L’Inter non perde in coppa italia dal lontano marzo del 2009 e continua la serie positiva in questa stagione, giocare contro le riserve del Genoa ha facilitato di molto il compito di Ranieri e dei ragazzi ma anche in questa occasione si sono viste la giusta concentrazione e la necessaria determinazione per accedere ai quarti.
Il tiro all’incrocio di Maicon al 9 minuto ha messo subito l’incontro sui binari giusti, a quel punto è bastato stare corti e attenti in difesa, la situazione preferita dalla squadra, per portare a casa la qualificazione. Il gol della sicurezza di Poli al 4 minuto del secondo tempo, dopo uno scambio al volo con Obi, è stato il sigillo di una buona prestazione dell’italiano e la fine di qualsiasi preoccupazione di Ranieri sul risultato finale, nonostante il gol della bandiera di Birsa al 91esimo.
Con la qualificazione mai in bilico, la nostra attenzione è stata attratta soprattutto dal rientro di Sneijder e da quei giocatori che hanno giocato poco negli ultimi tempi, in particolar modo Poli e Castaignos.
Wesley ha giocato da trequartista dietro un’unica punta, si è mosso e ha fatto bene più nel secondo tempo che nel primo quando sul risultato di 2-0 ha potuto fare da riferimento per le ripartenze in contropiede. Il modulo con una sola punta e con la squadra molto bloccata indietro lo penalizza, ha pochi compagni da servire e quei pochi spesso sono marcati, è stato comunque importante fargli mettere dei minuti nelle gambe in vista dei prossimi impegni visto che è un giocatore fondamentale per le possibilità di successo dell’Inter, mi chiedo se Ranieri proverà a schierarlo dietro 2 punte o se insisterà su questo 4-4-1-1.
Poli gol a parte ha fatto una buonissima partita: tanta corsa, grinta, capacità di inserirsi negli spazi, è sicuramente una valida alternativa (infortuni permettendo) alla coppia Cambiasso-Thiago Motta, ideale per farli rifiatare quando saranno più stanchi. Andrea è un giocatore già fatto e finito e non ha bisogno di tempo per crescere come il suo collega Obi, inoltre nello scontro di stasera contro Kucka, quello che dovrebbe essere presto un nuovo compagno di reparto, è sembrato un gigante.
Castaignos ha giocato finalmente da prima punta ma preso nella morsa tra Granqvist e Moretti ha fatto una enorme fatica a trovare gli spazi giusti; il gol di Maicon e l’impostazione della partita non l’hanno certamente aiutato, si è trovato sempre da solo contro i difensori rossoblù. Mi aspettavo comunque qualcosa di più perchè il ragazzo ha sicuramente mezzi fisici e tecnici importanti.
Mercoledì 25 al San Paolo toccherà al Napoli di Mazzarri, Ranieri in questi primi mesi di lavoro ha ridato fiducia al gruppo e non sarà facile per nessuno fermarci.
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Nel frattempo continueremo a scrivere i nostri post (eh già, brutto colpo eh?).
Eh già. Mentre mezza Serie A viene travolta dal calcio scommesse noi ci troviamo a fare i conti con una stagione terribile, nata male e continuata peggio, senza stimoli, senza una strategia societaria seria alle spalle, con due allenatori, senza professionalità da parte dei giocatori, senza idee chiare da parte di nessuno, in cui si è giocato un calcio orribile, senza nè capo nè coda, in cui i giovani si sono bruciati e i vecchi ci sono morti in mano, una stagione totalmente fallimentare e chi più ne ha più ne metta.
E siamo ancora qua.
Supercoppa Italiana, Mondiale per Club e Coppa Italia: altri tre trofei nell’ultima stagione, sei nelle ultime due, quindici (ripeto: QUINDICI) nelle ultime sette. Qualsiasi aggettivo sarebbe superfluo, inutile. Insufficiente.
Qualsiasi aggettivo sarebbe parziale e momentaneo, soprattutto. Perchè l’Inter finita, con la pancia piena, data per morta da tantissimi commentatori ha dimostrato al contrario di essere ancora viva e di essere anzi ben lontana dal deporre le armi. E questo al di là dei limiti fisici e tattici evidenziati in questo finale di stagione: l’Inter ha ancora voglia di lottare, l’Inter ha voluto dimostrare che perdere lo Scudetto non vuol dire fermarsi a riposare, non vuol dire riporre i sogni di gloria.
