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scritto da Nk³ il 7 giugno 2011 alle 10:34
Eh già. Mentre mezza Serie A viene travolta dal calcio scommesse noi ci troviamo a fare i conti con una stagione terribile, nata male e continuata peggio, senza stimoli, senza una strategia societaria seria alle spalle, con due allenatori, senza professionalità da parte dei giocatori, senza idee chiare da parte di nessuno, in cui si è giocato un calcio orribile, senza nè capo nè coda, in cui i giovani si sono bruciati e i vecchi ci sono morti in mano, una stagione totalmente fallimentare e chi più ne ha più ne metta.
E siamo ancora qua.
Supercoppa Italiana, Mondiale per Club e Coppa Italia: altri tre trofei nell’ultima stagione, sei nelle ultime due, quindici (ripeto: QUINDICI) nelle ultime sette. Qualsiasi aggettivo sarebbe superfluo, inutile. Insufficiente.
Qualsiasi aggettivo sarebbe parziale e momentaneo, soprattutto. Perchè l’Inter finita, con la pancia piena, data per morta da tantissimi commentatori ha dimostrato al contrario di essere ancora viva e di essere anzi ben lontana dal deporre le armi. E questo al di là dei limiti fisici e tattici evidenziati in questo finale di stagione: l’Inter ha ancora voglia di lottare, l’Inter ha voluto dimostrare che perdere lo Scudetto non vuol dire fermarsi a riposare, non vuol dire riporre i sogni di gloria.
Da Benitez a Leonardo, da Natalino a Maicon, abbiamo finito la stagione così come l’avevamo iniziata: alzando al cielo una Coppa. Ripensare alle condizioni in cui eravamo a dicembre, quando anche il Mazembe sembrava avversario temibile e quando il distacco in campionato aveva raggiunto cifre che non si ricordavano da un decennio, fa impressione. Poi una seconda parte di stagione folle, una seconda parte di stagione da Inter, ci ha portati ad essere secondi in campionato, ai quarti in Champions League, vincitori in Coppa Italia, condendo il tutto con i trionfi in Supercoppa Italiana e nel Mondiale per Club dei mesi precedenti. Tre coppe, un secondo posto e i quarti di finale in Champions: la maggior parte delle altre squadre in Italia e in Europa pagherebbe per una stagione così. E invece noi siamo andati avanti per un anno intero a raccontarci dell’Inter senza stimoli, dell’Inter con la pancia piena, dell’Inter da rifondare.
Sicuramente alla squadra andranno apportate delle modifiche in questo mercato, sicuramente alcuni giocatori -per motivazioni fisiche o mentali- hanno ormai dato all’Inter tutto quello che potevano. Altrettanto sicuramente, però, il post-Mourinho è stato affrontato e messo in archivio in maniera più che degna, e questo passaggio di consegne somiglia sempre più a quello tra Mancini e Mourinho stesso: all’insegna della continuità. Continuità nel restare ad alti livelli, continuità nella rabbia e nella voglia di lottare, continuità nell’affrontare ogni avversario e ogni competizione con la stessa voglia e la stessa concentrazione. Continuità nelle vittorie.
Non ci poteva essere un segnale migliore, in questa fase, della vittoria della Coppa Italia. Un trofeo “minore”, snobbato da molti e considerato alla stregua di una coppetta ogni qual volta -sempre più spesso, in realtà- la vinciamo noi. Non ci poteva essere segnale migliore perchè vincere la Coppa Italia significa giocare delle partitacce contro il Genoa o nell’inferno del San Paolo in pieno inverno, nelle notti di gennaio, in un tour de force di partite all’interno del quale quei match sembrano significare poco o nulla. Eppure affrontarli con la stessa convinzione e con lo stesso agonismo con cui si affrontano le sfide per ritornare in corsa per lo scudetto o quelle per andare avanti in Champions. Ogni partita ha uguale importanza, ogni partita serve a raggiungere il medesimo scopo: vincere.
Vincere aiuta a vincere, ed è proprio così che è stato costruito questo pluriennale ciclo vincente, è proprio così che questo ciclo vincente viene portato avanti: non rinunciando a niente, nel tentativo di portare a casa tutto. Un leggendario triplete lo scorso anno, altri tre titoli in questo. Altre tre gemme incastonate nella leggenda di questa Nuova Grande Inter, che di passare alla storia non sembra averne ancora nessuna intenzione, che termina un’altra stagione guardando in faccia gli avversari col ghigno di una sopravvissuta:
noi siamo ancora qua.
