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scritto da SNIS il 17 aprile 2011 alle 22:42
Siamo nella settimana di Pasqua e, come tradizione vuole, sull’altare del sacrificio, dopo la sconfitta di Parma, è stato adagiato l’agnello Leonardo, secondo molti causa di tutti i mali della nostra Inter. Personalmente, come ho voluto più volte ribadire, questa convinzione non mi trova assolutamente d’accordo per vari motivi. Partiamo dai freddi numeri: Leonardo nelle 18 partite di campionato nelle quali è stato sulla panchina dell’Inter ha totalizzato la bellezza di 39 punti, con una media di 2,16 a incontro. Benitez, il suo predecessore, in 15 partita ne aveva raggranellati appena 24, per una media di 1,6. Allegri, nei 33 incontri in cui ha allenato il Milan capolista, ne ha ottenuti 71 raggiungendo una media di 2,15. Mazzarri invece, sulla panchina del Napoli ha una media di 1,97, in virtù della quota di 65 punti raggiunta in 33 incontri. Se prediamo poi in esame il cammino europeo delle 3 squadre, l’Inter è stata l’unica compagine ad approdare ai quarti di finale delle rispettive competizioni. Sembrerà paradossale, ma alla luce di tutto ciò, Leo è al momento il mister di Serie A ad aver ottenuto i risultati migliori sia in Italia che in Europa. Ma al di la di questo, a mio modo di vedere, il più grande merito del nostro attuale Mister è stato quello di riuscire a riportare entusiasmo e voglia di vincere in un gruppo e in un ambiente che, per svariati motivi, aveva smarrito gli stimoli. Sin dal primo incontro casalingo col Napoli è stato chiaro come la filosofia del nostro nuovo allenatore, subito sposata da giocatori e dirigenza, fosse quella di cercare di fare un gol in più dell’avversario, anziché tentare di subirne uno di meno. E così è stato. Proprio dalla partita casalinga dell’Epifania, quando eravamo staccati di ben 13 punti dal Milan, è partita una cavalcata emozionante ed allo stesso tempo estenuante, che ci ha portato alla vigilia del derby a solo due lunghezze di distacco dai cugini, traguardo per il quale avremmo firmato tutti col sangue alla partenza per il Mondiale per Club . Per circa tre mesi, tra Champions, Coppa Italia e Campionato (recuperi inclusi), abbiamo in pratica giocato una partita ogni tre giorni, ottenendo risultati ma spendendo inevitabilmente tantissime energie sia fisiche che nervose. Sino alla sosta per le nazionali però, nonostante si fossero palesate alcune avvisaglie, avevamo tenuto botta, riuscendo a portare a casa punti pesantissimi. Poi però nell’arco di tre giorni, di fatto, è arrivata la resa, con la sconfitta nel derby e il rovescio subito dallo Schalke nell’andata dei quarti di finale di Champions. Certamente anche Leo in questo ha le sue responsabilità, ma non è lui l’unico colpevole. Nello scontro diretto con i cugini gli è stato contestato il fatto di aver optato per un 4-2-3-1 troppo sbilanciato. Forse a ragione, ma poi, quando tre giorni dopo contro i tedeschi ha schierato la squadra con un più coperto 4-4-2, le cose non sono migliorate. Si, perché il comune denominatore di quelle due partite (ma anche delle ultime), oltre alla sconfitta e all’espulsione di Chivu ad inizio ripresa, è stata la precaria condizione fisica della squadra, apparsa in possesso di un’autonomia di appena un tempo. Il calo fisico è inevitabilmente coinciso con la crisi di risultati che stiamo attraversando e lo stesso Leonardo lo ha ammesso nelle dichiarazioni rilasciate nel post partita con i ducali.
Non trovo giusto quindi che venga gettata la croce addosso solo ed esclusivamente all’attuale allenatore, perché le responsabilità sono a monte e vanno equamente divise tra tutti, non ultimo chi a inizio stagione non si è comportato in maniera irreprensibile e professionale. In fondo Leo è stato preso per cercare di dare una scossa all’ambiente e riportare in carreggiata un’annata iniziata male. Riuscendoci.
A me l’agnello non piace e a Pasqua preferisco mangiare pesce.
scritto da Miss Green⁵ il 16 aprile 2011 alle 11:50
“I’m on the way”. “Idem”.
Questo il botta e risposta via sms che sanciva la partenza alla volta della Veltins Arena alle 15:00 di due giorni addietro del duo di ragionieri più celebre d’Italia.
Svariati km dopo il Duca mi aggiorna circa un possibile ritardo (scoprirò che ha polverizzato il precedente record mondiale di autogrill solo più tardi, molto più tardi) ma io ormai ero già passato in albergo a smettere i vestiti civili per la divisa d’ordinanza ad una velocità da far impallidire Nembo Kid nella cabina del telefono, ed essendo già per strada ho continuato l’avvicinamento.
Arrivato nei pressi dello stadio con irrisoria facilità e sorprendente gratuità lascio la fiammante Nubira SW a noleggio e attendo notizie del Duca, che nel frattempo veleggia tra Leverkusen e Bochum invocando pazienza e reclamando dritte sull’area parcheggio. Non resta che fare due passi (saranno molti di più alla fine) intorno allo stupendo impianto dello Shalke fino a raggiungere, dopo periplo completo, l’accesso al settore ospiti in attesa del Duca armato di biglietti. Si inganna l’attesa facendo due chiacchiere con i trasfertisti presenti, sorseggiando una birra, inneggiando a Figo che nel frattempo è entrato allo stadio e mostrando il dito medio ad un Raul che dal finestrino del bus rimane basito da tanto calore.
