scritto da il 22 novembre 2010 alle 23:59

Ricominciamo, guardando al futuro

Bauscia Cafè, l’unico blog capace di superare le 1500 visite al giorno anche se non c’è scritto niente. Se fossimo di un’altra squadra di Milano potremmo farci una toppa, ma grazie a Dio non lo siamo e prendiamo questa notizia semplicemente come una piccola nota divertente in un periodo nero, nerissimo.

I problemi tecnici che abbiamo incontrato nei giorni scorsi (non del tutto superati, ma speriamo che non ve ne accorgiate) si sono sposati benissimo con la sconfitta a Verona. La seconda di fila, come non succedeva da anni. L’impossibilità di scrivere a caldo ci ha permesso di pensare, di razionalizzare. I problemi tecnici sono stati, per noi, ciò che a quanto pare Massimo Moratti è stato per Marco Branca (esattamente così, non abbiamo sbagliato a scrivere) dopo il 2-1 di domenica pomeriggio.

Ora siamo tornati online, e siamo lucidi. Ma comunque incazzati neri.

Julio Cesar, Chivu, Obi, Coutinho, Milito, Suazo: 6 infortuni muscolari in 6 giorni nella scorsa settimana. Il tutto condito da una apatia vista in campo tra i giocatori che ha qualcosa di incredibile, di irreale. Quasi di sconvolgente. Al di là di un paio di elementi semplicemente inadeguati a questi palcoscenici, al di là di 3-4 nitide palle gol che nonostante tutto sono arrivate anche contro il Chievo, al di là di un calo fisico che comincia a non essere più una giustificazione accettabile, sono stati alcuni gesti, alcuni volti visti in campo a fare impressione. Intorno a un Lucio che predica nel deserto abbiamo visto un Eto’o che si batte e si sbatte ma si lascia andare al più clamoroso dei gesti di frustrazione (che verrà punito, specifichiamo, più che giustamente). Uno Stankovic mai così smarrito, un Cordoba assente, un Santon distratto, uno Sneijder che -per colpa o per destino- del pallone non sa proprio cosa farne: questa è stata l’Inter domenica pomeriggio.

Colpa di Benitez?

Forse sì. In fondo l’allenatore deve essere anche un “motivatore”, no? Ma hanno bisogno di un motivatore dei ragazzi che sei mesi fa vincevano tutto e oggi vengono derisi e sbeffeggiati dal primo Pellissier che incrocia le loro strade? Hanno bisogno di qualcuno che gli spieghi che loro sono più forti? Di qualcuno che li sproni a dimostrarlo, di qualcuno che li svegli dal torpore in cui sembrano calati? No, non dovrebbero. Eppure è così. Incomprensibile, ingiusto, assurdo: ma è così.

Diventa così se la squadra non ha fiducia nella propria guida, diventa così, soprattutto, se i giocatori non hanno fiducia nel proprio fisico. Paura di farsi male. Latente, da superare, eppure così evidente.

Al netto della preparazione, le colpe di Benitez sono ai minimi storici. Cambiare allenatore? A che scopo? Cosa può dare un nuovo allenatore, cosa ci si aspetta da lui? Che gli infortunati ricomincino a camminare? Non succederà.

Le voci che si inseguono intorno a Moratti e alla Saras, però, sono tutt’altro che tranquillizzanti. Il Twente come chiave di volta del destino di Benitez. Ha senso? No. Fino a quando siamo ancora in tempo, quindi, ci permettiamo di stendere i nostri suggerimenti per il superamento di questo periodo.
1) Identificare i responsabili della preparazione e della inaccettabile serie di infortuni, sviscerare con loro le cause di questa situazione, prendere tutti i provvedimenti del caso: se delle teste devono saltare, che siano qui.
2) Confermare senza tentennamenti Benitez sia in pubblico che, soprattutto, in privato: Rafa Benitez è l’allenatore dell’Inter e porterà la squadra fino a giugno, con l’aiuto di tutti. Nessuno può sostituirlo, nessuno può garantire risultati migliori. E lui non deve diventare un alibi per dei giocatori che, come gli studenti con una supplente, approfittano dell’aria di precarietà per dare un decimo di quanto possono. C’è in ballo una qualificazione agli ottavi di Champions, c’è in palio un Mondiale per Club. C’è in palio, nonostante tutto, uno Scudetto.
3) Non lanciarsi in spese folli e sproporzionate a gennaio. Ridare stimoli alla squadra e non svenarsi alla caccia di tappabuchi che non sposterebbero di una virgola la competitività della rosa. Barzagli, Palombo, persino Cassano: non ci serve sopravvivere fino a giugno, ci serve un progetto che guardi alla prossima stagione, alla successiva e a quella dopo ancora.
4) Iniziare sin da subito a programmare la prossima stagione. Staff, rosa, strategie di mercato: nulla dovrà essere lasciato al caso, non ci può essere spazio per incertezze e tentennamenti, tutto dev’essere perfetto. Dagli uomini della società, all’allenatore, alla rosa.

A cominciare da domani.
Tutti insieme, sotto col Twente.

scritto da il 2 novembre 2010 alle 23:00

Tottenham-Inter 3-1: le pagelle

Castellazzi: 6 – Incolpevole sui gol, si disimpegna bene nell’ordinaria amministrazione. Diverse buone uscite ed un paio di interventi degni di nota.

Maicon: 4 – Esce annientato nel confronto con Bale. Il gallese lo svernicia puntualmente , senza che lui riesca ad opporsi. In fase offensiva si vede raramente e in quelle poche occasioni sbaglia i tempi della giocata.

Lucio: 6 – In mezzo all’area è uno dei pochi che non perde la bussola. Combatte con Crouch, riuscendo spesso a limitarlo.

Samuel: 5 – Stranamente in difficoltà. Sbaglia il movimento sul gol di Van Der Vart tenendo tutti in gioco ed anche in occasione del 2-0 non è esente da colpe.

