scritto da il 7 aprile 2011 alle 0:48

Adesso però, basta

Non che lo faccia di solito, ma stamattina so di non aver scritto nulla di intelligente sulla più bruciante sconfitta degli ultimi 10 anni.
Di cose intelligenti, sul web più che sulla carta, ne ho lette, e invidio la lucidità di chi le ha proposte, ma se aggiungo telefonate, email e commenti che mi sono pervenuti, noto con rammarico che tanti  avrebbero preferito uscire con il Bayern, piuttosto che subire una figuraccia simile. Gli stessi, magari, avrebbero preferito che Bertolacci o Caracciolo avessero segnato prima del derby, così non ci si perdeva dietro tante illusioni.

Io non la penso così.
Penso che il 99% degli juventini ci invidiano, loro che sono stati eliminati in una coppa che non si sa come si chiama da squadre di cui non si ricorda il nome senza vincere nemmeno una partita.
E i romanisti, costretti a chiedersi se l’Americano è un riccone o una sòla?
E i milanisti che hanno visto a Madrid quanto è forte il Tottenham, e ora temono uno squadrone come il Napoli?
Lasciamo perdere. Evitiamo la patologia della demoralizzazione.

Mi irrita che nessuno ricordi la decina di splendide azioni che la squadra ha confezionato nei primi 54 minuti.
Azioni spettacolari, il più delle volte vanificate per un nonnulla, perché non c’è dubbio che Eupalla si sia girata dall’altra parte, e i centimetri adesso sono tutti a sfavore.
Ma l’urlo di San Siro al gol di Milito era di quelli che si alzano davanti a un capolavoro.

Moratti e Branca, Benitez e Leonardo, Chivu e Ranocchia, Sneijder e Maicon (…) hanno tante colpe, ma se dal calcio si vogliono ricevere emozioni, non si può pretendere che siano tutte positive.
Se vi piace vincere facile, l’Inter non fa per voi. Strano non l’abbiate ancora capito.

scritto da il 6 aprile 2011 alle 9:12

Più che pere una macedonia

Ok, calma, niente drammi. La frutta fa pure bene alla salute, ma tanto vale ammetterlo, di esserci arrivati, intendo.

Non che possiamo fare altrimenti, dopo 8 reti subite in due partite, per di più contro delle squadre non certo irresistibili, lasciano poco spazio ad altre interpretazioni.

Prima che a qualche fenomeno salti in testa di cominciare a distribuire patenti di tifoso perfetto, dico solo che il sottoscritto è rimasto fino alla fine ed oltre, insieme alla Miss, mentre cercavamo di individuare Antonino attaccato alla balaustra.

Abbiamo applaudito tutti, proprio tutti o almeno quelli che sono rimasti in campo dopo il fischio finale e sono venuti verso la Nord a prendere applausi o a rischiare i fischi. Quelli che ci hanno messo la faccia, quelli che ce la mettono sempre, quelli che nel bene o nel male, pure se non ce la fanno più ci provano sempre.
Sono quelli dell’autogestione, i capi della “gang”.
Beh quei Signori erano ancora lì, insieme al giocatore con il cuore più grande che ho visto, quel Nagatomo che da riserva, entra e corre avanti e indietro per tutto il campo, sul 5-2, in 10 contro 11, come se la partita si potesse ancora vincere.

Non mollare mai, fino alla fine, ma poi, quando l’arbitro fischia, allora arriva il momento di guardarsi allo specchio e capire che cosa resta di noi. Ci sono ancora almeno dieci partite da giocare prima che la stagione sia davvero finita e alcuni obiettivi, minimi d’accordo, sono ancora lì da conquistare.

Se mi guardo indietro e penso a quello che mi ronzava nella testa quando ho fatto l’abbonamento all’inizio di questa stagione mi ricordo che in fondo lo facevo più per riconoscenza per quello che era stato il 2010 che non per i risultati che mi aspettavo di raggiungere.
In fin dei conti se c’era un anno giusto per non vincere un tubo (e abbiamo comunque messo in cascina una supercoppa e il mondiale per club) era questo.

L’anno dopo il triplete, l’anno dopo i mondiali. Molti giocatori alla fine della loro carriera.

Il momento migliore per partire dalle ottime fondamenta e iniziare a costruire il futuro. Credo che, a modo loro, il Max e Compagni ci abbiano pure provato, ma puntando a un bersaglio troppo lontano. Credevano, dopo aver fatto Triplete, di essere finalmente a credito, di aver saldato i conti con gli anni bui e di poter lavorare con più calma per costruire il Barca d’Italia, lanciando i giovani della Primavera.

Illusione. L’Inter non è mai a credito. A noi non è mai concesso di fermarci un attimo a riposare, siamo noi stessi a non concederci questa possibilità. Noi società, noi tifosi, perfino i giocatori. Non conosciamo vie di mezzo: solo vittorie esaltanti o sconfitte brucianti.

Sembra tutto così lontano adesso. Il (giusto) esilio di Ciccio Benitez, l’arrivo di Leo, la cavalcata in rimonta che ci porta a soli due punti dalle m***e, la rimonta tutta cuore e nervi di Monaco.