Finalmente il mio biglietto, costato come un villino in costa azzurra, arriva attaccato ai polpastrelli del mio compagno di (s)ventura. Lo saluto caldamente come si conviene a una fonte di calore da parte di un mezzo assiderato e passiamo i varchi senza il consueto triplice controllo carpiato proprio delle nostre latitudini. All’ingresso ci si para davanti un avveneristico bar fornito di ogni ben di dio. Avendo saltato a piè pari la cena mi ci avvento implorando bratwürst + birra (dandoci di gomito ci dicevamo : Se non qui, dove?).
A questo punto fa la sua comparsa la vera regina della serata, che ahinoi non sarà l’Inter. Scavallata la coda con italico ardore al momento dell’ordine mostro il contante, ma l’addetto mi risponde qualcosa come “Nein, Karte!”. Penso alla carta di credito che prontamente esibisco. “Nein, CLUBBE Karte”. Sarà il biglietto? Nein. Le proviamo tutte, dalla patente alla tessera della bocciofila della fidanzata del Duca. La clubbe karte scopriamo poi essere la famigerata “tessera del panino”, roba che Maroni se la sogna la notte. Dovete sapere che per acquistare generi alimentari alla Veltins Arena bisogna prima comprare una tessera ricaricabile, caricarla e solo allora ordinare. Il tutto sottoponendosi naturalmente a una seconda coda. Bestemmiando sanscrito desisto.
Prendiamo posto appollaiati nei pressi del corner a uno sputo dai tedeschi festanti. Complice qualche buco ne approfittiamo per avvicinarci ulteriormente fino ad essere praticamente in campo (il Duca sarà così più comodo nell’insultare Wesley al 15esimo corner barzotto della serata). Sorprendentemente siamo belli carichi, ci facciamo nei limiti del possibile sentire, trainati da un pazzo scatenato che ci siede di fronte e che elegge a vittima preferito un buzzicone tedesco coprendolo di improperi tra l’ilarità generale. Ma inevitabilemnte passa il tempo e le minime speranze dimuiscono fino a crollare al loro vantaggio. Cominciano i mugugni e molti dei presenti eleggono il loro personale responsabile (ad esempio a quello dietro di noi Maicon aveva presumibilmente trombato la moglie e rigato la macchina).

Nella pausa approfitto del credito residuo sulla tessera del panino dell’amico del pazzo che aveva appena acquistato, a peso d’oro, dei meravigliosi pop corn caramellati. I ripiego sull’agognato bratwürst. Finalmente rifocillato ci apprestiamo al secondo tempo: pronti via e pareggio. Speriamo di salvare almeno la faccia, e invece i crucchi spietati non concedono nemmeno quello. Fermo a stento il Duca che vuole attentare alla vita di Leonardo perchè non schiera l’arma risolutrice Mariga ed il match si conclude. Il capitano e pochi altri sotto lo spicchio a ringraziare noi e noi, nonostante tutto, a ringraziare loro. In questo abbiamo fatto davvero tanta strada in 5 anni.
Sciamando in mezzo ai tedeschi saluto il Duca come si conviene ad uno che ha condiviso con te una follia del genere. L’indomani sarebbe stato un giorno lungo per entrambi, ma nonostante tutto ne è valsa la pena. La prossima volta però Duca, i panini li portiamo da casa.
 Un’immagine di Gigi di Biagio dopo il vantaggio tedesco.
Un doveroso saluto va ovviamente alla Miss, assente di lusso dell’ultima ora ma vicina con lo spirito.
P.S. “ducale”: un ringraziamento particolare a Gigi per aver condiviso la settimana di attesa, l’organizzazione Filini e la serata da “due uomini ed un wurstel” ed un saluto agli amici milanes/lussemburghesi del Gruppo Pise, miei compagni di viaggio, con i quali ho condiviso i 600 km ed i rischi della sosta in autogrill. Accerchiati da uno Schalke Clubbe e presi per il culo perfino da una commessa di Burger King (“ditemi una cosa, ma voi ci credete veramente???”).
Alla prossima trasferta!
Pubblicato da Miss Green on behalf of “il duo di ragionieri più celebre d’Italia”
scritto da Taribo59 il 7 aprile 2011 alle 0:48

Non che lo faccia di solito, ma stamattina so di non aver scritto nulla di intelligente sulla più bruciante sconfitta degli ultimi 10 anni.
Di cose intelligenti, sul web più che sulla carta, ne ho lette, e invidio la lucidità di chi le ha proposte, ma se aggiungo telefonate, email e commenti che mi sono pervenuti, noto con rammarico che tanti avrebbero preferito uscire con il Bayern, piuttosto che subire una figuraccia simile. Gli stessi, magari, avrebbero preferito che Bertolacci o Caracciolo avessero segnato prima del derby, così non ci si perdeva dietro tante illusioni.
Io non la penso così.
Penso che il 99% degli juventini ci invidiano, loro che sono stati eliminati in una coppa che non si sa come si chiama da squadre di cui non si ricorda il nome senza vincere nemmeno una partita.