Chivu: 5 – Anche lui va spesso in difficoltà nel confronto con l’avversario diretto, soprattutto nel secondo tempo. In fase di spinta non si vede mai.

Zanetti: 5,5 – Corre tanto, ma non riesce mai a limitare i centrocampisti avversari. In fase di impostazione vengono fuori tutti i suoi limiti.

Muntari: 6 – Svolge bene il compitino sino a quando non si infortuna ed è costretto ad uscire.

Biabiany: 5 – Mai incisivo. Corre e  porta sempre troppo palla, rallentando inevitabilmente l’azione quando invece servirebbe verticalizzare velocemente.

Sneider: 5 –Anche lui è abbastanza fuori dal gioco. Sempre spalle alla porta incide poco, tendando alcune conclusioni improbabili. Si segnala per un buon calcio di punizione che Cudicini disinnesca con una gran parata.

Pandev: 4 – Non si vede mai.

Eto’o: 6,5 – L’unico in grado di tenere in apprensione la difesa avversaria. Sfiora il gol in avvio di partita e ne trova uno bellissimo nel finale.

Milito: 6 – Una manciata di minuti nella quale da segni di risveglio.

Coutinho: 5,5 – Poco incisivo, sbaglia molto. Da una sua palla persa nasce il terzo gol del Tottenham.

Obiora: 5 – Entra al posto di Muntari nel momento più difficile. Abbastanza spaesato, non riesce ad entrare in partita.

scritto da il 29 settembre 2010 alle 16:34

Il tempo di cambiare

rafa-benitezIl calcio sa essere assurdo, a volte. E così, dopo una stagione trionfale condita da 30 gol in 52 partite e il suo marchio su tutti i big match, tutti i turni di Champions, tutte le finali giocate, oggi forse proprio l’infortunio di Diego Milito può rappresentare il punto di svolta della stagione dell’Inter. El Principe ieri sera ha lasciato Appiano Gentile di comune accordo con lo staff medico preferendo non rischiare la gamba acciaccata contro la Roma. Adesso la palla passa a Benitez.

Le notizie di queste ore riferiscono di un tecnico orientato a confermare il 4231 con Eto’o prima punta e Coutinho largo a sinistra. In realtà l’occasione potrebbe tornare buona per testare -anche a partita in corso- un modulo diverso con tre centrocampisti. Perchè? Sarebbe più difficile dire perchè no, in realtà.

Difesa, centrocampo, attacco, persino panchina: non sembra esserci un aspetto che non trarrebbe vantaggio dall’aggiunta di un centrocampista in campo, rombo o albero di natale che sia. L’assetto difensivo resterebbe ovviamente invariato con i quattro in linea, ma un centrocampo a tre potrebbe garantire maggiore copertura sugli esterni. Tre giorni dopo la scenata di Chivu, mettere davanti a lui e a Maicon due giocatori capaci di coprire le avanzate del brasiliano e di andare in aiuto del rumeno sarebbe sicuramente il modo più semplice e rapido per coprire quel “buco” tattico che nessuno, nemmeno Benitez, può dire di non vedere. Un centrocampo a tre farebbe maggiore filtro in generale e finirebbe col togliere metri -e ridare fiato- anche a Cambiasso: vertice basso o interno a sinistra, il Cuchu -soprattutto nelle condizioni fisiche attuali- non potrebbe che trarre vantaggio dalla nuova disposizione tattica, indipendentemente dai compagni di reparto.

Resta l’attacco. Schierato a tre e non più a quattro (Sneijder compreso) permetterebbe come prima cosa di avere in panchina quella “riserva di lusso” capace di cambiare le partite in corso d’opera. Due gli schieramenti possibili: un trequartista (Sneijder/Coutinho/Pandev) dietro due punte (Eto’o/Milito/Pandev) o due trequartisti (Sneijder/Eto’o/Pandev/Coutinho) dietro una punta (Milito/Eto’o) con Sneijder libero di esprimersi e Milito appostato in area di rigore come al solito. I vantaggi sarebbero tutti per Eto’o e Pandev che si troverebbero a giocare più al centro e più vicini alla porta: il camerunense sarebbe così accontentato nei suoi desiderata e, soprattutto, il macedone potrebbe uscire dal cono d’ombra nel quale si è infilato da quando gioca sulla fascia. Sì, perchè non bisogna dimenticare che il giocatore che tutti vedono oggi come un gregario offuscato dalle stelle di Eto’o, Sneijder e Milito gioca da sempre in un ruolo non suo: Goran Pandev è una seconda punta mobile e talentuosa, capace di andare sempre in doppia cifra nelle stagioni laziali e di chiudere il suo personale tabellino romano con il rispettabile score di 64 gol in 191 partite: ben altra cosa rispetto ai 3 gol in 26 partite visti l’anno scorso in nerazzurro.

Aspetti negativi del nuovo schieramento? Forse l’unico sarebbe una riduzione dello spazio a disposizione di Coutinho: meglio gestire con il turn-over un ragazzo appena diciottenne però, piuttosto che essere costretti a buttarlo nella mischia, come stasera, per mancanza di alternative. Per il resto difesa più coperta, centrocampo più tecnico, attacco più pericoloso, panchina più lunga: questi i vantaggi di un modulo con tre centrocampisti. Oltre alla possibilità di dare un senso agli inserimenti dei vari Kakà, Pastore, Marin che sembrano tanto solleticare la fantasia di alcuni dirigenti.

Oggi è il giorno dell’assenza di Diego Milito e oggi è l’occasione per iniziare un nuovo ciclo di questa immensa Inter post-calciopoli. Abbandonare il 4231, abbandonare la formazione di Madrid e guardare avanti. Rinnovare la corazzata che tutti conosciamo nel segno del possesso palla, dell’attacco manovrato, del bel gioco iberico. Nel segno di Rafa Benitez.

scritto da il 15 settembre 2010 alle 16:10

Età e centimetri

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La migliore Inter di questo avvio di stagione lascia due punti in casa della squadra più debole del girone: in estrema sintesi, vedo il bicchiere mezzo pieno.

