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scritto da Taribo59 il 28 aprile 2011 alle 12:15

Una delle mie debolezze – procura qualche inimicizia, ma non so che farci – è non riuscire a trattenermi dal sottolineare che ho avuto ragione. Tipica frase, “l’avevo detto”.
Cerco di evitarlo nella vita privata, faccio l’impossibile per trattenermi in politica, mi scuserete se almeno nel calcio posso concionare senza pudore.
Ieri chiudevo così il mio post: “Lo sapete, io sto con il Barça, e mi sbilancio su quale sarà il punto debole che farà saltare l’equilibrio: la mancanza di Carvalho al centro della difesa merengue”. Puntualmente, al centro della difesa merengue si è infilata la banderilla di Lionel Messi, e Sergio Ramos ha fatto vedere quanto sia sopravvalutato.
Già a dicembre avevo consegnato a “Linea Bianca” il mio pronostico tranciante sull’avventura madridista di José Mourinho.
“Uno dei principali collaboratori di Mourinho, il suo vice Rui Faria, ha così riassunto la gerarchia di obiettivi dell’allenatore portoghese: “Prima spettacolo e vittoria, poi vittoria senza spettacolo, poi pareggio e spettacolo, poi pareggio senza spettacolo, poi sconfitta. Per Mourinho non c’è spettacolo nella sconfitta”… L’esito dell’esperimento madrileno resterà in bilico fino al prossimo maggio, e ancora prima del 5-0 rimediato al Camp Nou avevo espresso dubbi sull’ennesimo successo. Un po’ perché non mi pare che il centrocampo delle merengues abbia le caratteristiche giuste per dare forma alla sua idea di calcio; un po’ perché, come fa notare Modeo, “finora, a Madrid, i galacticos sono stati solo i giocatori”.
Ripeto: il centrocampo delle merengues non ha le caratteristiche giuste per dare forma alla sua idea di calcio. Xabi Alonso, Lassana Diarra (e il povero Pepe) non sono nemmeno lontani parenti di Lampard ed Essien, di Stankovic e Sneijder.
Anziché aggiungere Adebayor alla collezione di figurine degli attaccanti, a gennaio Mou avrebbe dovuto comprare un mediano incontrista capace di ribaltare l’azione.
La “mossa Pepe” poteva funzionare una volta, per l’effetto-sorpresa. Ripeterla è stato fatale: Pepe forse non andava espulso, ma non è Vieira e nemmeno Desailly, nel momento in cui recupera palla non sa mai che farsene, è solo uno stopper spostato a centrocampo.
Lasciare in panchina Kakà, Higuain e Benzema significa sprecare il fattore campo, l’inestimabile miedo escenico, la paura del palcoscenico che il Santiago Bernabeu è in grado di sprigionare. Non gli verrà perdonato.
La penso come Javier Marias: il “carattere” di ogni squadra è il frutto di una lunga costruzione storica. Chi guida queste squadre non può allontanarsi troppo dal loro carattere, pena il fallimento di ogni progetto. Ogni squadra ha uno “stile”, imposto dai propri appassionati, che finiscono per “imporlo e contagiarlo ai giocatori, anche a quelli appena arrivati e più estranei”.
Mourinho ha fallito. Voleva cambiare il dna del Real, invece si farà ricordare per il 5-0 di campionato e per lo 0-2 di Champions rimediati contro gli odiati rivali.
Mou cerca di difendersi, parlando degli arbitri. Prevedibile, ma a Madrid non hanno l’anello al naso.
Se ha capito la lezione, farà i bagagli e tornerà a vincere altrove.