E i romanisti, costretti a chiedersi se l’Americano è un riccone o una sòla?
E i milanisti che hanno visto a Madrid quanto è forte il Tottenham, e ora temono uno squadrone come il Napoli?
Lasciamo perdere. Evitiamo la patologia della demoralizzazione.
Mi irrita che nessuno ricordi la decina di splendide azioni che la squadra ha confezionato nei primi 54 minuti.
Azioni spettacolari, il più delle volte vanificate per un nonnulla, perché non c’è dubbio che Eupalla si sia girata dall’altra parte, e i centimetri adesso sono tutti a sfavore.
Ma l’urlo di San Siro al gol di Milito era di quelli che si alzano davanti a un capolavoro.
Moratti e Branca, Benitez e Leonardo, Chivu e Ranocchia, Sneijder e Maicon (…) hanno tante colpe, ma se dal calcio si vogliono ricevere emozioni, non si può pretendere che siano tutte positive.
Se vi piace vincere facile, l’Inter non fa per voi. Strano non l’abbiate ancora capito.
scritto da Fonz77 il 6 aprile 2011 alle 9:12
Ok, calma, niente drammi. La frutta fa pure bene alla salute, ma tanto vale ammetterlo, di esserci arrivati, intendo.
Non che possiamo fare altrimenti, dopo 8 reti subite in due partite, per di più contro delle squadre non certo irresistibili, lasciano poco spazio ad altre interpretazioni.
Prima che a qualche fenomeno salti in testa di cominciare a distribuire patenti di tifoso perfetto, dico solo che il sottoscritto è rimasto fino alla fine ed oltre, insieme alla Miss, mentre cercavamo di individuare Antonino attaccato alla balaustra.
Abbiamo applaudito tutti, proprio tutti o almeno quelli che sono rimasti in campo dopo il fischio finale e sono venuti verso la Nord a prendere applausi o a rischiare i fischi. Quelli che ci hanno messo la faccia, quelli che ce la mettono sempre, quelli che nel bene o nel male, pure se non ce la fanno più ci provano sempre.
Sono quelli dell’autogestione, i capi della “gang”.
Beh quei Signori erano ancora lì, insieme al giocatore con il cuore più grande che ho visto, quel Nagatomo che da riserva, entra e corre avanti e indietro per tutto il campo, sul 5-2, in 10 contro 11, come se la partita si potesse ancora vincere.
Non mollare mai, fino alla fine, ma poi, quando l’arbitro fischia, allora arriva il momento di guardarsi allo specchio e capire che cosa resta di noi. Ci sono ancora almeno dieci partite da giocare prima che la stagione sia davvero finita e alcuni obiettivi, minimi d’accordo, sono ancora lì da conquistare.
Se mi guardo indietro e penso a quello che mi ronzava nella testa quando ho fatto l’abbonamento all’inizio di questa stagione mi ricordo che in fondo lo facevo più per riconoscenza per quello che era stato il 2010 che non per i risultati che mi aspettavo di raggiungere.
In fin dei conti se c’era un anno giusto per non vincere un tubo (e abbiamo comunque messo in cascina una supercoppa e il mondiale per club) era questo.
L’anno dopo il triplete, l’anno dopo i mondiali. Molti giocatori alla fine della loro carriera.
Il momento migliore per partire dalle ottime fondamenta e iniziare a costruire il futuro. Credo che, a modo loro, il Max e Compagni ci abbiano pure provato, ma puntando a un bersaglio troppo lontano. Credevano, dopo aver fatto Triplete, di essere finalmente a credito, di aver saldato i conti con gli anni bui e di poter lavorare con più calma per costruire il Barca d’Italia, lanciando i giovani della Primavera.
Illusione. L’Inter non è mai a credito. A noi non è mai concesso di fermarci un attimo a riposare, siamo noi stessi a non concederci questa possibilità. Noi società, noi tifosi, perfino i giocatori. Non conosciamo vie di mezzo: solo vittorie esaltanti o sconfitte brucianti.
Sembra tutto così lontano adesso. Il (giusto) esilio di Ciccio Benitez, l’arrivo di Leo, la cavalcata in rimonta che ci porta a soli due punti dalle m***e, la rimonta tutta cuore e nervi di Monaco.
Tutto spazzato via in due maledette serate. Dalle stelle alle stalle.
“Questo è calcio” direbbe José.
Se Eto’o avesse messo il goal del pareggio nel derby, se ieri sera avessero fischiato il rigore (con annessa espulsione) su Milito, se, se, se…
Basta così poco in questo gioco (chiamarlo sport proprio non mi riesce) per passare da eroe a fallito.
Siamo onesti con noi stessi. Che la benzina stesse finendo lo avevamo capito da un po’, ma la fortuna e gli errori altrui, ci avevano assistito. Credevamo di essere tornati imbattibili e ci siamo presentati di fronte alle sfide più importanti senza rabbia e senza motivazioni.
Questo, più di ogni altra cosa ci ha condotti dove siamo ora.
Leo ha sbagliato nel derby? Sicuramente, la disposizione tattica era scriteriata e ci siamo sempre trovati in inferiorità numerica a centrocampo. Abbiamo visto i risultati.
Ha sbagliato ieri sera? Tatticamente ha rimediato al suo errore e le cose avevano anche preso la giusta piega, almeno fino all’infortunio di Deki.