La mia opinione è che questa Inter abbia fatto un passo avanti, rispetto a Bologna e Udinese, confermando limiti congiunturali (provvisori) e strutturali (insolubili fino al mercato di gennaio). I primi hanno a che fare con il 4-2-3-1 del triplete, impraticabile con Milito e Pandev (e Maicon) in condizioni pietose. I secondi li sintetizzo in un dato: ogni volta che l’Inter conquista un calcio d’angolo, gli altri possono costruire un pericolo in contropiede. Se qualcuno avesse tenuto la contabilità dei colpi di testa, ieri sera, sarebbe arrivato a un dato tragico: il 90% era olandese (più quello di Milito nella porta sbagliata). E questo nonostante Lucio e Samuel, tutt’altro che scarsi in questo “fondamentale”; infatti sui calci d’angolo vanno in attacco, e appena gli avversari – puntualmente, inesorabilmente – respingono fuori area, comincia la loro corsa a ritroso, con la lingua fuori, per riconquistare la postazione difensiva. Il calcio di punizione di Janssen (magnifico) nasce da un fallo al limite dell’area, originato da uno sbilanciamento offensivo; cinque minuti dopo, altro fallo identico, tre metri più lontano, e stavolta Julio Cesar è riuscito a evitare il gol con una grande parata. Se non sei il Barcellona – e l’Inter non è il Barcellona, non ha i piedi del Barca, checché ne dicano certi tifosi – non puoi permetterti una Banda Bassotti. Fra Sneijder e Cambiasso, Eto’o e Pandev (o Coutinho), Maicon e Zanetti, è chiaro che di testa non la prenderai mai. E siccome un terzo dei gol nascono da calci piazzati, l’Inter non segnerà mai, se non con una bordata dal limite dell’area.

So che apparirà provocatorio, ma io andrei dalla Juve – che non vede l’ora di liberarsene – e a gennaio metterei sotto contratto Iaquinta, uno che sa fare a spallate, aiutare il centrocampo e muoversi bene nel tridente. Il Werder ha recuperato due gol al Tottenham, e il girone ricomincia daccapo. Ma bisogna pregare perché Thiago Motta rientri al più presto, perché Stankovic possa dare il cambio a Cambiasso e Mariga (che verrà squalificato con la prova-tv), perché Santon possa offrire un po’ di corsa sulle fasce. Quanto a Milito, sta pagando a caro prezzo la frase infelice pronunciata a caldo, dopo il trionfo di Madrid.

Per fortuna c’è questo Eto’o delle meraviglie, a mantenerci in linea di galleggiamento.

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scritto da il 14 settembre 2010 alle 16:23

Ritorna la musichetta

Martedì 14 settembre 2010 ore 20.45, Enschede, stadio De Grolsch Veste: tornano in campo i Campioni.

Dopo i primi turni preliminari e il sorteggio, inizia la vera Champions e arriva il momento del debutto dei Campioni in carica, il momento del debutto dell’Inter come Campione in carica.

Sentire di nuovo quella musica potrebbe essere allo stesso tempo la più inebriante e la più pericolosa delle sensazioni. Inebriante, è ovvio, perchè riaffioriranno alla mente i ricordi di quello splendido 22 maggio madrileno. Arriveranno i brividi, arriveranno le immagini -nitidissime- dei gol di Milito, della sua esultanza, della gioia di tutta la squadra e di tutti noi. Rivedremo Zanetti alzare al cielo la Coppa e metterla a mò di cappello, rivedremo Julio Cesar impazzito, Materazzi sbruffone come al solito, Josè Mourinho in lacrime. Sarà un momento carico di emozioni, senza dubbio. E quindi pericoloso, allo stesso tempo, perchè potrebbe farci toccare con mano i limiti di questa Inter: come reagiranno a quella musica, come faranno a ricominciare a giocare sugli stessi campi, nello stesso ambiente, per lo stesso obiettivo, come se niente fosse successo? Impossibile. Rilassarsi e lasciarsi andare o caricarsi e cercare di dimostrare di essere ancora i più forti: queste le alternative, l’indifferenza non è contemplata, non è credibile.

Eppure da Madrid bisogna ripartire, da Madrid bisogna mettersi in viaggio per arrivare fino ad Enschede, dove il Bayern Monaco diventa il Twente e una finale si trasforma nella prima partita di un girone. Una di quelle partite che siamo abituati ad affrontare un po’ così, nella convinzione dell’ineluttabile passaggio del turno. Una di quelle partite che fanno da preludio, troppo spesso, a qualificazioni ottenute sul filo di lana o comunque faticando più del previsto. Una di quelle partite alle quali guardi -dopo, sempre dopo- e pensi che se solo ti fossi impegnato un po’ di più non ti saresti ritrovato con quell’affanno.

Ed è proprio per evitare l’affanno fra pochi mesi che bisogna vincere stasera, per mettere le cose in chiaro sin da subito in un girone tutt’altro che semplice, per far sì che la doppia sfida col Tottenham non diventi decisiva nè per il primo posto nè per null’altro. Rivedremo ancora il 4231 -modulo che non convince i tifosi e probabilmente neanche Benitez ma che non ha ancora fatto il suo tempo- con i soliti punti fermi: Lucio e Samuel, Cambiasso e Sneijder, Eto’o e Milito. Intorno a loro, però, non tutto sembra così definito. Prendiamo per buono Maicon che è tornato ad allenarsi col gruppo, e diamo per assente Chivu che invece il gruppo l’ha lasciato per fare un lavoro a parte. Zanetti o Santon a sinistra: nel primo caso rivedremo Mariga di fianco a Cambiasso mentre nel secondo, più probabile se Santon dovesse essere in buone condizioni fisiche, il Capitano andrà a fare compagnia al Cuchu in mezzo al campo. A sinistra in attacco ballottaggio Pandev-Biabiany, ma -se stiamo imparando a conoscere Benitez- alla fine dovrebbe essere il macedone ad avere la meglio. I “se” e i “ma” sono quelli sotto gli occhi di tutti in questo inizio di stagione, e i punti interrogativi più grandi riguardano senza dubbio la coppia di metà campo: indispensabile, per risolverli, che Cambiasso entri in condizione. Nell’attesa di Thiago Motta o almeno di Stankovic.