E non abbiamo nessuna voglia di farci da parte.

scritto da Nk³ il 20 dicembre 2010 alle 10:01
scritto da Nk³ il 18 dicembre 2010 alle 2:54
Non poteva cominciare peggio il Mondiale per Club per l’Inter: dopo un minuto di gioco, alla prima verticalizzazione Sneijder subisce un contrasto duro che lo costringe ad abbadonare il campo e -ma questo lo scopriremo dopo- la Finale.
Però non c’è neanche il tempo per rammaricarsi o per preoccuparsi (anzi, non c’è neanche il tempo per fare entrare Thiago Motta al posto dell’olandese) che su una verticalizzazione di Eto’o Stankovic sfrutta il lavoro di Milito e si inserisce centralmente per battere il portiere coreano e mettere subito la gara in discesa, dopo una manciata di secondi. Una situazione di gioco che si ripeterà in occasione del secondo gol, con una verticalizzazione da metà campo che favorisce un movimento diagonale di Milito e l’apertura di una voragine in mezzo alla difesa coreana: per il 2-0, però, è un accecante colpo di tacco del Principe che libera il Capitano tutto solo in mezzo all’area e gli permette di battere il portiere con l’esterno destro. E’ uno dei tanti gol pesanti del Capitano, che segna pochissimo ma quando serve dare una svolta arriva sempre: dopo il Parco dei Principi e l’Olimpico, anche lo Zayed Sports City Stadium e il Mondiale per Club vengono marchiati da Zanetti.
Pur facendo la tara alla forza dell’avversario e pur considerando, soprattutto, il vantaggio non da poco di essere riusciti a mettere la gara sui binari giusti già nei primissimi minuti di gioco, possiamo dire di aver visto un’Inter diversa da quella cui ci eravamo tristemente abituati nelle ultime apparizioni.
Innanzitutto tatticamente: un Milito apparentemente ritrovato davanti ha cambiato il volto della squadra. La presenza di una prima punta che può fare da punto di riferimento in avanti, che sa tenere il pallone per far salire la squadra e capace di muoversi con tagli laterali per spalancare le porte dell’area ai trequartisti e ai centrocampisti sembra aver portato una ventata d’aria fresca agli altri in campo. Si sono riviste verticalizzazioni che mancavano da troppo tempo, si sono rivisti movimenti utili e fatti con i tempi giusti, si sono rivisti centrocampisti in grado di gestire il pallone in maniera ottimale e che non passavano più il tempo a girarsi e rigirarsi prima di essere costretti a un retropassaggio. Sostanzialmente si è rivista una squadra di calcio, nonostante non ci sia stato niente di trascendentale.
Sufficiente il rientro degli infortunati? A quanto pare sì, anche psicologicamente. Più di un giocatore, intervistato, ha posto l’accento su una partitella d’allenamento giocata “11 contro 11, come non facevamo da tanto tempo”. Il morale ne risente inevitabilmente e la riconquistata sicurezza nei propri mezzi, unita alla coscienza che ci si sta giocando un obiettivo senza domani, potrebbe aver fatto il resto.
Milito si è espresso su livelli quasi mai visti questa stagione, i tre di centrocampo sembrano lì lì per uscire dal rodaggio e persino la difesa, nonostante qualche svarione di troppo, sembra aver trovato un assetto più stabile (e migliorerà ancora, si spera, con il rientro di Maicon e Chivu spostato in mezzo). Il 3-0 inflitto al Seongnam potrebbe fare il resto, in una competizione troppo corta per perdersi in disquisizioni tattiche ma troppo importante per lasciarle completamente da parte.