Ve lo immaginate, in agosto, ricominciare in Spagna con un’altra sconfitta contro il Barcellona?
scritto da SNIS il 2 dicembre 2010 alle 14:11
Dopo un’po’ di tempo di assenza, causa vicissitudini varie, finalmente torno a scrivere sul blog. Come dite? Frega niente? Ok, me ne farò una ragione…
Di cose ne sono successe tante, ma negli ultimi giorni ce ne sono state alcune che mi hanno particolarmente stuzzicato la fantasia. In primis, fresca di giornata, l’eliminazione della J**e dall’Europa League. I bianconeri escono mestamente dalla prestigiosa competizione impattando per 1-1 contro i temibilissimi avversari del Lech Poznan, compagine conosciuta principalmente, più che per il blasone sportivo, grazie alla presenza all’interno del datato videogame Sensible Soccer. E pensare che proprio al team allenato dal sosia dell’ispettore Clouseau era stato assegnato a più riprese il gravoso compito di salvare l’onore dell’Italia in Europa.
A margine del big match Barcellona-Real di lunedì scorso, conclusosi con la disfatta dei madrileni, arrivano le dichiarazioni di Xavi Hernandez su Mou e l’Inter. Come non dar ragione al giocatore azulgrana? E’ vero, Mou e l’Inter non entreranno nella storia, semplicemente perché nella storia ci sono già. Ed entrambi ci sono arrivati varcando l’ingresso principale. Lo Special One aggiudicandosi a sorpresa la Champions con il Porto, vincendo poi con il Chelsea la Premier League dopo un digiuno durato più di 50 anni e, infine, riportando a Milano la coppa dalle grandi orecchie seduto sulla panchina dell’Inter. E mi fermo qui, limitandomi a citare queste tre vere e proprie imprese, tralasciando la parte restante della miriade di traguardi raggiunti dall’allenatore di Setubal. E scusate se è poco. Il perché F.C. Internazionale sia già nella hall of fame del calcio mondiale invece lo sapete tutti, quindi evito di dilungarmi elencando tutti i trofei conquistati dalla Beneamate nei suoi 102 anni di storia. E di sicuro nella storia c’è già entrato anche il Barca in virtù delle tante vittorie ottenute, ma anche per essere stata l’unico club al mondo ad accendere gli idranti sotto il settore ospiti durante i festeggiamenti dei giocatori avversari che avevano appena raggiunto la finale di Champions. Motivi per i quali invece il signor Xavi Hernandez debba entrare nella storia del calcio mondiale, al momento, non me ne vengono in mente. La remuntada mettila nel culo (semicit.).
E veniamo agli affari di casa nostra. Domani sera si giocherà Lazio-Inter, gara valida per la quindicesima giornata di Serie A. L’insolito anticipo al venerdì sera impedirà a molti (tra cui il sottoscritto) di recarsi allo stadio per assistere all’incontro, ma come se ciò non bastasse anche il CASMS ha pensato bene di vietare la vendita dei tagliandi ai residenti in Lombardia sprovvisti di tessera del tifoso. Ora, signori miei, notoriamente esiste da moltissimo tempo un gemellaggio tra le tifoserie di Lazio e Inter e negli anni passati non si sono mai registrati disordini a margine di questa partita. Quindi, che senso ha questo provvedimento? All’Olimpico, impegni lavorativi permettendo, si riverseranno centinaia di tifosi nerazzurri provenienti dalle regioni limitrofe al Lazio e arriveranno comunque esponenti dei gruppi ultras della curva nord che, essendo sicuramente abbonati a S.Siro, sono di conseguenza in possesso di tessera del tifoso. A cosa serve allora impedire l’accesso all’impianto ai lombardi che seguono la squadra saltuariamente e, magari, sfruttando il ponte dell’immacolata, volevano abbinare la trasferta al seguito dei ragazzi ad un soggiorno nella capitale? Perché questa chiusura, quando invece poco meno di quattro mesi fa si è autorizzato l’esodo di massa dei tifosi romanisti per la finale di Supercoppa italiana disputata a S.Siro, avallando di fatto che si verificassero disordini sia all’interno dello stadio che in altri luoghi? Spiegatecelo.
Aggiornamento: come fatto notare dall’utente Daniele (che ringrazio) nei commenti, il divieto è stato fortunatamente revocato. Chissà, magari al CASMS ci leggono…
Se qualcuno se lo stesse chiedendo, si, in questo periodo sono arrabbiato, nervoso, acido. Si nota molto?
scritto da Taribo59 il 30 novembre 2010 alle 15:57
Immagino l’umore di Benitez davanti alla tv, ieri sera. Il mio era, se possibile, ancora più euforico. Perché – come ho scritto qualche giorno fa – l’Inter deve liberarsi dal fantasma di Mourinho, deve dimostrare a Mou che è lui ad aver sbagliato, andandosene.