Da Benitez a Leonardo, da Natalino a Maicon, abbiamo finito la stagione così come l’avevamo iniziata: alzando al cielo una Coppa. Ripensare alle condizioni in cui eravamo a dicembre, quando anche il Mazembe sembrava avversario temibile e quando il distacco in campionato aveva raggiunto cifre che non si ricordavano da un decennio, fa impressione. Poi una seconda parte di stagione folle, una seconda parte di stagione da Inter, ci ha portati ad essere secondi in campionato, ai quarti in Champions League, vincitori in Coppa Italia, condendo il tutto con i trionfi in Supercoppa Italiana e nel Mondiale per Club dei mesi precedenti. Tre coppe, un secondo posto e i quarti di finale in Champions: la maggior parte delle altre squadre in Italia e in Europa pagherebbe per una stagione così. E invece noi siamo andati avanti per un anno intero a raccontarci dell’Inter senza stimoli, dell’Inter con la pancia piena, dell’Inter da rifondare.
Sicuramente alla squadra andranno apportate delle modifiche in questo mercato, sicuramente alcuni giocatori -per motivazioni fisiche o mentali- hanno ormai dato all’Inter tutto quello che potevano. Altrettanto sicuramente, però, il post-Mourinho è stato affrontato e messo in archivio in maniera più che degna, e questo passaggio di consegne somiglia sempre più a quello tra Mancini e Mourinho stesso: all’insegna della continuità. Continuità nel restare ad alti livelli, continuità nella rabbia e nella voglia di lottare, continuità nell’affrontare ogni avversario e ogni competizione con la stessa voglia e la stessa concentrazione. Continuità nelle vittorie.
Non ci poteva essere un segnale migliore, in questa fase, della vittoria della Coppa Italia. Un trofeo “minore”, snobbato da molti e considerato alla stregua di una coppetta ogni qual volta -sempre più spesso, in realtà- la vinciamo noi. Non ci poteva essere segnale migliore perchè vincere la Coppa Italia significa giocare delle partitacce contro il Genoa o nell’inferno del San Paolo in pieno inverno, nelle notti di gennaio, in un tour de force di partite all’interno del quale quei match sembrano significare poco o nulla. Eppure affrontarli con la stessa convinzione e con lo stesso agonismo con cui si affrontano le sfide per ritornare in corsa per lo scudetto o quelle per andare avanti in Champions. Ogni partita ha uguale importanza, ogni partita serve a raggiungere il medesimo scopo: vincere.
Vincere aiuta a vincere, ed è proprio così che è stato costruito questo pluriennale ciclo vincente, è proprio così che questo ciclo vincente viene portato avanti: non rinunciando a niente, nel tentativo di portare a casa tutto. Un leggendario triplete lo scorso anno, altri tre titoli in questo. Altre tre gemme incastonate nella leggenda di questa Nuova Grande Inter, che di passare alla storia non sembra averne ancora nessuna intenzione, che termina un’altra stagione guardando in faccia gli avversari col ghigno di una sopravvissuta:
“Mah, guarda..c’è che tu arrivi a una finale così con la “scorza” di chi ne ha giocate tante e ti sembra quasi una cosa da niente, pensi che magari potrebbe essere una gioia “normale”, come le altre….e invece poi ti ritrovi felice come non mai!”
Una volta mi dissero, a proposito di un gol di Roberto Baggio: “il vero campione lo riconosci subito, perchè è quello che fa sembrare semplici le cose più incredibili”.
E’ questa la frase che mi è venuta in mente appena ho visto il gol di Samuel Eto’o ieri sera. Una palla controllata con tutta la calma del mondo mentre i suoi compagni protestavano per un fallo di mano e appoggiata lì, con naturalezza: prima sotto le gambe di un difensore e poi nell’angolino, trafiggendo il portiere impotente che non la vede partire e non può arrivarci. Una precisione imbarazzante per niente ostentata, anzi, quasi nascosta. Nascosta talmente bene da far sembrare il tutto semplicissimo. Ma il trucco è proprio quello, appunto, è il trucco dei veri campioni: far sembrare semplici le cose più incredibili.
"Guarda, è facile: basta che tiri, gliela fai passare sotto le gambe e la metti nell'angolino."