Non sono mancate le note negative, certo: over the top l’infortunio a Sneijder, ma anche le solite prestazioni di Pandev (che sembra sempre meno recuperabile) e Chivu (che deve abbandonare al più presto un ruolo che ormai odia). Poco brillante e molto nervoso Eto’o, che probabilmente non trarrà giovamento dall’incontrare in finale un’africana e quel Kimwaki che non gli ha fatto veder palla nell’ultima Coppa d’Africa. Soprattutto, come già detto, ancora fuori fase la difesa, che rimbalza tra gli eccessivi personalismi di Lucio, qualche buco di troppo sul limite dell’aria (tappato spesso da un fallo e una conseguente punizione) e, soprattutto, un’atavica incapacità a prendere la palla di testa sui calci da fermo: difetto, questo, che potrebbe essere letale contro il Mazembe.
Già, il Mazembe (pronuncia: Masembè). Sottovalutare i Campioni d’Africa a 90 minuti dal traguardo finale sarebbe imperdonabile: le vittorie contro i Campioni di Nord e Sudamerica non sono arrivate per caso, il “Barcellona d’Africa” è una squadra quadrata, preparata tatticamente e ben messa in campo da N’Diaye, con ottime individualità (il già citato Kimwaki) e una serie di armi pericolose -su tutte i tiri da lontano- che potrebbero mettere in difficoltà qualsiasi difesa. L’evidente inferiorità tecnica potrebbe essere facilmente nascosta dietro l’agonismo e la voglia di scrivere la storia non solo di un continente ma di tutto il calcio mondiale, in una partita in cui si giocano tutto e non hanno nulla da perdere. Nella più classica delle partite della vita, insomma.
La stessa che per noi, invece, sarà l’ultima partita di un 2010 strepitoso e indimenticabile comunque vada, la partita che può portarci dove manchiamo da quasi 50 anni. Siamo Campioni d’Italia e Campioni d’Europa, abbiamo vinto Coppa Italia e Supercoppa Italiana, e ora abbiamo davanti il Mazembe. Il Mazembe e nessun altro, nell’ultimo atto di un’era straordinaria. Il Mazembe e nessun altro, per chiudere -in ogni caso- un ciclo irripetibile.
Il Mazembe.
90 minuti, poi giù il sipario.
Forza, Ragazzi.
scritto da Nk³ il 15 dicembre 2010 alle 16:09
Oggi è il giorno. Era il 15 settembre 1965 quando l’Inter giocò la sua ultima partita di Coppa Intercontinentale. La città era Avellaneda, l’avversario l’Independiente, il risultato (0-0) non ribaltò il 3-0 di Milano e consacrò l’Inter Campione del Mondo per la seconda volta.
Sono passati 45 anni. Già questo è un motivo più che sufficiente per fare di tutto per vincere la partita di oggi, per non sottovalutare l’avversario, per dare tutto in campo.
L’Inter di Abu Dhabi, dicono gli osservatori, è una squadra molto diversa da quella che ha lasciato Milano. Basti pensare anche solo al fatto che il gruppo si allena al completo (ad eccezione di Biabiany e Coutinho) e che praticamente per la prima volta dal 22 maggio tutti i titolari di Madrid sono a disposizione. Ma sembra esserci di più, sembra esserci un clima di serenità e ritrovata sicurezza nei propri mezzi che non si vede da tempo immemore dalle parti di Appiano Gentile.
Non avendo riscontri diretti è difficile capire se è davvero una sicurezza ritrovata o se piuttosto possa essere una pericolosissima spavalderia ingiustificata, nata dalla presunzione di essere comunque superiori ad avversari che, invece, potrebbero farci sudare non poco. In questo senso la sconfitta a sorpresa dell’Internacional potrebbe essere un ottimo campanello d’allarme: i coreani le regole del gioco le conoscono, hanno una buona esperienza e un’ottima preparazione fisica, sono una squadra veloce anche se inevitabilmente non troppo tecnica…ma noi non possiamo sottovalutare nessuno. E allora può essere che davvero le dichiarazioni sentite in questi giorni siano sintomo di tranquillità e sicurezza piuttosto che di presunzione. Ci raccontano di un Maicon tirato a lucido e di un Milito in grande spolvero, di un Eto’o determinato e di uno spirito di squadra ritrovato, di un gruppo ricompattato davanti a quello che -è chiaro a tutti- è stato sin dall’inizio indicato come il più importante obiettivo di questo inizio di stagione.