Tutto spazzato via in due maledette serate. Dalle stelle alle stalle.

“Questo è calcio” direbbe José.

Se Eto’o avesse messo il goal del pareggio nel derby, se ieri sera avessero fischiato il rigore (con annessa espulsione) su Milito, se, se, se…

Basta così poco in questo gioco (chiamarlo sport proprio non mi riesce) per passare da eroe a fallito.

Siamo onesti con noi stessi. Che la benzina stesse finendo lo avevamo capito da un po’, ma la fortuna e gli errori altrui, ci avevano assistito. Credevamo di essere tornati imbattibili e ci siamo presentati di fronte alle sfide più importanti senza rabbia e senza motivazioni.

Questo, più di ogni altra cosa ci ha condotti dove siamo ora.

Leo ha sbagliato nel derby? Sicuramente, la disposizione tattica era scriteriata e ci siamo sempre trovati in inferiorità numerica a centrocampo. Abbiamo visto i risultati.

Ha sbagliato ieri sera? Tatticamente ha rimediato al suo errore e le cose avevano anche preso la giusta piega, almeno fino all’infortunio di Deki.

Poi? Poi ha sbagliato di nuovo, perché sull’espulsione di Chivu, quando eravamo già sul 4-2 ha fatto la cosa che insegna il manuale e non la cosa cazzuta.

Per me l’ingresso di Cordoba è stato una disgrazia, ma non perché certo per la sua presenza in campo, come molti hanno detto allo stadio e penseranno qui dentro. La disgrazia è l’idea di togliere un centrocampista per rimettere un centrale quando stai già perdendo con due reti di scarto. La disgrazia è togliere l’unico centrocampista giovane e fresco che stava correndo a destra e a manca e che avevi messo in campo solo venti minuti prima.

Questa è la disgrazia.

Perché un errore così lo fai se ti mancano le palle, lo fai se non hai la personalità di togliere uno più vecchio e stanco oppure uno nemmeno troppo vecchio, ma semplicemente svogliato.

Già perché poi ci dobbiamo ricordare che, oltre alle colpe di Leo ci sono quelle dei giocatori.

A mente fredda vi direi che a parte due signori, i ragazzi non hanno giocato male. Non hanno giocato al massimo e questo, in Champions si paga. Come successo nel derby, anche se i giocatori in avanti (Wes, Eto’o e Milito) hanno fatto il loro, in fase di copertura non fanno quello sforzo di tornare e quindi ci manca quel raddoppio sistematico sul portatore di palla che tanto ci ha fatto godere lo scorso anno.
Io ho sentito accuse feroci a Cambiasso e Zanetti, ma continuo a trovarle assurde. Certo, sono sempre più logori e le loro prestazioni non sono più al livello di un tempo, ma li ho visti comunque correre e provarci anche quando la situazione era compromessa.
Chi faccio fatica a giustificare sono Maicon (pessimo in difesa, inesistente in attacco) e Thiago Motta, molle, senza idee in fase di impostazione del gioco (e sarebbe il suo lavoro) e svogliato praticamente sempre. Questi due, per quel che mi riguarda non hanno proprio giustificazione.

Questo è quanto.

La situazione si può salvare, non certo per vincere per forza millemila tituli, ma per chiudere dignitosamente questa stagione iniziare a mettere a posto qualche mattoncino della nuova Inter.
C’è bisogno che qualcuno faccia un passo indietro, qualcuno ne faccia uno avanti, qualcuno ricominci a giocare oppure se ne vada a fare in culo. C’è bisogno che Leo si renda conto che attaccare a testa bassa quando stai vincendo 1 a 0 o 2 a 1 non è la cosa più furba da fare e che si può giocare bene anche d rimessa.

Soprattutto…

C’è bisogno di osare. Provare qualcosa di nuovo.

C’è bisogno di Coraggio.

scritto da il 6 aprile 2011 alle 0:14

San Siro, ore 22.40

scritto da il 5 aprile 2011 alle 2:39

Last Eight

E così è arrivato, finalmente, il momento dei quarti di finale della Champions League 2011. E’ arrivato il momento in cui le ultime otto squadre rimaste in gara si affrontano una contro l’altra per arrivare a giocarsi quelle semifinali che per qualcuno sarebbero un sogno, per altri una consuetudine, ma per tutti, indistintamente, le partite che permettono di coronare una stagione, quelle che ti portano a un passo dalla Coppa, che quasi te ne fanno sentire l’odore.

Real Madrid-Tottenham, Barcellona-Shaktar Donetsk, Chelsea-Manchester United e poi, a San Siro, è di scena lo Schalke04.