Incredibili, come mille partite da professionista. Talmente incredibili che solo in nove c’erano riusciti prima di lui. Eppure guardatelo, il Capitano: vi sembra stanco, stremato, sconvolto? Ha la faccia di uno che ha fatto qualcosa di straordinario? Neanche una ruga, neanche un respiro un po’ più affannato, neanche un capello fuori posto. Mai, soprattutto quest’ultimo: mille partite con l’aria di chi sta facendo una passeggiata, di chi accompagna la moglie a far la spesa e ne approfitta per far prendere un po’ d’aria al cane. Cosa volete che siano mille partite? Semplici semplici, filano via lisce come l’olio. E’ il marchio di fabbrica del vero campione, dicevamo: far sembrare semplici le cose più incredibili.
"Come dice Direttore? Mille? Solo?"
Semplici, come 6 finali di Coppa Italia in 7 stagioni. Da Gamarra a Ranocchia, passando attraverso 5 scudetti consecutivi, un Triplete e un’infinità di altri record senza mai snobbare la “coppetta nazionale”, a dimostrazione di un impegno messo in campo sempre, in qualsiasi partita, indipendentemente dall’avversario e dal prestigio della competizione. A dimostrazione di una fame infinita, e della voglia di conquistare ogni singola vittoria. A dimostrazione e sigillo di lealtà e sportività, a rimarcare una volta di più l’abissale differenza con quelli che “la Coppa Italia era solo un fastidio“.
Il messaggio che è uscito da San Siro è stato fortissimo e chiaro, ed è un messaggio rivolto a tutti quelli che parlano di questa stagione già al passato, a tutti quelli che l’hanno bollata come un fallimento, a tutti quelli che hanno parlato di “anno di transizione”, a tutti quelli immersi in oziose discussioni sul calciomercato: la nostra stagione non è ancora finita. La nostra fame non è ancora finita. Mancano tre partite, e non solo due. Si va a Roma, ci si va a giocare l’ennesima Coppa, anzi: l’ennesima Coppa Italia.
Una finale cercata con tutte le forze residue, voluta, quasi dovuta: erano troppi, infatti, i motivi per non lasciarsela scappare.
Per Javier Zanetti e per le sue mille partite da onorare, da celebrare, da mandare alla storia con una vittoria per rendere ancor più piacevole il ricordo di questa serata;
per Samuel Eto’o e per il suo record: con il gol di ieri sono 34 le marcature stagionali, come Ronaldo Luis Nazario da Lima nel 1997-98 e come nessun altro nella storia dell’Inter. Bisognava concedergli un’altra partita, una possibilità in più per andare lì in alto, da solo negli oltre cento anni di storia di questa meravigliosa squadra;
per Walter Adrian Samuel, ovviamente, per vederlo ancora in campo in questa stagione, per andare a giocare la finale con lui, con Stankovic, con Sneijder e per mandarli a riposare -speriamo- con un dolce ricordo, l’ennesimo;
per provare ad alzare il terzo trofeo -dopo Supercoppa Italiana e Mondiale per club- per il secondo anno consecutivo in questa “pessima” stagione, nella stagione del “fallimento”, nella stagione di “transizione”;
per ridurre al lumicino le speranze della Juventus di prendersi un posto in Europa l’anno prossimo, naturalmente, e rendere così decisamente simpatici questi martedì e mercoledì in cui, oltre a quanto già detto, il Milan si consegna alla leggenda con uno storico monoplete e il City ci regala la certezza matematica di essere teste di serie nella prossima Champions;
per confermare la tradizione che dipinge i giallorossi come comodi e accoglienti scendiletto a cui lasciare solo gli avanzi: spiacenti, ma quest’anno briciole non ce ne sono;
per, infine ma non ultimo per importanza, regalare una partita di calcio vera allo Stadio Olimpico di Roma, solitamente immerso in esibizioni decisamente sotto la soglia della decenza.
Ci dispiace, certo, aver disilluso le speranze di Francesco “torno per la finale” Totti e di Kevin Prince “voglio l’Inter in finale per batterla ancora” Boateng, ma noi abbiamo semplicemente fatto il nostro, come al solito: ci siamo presi quello che volevamo, abbiamo ricacciato in gola le vostre urla e siamo arrivati in fondo di nuovo, ancora, come al solito. E ora ce ne andiamo a Roma, scusate, ma c’è una finale che ci aspetta.