Poi? Poi ha sbagliato di nuovo, perché sull’espulsione di Chivu, quando eravamo già sul 4-2 ha fatto la cosa che insegna il manuale e non la cosa cazzuta.
Per me l’ingresso di Cordoba è stato una disgrazia, ma non perché certo per la sua presenza in campo, come molti hanno detto allo stadio e penseranno qui dentro. La disgrazia è l’idea di togliere un centrocampista per rimettere un centrale quando stai già perdendo con due reti di scarto. La disgrazia è togliere l’unico centrocampista giovane e fresco che stava correndo a destra e a manca e che avevi messo in campo solo venti minuti prima.
Questa è la disgrazia.
Perché un errore così lo fai se ti mancano le palle, lo fai se non hai la personalità di togliere uno più vecchio e stanco oppure uno nemmeno troppo vecchio, ma semplicemente svogliato.
Già perché poi ci dobbiamo ricordare che, oltre alle colpe di Leo ci sono quelle dei giocatori.
A mente fredda vi direi che a parte due signori, i ragazzi non hanno giocato male. Non hanno giocato al massimo e questo, in Champions si paga. Come successo nel derby, anche se i giocatori in avanti (Wes, Eto’o e Milito) hanno fatto il loro, in fase di copertura non fanno quello sforzo di tornare e quindi ci manca quel raddoppio sistematico sul portatore di palla che tanto ci ha fatto godere lo scorso anno.
Io ho sentito accuse feroci a Cambiasso e Zanetti, ma continuo a trovarle assurde. Certo, sono sempre più logori e le loro prestazioni non sono più al livello di un tempo, ma li ho visti comunque correre e provarci anche quando la situazione era compromessa.
Chi faccio fatica a giustificare sono Maicon (pessimo in difesa, inesistente in attacco) e Thiago Motta, molle, senza idee in fase di impostazione del gioco (e sarebbe il suo lavoro) e svogliato praticamente sempre. Questi due, per quel che mi riguarda non hanno proprio giustificazione.
Questo è quanto.
La situazione si può salvare, non certo per vincere per forza millemila tituli, ma per chiudere dignitosamente questa stagione iniziare a mettere a posto qualche mattoncino della nuova Inter.
C’è bisogno che qualcuno faccia un passo indietro, qualcuno ne faccia uno avanti, qualcuno ricominci a giocare oppure se ne vada a fare in culo. C’è bisogno che Leo si renda conto che attaccare a testa bassa quando stai vincendo 1 a 0 o 2 a 1 non è la cosa più furba da fare e che si può giocare bene anche d rimessa.
Soprattutto…
C’è bisogno di osare. Provare qualcosa di nuovo.
C’è bisogno di Coraggio.
scritto da Nk³ il 6 aprile 2011 alle 0:14
scritto da Nk³ il 5 aprile 2011 alle 2:39
E così è arrivato, finalmente, il momento dei quarti di finale della Champions League 2011. E’ arrivato il momento in cui le ultime otto squadre rimaste in gara si affrontano una contro l’altra per arrivare a giocarsi quelle semifinali che per qualcuno sarebbero un sogno, per altri una consuetudine, ma per tutti, indistintamente, le partite che permettono di coronare una stagione, quelle che ti portano a un passo dalla Coppa, che quasi te ne fanno sentire l’odore.
Real Madrid-Tottenham, Barcellona-Shaktar Donetsk, Chelsea-Manchester United e poi, a San Siro, è di scena lo Schalke04.
L’Inter ha la possibilità di riprendersi subito dalla batosta subita nel derby per ridare la spinta e il morale necessari per quest’ultima parte di stagione che si giocherà sui nervi e sulla pressione, prima ancora che sul campo. Soprattutto, Leonardo ha la possibilità di riprendersi l’Inter, mettendo a tacere le critiche -forse ingenerose, probabilmente non eccessive- subite in questi giorni. Non è uscito bene dal derby il tecnico brasiliano, inutile negarlo: non ne è uscito bene tatticamente, ma non ne è uscito bene neanche moralmente con quei fischi, quella contestazione e quelle parole di troppo arrivate anche da qualche giocatore avversario (come al solito impunito) che hanno evidentemente lasciato un segno. Non era il solito Leonardo, quello visto immediatamente dopo il derby e nella mattinata di ieri. Troppo pacato e troppo placido persino per uno che, come lui, ha fatto del basso profilo uno stile di vita. Poi, finalmente, è scattato qualcosa. Una domanda di troppo, forse una provocazione di troppo, sembra aver suonato la sveglia. Se sia stata solo un’illusione o no ce lo dirà il campo, di certo Leonardo è chiamato ora, in situazioni come questa, a dimostrare non tanto che tecnico è quanto piuttosto che tecnico potrà essere.