Aveva già funzionato perfettamente con Ibra: lui se n’è andato, e l’Inter è nettamente migliorata. Essendo poco furbo, Ibra se n’è andato anche dal Barca, e anche gli azulgrana sono migliorati: se prima giocavano “il calcio del 2015″ ora giocano quello del 2020.
La lezione di calcio impartita dal Barcellona di Guardiola – 5 gol, 1 palo, 4-5 occasioni sprecate; 8 ammoniti e un espulso fra le merengues, nemmeno un tiro nello specchio della porta – mi ha sorpreso, perché non credevo che Mou potesse commettere un errore simile. Il 20 e il 28 aprile scorso, ha accuratamente evitato la tattica del fuorigioco contro i migliori palleggiatori del mondo. Soprattutto, all’epoca, poteva disporre di Cambiasso, Sneijder, Stankovic, Zanetti e Thiago Motta, nonché di Lucio e Samuel: calciatori molto più dotati di intelligenza calcistica di quanto non lo siano Marcelo, Pepe, Ramos, Khedira, Ozil, De Maria, Diarra e Xabi Alonso (salvo Carvalho, che ha preso le misure a Messi).
Ieri sera, nessuno del Real aggrediva il portatore di palla avversario, la difesa in linea era un invito a nozze per quei geni del calcio che rispondono ai nomi di Xavi e Iniesta, e per quei velocisti che sono Pedro e Villa. Se Messi non si fosse intestardito in un partita personale (assist a parte), sarebbe finita 8-0.
Finita la festa, Benitez deve assorbirne l’intima lezione: per giocare come il Barca, l’Inter non ha i piedi, ma il nostro centrocampo può avere qualità tattiche impareggiabili, se solo viene messo nella condizione di rifiatare.
Quanto a Mou, ha cercato di mostrare la faccia tranquilla, ma stanotte non ha dormito: ora sa che, con quel centrocampo, a fine stagione finirà a sero tituli.
scritto da Fonz77 il 3 giugno 2010 alle 23:34
Questo è un articolo che farà storcere il naso ai puristi e probabilmente anche agli estimatori del Lardo di Colonnata.
Nasce dalla lettura di un altro articolo, trovato sul numero di giugno della rivista Wired Italia. Il genere di lettura adatto praticamente solo a Technofreak e Nerd troppo cresciuti. Si parla tanto di calcio in questo numero di Wired, in primo luogo con un esame/intervista a Samuel Eto’o che si è prestato ad un’analisi del suo codice genetico, che si prefiggeva l’obiettivo di identificare nel DNA le caratteristiche di un Campione.
I risultati non sono esaltanti per un freddo scienziato determinista. Per quanto approfondita possa essere l’analisi risulta ancora evidente quanto sia importante la componente mentale, la professionalità e la forza di volontà dell’individuo, specialmente nella pratica di uno sport che coinvolge così tanti talenti ed abilità quale è il calcio.
L’articolo successivo parla dell’evoluzione della medicina e della protesica, che ha subito un tale sviluppo nel corso degli ultimi vent’anni da permettere a Francesco Totti di recuperare in pochi mesi da un infortunio che quasi tre lustri prima aveva messo fine alla carriera di un campione come Marco Van Basten.
Il 19 febbraio del 2006 Totti subisce un grave intervento. Da dietro, cattivo, sulle caviglie. E’ l’ultimo colpetto che manda in frantumi una caviglia troppo spesso presa di mira.
Solo cinque mesi più tardi, Totti è di nuovo sul campo, ad alzare la Coppa del Mondo insieme agli altri Azzurri guidati da Lippi e questo grazie a una placca d’acciaio del peso di 60 grammi, saldata a tibia e perone per mezzo di 11 viti. Quel pezzo di metallo di 10 centimetri è ancora al suo posto, per volontà dello stesso Totti perché poteva essere rimossa ed è forse una delle ragioni per le quali il Gabidano riesce ancora a giocare nonostante i numerosi infortuni subiti.