Dall’altra parte del campo i Campioni d’Olanda in carica, al loro debutto assoluto in Champions League. Questo Twente non va sottovalutato soprattutto per il momento particolare in cui ce lo ritroviamo contro, anche se della squadra che ha vinto il titolo l’anno scorso è rimasto poco: via Steve McClaren, già ct inglese e artefice del successo in patria dei “tukkers”, via soprattutto Cheick Tiotè e Miroslav Stoch, giovanissime luci del centrocampo nella passata stagione. Theo Janssen e Bryan Ruiz cercano di non farli rimpiangere troppo e, con la collaborazione di bomber Janko appena arrivato dai RedBull Salisburgo, si candidano come punti di forza di una squadra che oggi fa della solidità difensiva la sua arma migliore: basterà contro Wesley Sneijder e Samuel Eto’o? Basterà contro Diego Milito? Basterà contro i 4 migliori giocatori dell’ultima Champions League?

Oggi il gioco si fa duro. Stasera al De Grolsch Veste scendono in campo i Campioni d’Europa.

scritto da il 26 agosto 2010 alle 16:06

La rimettiamo in palio

Champions

L’appuntamento è alle ore 18 al Grimaldi Forum di Montecarlo. L’inizio dell’operazione Supercoppa Europea coincide con il sorteggio dei gironi per la prossima Champions League. Ci si mette in marcia verso Wembley, con l’Inter Campione d’Europa che, in prima fascia, non potrà incrociare sul campo Arsenal, Barcellona, Bayern Monaco, Chelsea, Lione, Machester United e Milan, oltre naturalmente alla Roma (seconda fascia) per la regola secondo la quale fino ai quarti non si possono incontrare due squadre della stessa nazione. Quali saranno dunque le tre società che contenderanno i primi due posti del girone ai Campioni in carica?

SECONDA FASCIA – Benfica, Olimpique Marsiglia, Panathinaikos, Real Madrid, Roma, Shaktar Donetsk, Valencia, Werder Brema. Detto della Roma, c’è una possibilità su 7 di incontrare subito il Real Madrid e di riproporre il classico scontro fra Josè Mourinho e la sua ex squadra. Sarebbe sicuramente il bussolotto peggiore pescato da un’urna piena di squadre di buon livello ma più che abbordabili: oltre al Real, Valencia e Werder Brema potrebbero procurare qualche grattacapo più per il campionato di provenienza che per altro, così come il Marsiglia. Benfica, Panathinaikos e Shaktar sono un gradino più in basso.

TERZA FASCIA – Ajax, Basilea, Braga, Copenaghen, Rangers Glasgow, Schalke 04, Spartak Mosca, Tottenham. Alla larga dal Tottenham a tutti i costi, vero scoglio della terza fascia. Poi i soliti problemi di differenza di preparazione con lo Spartak Mosca e tutto il blasone -e poco altro- di Ajax e Rangers Glasgow. Ancora meno problemi dovrebbe portare lo Schalke, terza forza della Bundesliga. Basilea, Braga e Copenaghen sono figlie delle nuove regole volute da Platini: in terza fascia sono un regalo.

QUARTA FASCIA – Auxerre, Bursapor, Cluj, Hapoel Tel Aviv, Partizan Belgrado, Rubin Kazan, Twente, Zilina. Rubin Kazan, Twente, Auxerre, in rigoroso ordine di difficoltà. Il Cluj difficilmente potrà ripetere a Milano i risultati ottenuti contro la Roma due anni fa, le altre quattro probabilmente non sarebbero capaci di ottenere neanche quelli.

IL GIRONE PEGGIORE – Inter, Real Madrid, Tottenham, Rubin Kazan.
IL GIRONE MIGLIORE – Inter, Benfica, Copenaghen, Juventus

scritto da il 14 luglio 2010 alle 11:20

Die Meister, die Besten, les Meilleurs Equipes: The Champions

Sembrava essere un evento da ammirare una volta ogni dieci anni. 1967, 1972, 1988, 1999, 2009. E poi siamo arrivati noi a scompaginare tutto, a scrivere una pagina imprevista e imprevedibile di Storia. Anche qui. Ancora una volta.

Lions1967: i Lisbon Lions - I Leoni di Lisbona: nome curioso per una squadra composta interamente da giocatori nati entro 50km da Glasgow, eppure tributo dovuto a dei ragazzi che proprio a Lisbona mettono il sigillo su quello passato alla storia come Year of Triumph, l’anno del Trionfo. 4 sconfitte in 65 partite, primo club britannico (e unico scozzese) ad alzare al cielo la Coppa dei Campioni, primo club della storia a vincere nello stesso anno Coppa Nazionale, Campionato e Coppa dei Campioni. Conditi dalla Coppa di Lega. Il Celtic Glasgow. Ancora oggi, in ricordo di quella impresa, una gradinata del Celtic Park è dedicata proprio ai Lisbon Lions. L’altra? A Jock Stein, allenatore di quelle annate favolose. Annate che portarono nella bacheca dei Bhoys la bellezza di 9 campionati consecutivi, dal 1966 al 1974, e il ricordo fantastico di quell’annata trionfale e di quella torrida giornata portoghese, quando strapparono la Coppa dalle grinfie della Grande Inter -che due anni prima aveva sfiorato lo stesso trionfo, perdendo solo la finale di Coppa Italia- mettendo la parola fine sul ciclo di Herrera e ufficializzando il passaggio di consegne fra il calcio europeo e quello britannico. Una vittoria ottenuta dopo un dominio assoluto grazie ad oltre 40 occasioni da rete nonostante lo svantaggio iniziale, una vittoria impronosticabile. La vittoria di Jock Stein, dei suoi uomini e del calcio totale “alla scozzese”. Il primo nome scritto nell’Albo d’Oro della Storia.