L’Inter ha la possibilità di riprendersi subito dalla batosta subita nel derby per ridare la spinta e il morale necessari per quest’ultima parte di stagione che si giocherà sui nervi e sulla pressione, prima ancora che sul campo. Soprattutto, Leonardo ha la possibilità di riprendersi l’Inter, mettendo a tacere le critiche -forse ingenerose, probabilmente non eccessive- subite in questi giorni. Non è uscito bene dal derby il tecnico brasiliano, inutile negarlo: non ne è uscito bene tatticamente, ma non ne è uscito bene neanche moralmente con quei fischi, quella contestazione e quelle parole di troppo arrivate anche da qualche giocatore avversario (come al solito impunito) che hanno evidentemente lasciato un segno. Non era il solito Leonardo, quello visto immediatamente dopo il derby e nella mattinata di ieri. Troppo pacato e troppo placido persino per uno che, come lui, ha fatto del basso profilo uno stile di vita. Poi, finalmente, è scattato qualcosa. Una domanda di troppo, forse una provocazione di troppo, sembra aver suonato la sveglia. Se sia stata solo un’illusione o no ce lo dirà il campo, di certo Leonardo è chiamato ora, in situazioni come questa, a dimostrare non tanto che tecnico è quanto piuttosto che tecnico potrà essere.

Non facciamo certo una grande scoperta se scriviamo che Leonardo è un tecnico giovane, ancora in formazione, con evidenti limiti di esperienza. Lo sappiamo tutti, lo sapevamo tutti nel momento stesso in cui è stato presentato. Non ci preoccupano, quindi, eventuali errori di inesperienza o presunzione come quelli visti nel derby, tipici dei tecnici giovani e convinti delle proprie idee. Ci preoccuperebbe molto, semmai, la ripetizione di quegli errori. Probabilmente tutti ricordiamo il primo Roberto Mancini, quello delle prime due stagioni in nerazzurro: ecco, il parallelo con Leonardo sorge quasi naturale. Anche Mancini sbagliava tanto, ha girato a lungo tra vari moduli prima di arrivare al “suo” rombo, aveva grandi limiti nell’interpretazione delle partite prima e soprattutto durante lo svolgimento del match…eppure proprio Mancini aveva una caratteristica unica, ammirevole, che lasciava tranquilli gli osservatori più attenti: difficilmente ripeteva più volte lo stesso errore. Imparava rapidamente dai suoi errori, Mancini, e piano piano tappava i buchi che lui stesso creava: e così che si è trasformato dal “mister X” del suo primo anno a Milano al tecnico freddo e razionale che ha portato a casa uno scudetto all’ultima giornata nel 2008, passando attraverso l’essere un pilota sicuro che ha guidato un carroarmato ad infrangere ogni record nel 2007. E’ esattamente questo che si chiede a Leonardo: non ripetere troppe volte gli stessi errori. Soprattutto in questa fase cruciale della stagione. E’ tutto qui, tutto sulla tattica che si gioca il destino dell’Inter e il suo, che invece ha già dimostrato di essere un grande motivatore, un ottimo catalizzatore delle energie positive della squadra.

Servira tutto questo e molto altro per battere lo Schalke04, che molti hanno bollato troppo presto come cenerentola. C’è chi si sente già in semifinale, come la Roma che credeva di aver già eliminato lo Shaktar o come il Milan, anni fa, che esultava per aver pescato il Deportivo: la storia del calcio dimostra che non è così semplice. Lo Shalke04 è arrivato fin qui, insieme a squadre come Real Madrid e Manchester United, Chelsea e Barcellona. E come quelle va affrontato. Anzi, con attenzione ancora maggiore perchè tra Schalke e Inter c’è una vecchia storia di rivalità risalente ad un paio di lustri fa, ad una finale di Coppa UEFA vinta dai tedeschi che poi l’anno successivo vennero eliminati dalla stessa Inter, che andò a vincere la Coppa. Sono motivati, i tedeschi, e non potrebbe essere altrimenti: e no, non sarà una passeggiata.

Oltre al miglior Leonardo servirà la migliore Inter vista fino ad oggi: qualsiasi passo indietro potrebbe essere fatale. Milito giocherà più minuti rispetto al derby e potrebbe essere lui l’arma in più in questa partita, che con ogni probabilità sarà iniziata davanti da Eto’o e Pandev assistiti da Sneijder. Un uomo in più -Stankovic- dovrebbe dare al centrocampo il filtro e il dinamismo che sono mancati nel derby, mentre la difesa dovrebbe essere la stessa vista sabato sera. Restano in pre allarme Cordoba e Nagatomo, con Ranocchia che potrebbe prendersi un turno di riposo e Zanetti che potrebbe avanzare a centrocampo. Di certo dovrebbe esserci un ritorno al rombo e a un modulo più solido, dettato però più dall’assenza di Pazzini che da altre considerazioni, visto che se ci sono dei campi su cui il 4231 ha sempre dato buoni risultati sono proprio quelli della Champions.

Di certo, soprattutto, ci aspettiamo una partita ben diversa da quella vista sabato sera. Una partita di nervi e convinzione, una partita in cui scenda in campo l’Inter che siamo abituati a vedere. Senza pregiudizi sull’avversario, senza la supponenza di chi sa di essere più forte e ritiene -come contro il Milan- che non sia necessario dare tutto per vincere.