Un’altra.
E’ incredibile, lo sappiamo, ma con la maglia nerazzura addosso sembra quasi semplice.
E’ questa la caratteristica dei veri campioni, dicevamo.
Non poteva continuare troppo a lungo il digiuno di vittore. Non poteva o, meglio ancora, non doveva.
Torniamo da Roma con un 1-0 più importante per la testa che per la qualificazione (il ritorno si gioca fra tre settimane e nè noi nè la Roma -più volte letale a San Siro- potremo ragionevolmente essere ancora nelle imbarazzanti condizioni di ieri), un 1-0 che per qualche attimo ci ha risvegliato da un presente che sembrava troppo brutto per essere vero, un presente fatto di preoccupazioni per la partita di sabato, preoccupazioni per il terzo posto da difendere e occhi buttati sul quinto posto, su quel fantasma-Europa League che solo un filotto negativo come quello appena concluso poteva far apparire più concreto di quello che in realtà è.
Roma-Inter è la prima vittoria in trasferta di quest’Inter contro una “grande” (almeno sulla carta), una vittoria quasi inaspettata che su questi stessi schermi vedevamo come estremamente improbabile. Dato affascinante, per carità, come affascinante -bellissimo, inimmaginabile, stratosferico- è il gol di Stankovic che ci ha permesso di portarla a casa.
E noi la portiamo a casa con gioia e senza farci troppe domande, insieme a qualche possibilità in più di passare il turno e vedere poi, chissà, cosa potrà succedere in finale. Ma non siamo certo pronti ad esaltarci per una vittoria come quella di ieri e non possiamo -non vogliamo- correre il rischio che il capolavoro di Deki nasconda gli altri 90 minuti. 90 minuti che hanno messo in evidenza, ancora una volta, le difficoltà fisiche (e non solo) dell’Inter di questo periodo. Sì, perchè francamente Roma-Inter non ci è sembrata purtroppo così diversa da Parma-Inter: colpo del campione di Deki (gol a Roma, palo a Parma) e occasionissima per gli avversari (Vucinic troppo brutto per essere vero, Giovinco no). Ecco come si scrive la storia di una partita. Il resto è stato simile, tremendamente simile.
Vorremmo definirla stanca, questa Inter, ma abbiamo il sentore, il sospetto, l’evidenza, che stanca non sia il termine giusto. Non esaustivo, in ogni caso. Oltre che stanca l’Inter sembra svagata, sembra non avere ben chiaro ciò che deve fare -nè in fase difensiva nè in fase offensiva-, sembra, cosa ancora più grave, non avere propriamente la voglia nè la condizione per farlo. Svagata, mettiamola così. Di certo abbiamo visto -di nuovo- una squadra che dal minuto 70 ha esaurito le forze con gli attaccanti che non riuscivano più a rientrare dopo le azioni offensive e i difensori lasciati a sè stessi in una serie di 1contro1 che contro altre maglie sarebbero stati probabilmente letali. Abbiamo giovato della condizione di un avversario che se possibile stava ancor peggio di noi, ancora più sulle gambe, ancora più indisponenti, con problemi di compatibilità ancora maggiori (vedere un allenatore che quasi deve fare da ponte per la comunicazione tra le due punte -che non si parlano- è qualcosa di veramente imbarazzante). Possiamo dirlo senza problemi: l’Inter di ieri sera poteva portare a casa la vittoria -e alla fine poteva essere anche più rotonda di così, checchè ne dica un Montella visionario- solo contro questa Roma.
Ieri sera bastava questo, e come detto questo ci portiamo a casa. Però -senza voler indagare, per il momento, sulle cause della situazione attuale- di passi avanti ne son stati fatti pochi e possiamo solo sperare che questa vittoria serva in qualche modo da sveglia. Sveglia non certo per i soliti Lucio e Stankovic, due che per la propria squadra e per questa maglia sono sempre pronti a dare più del dovuto, a gettare il cuore oltre l’ostacolo e caricarsi sulle spalle tutti i compagni, due a cui aggrapparsi per davvero in questi giorni. E la sveglia non serve neanche a chi -penso a Ranocchia, Nagatomo, Obi, Pazzini e un insospettabile Pandev- ci mette comunque un impegno imprescindibile oltre a un entusiasmo infinito: avranno commesso degli errori, certo, per qualcuno saranno peccati di gioventù e per altri di inadeguatezza, ma loro in campo ci sono, corrono e sono pronti a dare il loro meglio per portare a termine questa stagione. La sveglia è per gli altri.