Disgraziatamente la scienza può curare il fisico, ma deve ancora lavorare molto sul cervello, visto che a quattro anni di distanza saranno praticamente gli stessi a indossare la maglia Azzurra, probabilmente con i risultati che molti di noi si attendono (o sperano).
Immagino che sia per amore della scienza che il Pupone ha cercato di riservare lo stesso trattamento da lui subito a Mario Balotelli, nella finale di Coppa Italia. Tanto, avrà pensato Francesco, come hanno sistemato me, potranno fare lo stesso con lui.
Fino a qui nulla di particolarmente nuovo, bisogna ammetterlo. Studi, analisi, medicina ricostruttiva, ma alla fine si parla sempre di carne, ossa e sangue. Tenuti insieme per qualche ragione misteriosa. Roba che combinata in modo particolare dà vita ai Campioni che acclamiamo sui campi verdi. Lascio a quelli che hanno più fede di me il compito di trovare una spiegazione compiuta.
Ciò di cui voglio invece parlarvi non ha un’influenza diretta sugli uomini. Piuttosto riguarda il modo di osservarli ed è stata una bella scoperta per Carlo Ancelotti, uno a cui si possono appioppare tutti i difetti che vogliamo trovare, ma non quello dell’arroganza. Arrivato al Chelsea dopo 18 anni passati in Italia da allenatore ai quali dobbiamo sommarne altri 16 da giocatore.
Trentaquattro anni. Un tempo piuttosto lungo, in cui uno potrebbe anche convincersi di saperne abbastanza.
Invece Carletto (che sapeva cosa doveva fare, cit.) appena arrivato nel suo nuovo ufficio a Stamford Bridge, si è trovato di fronte a qualcosa che non aveva mai visto.
All’interno del suo computer, di solito usato solo per chiedere a Google di fare le traduzioni dall’Italiano all’Inglese, ammicca sul desktop una misteriosa icona con sotto la scritta AMISCO. Incuriosito, Carletto fa partire il programma e gli si apre un mondo. All’inizio a dire il vero non è che ci capisca molto, ci sono i nomi di tutti i suoi giocatori e le partite giocate dal Chelsea. Il tutto è farcito di grafici e tabelle.
Capisce subito che non serve per ordinare i cioccolatini. Per un attimo teme che siano i comandi di Chelsea-Lab e viene colto da una crisi epliettica. Fortunatamente passa da quelle parti il suo “agente di collegamento”; che poi altri non è se non è Salvatore o’ pescatore, cuoco e uomo di bottega dei Blues, emigrante di seconda generazione che segue Carletto e gli fa da traduttore quando il corso “English for dummies” fallisce.
Salvatore lo tranquillizza e gli spiega che si tratta di un software speciale, prodotto da un’azienda di Nizza, nata nel 1995, che permette, per mezzo di speciali sensori e di sistemi di riconoscimento dell’immagine, di tenere monitorati tutti i giocatori durante l’allenamento e di raccogliere dati sull’andamento delle partite. AMISCO non è solo un software, è un vero e proprio sistema integrato che viene raccoglie informazioni sulle partite da tutti i campi in cui è installato. Inoltre, tramite l’utilizzo di GPS e cardiofrequenzimetri è in grado di collezzionare dati dedicati a ogni singolo giocatore anche durante gli allenamenti. La distanza percorsa, il livello di affaticamento.
Carletto è ancora un po’ scettico e non ama usare AMISCO per l’analisi delle partite. Ancora preferisce rivedersele in televisione e guardare con i suoi occhi i movimenti dei vari giocatori, ma quanto al resto? Beh, sarà grande e grosso, ma non ciula e baloss.
Cambia completamente il suo modo di allenare. In Inghilterra si fa pochissimo allenamento in palestra. Quasi tutto il lavoro viene svolto con il pallone, questo perché nessun attrezzo è in grado di replicare gli sforzi improvvisi a cui un calciatore si sottopone durante una partita. Capita di saltare, atterrare e dover subito partire di scatto e in palestra questo non lo puoi fare.