- Lisbona, 25 maggio 1967 – CELTIC GLASGOW – Simpson, Craig, McNeill, Clark, Gemmel, Murdoch, Auld, Johnstone, Lennox, Wallace, Chalmers. Allenatore: Jock Stein.

Cruijff1972: il Calcio Totale – Rinus Michels ha appena lasciato Amsterdam per andare a Barcellona dopo la doppia accoppiata Campionato-Coppa d’Olanda (nel 1970) e Coppa d’Olanda-Coppa dei Campioni (nel 1971) non immaginando cosa sta per succedere. Al suo posto, sulla panchina dell’Amsterdamsche Football Club arriva Stefan Kovacs. E’ la consacrazione assoluta. Il tecnico rumeno continua a seguire la filosofia del suo predecessore e porta l’Ajax dove non era mai arrivato: Coppa d’Olanda e Campionato come due anni prima. E poi lei, in una finale casalinga troppo ghiotta per non essere sfruttata. A Rotterdam c’è di nuovo l’Inter fra una squadra straniera e la Leggenda. Finale con meno storia di quella del 1967, se possibile: i lancieri guidati dal solito Johann Cruyff fanno un solo boccone della squadra di Invernizzi issandosi lì, quattro stagioni dopo, fianco a fianco con il Celtic. E’ un trionfo totale, il punto più alto di una parabola che comprende anche la Coppa dei Campioni precedente e quella successiva. Tre di fila, per incastonare meglio questo Diamante. E’ la consacrazione finale. La consegna del Calcio Totale alla Storia del football.

- Rotterdam, 31 maggio 1972 – AJAX AMSTERDAM – Stuy, Suurbier, Blankenburg, Hulshoff, Krol, Neeskens, Haan, Muhren, Swart, Cruyff, Keizer. Allenatore: Stefan Kovacs.

Hiddink1988: Doppietta Oranje - E’ il turno del Philips Sport Vereniging di Eindhoven, è il turno di Guus Hiddink in una annata che resterà, va da sè, storica per quella che è sempre stata considerata la seconda squadra d’Olanda. Eppure anche al PSV di Ronald Koeman è concesso di arrivare al Vello d’Oro. Quattro Campionati consecutivi, tre Coppe d’Olanda di fila. In mezzo, l’Olimpo. Conquistato in realtà in maniera particolare: nonostante sia alla terza affermazione consecutiva in patria (raggiunta con sole due sconfitte), il PSV non è certo una delle grandi d’Europa e tenta, anzi, un assalto a una Coppa dei Campioni che sembra tutt’altro che concreto. Rimarrà l’unico successo della squadra olandese nella storia della competizione: un successo…senza vittorie. Dopo aver sconfitto 2-0 il Rapid Vienna negli Ottavi di Finale, infatti, il PSV mette in fila quattro pareggi contro Bordeaux e Real Madrid, superando il turno ogni volta per i gol segnati in trasferta. Sarà pareggio anche contro il Benfica nella finale di Stoccarda: 0-0 nei tempi regolamentari e partita decisa ai rigori grazie a una serie perfetta degli olandesi e all’unico errore di Veloso al sesto tiro. Resta l’ultimo Grande Slam che vede protagonista la Coppa dei Campioni. Resta la pagina più luminosa della storia del club: come per il Celtic, come per l’Ajax, come per i pochi che seguiranno.

- Stoccarda, 25 maggio 1988 – PSV EINDHOVEN – Van Breukelen, Gerets, Koeman, Nielsen, Van Aerle, Heintze, Liskens, Vanenburg, Lerby, Kieft, Gillhaus (Janssen). Allenatore: Guus Hiddink.