Ebbene: il più importante obiettivo di questo inizio di stagione è arrivato. Non ci sono più scuse, non ci sono più seconde possibilità, non ci sono altri pensieri su cui concentrarsi. Non c’è più tempo per entrare in forma, per recuperare la concentrazione, per riacquistare consapevolezza nei propri mezzi. Ora c’è solo il Seongnam, squadra Campione d’Asia senza nulla da perdere. Ci sono Julio Cesar, Maicon, Lucio, Chivu, Zanetti, Stankovic, Cambiasso, Pandev, Sneijder, Eto’o, Milito, in quella che dovrebbe essere -seppure con qualche incertezza- la formazione che scenderà in campo stasera.
Ora c’è solo il Mondiale per Club. Ed è il turno dei Campioni d’Europa.
scritto da Nk³ il 14 dicembre 2010 alle 12:58
Giorni importanti quelli attuali per il “giornalismo” italiano. Una sua entità, conosciuta in letteratura come “prostituzione intellettuale”, si sta infatti evolvendo e, con una nuova interessante e sorprendente caratteristica, sta diventando prostituzione intellettuale a lungo termine.
In pratica funziona così: si prende una dichiarazione, la si reinterpreta a piacimento fino a stravolgerne il senso e la si rigira contro chi l’ha rilasciata. Fino a qui tutto normale, come abbiamo visto e rivisto mille volte nel corso degli anni: basti pensare allo “zero tituli” di Mourinho, per dire il più celebre. Ma ecco che entra in scena l’upgrade: la dichiarazione, stravolta nel senso, viene lasciata lì a giacere e pronta a essere tirata fuori nel momento più opportuno.
Esattamente 3 anni fa, il 15 dicembre 2007, Roberto Mancini si esibiva nella celebre conferenza stampa sul “Torneo dell’Amicizia”, passata alla storia come una sorta di insulto al Milan futuro Campione del Mondo, come una provocazione, addirittura come una “rosicata”. Un invidioso, questo Mancini, che sminuiva l’importanza del trofeo al quale non poteva partecipare. La solita storia della volpe e dell’uva insomma, con l’allenatore davanti e tutti gli interisti dietro. Gli stessi interisti che -secondo questa interpretazione- ieri rosicavano e oggi esaltano il Mondiale per Club, vogliono vincerlo. Ipocriti, ecco cosa sono. Tutti gli interisti che ieri davano ragione a Mancini e domani guarderanno il Mondiale sono solo degli ipocriti.
Ma cosa aveva detto in realtà Roberto Mancini?
Il Mondiale per Club? Con questa formula sembra il torneo dell’amicizia. Era più affascinante con la vecchia formula, sei partite mi sembrano assurde. Ci sono due squadre che si devono giocare la finale: il Milan Campione d’Europa e il Boca Campione del Sudamerica. Così la sfida sarebbe molto più bella e prestigiosa. Sino a due anni fa, quando c’era la partita secca, la cosa era più affascinante. Ma questo è solo il mio parere, ognuno ha la propria opinione. Così come preferisco la Coppa Campioni a eliminazione diretta
Una critica alla nuova formula del torneo, seguita dall’idea che il titolo di Campione del Mondo avrebbero dovuto giocarselo solo Milan e Boca Juniors.
Tutto qua.
E l’insulto? La provocazione? La rosicata? Dove sono? Dov’è il Mancini invidioso che vuole togliere importanza alle vittorie del Milan? Dov’è, soprattutto, la contraddizione dei tifosi interisti che erano -e sono- d’accordo con queste parole e che comunque, ovviamente, tiferanno Inter domani pomeriggio? Misteri del “giornalismo” italiano.
Senza ovviamente dare nulla per scontato nel risultato finale e delle singole partite, continuiamo a sostenere che rispetto alla vecchia Coppa Intercontinentale l’attuale formula del Mondiale per Club è poco più di una baracconata. Le prestazioni offerte dall’Hekari United prima e dall’Al-Wahda poi (che rende ancor più drammatica la precedente) sono semplicemente indegne per una manifestazione che si picca di essere il punto di riferimento del calcio mondiale.
La Coppa Intercontinentale nasce e vive per essere terra di confronto fra due mondi che non comunicano in alcun modo, per essere una sfida tra due scuole calcistiche diverse le cui filosofie si danno battaglia da quando è nato il calcio. Il Sudamerica contro l’Europa, la tecnica contro la tattica. La tattica nata solo per arginare e limitare la netta superiorità tecnica sudamericana contro la tecnica da circo che è l’unica àncora di salvezza alla quale aggrapparsi per non soccombere davanti alla sapienza tattica e calcistica europea. Questo era la Coppa Intercontinentale.