E’ un quarto di finale di Champions League, di quella che Josè Mourinho chiamava “la competizione dei dettagli”. E’ un quarto di finale di quella Coppa che fino all’anno scorso è stata assente per lustri dalla nostra bacheca. Prenderlo sottogamba sarebbe un peccato mortale, oltre che un danno irreparabile. Stavolta sui due turni non ci sono alternative: vincere, e andare avanti sulla strada della Coppa. Siamo più forti e ne siamo coscienti, ma abbiamo bisogno che sia il campo a dircelo, che sia il campo a darci la giusta legittimazione.

Giocare in casa, vincere e non subire gol: la strada della semifinale passa da qui.
La strada della semifinale passa, ancora una volta, da San siro.

Forza, ragazzi.

scritto da il 18 marzo 2011 alle 12:23

La crisi del calcio italiano

9 aprile 2008, ore 22.30 circa, stadio Old Trafford, Manchester: Tom Henning Øvrebø fischia la fine di Manchester United-Roma. Il tabellone dice 1-0 (Tevez al 70′) che sommato allo 0-2 dell’andata sancisce l’eliminazione della Roma dai quarti di finale della Champions League. Ma il match si rivelerà in seguito molto più epocale di quello che appare: è questa, infatti, l’ultima partita giocata da una squadra italiana nei quarti di Champions League. Da lì in poi solo una imbarazzante serie di eliminazioni agli ottavi o addirittura al girone che dura ininterrotta da ormai tre edizioni della massima competizione europea, e che ha dato luce anche ad alcune lezioni di calcio francamente imbarazzanti (basti ripensare alla Roma liquidata dallo Shaktar Donetsk, o al Milan umiliato dal Manchester United). Una serie di eliminazioni che non potrà non portare a quell’ormai inevitabile declassamento dell’Italia nel ranking UEFA, non in vigore già da questa stagione solo per un bizzarro cavillo regolamentare che consente all’Italia -chissà perchè- di beneficiare delle prestazioni dell’Inter.

Questa situazione è in realtà una conseguenza -e non la causa, come malamente inteso da qualcuno- del crollo verticale della qualità e del seguito del calcio italiano. Un calcio insozzato da un decennio di malaffare biancorossonero che non poteva non lasciare tracce, un calcio che risulta come al solito il fedele specchio dell’immagine del Paese all’estero. Quello che una volta era “il campionato più bello del mondo” non interessa più a nessuno, diciamoci la verità: i campioni di primo livello, i Messi, i Cristiano Ronaldo, gli Eto’o, i Lucio, gli Sneijder, evitano le squadre italiane come la peste. Stessa cosa dicasi per gli allenatori, tanto che i tecnici di punta in Italia sono illustri sconosciuti dal brillante futuro alle spalle come Allegri, Delneri, Mazzarri e soci: non solo i big della panchina si tengono ben lontani dal Belpaese, ma anche i giovani di maggior talento fra gli allenatori, i Guardiola, i Villas Boas, i Leonardo, di sedersi in Italia non ne hanno la minima voglia. Chiudono il cerchio gli italiani di maggior talento che appena ne hanno la possibilità non esitano a lasciare il loro Paese, cosa che fino a pochi anni fa tagliava le gambe a qualsiasi speranza di Nazionale (ricordate Zola?) ma che oggi viene invece affrontata con la coscienza che giocare fuori dall’Italia è un passo fondamentale per affermarsi a livello internazionale: pensiamo a Giuseppe Rossi, a Mario Balotelli o a Chicco Macheda, che hanno lasciato il nostro calcio non ancora diciottenni, pensiamo anche solo ai recentissimi casi di Andrea Ranocchia e Giampaolo Pazzini e il quadro diventa completo, drammaticamente completo.

Nè si vede, in questo quadro, come l’Italia possa uscire dal vortice nel quale si è cacciata. Di certo, comunque, non è nell’arrivo di declinanti Beckham o degli Ibrahimovic e dei Robinho costretti a ripiegare sull’Italia a seguito di flop ad alto livello che si può trovare una risposta, nè tantomeno puntando su cavalli di ritorno come Aquilani, rimbalzati dall’impatto con campionati troppo difficili da affrontare per chi è abituato alla scarsa competitività italiana. E vedere che ormai neanche la Juve riesce, come al solito, a salvare l’onore dell’Italia, rende chiaro a chiunque come la situazione sia veramente preoccupante.

E così oggi, venerdì 18 marzo 2011, tre anni dopo quell’ultima partita nei quarti di Champions l’Italia tutta si ritrova per l’ennesima volta a dover guardare all’urna di Nyon da spettatrice disinteressata il sorteggio finale per la più importante competizione europea, quello che coinvolge le otto squadre più forti del continente. E l’urna come al solito ha emesso il suo verdetto: Real Madrid-Tottenham, Chelsea-Manchester United, Barcellona-Shaktar Donetsk, Inter-Schalke04 nei quarti, con la vincente dello scontro tra Inter e Schalke che andrà in semifinale ad incontrare la vincente del derby inglese tra Chelsea e Manchester United. Un sorteggio sicuramente favorevole ai nerazzurri, che ricalca quello di dodici mesi fa: oggi come allora l’urna ha messo l’Inter di fronte alla squadra teoricamente meno forte delle altre. Si rinnova lo scontro con la Germania, si continua a martellare sempre sullo stesso buco del regolamento che vede l’Inter giocare per sè stessa e, sempre più inspiegabilmente, anche per il ranking UEFA dell’Italia.