La sveglia è per chi vorrebbe strafare e invece dovrebbe solo limitarsi a fare il minimo indispensabile per far girare il pallone come sa, per portarlo in avanti e fare il bene di questa squadra. La sveglia è per chi deve riuscire a dare di nuovo -come è riuscito per lunghi periodi l’anno scorso- quello scatto d’energia e di orgoglio in più, per chi deve imparare di nuovo a fare un respiro profondo appena perde palla e iniziare subito a rincorrere l’avversario. La sveglia è per chi in questo momento deve farci capire se tiene davvero all’Inter o semplicemente adora atteggiarsi da protagonista, com’è facile fare quando va tutto bene. Per chi deve imparare a fare un passo indietro sia nei minuti giocati che nelle proprie convinzioni, per chi deve capire che in quest’ultima parte di stagione conta solo la maglia di chi corre di fianco a te e non il numero o la faccia. Giocare semplice, giocare bene, giocare soprattutto con l’unico obiettivo di far gol per l’Inter e di non far prendere gol all’Inter. Giocare insieme, da squadra. Giocare uniti.
E’ l’unica cosa che conta in quest’ultimo mese, è l’unico modo che c’è per fare il bene dell’Inter. I conti si faranno poi, alla fine.
Già sabato, invece, capiremo se la sveglia è servita o bisogna alzare ancora il volume.
PS: ci teniamo a rendere pubblici i doverosi applausi di Bauscia Cafè all’AC Filarete, che ieri ha battuto l’Arca nella finale CSI Categoria Open B di Calcio a 11. Guidata da un discepolo del Vate di Setubal e del Presidente di noialtri che arricchisce quotidianamente i nostri commenti, la neonata squadra milanese non poteva che ottenere questo risultato! Complimenti, campioni!
Mi ritorna in mente il volto ombroso di De Rossi, nel dopo-partita di una delle innumerevoli occasioni in cui la Roma ha dovuto masticare amaro per colpa dell’Inter.
Quella volta, De Rossi era lucido e sconsolato. Forse aveva pensato che in questo ultimo lustro, l’Inter ha sottratto alla Roma almeno 2 scudetti e 4-5 coppe (qualche coppa l’hanno sollevata anche i giallorossi, ma ci siamo capiti).
Quest’anno, la Roma di Ranieri aveva il miglior organico del campionato, superiore a quello del Milan e alla pari con quello dell’Inter. Dunque, i giallorossi meritano il titolo di grande delusione del campionato. Ma che si tratti di una squadra che può battere chiunque, questo era e rimane ovvio.
Stasera il massimo obiettivo che questa Inter sfiatata può darsi è tenere aperta la qualificazione alla finale.
Vincere? Non credo sia possibile. Pareggiare? Sarebbe il massimo. Andrebbe bene anche perdere con un solo gol di scarto, purché si riesca a segnare. Finite le partite infrasettimanali, fra venti giorni un po’ di energia sarà tornata… E l’anno prossimo si può sperare che la società abbia imparato a non concedere 17 calciatori alle nazionali alla vigilia di un derby (persino Moratti ammette si sia trattato di un errore).
Leonardo non deve inventare niente. Deve solo evitare l’imbarcata.
Per farlo, mi limito a sconsigliare 2 ipotesi tattiche:
Thiago Motta davanti alla difesa;
Coutinho e Pandev contemporaneamente in campo.
Unici consigli: tirare spesso in porta (Doni non è esattamente il punto di forza della Roma) e Stankovic in campo.
Il serbo non ha mai paura, sa gestire la pressione e il suo attaccamento alla maglia non teme confronti: “una squadra abituata come la nostra a vincere deve portare a casa un trofeo, salire sul podio bianco è importante per noi stessi… Tanti non vedevano l’ora di aprire il cassetto e tirare fuori tutto quello che avevano lasciato lì per 5 anni. L’Inter è una squadra che negli ultimi 5 anni ha vinto tutto quello che si poteva vincere a livello di club, quindi è normale che adesso ci attacchino così come è normale che adesso dobbiamo essere noi a subire, stare zitti e pedalare. Io devo ammetterlo: sono molto fiero, anche nei momenti difficili ho sempre detto di essere fiero di indossare questa maglia”.