Ed è questo il motivo per cui una sfida fra i Campioni d’Europa e i Campioni del Sudamerica sarebbe più affascinante e prestigiosa di un torneo che vede tra i protagonisti i vincitori di un campionato creato ad hoc. Punto. Questa era l’opinione di Mancini, questa era -ed è tutt’ora- la nostra. E non ha nulla a che vedere, evidentemente, con il tifo che faremo per l’Inter domani pomeriggio, con la speranza che abbiamo di arrivare in fondo, con la voglia di diventare per la terza volta nella nostra storia Campioni del Mondo.
E non vediamo, davvero, dove sia la contraddizione.
scritto da Nk³ il 7 dicembre 2010 alle 12:18
Castellazzi, Santon, Cordoba, Materazzi, Zanetti, Motta, Cambiasso, Muntari, Biabiany, Eto’o, Pandev.
Questa la formazione che probabilmente scenderà in campo nell’ultima partita del girone di Champions League stasera a Brema (temperatura prevista: -11) (no, non ho battuto due volte sull’1 per sbaglio). Situazione di classifica: Tottenham e Inter prime a pari punti, col Tottenham in vantaggio per la differenza reti negli scontri diretti grazie agli sciagurati ultimi tre minuti giocati a San Siro. L’obiettivo del primo posto nel girone non passa evidentemente solo dai nostri piedi, ma una cosa fondamentale da fare ci sarebbe: battere il Werder.
Ci sarebbe, appunto: uso il condizionale perchè questa sarebbe la cosa minima da fare nell’ipotesi in cui l’obiettivo fosse vincere il girone di Champions. Ma l’obiettivo, evidentemente, non è quello. Non è giocarsi una grossa fetta di accesso ai quarti nella prossima primavera (provate a guardare l’elenco delle squadre che vinceranno il proprio girone, ma solo se non siete deboli di cuore), non è andare avanti il più possibile in Champions, non è neanche cercare di giocarsi il campionato: l’obiettivo è Abu Dhabi. Se non fossero bastate le incredibili parole di Moratti di sabato (“mi aspettavo di perdere a Roma, eravamo con la testa al Mondiale”), le convocazioni per la partita di stasera non lasciano dubbi: fuori Julio Cesar (recuperato?), fuori Maicon (recuperato?), fuori Chivu (recuperato?), fuori Milito (recuperato?), fuori Lucio leggermente influenzato, fuori Sneijder per lasciarlo riposare. Ci giochiamo un primo posto che potrebbe essere fondamentale in Champions e lasciamo a casa giocatori recuperati, non facciamo giocare quelli a cui basterebbe una tachipirina, addirittura non convochiamo giocatori fondamentali per scelta tecnica. C’è Eto’o solo in virtù del triplete di squalifica collezionato in campionato. Poi Gallinetta, Biraghi, Natalino, Mariga, Nwankwo, Crisetig e Dell’Agnello. Punto.
Giusto o sbagliato? A questo punto evidentemente giusto. La squadra è con l’acqua alla gola e il Mondiale per Club è visto come l’unica ancora di salvezza alla quale aggrapparsi per scollinare il 2010, cercando di iniziare l’anno nuovo facendo le cose per bene: la preparazione, il mercato, lo spogliatoio e via dicendo. In quest’ottica, anzi, anche l’impiego di Motta, Cambiasso ed Eto’o è un rischio non da poco. Perchè si giocherà in condizioni improponibili, perchè con Abu Dhabi c’è uno sbalzo di temperatura di 40 gradi, perchè la testa di tutti è già lì, perchè è fra una settimana che si gioca l’obiettivo più importante della stagione. A questo punto.