United1999: il Treble - Siamo ai giorni nostri, o quasi. La Premier League è nata da poco e a Manchester, sponda United, arrivano scudetti come se piovesse: 1993, 1994, 1996, 1997. L’annata precedente è stata terribile però, conclusa senza vittorie. Ad Alex Ferguson non sta bene: serve un riscatto immediato. Il primo successo in ordine di tempo arriva nella solita Premier League, amica fedele: una battaglia punto a punto con l’Arsenal vede lo United dei Calipso Boys passare in testa solo alla penultima giornata, ora serve una vittoria all’ultima per non vanificare tutto. Il Tottenham però passa in vantaggio. E’ l’ultimo attimo di buio nella stagione dei Red Devils: rimonta imperiosa, 2-1 e quinto Campionato messo in bacheca in 7 anni. Una settimana dopo tocca alla FA Cup, tocca al Newcastle United di Shearer e Gullit. Un altro 2-1, è già storia: lo United diventa la prima squadra inglese a conquistare il double -l’accoppiata scudetto/coppa- per tre volte. Ma non è finita: si vola a Barcellona. Dopo un cammino di difficoltà incredibile, che ha visto l’Old Trafford teatro di sfide con Bayern Monaco, Barcellona, Inter e Juventus, al Camp Nou ad aspettare i freschi Campioni d’Inghilterra c’è di nuovo il Bayern Monaco di Lothar Matthaus, vittima sacrificale della finale più incredibile che si ricordi. La caccia è aperta, ma la partita sembra essere un bagno di sangue per gli inglesi. Il Bayern passa in vantaggio dopo 5 minuti grazie a una punizione di Basler, poi il dominio dello United è totale ma la porta difesa da Kahn sembra essere stregata. Passano i minuti, arriva il turno di Sheringham, 10′ alla fine, tocca anche a Solskjaer, ma l’incredibile assedio sembra ormai destinato a concludersi con un nulla di fatto. Scocca il 90′, la festa bavarese è pronta a partire. Pierluigi Collina, arbitro della finale, concede 3 minuti di recupero. A quel punto gli dèi del football decidono di dare la propria benedizione allo United. Inizia il recupero, calcio d’angolo da destra, lo batte Beckham, anche Peter Schmeichel si butta in avanti all’inseguimento di quei tempi supplementari che renderebbero giustizia all’incontro. La palla è nella mischia, respinta fuori area dalla difesa bavarese. Arriva Giggs con la forza della disperazione, tiro dal limite diretto verso la porta. Dal nulla spunta Teddy Sheringham: 1-1. Giustizia è fatta, lo spettacolo è accontentato: saranno dei supplementari di fuoco. Invece no. I tedeschi sono frastornati, passa un minuto, ancora calcio d’angolo. C’è sempre Becks sulla palla, ma stavolta Schmeichel non si muove dal suo posto. Il piede fatato del numero 7 diventa letale, la palla spiove in area, la difesa del Bayern è in bambola. Arriva Ole Gunnar Solskjaer: 2-1. Come in Premier, come in FA Cup. La disperazione tedesca è inferiore solo al tripudio inglese, lo United è sul tetto d’Europa per la seconda volta nella storia. I tabloid inglesi mettono la ciliegina: passare dal double al treble è un attimo. Qualsiasi tifoso inglese ricorda questa come la più esaltante delle stagioni vissute a Manchester, e questo capolavoro frutterà a Ferguson, il 21 luglio del 1999, il titolo di “Sir” concesso direttamente dalle mani della Regina Elisabetta. La Supercoppa Europea persa contro la Lazio è un male accettabile, la Coppa Intercontinentale alzata a Tokio un grazioso abbellimento: quello che conta veramente è questo tris, il primo nella storia della Champions League, 11 anni dopo il PSV. L’onore britannico non poteva essere lasciato in mano agli scozzesi, ed è proprio uno scozzese -sponda Rangers, ovvio- a portarselo via.

- Barcellona, 26 maggio 1999 – MANCHESTER UNITED – Schmeichel, G.Neville, Stam, Johnsen, Irwin, Giggs, Beckham, Butt, Blomqvist (Sheringham), Cole (Solskjaer), Yorke. Allenatore: Alex Ferguson.

Barca sei2009: la Stagione Perfetta - La Barcellona-mania che aveva invaso l’Europa solo due anni prima, vittima delle magie di Ronaldinho e Deco e di una organizzazione societaria all’apparenza perfetta, sta ormai scemando. Il Barça conclude la stagione precedente senza vittorie e tenta un ultimo colpo di coda per risollevare le cose: rivoluzionare tutto dall’interno, affidando la panchina all’esordiente Pep Guardiola, finora allenatore della cantera. Fuori Ronaldinho e Deco insieme a Zambrotta, Edmilson, Oleguer e Thuram, dentro i semisconosciuti Keità, Piquè, Dani Alves, Cacères e Hleb, largo ai giovani nati e cresciuti con il blaugrana addosso (7 titolari su 11 verranno fuori dalla primavera). La critica inizialmente mostra più di un dubbio, poi si deve piegare davanti alla potenza di un Barcellona leggendario. Nella prima parte della stagione non ci sono trofei da alzare, ma 50 punti su 57 disponibili, record assoluto nella Liga, sono ben più di un semplice campanello d’allarme per gli avversari in Spagna e in Europa. Esplode la stella di Messi, che si prende anche il lusso di segnare il gol numero 5000 nella storia del club (anzi, del Clùb), ma soprattutto esplode la stella del Barça. Quando il Real inizia a farsi sotto in campionato, riducendo a “sole” 7 lunghezze il distacco dagli inarrivabili catalani, si assiste ad uno scontro diretto imbarazzante per la differenza di valori in campo: 6-2 per i blaugrana e centesimo gol segnato nel corso della stagione. Al 2 di maggio. Il resto è la passeggiata di una Liga ingiocabile e della venticinquesima Coppa del Re portata a casa liquidando l’Athletic Bilbao con un 4-1 senza storia, perchè la Storia dev’essere tutta del Barcellona. Il cammino in Champions parte dai preliminari e prosegue spedito eliminando Lione, Bayern Monaco e Chelsea in una partita non senza polemiche, vinta grazie a un tiro disperato di Iniesta in pieno recupero. La finale, in una splendida scenografia romana, mette il Manchester United di fronte a questa superfavorita squadra delle meraviglie. Bastano 10 minuti a Samuel Eto’o per mettere dentro l’1-0, poi ordinaria amministrazione fino a quando Leo Messi decide di mettere al sicuro il risultato. 2-0, e benedizione dello United per l’ingresso nel club del treble. Anzi, del triplete. L’anno solare non è ancora finito però, e alla Stagione Perfetta manca qualche pezzettino. Eccoli messi in fila, da maggio a dicembre: Liga, Coppa del Re, Champions League, Supercoppa di Spagna, Supercoppa Europea, Coppa Intercontinentale. Pallone d’Oro e FIFA World Player per Leo Messi. Serve altro?

- Roma, 27 maggio 2009 – BARCELLONA – Valdès, Puyol, Tourè, Piquè, Sylvinho, Busquets, Xavi, Iniesta (Pedro), Messi, Henry (Keita), Eto’o. Allenatore: Pep Guardiola.

2010: la Nuova Grande Inter - No, questa storia la conoscete voi meglio di chiunque altro. E i vostri ricordi possono raccontarvela meglio di mille parole.