Eto’o: “L’importante è vincere, non ha importanza che sia io a segnare. Un gol da fuoriclasse? È quello che mi è passato per la testa in quel momento, l’ho provato e mi è riuscito. I nostri tifosi sono fantastici. Sapevo che sarei arrivato a Milano, sapevo dove sarei arrivato e sono contento perchè ho un bellissimo rapporto con l’intera tifoseria, conoscevo la loro passione: ci supportano sempre e comunque e voglio ringraziarli anche a nome dei miei compagni”.
Ranocchia: “È stato un esordio emozionante, ma un po’ strano perchè affrontavo la squadra con la quale fino a venti giorni fa mi allenavo. Con Materazzi abbiamo lavorato bene, forse abbiamo avuto qualche sbavatura sul finale dovuta alla stanchezza. I grandi giocatori come quelli nerazzurri hanno anche un’umiltà incredible e svolgono il proprio lavoro con una grande intensità. Non credevo potesse essere proprio così, invece sono dei campioni veri, sotto tutti i punti di vista. Mi ha stupito, sono fantastici tutti, mi aiutano, chi più chi meno. Sono pronto, voglio ricambiare la fiducia di Leonardo. Il contatto con Rudolf c’è stato, ma precedentemente si era buttato a terra tre volte…”
Mariga: “Sono contento, questa vittoria è un bene per me, ma soprattutto per tutta la squadra. Sono appena rientrato dall’infortunio e ho tanta voglia di lavorare, di fare di più e di essere sempre più decisivo per questa squadra”.
Materazzi: “Ranocchia ha fatto una grande partita, perché quando hai due terzini che spingono tanto ti trovi in uno contro uno e non è facile. Sul rigore è sfortuna, non era un fallo violento, non si è riuscito a fermare: il giallo è più che giusto. Lo spirito è quello che ci contraddistingue, se siamo questi possiamo arrivare lontano. Leonardo da persona intelligente ci ha fatto tornare il sorriso e la voglia di giocare a calcio. Benitez? Io parlo di chi ci ha fatto tornare il sorriso, non di chi ce lo ha tolto. Nella vita si fanno anche degli errori: noi siamo una macchina da Formula Uno, ma deve esserci un pilota. Se tu ci metti un vigile, non arrivi lontano… Il Milan? E’ forte, campione d’inverno ed ha vantaggio, ma noi siamo campioni del Mondo e vogliamo crederci. Lo scontro con Ibra? Lo reputo uno scontro di gioco, così come quando faccio entrate dure: il problema è che quando le dò è colpa mia, quando le prendo è colpa mia lo stesso. Ma non dico a lui assolutamente niente”.
Cambiasso: “Sappiamo benissimo che vincere sia sempre importante, in qualsiasi competizione. Ora abbiamo fiducia, c’è soddisfazione anche per chi non ha trovato tanto spazio: tutti dimostrano di essere all’altezza dell’Inter, non è un caso che nel 2010 abbiamo vinto tutte quelle competizioni, perché tutti quando sono chiamati in causa rispondono con impegno e professionalità. Il campo? I muscoli stabilizzatori devono lavorare di più, sicuramente cambia qualcosa: però il mister ha ragione quando dice che non dobbiamo pensare a queste problematiche, sappiamo com’è il terreno di San Siro ma c’è da adattarsi nel modo migliore pensarci il meno possibile. Il nostro punto debole? Non lo sveliamo agli altri, è una cosa che dovranno vedere loro. C’è Sneijder infortunato, Eto’o squalificato a lungo ma abbiamo dimostrato carattere, gioco e vittorie. Il Pallone d’Oro a Messi? Felice per lui, ci tengono tutti e sta dimostrando di essere a livello fuori dal normale. La giuria ha guardato il migliore in assoluto rispetto ad una stagione in sé, ma non si poteva dire niente”
Leonardo: “Non ho voce, colpa dell’umidità, lo sapevo che sarebbe successo. Con i cambi, ne abbiamo fatti diversi, si può subire nei calci piazzati. La reazione rispetto al primo gol subìto mi è piaciuta. Fischiavo perché non ho voce, il Trap è un’altra cosa. Questa squadra ha un suo equilibrio, una sua storia e questo si vede in ogni situazione: loro si conoscono troppo bene. Il Milan? Non abbiamo fretta di arrivare da nessuna parte, dobbiamo fare gioco e serve questo entusiasmo che è il marchio di questa Inter. Per il resto partita dopo partita. Eto’o? Il giocatore davanti deve avere una certa libertà, ma questa libertà di movimento viene facile soprattutto quando le persone in campo si conoscono. A Ballardini l’Inter non piace? Sinceramente bisogna rivedere su Ranocchia, ma non è quello che fa una partita o una vittoria. Non siamo calati nel secondo tempo, c’è stato un momento in cui non abbiamo tenuto palla, ma abbiamo avuto un grande Castellazzi, anche stavolta. Ho visto cose positive. Santon e Mariga? C’è anche Materazzi, non è facile per lui giocare poco ed essere solido e concreto, ha anche aiutato Ranocchia ad inserirsi. Mariga è stato bravo e ha fatto un grande gol. Cambiasso e Zanetti sono una maratona costante. Sono molto felice di come si muovono i miei. Cosa vinciamo quest’anno? Pensiamo giorno dopo giorno”.