Ma soffermandoci sull’Inter devieremmo di troppo dall’argomento del post: qui si parlava di calcio italiano.
E l’Italia, oggi come al solito, sta a guardare.

scritto da il 10 marzo 2011 alle 12:39

Buon compleanno Samuel!

E sono 30! Buon compleanno Re Leone!

ETO’O, ETO’O, ETO’O, ETO’O, ETO’O

L’HANNO VISTO CON LA COPPA…

Samuel Eto'o con la Champions

…ED INVECE IBRA NO!

09/09/2010 - Ibra:"Vinciamo tutto!" Sicuro, sicuro, sicuro????

scritto da il 23 febbraio 2011 alle 9:46

Anno nuovo, avversario vecchio

Ci siamo. Mancano solo poche ore e svelerò i dubbi che mi attanagliano da due settimane…

…ma il biglietto per Inter-Bayern che hanno caricato sulla tessera del tifoso funzionerà? Perché a tutti gli altri lo hanno fatto cartaceo? Adesso che sono appiedato come raggiungo San Siro da fuori Milano? Dovrò prendere un viaggio organizzato Jakala? (o come cavolo si chiamava).

Ah devo pure soffrire di allucinazioni, perché in questo momento mi sembra di sentire la voce del Presidente che mi grida “Ma Fonz, cazzo, parliamo un po’ di calcio? Stasera gioca l’Inter, nel caso te ne fossi dimenticato”. Mi riscuoto, ma il Presi non c’è, è proprio un’allucinazione o solo suggestione, visto che è vero che stasera gioca l’Inter. In Champions per di più. Contro il Bayern, pure!

Cazzarola, anche solo a dirlo come si fa a non tornare con la memoria alla Finale di Madrid? Ti fermi un attimo e affoghi nei ricordi, così vicini e così lontani. La tensione, l’esultanza, la paura, l’abbraccio degli amici. Il delirio di felicità.

Tutte cose passate, questo è il calcio. E la vita.

Non hai mai tempo di goderti i tuoi successi troppo a lungo, perché c’è subito un’altra battaglia da combattere e quella di questa sera, visto che capita che sia di nuovo con lo stesso avverario di quella notte magica assume un sapore speciale.

Inter e Bayern non sono cambiate molto sulla carta, rispetto alla scorsa stagione eppure entrambe hanno arrancato pesantemente all’inizio della stagione, soffrendo la corsa su tutti i fronti dello scorso anno e la partecipazione al mondiale della maggior parte delle loro stelle. Entrambe hanno vissuto una rinascita a partire da gennaio ricominciando a giocare ad alti livelli, se non proprio a quelli della stagione precedente.

Sarà molto dura questa sera, meglio che ci mettiamo l’elmetto e scendiamo in trincea.

Il Bayern è una squadra in crescita di forma, più giovane e più veloce di noi. Sono praticamente fuori dai giochi in campionato e possono concentrarsi unicamente sulla Champions senza problemi. Averla persa contro di noi brucia ancora e scenderanno in campo per vendicarsi. I proclami non mancano in puro stile Van Gaal.

L’accusa è la solita: L’Inter è una squadra difensivista che non gioca un buon calcio.

Anche il gioco è chiaro, portarci ad attaccare senza criterio per dimostrare che non è vero.
Quel volpone di José non ci era cascato. Leo sarà in grado di fare altrettanto?

Da quando è arrivato abbiamo vinto parecchio, talvolta con ottime prestazioni, talvolta arrancando. Abbiamo anche subito una marea di goal e la difesa si è dimostrata spesso in affanno. Anche se è vero che sono mancati gli uomini per le ragioni più diverse, la sensazione è che siamo sempre a rischio. Molte situazioni pericolose sono state salvate da interventi miracolosi di Julione (vedi contro la Roma) o dal singolo difensore che si spazza in mischia o si immola per bloccare un tiro destinato in rete.

Non siamo più quel blocco granitico e compatto di difensori e centrocampisti dello scorso anno. Nonostante il Vigile in campo, il posizionamento sembra piuttosto caotico e la reazione ai cambi di gioco degli avversari è lenta e confusa, specialmente quando iniziano a farsi sentire i minuti nelle gambe.

Questa è la prima cosa che dovrà cambiare per passare il turno. Il Bayern non è il Palermo e sperare di rimontare alla stessa maniera un eventuale svantaggio non è nemmeno da prendere in considerazione. Nelle ultime partite le forze sono state dosate con un ampio turn over e possiamo solo sperare che sia sufficiente.

Il pericolo ha i soliti nomi: Robben, Muller, Lahm. In attesa di capire se Ribery riuscirà ad essere della partita.