Il problema è come ci si è arrivati, a questo punto. Il problema è che non sono stati i giocatori a mettere da parte cinque mesi di stagione avendo come unico obiettivo il Mondiale per Club: l’indicazione chiara, netta, è arrivata dall’alto. E’ stato Moratti, poi tutta la Società, poi l’allenatore. Siamo partiti dal “dover completare il triplete”, passati attraverso “il Mondiale è un obiettivo molto importante” e “la preparazione è incentrata sul Mondiale di dicembre” per finire con “mi aspettavo di perdere a Roma, eravamo con la testa al Mondiale”. E stasera dove sarà la testa? Perchè se si dovrà mettere in scena uno spettacolo indegno come quello offerto all’Olimpico venerdì scorso allora è inutile andarci, a Brema. Mandiamoci la primavera, diamo spazio a Natalino, Crisetig e Dell’Agnello, evitiamo anche di rischiare quei 3-4 titolari che, bontà vostra, vi degnate di far scendere in campo in un turno di Champions League.
Noi non siamo questa roba qui, Massimo. Mettitelo in testa e spiegalo per bene anche a Rafa. “La Coppa Italia era solo un fastidio” è una frase che abbiamo sempre lasciato ben volentieri alla parte puzzolente di Milano, a quella tutta chiacchiere, toppe e obiettivi che si spostano a seconda della convenienza.
Noi sette mesi fa abbiamo vinto TUTTO. E non perchè eravamo i più forti, perchè davamo dieci giri di pista a tutti gli altri, perchè avevamo in campo il top 11 mondiale con in testa Xavi, Iniesta e Messi. Proprio no. Abbiamo vinto TUTTO giocando alla morte ogni partita, senza snobbare niente e nessuno e senza abbassarci a fare calcoli di nessun tipo.
Mercoledì 16 dicembre 2009 abbiamo giocato gli ottavi di finale di Coppa Italia a San Siro contro il Livorno, con una temperatura polare e più gente nel rettangolo di gioco che sugli spalti. Partita decisa da Sneijder su punizione, con in campo Maicon, Lucio, Chivu, Thiago Motta, Stankovic e Milito. Te la ricordi quella partita, Massimo? Dove sarebbe stato il nostro magnifico Triplete senza quella partita? Dove sarebbe stato se avessimo “risparmiato Sneijder a causa delle troppe partite”?
E noi oggi, dodici mesi dopo, andiamo a giocare la Champions League con la formazione riportata alla prima riga di questo post? Con la testa altrove?
Sicuri di ritrovarla ad aspettarci ad Abu Dhabi, la testa? Sicuri che non se ne vada prima o che, che so, non risulti sconvolta da una eventuale figuraccia rimediata stasera? Sicuri che la nostra testa si degnerà di scendere in campo contro avversari coreani di cui non conosciamo neanche il nome, dopo che qualcuno le ha dato due turni di riposo all’Olimpico di Roma e in Champions League?
E il cuore, dove sarà stasera? E dove sarà mentre noi giocheremo ad Abu Dhabi?
Perchè potremo metterci anche gambe e testa, ma senza cuore, senza determinazione, senza cattiveria non andremo da nessuna parte, nè stasera nè in futuro. E chi ha fatto a pezzi il Barcellona dei miracoli al Camp Nou non dovrebbe dimenticarlo mai.
Svegliati Massimo. Poi sveglia tutti gli altri.
E smentitemi, se ne siete capaci.
scritto da Mr Sarasa il 19 dicembre 2009 alle 13:58
 La Coppa del Mondo per Club
Mi concedo una pausa rispetto alle cose che ci riguardano – sorteggio Champions e sfida con la Lazio in Campionato – con qualche riflessione su una sfida che va in onda questo pomeriggio alle 17, ovvero la finale del Mondiale per Club tra FC Barcelona e Estudiantes de La Plata.
Una premessa è d’obbligo, non ho mai condiviso l’irrispettoso paragone fatto dal Mancio nel 2007 (“ora sembra la Coppa dell’Amicizia”), anzi ritengo che la formula adottata dal 2005 con anche i campioni continentali di Nord America, Asia, Africa ed Oceania sia qualcosa di più giusto, per attribuire il titolo di squadra di club campione del mondo.
