano.

Cazzo, meno male.
scritto da Miss Green⁵ il 5 maggio 2010 alle 23:22
ESIGIAMO RISPETTO
per questa Squadra, per questi Giocatori, per questo Allenatore, per questo Presidente, per il mai dimenticato Giacinto, per il bauscissimo Peppino, per questi meravigliosi Tifosi…
… perchè siamo l’INTERNAZIONALE F.C., la squadra che VOI dovete affrontare!

Addendum:
devo finalmente fare i complimenti al sito bulgaro che in tempo record prepara una coreografia celebrativa

e aggiunge il simbolo della coppa in homepage

Certo, possiamo discuterne, ma mai si era visto il nostro sito bulgaro tanto attento nel piazzare subito un riferimento ad una vittoria. Questo significa forse che la società ha sentito questa partita come noi? Lo spero. In your face!
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