Non facciamo certo una grande scoperta se scriviamo che Leonardo è un tecnico giovane, ancora in formazione, con evidenti limiti di esperienza. Lo sappiamo tutti, lo sapevamo tutti nel momento stesso in cui è stato presentato. Non ci preoccupano, quindi, eventuali errori di inesperienza o presunzione come quelli visti nel derby, tipici dei tecnici giovani e convinti delle proprie idee. Ci preoccuperebbe molto, semmai, la ripetizione di quegli errori. Probabilmente tutti ricordiamo il primo Roberto Mancini, quello delle prime due stagioni in nerazzurro: ecco, il parallelo con Leonardo sorge quasi naturale. Anche Mancini sbagliava tanto, ha girato a lungo tra vari moduli prima di arrivare al “suo” rombo, aveva grandi limiti nell’interpretazione delle partite prima e soprattutto durante lo svolgimento del match…eppure proprio Mancini aveva una caratteristica unica, ammirevole, che lasciava tranquilli gli osservatori più attenti: difficilmente ripeteva più volte lo stesso errore. Imparava rapidamente dai suoi errori, Mancini, e piano piano tappava i buchi che lui stesso creava: e così che si è trasformato dal “mister X” del suo primo anno a Milano al tecnico freddo e razionale che ha portato a casa uno scudetto all’ultima giornata nel 2008, passando attraverso l’essere un pilota sicuro che ha guidato un carroarmato ad infrangere ogni record nel 2007. E’ esattamente questo che si chiede a Leonardo: non ripetere troppe volte gli stessi errori. Soprattutto in questa fase cruciale della stagione. E’ tutto qui, tutto sulla tattica che si gioca il destino dell’Inter e il suo, che invece ha già dimostrato di essere un grande motivatore, un ottimo catalizzatore delle energie positive della squadra.
Servira tutto questo e molto altro per battere lo Schalke04, che molti hanno bollato troppo presto come cenerentola. C’è chi si sente già in semifinale, come la Roma che credeva di aver già eliminato lo Shaktar o come il Milan, anni fa, che esultava per aver pescato il Deportivo: la storia del calcio dimostra che non è così semplice. Lo Shalke04 è arrivato fin qui, insieme a squadre come Real Madrid e Manchester United, Chelsea e Barcellona. E come quelle va affrontato. Anzi, con attenzione ancora maggiore perchè tra Schalke e Inter c’è una vecchia storia di rivalità risalente ad un paio di lustri fa, ad una finale di Coppa UEFA vinta dai tedeschi che poi l’anno successivo vennero eliminati dalla stessa Inter, che andò a vincere la Coppa. Sono motivati, i tedeschi, e non potrebbe essere altrimenti: e no, non sarà una passeggiata.
Oltre al miglior Leonardo servirà la migliore Inter vista fino ad oggi: qualsiasi passo indietro potrebbe essere fatale. Milito giocherà più minuti rispetto al derby e potrebbe essere lui l’arma in più in questa partita, che con ogni probabilità sarà iniziata davanti da Eto’o e Pandev assistiti da Sneijder. Un uomo in più -Stankovic- dovrebbe dare al centrocampo il filtro e il dinamismo che sono mancati nel derby, mentre la difesa dovrebbe essere la stessa vista sabato sera. Restano in pre allarme Cordoba e Nagatomo, con Ranocchia che potrebbe prendersi un turno di riposo e Zanetti che potrebbe avanzare a centrocampo. Di certo dovrebbe esserci un ritorno al rombo e a un modulo più solido, dettato però più dall’assenza di Pazzini che da altre considerazioni, visto che se ci sono dei campi su cui il 4231 ha sempre dato buoni risultati sono proprio quelli della Champions.
Di certo, soprattutto, ci aspettiamo una partita ben diversa da quella vista sabato sera. Una partita di nervi e convinzione, una partita in cui scenda in campo l’Inter che siamo abituati a vedere. Senza pregiudizi sull’avversario, senza la supponenza di chi sa di essere più forte e ritiene -come contro il Milan- che non sia necessario dare tutto per vincere.
E’ un quarto di finale di Champions League, di quella che Josè Mourinho chiamava “la competizione dei dettagli”. E’ un quarto di finale di quella Coppa che fino all’anno scorso è stata assente per lustri dalla nostra bacheca. Prenderlo sottogamba sarebbe un peccato mortale, oltre che un danno irreparabile. Stavolta sui due turni non ci sono alternative: vincere, e andare avanti sulla strada della Coppa. Siamo più forti e ne siamo coscienti, ma abbiamo bisogno che sia il campo a dircelo, che sia il campo a darci la giusta legittimazione.
Giocare in casa, vincere e non subire gol: la strada della semifinale passa da qui.
La strada della semifinale passa, ancora una volta, da San siro.
Forza, ragazzi.
scritto da Nk³ il 18 marzo 2011 alle 12:23
9 aprile 2008, ore 22.30 circa, stadio Old Trafford, Manchester: Tom Henning Øvrebø fischia la fine di Manchester United-Roma. Il tabellone dice 1-0 (Tevez al 70′) che sommato allo 0-2 dell’andata sancisce l’eliminazione della Roma dai quarti di finale della Champions League. Ma il match si rivelerà in seguito molto più epocale di quello che appare: è questa, infatti, l’ultima partita giocata da una squadra italiana nei quarti di Champions League. Da lì in poi solo una imbarazzante serie di eliminazioni agli ottavi o addirittura al girone che dura ininterrotta da ormai tre edizioni della massima competizione europea, e che ha dato luce anche ad alcune lezioni di calcio francamente imbarazzanti (basti ripensare alla Roma liquidata dallo Shaktar Donetsk, o al Milan umiliato dal Manchester United). Una serie di eliminazioni che non potrà non portare a quell’ormai inevitabile declassamento dell’Italia nel ranking UEFA, non in vigore già da questa stagione solo per un bizzarro cavillo regolamentare che consente all’Italia -chissà perchè- di beneficiare delle prestazioni dell’Inter.