Chivu a presidiare la fascia sinistra mi preoccupa un po’, vista la velocità dei suoi avversari. Il Capitano offre sicuramente garanzie migliori di copertura, ma la sua assenza in mezzo al campo di solito disinnesca Maicon (anche se da questo punto di vista pare dialogare bene con Kharja). L’opzione del Settimo Samurai esiste, ma direi che è molto remota, anche se la velocità non gli manca farlo esordire in Europa contro un Robben sarebbe qualcosa di più di una terapia d’urto.

Davanti siamo un po’ a corto di opzioni. Senza il Pazzo in Europa, senza il Fantasma di Milito rimane solo il solito Eto’o eventualmente affiancato da un Pandev che ha dato qualche segnale di ripresa contro il Cagliari, ma che palesemente non può reggere i 90 minuti (parliamoci chiaro, a fatica ne regge 45).

Rientra Wesley e speriamo che sia il miglior Wesley, non quello visto nelle ultime due partite, perché ne avremo proprio bisogno.

Se volete parliamo anche di formazioni, 4312, 4231, 42Fantasia, 555 e 4321Decollo, ma seriamente non penso che ne valga la pena.

Il punto è che queste partite le vince chi ci crede di più. Chi le vuole vincere davvero.

I Nostri Ragazzi hanno dimostrato di cosa sono capaci. Mi aspetto di vedere lo stesso spirito visto contro la Roma.

scritto da il 7 dicembre 2010 alle 12:18

I piedi in Germania, la testa ad Abu Dhabi, il cuore chissà dove

Castellazzi, Santon, Cordoba, Materazzi, Zanetti, Motta, Cambiasso, Muntari, Biabiany, Eto’o, Pandev.

Questa la formazione che probabilmente scenderà in campo nell’ultima partita del girone di Champions League stasera a Brema (temperatura prevista: -11) (no, non ho battuto due volte sull’1 per sbaglio). Situazione di classifica: Tottenham e Inter prime a pari punti, col Tottenham in vantaggio per la differenza reti negli scontri diretti grazie agli sciagurati ultimi tre minuti giocati a San Siro. L’obiettivo del primo posto nel girone non passa evidentemente solo dai nostri piedi, ma una cosa fondamentale da fare ci sarebbe: battere il Werder.

Ci sarebbe, appunto: uso il condizionale perchè questa sarebbe la cosa minima da fare nell’ipotesi in cui l’obiettivo fosse vincere il girone di Champions. Ma l’obiettivo, evidentemente, non è quello. Non è giocarsi una grossa fetta di accesso ai quarti nella prossima primavera (provate a guardare l’elenco delle squadre che vinceranno il proprio girone, ma solo se non siete deboli di cuore), non è andare avanti il più possibile in Champions, non è neanche cercare di giocarsi il campionato: l’obiettivo è Abu Dhabi. Se non fossero bastate le incredibili parole di Moratti di sabato (“mi aspettavo di perdere a Roma, eravamo con la testa al Mondiale”), le convocazioni per la partita di stasera non lasciano dubbi: fuori Julio Cesar (recuperato?), fuori Maicon (recuperato?), fuori Chivu (recuperato?), fuori Milito (recuperato?), fuori Lucio leggermente influenzato, fuori Sneijder per lasciarlo riposare. Ci giochiamo un primo posto che potrebbe essere fondamentale in Champions e lasciamo a casa giocatori recuperati, non facciamo giocare quelli a cui basterebbe una tachipirina, addirittura non convochiamo giocatori fondamentali per scelta tecnica. C’è Eto’o solo in virtù del triplete di squalifica collezionato in campionato. Poi Gallinetta, Biraghi, Natalino, Mariga, Nwankwo, Crisetig e Dell’Agnello. Punto.

Giusto o sbagliato? A questo punto evidentemente giusto. La squadra è con l’acqua alla gola e il Mondiale per Club è visto come l’unica ancora di salvezza alla quale aggrapparsi per scollinare il 2010, cercando di iniziare l’anno nuovo facendo le cose per bene: la preparazione, il mercato, lo spogliatoio e via dicendo. In quest’ottica, anzi, anche l’impiego di Motta, Cambiasso ed Eto’o è un rischio non da poco. Perchè si giocherà in condizioni improponibili, perchè con Abu Dhabi c’è uno sbalzo di temperatura di 40 gradi, perchè la testa di tutti è già lì, perchè è fra una settimana che si gioca l’obiettivo più importante della stagione. A questo punto.

Il problema è come ci si è arrivati, a questo punto. Il problema è che non sono stati i giocatori a mettere da parte cinque mesi di stagione avendo come unico obiettivo il Mondiale per Club: l’indicazione chiara, netta, è arrivata dall’alto. E’ stato Moratti, poi tutta la Società, poi l’allenatore. Siamo partiti dal “dover completare il triplete”, passati attraverso “il Mondiale è un obiettivo molto importante” e “la preparazione è incentrata sul Mondiale di dicembre” per finire con “mi aspettavo di perdere a Roma, eravamo con la testa al Mondiale”. E stasera dove sarà la testa? Perchè se si dovrà mettere in scena uno spettacolo indegno come quello offerto all’Olimpico venerdì scorso allora è inutile andarci, a Brema. Mandiamoci la primavera, diamo spazio a Natalino, Crisetig e Dell’Agnello, evitiamo anche di rischiare quei 3-4 titolari che, bontà vostra, vi degnate di far scendere in campo in un turno di Champions League.