Champions

- Madrid , 22 maggio 2010 – INTER – Julio Cesar, Maicon, Samuel, Lucio, Chivu (Stankovic), Zanetti, Cambiasso, Pandev (Muntari), Sneijder, Eto’o, Milito (Materazzi). Allenatore: Josè Mourinho.

scritto da il 11 giugno 2010 alle 12:21

Orgoglio interista

tripleteCome più volte ribadito,  questa è stata una stagione absolutamente fantastica (cit.). Abbiamo realizzato un incredibile ed inedito “triplete”, abbinando alla conquista dei due titoli nazionali la vittoria della Champions League, trofeo che mancava nella nostra bacheca da troppi anni.

Personalmente, nonostante sia trascorso diverso tempo, non passa giorno in cui non riveda immagini o ripensi ad alcune delle partite della meravigliosa cavalcata a cui abbiamo assisto quest’anno. I due derby, la partita di Kiev, l’incredibile rimonta-sorpasso ai danni del Siesiena2na nella diciannovesima giornata, la finale di Coppa Italia dell’Olimpico, il 3-1 al Barcellona, la vittoria casalinga con i goBBi in un inusuale match del venerdì sera, l’assedio del Camp Nou, l’ultima giornata a Siena, la finale di Madrid, sono solo alcune.

tortaNormale direte voi, ma c’è una cosa però che più di tutto mi sorprende: inebriato dal sapore della vittoria,  non sono ancora riuscito ad interessarmi al resto. L’addio di Mourinho, i mondiali imminenti, le possibili partenze di alcuni nostri giocatori, il paventato arrivo di altri, la ricerca del nuovo allenatore, mi lasciano quasi indifferente. Assisto agli eventi quasi da estraneo, come se tutto ciò non mi tangesse. Sono completamente assuefatto dalla stagione appena terminata e dai trofei conquistati. E se devo essere sincero, la cosa non mi dispiace affatto, visto che me la sto godendo, alternando cene e pranzi di festeggiamento. Il tutto alla faccia dei gufi-rosiconi.

Nella mia mente restano indelebili i ricordi e le emozioni legate ad alcuni di quei matches, vissuti sia davanti alle tv che dagli spalti di uno stadio. siena1Ed ogni volta che ci penso mi viene la pelle d’oca e  non posso fare a meno di emozionarmi. Rivivere le gioie, le ansie, le preoccupazioni, le esultanze per un gol o un rigore parato, adesso ha un sapore dolcissimo. Rendersi conto di aver, seppur indirettamente, preso parte a questa incredibile impresa, mi rende estremamente orgoglioso di essere interista. E, come me, tutti quelli con i quali l’ho condivisa. Perché tifare Inter, nel bene e nel male,  ti segna per la vita. E’ qualcosa di inspiegabile, che viene da dentro, impossibile da reprimere. Quella maglia è una vera e propria seconda pelle, che ti condiziona e ti sconvolge, sino al punto di arrivare a programmare la vita di tutti giorni in funzione degli impegni della squadra. Spendere l’equivalente di uno stipendio per abbonamento, biglietti  e trasferte, andare in ufficio dopo aver dormito poco più di due ore, rimanere sugli spalti di S.Siro ad una temperatura di –11, prenotaretatoo un volo da Lisbona a Milano semplicemente per vedere una partita in un pub, aspettare sino all’alba l’arrivo dei ragazzi allo stadio o davanti alla tv, ne sono la dimostrazione tangibile. Si, perché queste cose sono successe davvero. Se non fossi in buona compagnia sarei preoccupato per il mio stato mentale, ma in questi anni ormai ho potuto constatare che di malati come me ce ne sono tanti. Perchè  c’è addirittura chi, dopo aver vinto sul campo uno scudetto atteso per diciotto anni, arriva a tatuarsi sulla pelle, indelebilmente e per sempre, il simbolo di questa incrollabile fede, per poi quattro anni dopo completare l’opera con l’aggiunta del tassello della Champions.

“Perché noi l’Inter l’abbiam dentro al cuore, è la mia vita, è l’unico mio amore!”. Proud to be Inter!

scritto da il 7 giugno 2010 alle 10:37

A Giacinto

E’ stato l’anno dell’infamia, per Giacinto. L’anno della vergogna, o meglio della non-vergogna di chi pur di scrostarsi di dosso qualche piccolo schizzo di fango, di importanza infinitesimale rispetto ai quintali di melma di cui è ricoperto, non ha esitato ad aggrapparsi a tutto, ad accusare tutti, ad infamare la memoria di chi, in confronto a questi nani, era un Gigante.

Non vogliamo rivangare quegli episodi, non vogliamo parlare delle reazioni, non vogliamo aprire l’ennesima discussione su calciopoli. Vogliamo solo dedicare un pensiero a Giacinto. Un pensiero d’amore, un pensiero commosso. Il pensiero che si rivolgerebbe ad un padre.

Un pensiero di gioia e di felicità.

Perchè non crediamo sia un caso che proprio quest’anno, proprio quando i “nemici” lo infamavano, l’Inter abbia ottenuto i risultati che conosciamo. Voi lo avete attaccato, lui vi ha risposto schierandosi ancora, come sempre, al nostro fianco. E noi schierati al suo, con gli occhi ancora gonfi di lacrime e il cuore colmo di gioia. Il triplete è la risposta di Giacinto. Questa è la sua rivincita.

Ottenuta sul campo, come piaceva a lui.

Queste vittorie sono tutte tue, Giacinto.

Facchetti

PS: le dediche e i ricordi che hanno scatenato queste vittorie sono state tante. Io, scusandomi per la maniera impropria, approfitto di queste due righe per mandare un saluto al Lupo, che ha deciso di lasciarci troppo presto pur di avere un posto in prima fila a Madrid. Eccola la nostra Inter, Lù. Goditela.

scritto da il 31 maggio 2010 alle 11:10

25 anni dopo, la vergogna si ripete

Heysel-1

Ci sono i posti e i momenti per le polemiche, ci sono quelli per il tifo. Non ci dovrebbe essere posto per il tifo becero ma tant’é, la natura umana è fatta anche di beceraggine e quindi meglio che si sfoghi nel calcio piuttosto che altre cose. Però il rispetto per i morti, per il loro ricordo, dovrebbe essere più importante di tutto il resto, visto che il rispetto per la Morte é un fatto culturale talmente importante ed antico da dover prendere il sopravvento su tutto il resto. Se viene a mancare, vuol dire che siamo di fronte ad una situazione estrema, contro la quale ci vuole una forte presa di posizione prima di tutto di tipo educativo e culturale prima che un intervento di polizia.