Magari per il futuro auspicherei che si eliminasse l’inutile partecipazione di una squadra “ospitante” e che ci fosse un solo club per l’America ed uno per Asia+Oceania, ma sono discorsi puramente teorici che implicherebbero un ripensamento troppo ampio (leggesi: meno poltrone) del calcio mondiale, più facile tenersi due competizioni continentali di livello basso-bassissimo e tre partite in più a dicembre…
Comunque, dicevo, questa era la premessa, il succo del discorso è che la finale di questo pomeriggio lo guarderò eccome, anche se in campo non c’è la nostra amata Inter, non solo con il rispetto che si deve ai due club che si affrontano (due squadre che hanno scritto pagine di Storia di questo sport, nel passato recente ed in quello meno) ma anche come tifoso culè e ammiratore della scuola argentina, felice per vedere contemporaneamente in campo alcuni dei miei giocatori preferiti (Ibrahimovic, Messi, Veron – per i quali non credo servano commenti) ed al tempo stesso un po’ dispiaciuto (non quanto Guardiola, ovvio) per l’assenza di Andres Iniesta, vera mente del Barça tritatutto.
La passione per il calcio argentino, a me che tutto sommato ho iniziato a seguire assiduamente il calcio già discretamente cresciuto, è venuta presto grazie a TMC2, che trasmetteva ogni settimana una gara in chiaro del campionato argentino.
Era la fine degli anni ’90, internet qualcosa di serio ma ancora elitario, lo streaming una parola sconosciuta (mentre Stream un’ambizioso progetto destinato a naufragare nel giro di pochi anni…), ed io da liceale senza pay-tv che voleva colmare un gap con i compagni di scuola che si erano interessati da sempre di calcio, oltre a giocarlo, non perdevo occasione di apprendimento.
Ammiravo quindi questi giocatori di pochi anni più vecchi che alternavano giocate altamente spettacolari ad estenuanti passaggi a centrocampo che nella mia ignoranza consideravo melina… Aimar, Saviola, Riquelme, Palermo… li avrei voluti vedere tutti in nerazzurro, e tutt’ora mi stupisco di come nessuno di questi sia riuscito a lasciare un segno apprezzabile in Europa.
Se questa (unita ad alcune Copa America, in particolare la 97 e la 99) è l’origine della mia passione per la scuola argentina e sudamericana più in generale, il tifo per il Barça viene qualche anno dopo, nel 2001 o 2002, in modo del tutto casuale grazie ad un libro che non parlava affatto di calcio, ma di un anarchico catalano, da lì l’interesse per la città e la sua storia, e poco dopo mi trovai a simpatizzare per una squadra che è “més que un club”, come dice il suo motto. Negli anni in cui le merdengues acquistavano Figo, Zidane, Ronaldo, Beckham, il Mago Otelma, Atlas Ufo Robot e Gabriele Paolini, aggiungo.
Intendiamoci, altre squadre possono starmi simpatiche, più o meno, per i colori, per qualche aneddoto, per la loro storia (qualche nome in ordine di simpatia: Boca Juniors, Ajax, Palmeiras, Galatasaray, Celtic, Sporting Lisboa, lo stesso Estudiantes in fondo) ma per nessuna di queste sopporterei una sconfitta dell’Inter, quando le abbiamo prese al Camp Nou invece ero logicamente dispiaciuto, ma più per la nostra figuraccia che per il risultato in se.
 Juan Roman "La Bruja" Veron
Vabbè, mi rendo conto di aver fatto un uso assolutamente privatistico del mezzo pubblico (semi-cit.), non me ne vogliate ma era un modo come un altro per presentare questa finale della Coppa del Mondo per Club, tra una squadra che vuole chiudere il cerchio dell’anno perfetto (5 trofei su 5 finora, il miglior calcio giocato d’europa, il pallone d’oro in carica ed il rinforzo migliore che poteva acquistare, quell’Ibrahimovic capocannoniere della serie A ed indiscutibile Genio calcistico a cui manca solo la consacrazione in competizioni internazionali) ed una squadra che la brujita Veron si è caricato sulle spalle per chiudere anch’egli un cerchio, con il suo desiderio che ormai conoscono anche i granelli di sabbia di Abu Dhabi di riportare il club sul tetto del mondo, quarant’anni dopo suo padre.
Per quanto mi riguarda, spero che oggi il compasso parli catalano, e che Veron vinca a giugno-luglio qualcosa che nemmeno suo padre vide mai da vicino.
Mi sembrerebbe un buon compromesso.
 Lionel Messi e Zlatan Ibrahimovic
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