Noi non siamo questa roba qui, Massimo. Mettitelo in testa e spiegalo per bene anche a Rafa. “La Coppa Italia era solo un fastidio” è una frase che abbiamo sempre lasciato ben volentieri alla parte puzzolente di Milano, a quella tutta chiacchiere, toppe e obiettivi che si spostano a seconda della convenienza.

Noi sette mesi fa abbiamo vinto TUTTO. E non perchè eravamo i più forti, perchè davamo dieci giri di pista a tutti gli altri, perchè avevamo in campo il top 11 mondiale con in testa Xavi, Iniesta e Messi. Proprio no. Abbiamo vinto TUTTO giocando alla morte ogni partita, senza snobbare niente e nessuno e senza abbassarci a fare calcoli di nessun tipo.
Mercoledì 16 dicembre 2009 abbiamo giocato gli ottavi di finale di Coppa Italia a San Siro contro il Livorno, con una temperatura polare e più gente nel rettangolo di gioco che sugli spalti. Partita decisa da Sneijder su punizione, con in campo Maicon, Lucio, Chivu, Thiago Motta, Stankovic e Milito. Te la ricordi quella partita, Massimo? Dove sarebbe stato il nostro magnifico Triplete senza quella partita? Dove sarebbe stato se avessimo “risparmiato Sneijder a causa delle troppe partite”?

E noi oggi, dodici mesi dopo, andiamo a giocare la Champions League con la formazione riportata alla prima riga di questo post? Con la testa altrove?

Sicuri di ritrovarla ad aspettarci ad Abu Dhabi, la testa? Sicuri che non se ne vada prima o che, che so, non risulti sconvolta da una eventuale figuraccia rimediata stasera? Sicuri che la nostra testa si degnerà di scendere in campo contro avversari coreani di cui non conosciamo neanche il nome, dopo che qualcuno le ha dato due turni di riposo all’Olimpico di Roma e in Champions League?

E il cuore, dove sarà stasera? E dove sarà mentre noi giocheremo ad Abu Dhabi?

Perchè potremo metterci anche gambe e testa, ma senza cuore, senza determinazione, senza cattiveria non andremo da nessuna parte, nè stasera nè in futuro. E chi ha fatto a pezzi il Barcellona dei miracoli al Camp Nou non dovrebbe dimenticarlo mai.

Svegliati Massimo. Poi sveglia tutti gli altri.
E smentitemi, se ne siete capaci.

scritto da il 22 novembre 2010 alle 23:59

Ricominciamo, guardando al futuro

Bauscia Cafè, l’unico blog capace di superare le 1500 visite al giorno anche se non c’è scritto niente. Se fossimo di un’altra squadra di Milano potremmo farci una toppa, ma grazie a Dio non lo siamo e prendiamo questa notizia semplicemente come una piccola nota divertente in un periodo nero, nerissimo.

I problemi tecnici che abbiamo incontrato nei giorni scorsi (non del tutto superati, ma speriamo che non ve ne accorgiate) si sono sposati benissimo con la sconfitta a Verona. La seconda di fila, come non succedeva da anni. L’impossibilità di scrivere a caldo ci ha permesso di pensare, di razionalizzare. I problemi tecnici sono stati, per noi, ciò che a quanto pare Massimo Moratti è stato per Marco Branca (esattamente così, non abbiamo sbagliato a scrivere) dopo il 2-1 di domenica pomeriggio.

Ora siamo tornati online, e siamo lucidi. Ma comunque incazzati neri.

Julio Cesar, Chivu, Obi, Coutinho, Milito, Suazo: 6 infortuni muscolari in 6 giorni nella scorsa settimana. Il tutto condito da una apatia vista in campo tra i giocatori che ha qualcosa di incredibile, di irreale. Quasi di sconvolgente. Al di là di un paio di elementi semplicemente inadeguati a questi palcoscenici, al di là di 3-4 nitide palle gol che nonostante tutto sono arrivate anche contro il Chievo, al di là di un calo fisico che comincia a non essere più una giustificazione accettabile, sono stati alcuni gesti, alcuni volti visti in campo a fare impressione. Intorno a un Lucio che predica nel deserto abbiamo visto un Eto’o che si batte e si sbatte ma si lascia andare al più clamoroso dei gesti di frustrazione (che verrà punito, specifichiamo, più che giustamente). Uno Stankovic mai così smarrito, un Cordoba assente, un Santon distratto, uno Sneijder che -per colpa o per destino- del pallone non sa proprio cosa farne: questa è stata l’Inter domenica pomeriggio.

Colpa di Benitez?