Però la prima cosa da fare è fare i conti con la realtà. Rendersi conto che sì, siamo di fronte a una situazione estrema.

Prendiamo un paio di immagini dalla cerimonia di sabato:

- Prima scena: la Chiesa strapiena di esponenti della società. Era presente persino tutta la primavera: solo un’operazione di facciata o vera partecipazione al dolore? Dal momento che per far posto a tutta quella gente sono stati lasciati fuori dalla Chiesa i familiari delle vittime, la risposta può essere una sola

Heysel-2- Seconda scena: Michel Platini che rilancia la sua teoria secondo la quale “quando i trapezisti cadono si fanno entrare i clown”. Lo spettacolo doveva andare avanti per motivi di ordine pubblico. Probabilmente vero, verissimo. Il momento in cui il signor presidente dell’UEFA perde tutta la sua credibilità, però, è quello in cui dice che lui non voleva giocare, che è stato costretto. Le immagini dicono altro, signor presidente: la sua gioia incontenibile dopo il rigore realizzato, la vergognosa esultanza del suo compagno polacco per il rigore procurato, l’esultanza alla fine della partita, non sono reazioni di chi distrutto dal dolore non voleva giocare. E neanche il giro di campo fatto da lei e alcuni suoi compagni dopo la consegna della Coppa avvenuta negli spogliatoi è una reazione giustificabile per chi “non voleva giocare”. Ancora più grave, perchè il fatto che la Coppa non fosse stata consegnata in campo ma low-profile nel privato dello spogliatoio è il segno inequivocabile che sapevate. Sapevate tutto, caro presidente, come lei stesso ammette quando dice -mentendo- che non avrebbe voluto giocare: bastano queste sue dichiarazioni -unite alla non-cerimonia finale- a sbugiardare suoi compagni di allora che ancora sostengono di essere stati ignari di ciò che era successo. Sapevate tutto fin dal primo momento. Il suo compagno polacco sapeva tutto mentre esultava per il più farlocco dei rigori, lei sapeva tutto mentre correva roteando il braccio per il gol segnato, il compagno entrato al suo posto sapeva tutto mentre si prendeva il suo “cinque” carico di gioia, tutti i suoi compagni sapevano tutto mentre esultavano alla fine della partita. Il suo capitano sapeva tutto, e nei dettagli, quando il giorno dopo scese dall’aereo con la Coppa in mano. Una Coppa pesantissima, che ancora oggi non riuscite a trascinare.
Non è un atto d’accusa, signor presidente, è semplicemente il preambolo per una domanda: perchè continuare a mentire? Perchè continuare a violentare la memoria di quelle 39 persone e il dolore dei loro parenti, usati come fantocci in una operazione di immagine e privati persino di un posto a sedere durante un rito funebre?

- Terza scena: il discorso del nuovo presidente della Juventus. Al giovane Agnelli (qualunque sia il suo nome) va senz’altro il merito di essere stato il primo, a mia memoria, a “rinnegare” quella Coppa. Merito non da poco, anche se tardivo. Però vedere che per riempire 10 minuti di discorso non trova niente di meglio da fare che iniziare a cantare le meraviglie del “nostro nuovo stadio, che sorgerà dov’era il Delle Alpi” fa un po’ pena. Fa un po’ pena e lascia il retrogusto amaro, ancora, di una cerimonia messa su più per dovere che per reale convinzione, più per forma che per partecipazione al dolore, più per buttare fumo negli occhi che per ricordare realmente.

Perchè? Perchè signor Agnelli, perchè signor Platini? Perchè l’onore e la gloria di una società -peraltro già storica, amata e idolatrata oltre ogni limite- devono venire prima di una tragedia di queste dimensioni? Perchè un ruolo istituzionale, la gloria personale e la propria leggenda devono essere talmente incontrollabili da non far trovare la forza, in 25 anni, di dire “ho sbagliato”, di chiedere scusa, di chiedere perdono? La vita continuerebbe forse con una medaglia in meno, sicuramente con la testa più alta e una coscienza più leggera. Perchè neanche 39 morti consentono di mettere da parte un pezzo di latta e di disconoscerlo, di rinnegarlo, di sputarci sopra come qualsiasi appassionato di sport dovrebbe fare? Ritengo che sarebbe ormai troppo tardi, che sarebbe ormai inutile: ma non mi spiego come si sia potuti andare avanti 25 anni in queste condizioni.

Parliamo del tutto, ovviamente, tacendo dei soliti quattro imbecilli che anche in un momento del genere non trovano niente di meglio da fare che alzare cori da stadio, contestare, sbeffeggiare, esporre strisiconi.

Sono sempre in difficoltà a parlare dell’Heysel e mai avrei immaginato di trovarmi a parlarne su queste pagine. Però la pseudo-cerimonia di sabato mi ha fatto capire che sì, siamo di fronte a una situazione estrema. Forse irrecuperabile, anche ai più alti livelli. Questo calcio schifoso e corrotto sta iniziando a corrompere e seccare anche i sentimenti più ovvi, più banali, più scontati e quindi più forti. Perchè il rispetto per i morti dovrebbe essere più importante di tutto il resto. Se proprio non si riesce ad onorarli, però, sarebbe meglio tacere.

Ecco, fateci questo favore per il futuro, signori Agnelli e Platini: tacete. Lasciateci ricordare certi momenti nel silenzio della nostra vita. Non continuate a sporcarli, nel goffo tentativo di ripulirvi la coscienza.