Questa situazione è in realtà una conseguenza -e non la causa, come malamente inteso da qualcuno- del crollo verticale della qualità e del seguito del calcio italiano. Un calcio insozzato da un decennio di malaffare biancorossonero che non poteva non lasciare tracce, un calcio che risulta come al solito il fedele specchio dell’immagine del Paese all’estero. Quello che una volta era “il campionato più bello del mondo” non interessa più a nessuno, diciamoci la verità: i campioni di primo livello, i Messi, i Cristiano Ronaldo, gli Eto’o, i Lucio, gli Sneijder, evitano le squadre italiane come la peste. Stessa cosa dicasi per gli allenatori, tanto che i tecnici di punta in Italia sono illustri sconosciuti dal brillante futuro alle spalle come Allegri, Delneri, Mazzarri e soci: non solo i big della panchina si tengono ben lontani dal Belpaese, ma anche i giovani di maggior talento fra gli allenatori, i Guardiola, i Villas Boas, i Leonardo, di sedersi in Italia non ne hanno la minima voglia. Chiudono il cerchio gli italiani di maggior talento che appena ne hanno la possibilità non esitano a lasciare il loro Paese, cosa che fino a pochi anni fa tagliava le gambe a qualsiasi speranza di Nazionale (ricordate Zola?) ma che oggi viene invece affrontata con la coscienza che giocare fuori dall’Italia è un passo fondamentale per affermarsi a livello internazionale: pensiamo a Giuseppe Rossi, a Mario Balotelli o a Chicco Macheda, che hanno lasciato il nostro calcio non ancora diciottenni, pensiamo anche solo ai recentissimi casi di Andrea Ranocchia e Giampaolo Pazzini e il quadro diventa completo, drammaticamente completo.
Nè si vede, in questo quadro, come l’Italia possa uscire dal vortice nel quale si è cacciata. Di certo, comunque, non è nell’arrivo di declinanti Beckham o degli Ibrahimovic e dei Robinho costretti a ripiegare sull’Italia a seguito di flop ad alto livello che si può trovare una risposta, nè tantomeno puntando su cavalli di ritorno come Aquilani, rimbalzati dall’impatto con campionati troppo difficili da affrontare per chi è abituato alla scarsa competitività italiana. E vedere che ormai neanche la Juve riesce, come al solito, a salvare l’onore dell’Italia, rende chiaro a chiunque come la situazione sia veramente preoccupante.
E così oggi, venerdì 18 marzo 2011, tre anni dopo quell’ultima partita nei quarti di Champions l’Italia tutta si ritrova per l’ennesima volta a dover guardare all’urna di Nyon da spettatrice disinteressata il sorteggio finale per la più importante competizione europea, quello che coinvolge le otto squadre più forti del continente. E l’urna come al solito ha emesso il suo verdetto: Real Madrid-Tottenham, Chelsea-Manchester United, Barcellona-Shaktar Donetsk, Inter-Schalke04 nei quarti, con la vincente dello scontro tra Inter e Schalke che andrà in semifinale ad incontrare la vincente del derby inglese tra Chelsea e Manchester United. Un sorteggio sicuramente favorevole ai nerazzurri, che ricalca quello di dodici mesi fa: oggi come allora l’urna ha messo l’Inter di fronte alla squadra teoricamente meno forte delle altre. Si rinnova lo scontro con la Germania, si continua a martellare sempre sullo stesso buco del regolamento che vede l’Inter giocare per sè stessa e, sempre più inspiegabilmente, anche per il ranking UEFA dell’Italia.
Ma soffermandoci sull’Inter devieremmo di troppo dall’argomento del post: qui si parlava di calcio italiano.
E l’Italia, oggi come al solito, sta a guardare.
scritto da SNIS il 10 marzo 2011 alle 12:39
E sono 30! Buon compleanno Re Leone!
ETO’O, ETO’O, ETO’O, ETO’O, ETO’O
L’HANNO VISTO CON LA COPPA…
 Samuel Eto'o con la Champions
…ED INVECE IBRA NO!
 09/09/2010 - Ibra:"Vinciamo tutto!" Sicuro, sicuro, sicuro????
scritto da Fonz77 il 23 febbraio 2011 alle 9:46
Ci siamo. Mancano solo poche ore e svelerò i dubbi che mi attanagliano da due settimane…
…ma il biglietto per Inter-Bayern che hanno caricato sulla tessera del tifoso funzionerà? Perché a tutti gli altri lo hanno fatto cartaceo? Adesso che sono appiedato come raggiungo San Siro da fuori Milano? Dovrò prendere un viaggio organizzato Jakala? (o come cavolo si chiamava).
Ah devo pure soffrire di allucinazioni, perché in questo momento mi sembra di sentire la voce del Presidente che mi grida “Ma Fonz, cazzo, parliamo un po’ di calcio? Stasera gioca l’Inter, nel caso te ne fossi dimenticato”. Mi riscuoto, ma il Presi non c’è, è proprio un’allucinazione o solo suggestione, visto che è vero che stasera gioca l’Inter. In Champions per di più. Contro il Bayern, pure!
Cazzarola, anche solo a dirlo come si fa a non tornare con la memoria alla Finale di Madrid? Ti fermi un attimo e affoghi nei ricordi, così vicini e così lontani. La tensione, l’esultanza, la paura, l’abbraccio degli amici. Il delirio di felicità.