Forse sì. In fondo l’allenatore deve essere anche un “motivatore”, no? Ma hanno bisogno di un motivatore dei ragazzi che sei mesi fa vincevano tutto e oggi vengono derisi e sbeffeggiati dal primo Pellissier che incrocia le loro strade? Hanno bisogno di qualcuno che gli spieghi che loro sono più forti? Di qualcuno che li sproni a dimostrarlo, di qualcuno che li svegli dal torpore in cui sembrano calati? No, non dovrebbero. Eppure è così. Incomprensibile, ingiusto, assurdo: ma è così.

Diventa così se la squadra non ha fiducia nella propria guida, diventa così, soprattutto, se i giocatori non hanno fiducia nel proprio fisico. Paura di farsi male. Latente, da superare, eppure così evidente.

Al netto della preparazione, le colpe di Benitez sono ai minimi storici. Cambiare allenatore? A che scopo? Cosa può dare un nuovo allenatore, cosa ci si aspetta da lui? Che gli infortunati ricomincino a camminare? Non succederà.

Le voci che si inseguono intorno a Moratti e alla Saras, però, sono tutt’altro che tranquillizzanti. Il Twente come chiave di volta del destino di Benitez. Ha senso? No. Fino a quando siamo ancora in tempo, quindi, ci permettiamo di stendere i nostri suggerimenti per il superamento di questo periodo.
1) Identificare i responsabili della preparazione e della inaccettabile serie di infortuni, sviscerare con loro le cause di questa situazione, prendere tutti i provvedimenti del caso: se delle teste devono saltare, che siano qui.
2) Confermare senza tentennamenti Benitez sia in pubblico che, soprattutto, in privato: Rafa Benitez è l’allenatore dell’Inter e porterà la squadra fino a giugno, con l’aiuto di tutti. Nessuno può sostituirlo, nessuno può garantire risultati migliori. E lui non deve diventare un alibi per dei giocatori che, come gli studenti con una supplente, approfittano dell’aria di precarietà per dare un decimo di quanto possono. C’è in ballo una qualificazione agli ottavi di Champions, c’è in palio un Mondiale per Club. C’è in palio, nonostante tutto, uno Scudetto.
3) Non lanciarsi in spese folli e sproporzionate a gennaio. Ridare stimoli alla squadra e non svenarsi alla caccia di tappabuchi che non sposterebbero di una virgola la competitività della rosa. Barzagli, Palombo, persino Cassano: non ci serve sopravvivere fino a giugno, ci serve un progetto che guardi alla prossima stagione, alla successiva e a quella dopo ancora.
4) Iniziare sin da subito a programmare la prossima stagione. Staff, rosa, strategie di mercato: nulla dovrà essere lasciato al caso, non ci può essere spazio per incertezze e tentennamenti, tutto dev’essere perfetto. Dagli uomini della società, all’allenatore, alla rosa.

A cominciare da domani.
Tutti insieme, sotto col Twente.

scritto da il 2 novembre 2010 alle 23:00

Tottenham-Inter 3-1: le pagelle

Castellazzi: 6 – Incolpevole sui gol, si disimpegna bene nell’ordinaria amministrazione. Diverse buone uscite ed un paio di interventi degni di nota.

Maicon: 4 – Esce annientato nel confronto con Bale. Il gallese lo svernicia puntualmente , senza che lui riesca ad opporsi. In fase offensiva si vede raramente e in quelle poche occasioni sbaglia i tempi della giocata.

Lucio: 6 – In mezzo all’area è uno dei pochi che non perde la bussola. Combatte con Crouch, riuscendo spesso a limitarlo.

Samuel: 5 – Stranamente in difficoltà. Sbaglia il movimento sul gol di Van Der Vart tenendo tutti in gioco ed anche in occasione del 2-0 non è esente da colpe.

Chivu: 5 – Anche lui va spesso in difficoltà nel confronto con l’avversario diretto, soprattutto nel secondo tempo. In fase di spinta non si vede mai.

Zanetti: 5,5 – Corre tanto, ma non riesce mai a limitare i centrocampisti avversari. In fase di impostazione vengono fuori tutti i suoi limiti.

Muntari: 6 – Svolge bene il compitino sino a quando non si infortuna ed è costretto ad uscire.

Biabiany: 5 – Mai incisivo. Corre e  porta sempre troppo palla, rallentando inevitabilmente l’azione quando invece servirebbe verticalizzare velocemente.

Sneider: 5 –Anche lui è abbastanza fuori dal gioco. Sempre spalle alla porta incide poco, tendando alcune conclusioni improbabili. Si segnala per un buon calcio di punizione che Cudicini disinnesca con una gran parata.

Pandev: 4 – Non si vede mai.

Eto’o: 6,5 – L’unico in grado di tenere in apprensione la difesa avversaria. Sfiora il gol in avvio di partita e ne trova uno bellissimo nel finale.

Milito: 6 – Una manciata di minuti nella quale da segni di risveglio.

Coutinho: 5,5 – Poco incisivo, sbaglia molto. Da una sua palla persa nasce il terzo gol del Tottenham.

Obiora: 5 – Entra al posto di Muntari nel momento più difficile. Abbastanza spaesato, non riesce ad entrare in partita.