Moratti: “Avendo vinto l’anno scorso dobbiamo onorare questi tornei e sono comodi per far giocare chi ha meno possibilità o è nuovo come Ranocchia. L’impatto di Leonardo è stato buono, ma adesso bisogna continuare. Leonardo è un ragazzo molto intelligente ma questo è un mestiere difficile, serve continuità e lui lo sa. È intelligente, sa capire le situazioni”.
Ballardini: “Il Genoa ha fatto una buona partita, abbiamo creato più dell’Inter. Ma si sa che le cose qui vanno così. Mi riferisco all’espulsione mancata di Ranocchia, può essere che mi sono sbagliato, ma… La sudditanza psicologica nei confronti delle grandio c’è sempre e negli episodi dubbi, si sa sempre come va a finire. A Milano serve fare una grossa partita e non ci devono essere episodi dubbi perché l’arbitro è condizionato. L’Inter? Non è giudicabile. Perché dopo la terza partita in sei giorni hanno accusato la fatica: secondo me è una squadra non valutabile nella prestazione di stasera. Oggi non mi ha impressionato, ma credo la forza dei suoi giocatori non basta per restare su grandi livelli”.
L’Inter batte 3-2 il Genoa e si qualifica per i quarti di finale di Coppa Italia. Il risultato non inganni, perché l’esito del match non è mai stato in discussione. Primo tempo saldamente in pugno, concluso col risultato di 2-0 grazie alla splendida doppietta di Eto’o, alla buona prova corale della squadra e ad un Cambiasso in versione uomo ovunque. Si è finalmente rivisto un Maicon all’altezza della sua fama, con continue scorribande sulla fascia di competenza e ottime chiusure in fase difensiva. Anche Santon è apparso in ripresa, dimostrando una buona condizione e tanta voglia di fare.
Il secondo tempo si apre con un ottimo intervento di Castellazzi, sino a quel momento inoperoso, chiamato a disinnescare un’insidiosissima conclusione di Veloso dal limite. Leonardo sostituisce Muntari (polemico al momento dell’uscita) con Biabiany e la partita vivacchia senza offrire spunti sino all’episodio che potrebbe riaprire il match: Ranocchia, la cui prova non è stata delle più brillanti, stende in area Rudolf lanciato a rete. L’arbitro non ha dubbi e concede il penalty, mostrando un generoso giallo al neo-acquisto interista. Karhja realizza dagli undici metri dimezzando lo svantaggio. Il gol subito scuote i nostri che riprendono in mano il pallino del gioco e, dopo un paio di affondi, su un calcio d’angolo pennellato da Maicon è Mariga ad insaccare con uno splendido colpo di testa il gol del 3-1. Il discorso qualificazione sembrerebbe archiviato, ma il Genoa non si arrende e continua a provarci, soprattutto con conclusioni dal limite ottimamente disinnescate da Castellazzi, che nel finale di match si segnalerà per un paio di ottimi interventi su Criscito e Dainelli. Entrano anche Obi e Rivas al posto di Eto’o e Maicon e il Genoa, nel secondo minuto di recupero, trova ancora il gol su un colpo di testa ravvicinato di Sculli.
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