Tutte cose passate, questo è il calcio. E la vita.
Non hai mai tempo di goderti i tuoi successi troppo a lungo, perché c’è subito un’altra battaglia da combattere e quella di questa sera, visto che capita che sia di nuovo con lo stesso avverario di quella notte magica assume un sapore speciale.
Inter e Bayern non sono cambiate molto sulla carta, rispetto alla scorsa stagione eppure entrambe hanno arrancato pesantemente all’inizio della stagione, soffrendo la corsa su tutti i fronti dello scorso anno e la partecipazione al mondiale della maggior parte delle loro stelle. Entrambe hanno vissuto una rinascita a partire da gennaio ricominciando a giocare ad alti livelli, se non proprio a quelli della stagione precedente.
Sarà molto dura questa sera, meglio che ci mettiamo l’elmetto e scendiamo in trincea.
Il Bayern è una squadra in crescita di forma, più giovane e più veloce di noi. Sono praticamente fuori dai giochi in campionato e possono concentrarsi unicamente sulla Champions senza problemi. Averla persa contro di noi brucia ancora e scenderanno in campo per vendicarsi. I proclami non mancano in puro stile Van Gaal.
L’accusa è la solita: L’Inter è una squadra difensivista che non gioca un buon calcio.
Anche il gioco è chiaro, portarci ad attaccare senza criterio per dimostrare che non è vero.
Quel volpone di José non ci era cascato. Leo sarà in grado di fare altrettanto?
Da quando è arrivato abbiamo vinto parecchio, talvolta con ottime prestazioni, talvolta arrancando. Abbiamo anche subito una marea di goal e la difesa si è dimostrata spesso in affanno. Anche se è vero che sono mancati gli uomini per le ragioni più diverse, la sensazione è che siamo sempre a rischio. Molte situazioni pericolose sono state salvate da interventi miracolosi di Julione (vedi contro la Roma) o dal singolo difensore che si spazza in mischia o si immola per bloccare un tiro destinato in rete.
Non siamo più quel blocco granitico e compatto di difensori e centrocampisti dello scorso anno. Nonostante il Vigile in campo, il posizionamento sembra piuttosto caotico e la reazione ai cambi di gioco degli avversari è lenta e confusa, specialmente quando iniziano a farsi sentire i minuti nelle gambe.
Questa è la prima cosa che dovrà cambiare per passare il turno. Il Bayern non è il Palermo e sperare di rimontare alla stessa maniera un eventuale svantaggio non è nemmeno da prendere in considerazione. Nelle ultime partite le forze sono state dosate con un ampio turn over e possiamo solo sperare che sia sufficiente.
Il pericolo ha i soliti nomi: Robben, Muller, Lahm. In attesa di capire se Ribery riuscirà ad essere della partita.
Chivu a presidiare la fascia sinistra mi preoccupa un po’, vista la velocità dei suoi avversari. Il Capitano offre sicuramente garanzie migliori di copertura, ma la sua assenza in mezzo al campo di solito disinnesca Maicon (anche se da questo punto di vista pare dialogare bene con Kharja). L’opzione del Settimo Samurai esiste, ma direi che è molto remota, anche se la velocità non gli manca farlo esordire in Europa contro un Robben sarebbe qualcosa di più di una terapia d’urto.
Davanti siamo un po’ a corto di opzioni. Senza il Pazzo in Europa, senza il Fantasma di Milito rimane solo il solito Eto’o eventualmente affiancato da un Pandev che ha dato qualche segnale di ripresa contro il Cagliari, ma che palesemente non può reggere i 90 minuti (parliamoci chiaro, a fatica ne regge 45).
Rientra Wesley e speriamo che sia il miglior Wesley, non quello visto nelle ultime due partite, perché ne avremo proprio bisogno.
Se volete parliamo anche di formazioni, 4312, 4231, 42Fantasia, 555 e 4321Decollo, ma seriamente non penso che ne valga la pena.
Il punto è che queste partite le vince chi ci crede di più. Chi le vuole vincere davvero.
I Nostri Ragazzi hanno dimostrato di cosa sono capaci. Mi aspetto di vedere lo stesso spirito visto contro la Roma.
scritto da Nk³ il 7 dicembre 2010 alle 12:18
Castellazzi, Santon, Cordoba, Materazzi, Zanetti, Motta, Cambiasso, Muntari, Biabiany, Eto’o, Pandev.
Questa la formazione che probabilmente scenderà in campo nell’ultima partita del girone di Champions League stasera a Brema (temperatura prevista: -11) (no, non ho battuto due volte sull’1 per sbaglio). Situazione di classifica: Tottenham e Inter prime a pari punti, col Tottenham in vantaggio per la differenza reti negli scontri diretti grazie agli sciagurati ultimi tre minuti giocati a San Siro. L’obiettivo del primo posto nel girone non passa evidentemente solo dai nostri piedi, ma una cosa fondamentale da fare ci sarebbe: battere il Werder.
Ci sarebbe, appunto: uso il condizionale perchè questa sarebbe la cosa minima da fare nell’ipotesi in cui l’obiettivo fosse vincere il girone di Champions. Ma l’obiettivo, evidentemente, non è quello. Non è giocarsi una grossa fetta di accesso ai quarti nella prossima primavera (provate a guardare l’elenco delle squadre che vinceranno il proprio girone, ma solo se non siete deboli di cuore), non è andare avanti il più possibile in Champions, non è neanche cercare di giocarsi il campionato: l’obiettivo è Abu Dhabi. Se non fossero bastate le incredibili parole di Moratti di sabato (“mi aspettavo di perdere a Roma, eravamo con la testa al Mondiale”), le convocazioni per la partita di stasera non lasciano dubbi: fuori Julio Cesar (recuperato?), fuori Maicon (recuperato?), fuori Chivu (recuperato?), fuori Milito (recuperato?), fuori Lucio leggermente influenzato, fuori Sneijder per lasciarlo riposare. Ci giochiamo un primo posto che potrebbe essere fondamentale in Champions e lasciamo a casa giocatori recuperati, non facciamo giocare quelli a cui basterebbe una tachipirina, addirittura non convochiamo giocatori fondamentali per scelta tecnica. C’è Eto’o solo in virtù del triplete di squalifica collezionato in campionato. Poi Gallinetta, Biraghi, Natalino, Mariga, Nwankwo, Crisetig e Dell’Agnello. Punto.
Giusto o sbagliato? A questo punto evidentemente giusto. La squadra è con l’acqua alla gola e il Mondiale per Club è visto come l’unica ancora di salvezza alla quale aggrapparsi per scollinare il 2010, cercando di iniziare l’anno nuovo facendo le cose per bene: la preparazione, il mercato, lo spogliatoio e via dicendo. In quest’ottica, anzi, anche l’impiego di Motta, Cambiasso ed Eto’o è un rischio non da poco. Perchè si giocherà in condizioni improponibili, perchè con Abu Dhabi c’è uno sbalzo di temperatura di 40 gradi, perchè la testa di tutti è già lì, perchè è fra una settimana che si gioca l’obiettivo più importante della stagione. A questo punto.
Il problema è come ci si è arrivati, a questo punto. Il problema è che non sono stati i giocatori a mettere da parte cinque mesi di stagione avendo come unico obiettivo il Mondiale per Club: l’indicazione chiara, netta, è arrivata dall’alto. E’ stato Moratti, poi tutta la Società, poi l’allenatore. Siamo partiti dal “dover completare il triplete”, passati attraverso “il Mondiale è un obiettivo molto importante” e “la preparazione è incentrata sul Mondiale di dicembre” per finire con “mi aspettavo di perdere a Roma, eravamo con la testa al Mondiale”. E stasera dove sarà la testa? Perchè se si dovrà mettere in scena uno spettacolo indegno come quello offerto all’Olimpico venerdì scorso allora è inutile andarci, a Brema. Mandiamoci la primavera, diamo spazio a Natalino, Crisetig e Dell’Agnello, evitiamo anche di rischiare quei 3-4 titolari che, bontà vostra, vi degnate di far scendere in campo in un turno di Champions League.
Noi non siamo questa roba qui, Massimo. Mettitelo in testa e spiegalo per bene anche a Rafa. “La Coppa Italia era solo un fastidio” è una frase che abbiamo sempre lasciato ben volentieri alla parte puzzolente di Milano, a quella tutta chiacchiere, toppe e obiettivi che si spostano a seconda della convenienza.
Noi sette mesi fa abbiamo vinto TUTTO. E non perchè eravamo i più forti, perchè davamo dieci giri di pista a tutti gli altri, perchè avevamo in campo il top 11 mondiale con in testa Xavi, Iniesta e Messi. Proprio no. Abbiamo vinto TUTTO giocando alla morte ogni partita, senza snobbare niente e nessuno e senza abbassarci a fare calcoli di nessun tipo.
Mercoledì 16 dicembre 2009 abbiamo giocato gli ottavi di finale di Coppa Italia a San Siro contro il Livorno, con una temperatura polare e più gente nel rettangolo di gioco che sugli spalti. Partita decisa da Sneijder su punizione, con in campo Maicon, Lucio, Chivu, Thiago Motta, Stankovic e Milito. Te la ricordi quella partita, Massimo? Dove sarebbe stato il nostro magnifico Triplete senza quella partita? Dove sarebbe stato se avessimo “risparmiato Sneijder a causa delle troppe partite”?
E noi oggi, dodici mesi dopo, andiamo a giocare la Champions League con la formazione riportata alla prima riga di questo post? Con la testa altrove?
Sicuri di ritrovarla ad aspettarci ad Abu Dhabi, la testa? Sicuri che non se ne vada prima o che, che so, non risulti sconvolta da una eventuale figuraccia rimediata stasera? Sicuri che la nostra testa si degnerà di scendere in campo contro avversari coreani di cui non conosciamo neanche il nome, dopo che qualcuno le ha dato due turni di riposo all’Olimpico di Roma e in Champions League?
E il cuore, dove sarà stasera? E dove sarà mentre noi giocheremo ad Abu Dhabi?
Perchè potremo metterci anche gambe e testa, ma senza cuore, senza determinazione, senza cattiveria non andremo da nessuna parte, nè stasera nè in futuro. E chi ha fatto a pezzi il Barcellona dei miracoli al Camp Nou non dovrebbe dimenticarlo mai.
Svegliati Massimo. Poi sveglia tutti gli altri.
E smentitemi, se ne siete capaci.
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