E AMISCO cosa fa? Tiene tutto sotto controllo. Ti permette di verificare il carico di lavoro a cui viene sottoposto ciascun giocatore. Puoi sapere se ha lavorato bene e in modo uniforme e puoi subito renderti conto se sia in grado di sostenere l’intera partita o meno. Se non è riuscito a lavorare 100, ma solo 78, probabilmente non è abbastanza in forma e non potrebbe reggere l’impegno completo.
Grazie a queste informazioni l’allenatore può avere una chiara idea di chi mandare in campo e chi lasciare in panchina, distribuendo i compiti e i carichi in funzione dello stato di forma.
Poi c’è la parte del programma che Carletto ancora non vuole usare. Puoi visualizzare il tracciato di ogni singolo giocatore durante la partita. Vedere la direzione dei suoi passaggi e la precisione. Puoi isolare ogni azione dal resto del match, riconoscendole e classificandole: contropiede, palla inattiva e via discorrendo. Puoi concatenare ogni azione ad un’altra calcolandone l’efficacia sul campo.
Fantascienza? Forse. Tant’è che la gestione tattica Carletto preferisce farsela ancora alla vecchia maniera, ma il sistema gli permette di verificarne i risultati, aiutandolo a identificare i punti sui quali intervenire.
Nessuna paura. Il calcio è ancora e sarà sempre fatto da uomini. Sono loro a vincere le partite, con la fantasia, il talento e la forza di volontà.
Il calcio è “un mistero senza fine bello” (cit. di lusso).
La tecnologia è solo uno strumento di supporto.
Postilla:
In Europa sono tantissimi ad usare AMISCO. Alcuni nomi? Manchester United, Chelsea, Liverpool, Tottenham, Manchester City, Real Madrid, Villareal, Valencia, Atletico Madri, Amburgo, Wolfsburg, Lione, Marsiglia. Tutte squadre più o meno vincenti, a dimostrazione che comunque la differenza la fa sempre l’uomo, sfruttando però al meglio gli strumenti a disposizione.
Come dite? In Italia?
In Italia, solo l’Inter. Un’altra delle novità introdotte per volontà di José Mourinho, un’altra ragione per cui ringraziarlo. Ci ha portati nel futuro.
scritto da Mr Sarasa il 21 maggio 2010 alle 1:53
Josè Mourinho e Louis Van Gaal, nonostante le schermaglie dialettiche iniziate dal tecnico olandese da un paio di settimane, hanno molto più in comune di quanto non si creda.
Un percorso professionale a tratti simile, per esempio, e più in generale due carriere che ne testimoniano il carattere, la voglia di mettersi in gioco, la lettura delle situazioni contingenti ma soprattutto il loro essere VINCENTI.
Oppure, partendo dal principio, una carriera da giocatori che non è certo passata agli annali, per entrambi.
Il loro destino, nel football, non poteva essere legato a nomi quali “Royal Antwerp” (in Belgio), “Telstar”, “Sparta Rotterdam”, “Az Alkmaar”, “Rio Ave”, “Belenenses” o “Sesimbra”.
Certo, l’Olandese ci mette un po’ di tempo in più a capire la cosa, visto che giochicchia a medi livelli per 16 anni, contro i soli 7 del Portoghese.
Nel 1990, Mourinho inizia la carriera di tecnico in un club minore portoghese, l’Estrela da Amadora, sebbene non ancora come primo allenatore; più a nord, ad Amsterdam, l’ex calciatore Louis fa parte dello staff tecnico dell’Ajax.
Louis scatta, gli riesce un allungo: nel 1991 l’allenatore dei Lancieri Beenhakker, autentico giramondo del pallone, gli libera la panchina ed ha l’occasione di dimostrare la sua bravura come tecnico, e lui non se la lascia sfuggire. In 6 anni arricchisce la bacheca più prestigiosa d’Olanda con tre Campionati, una Coppa d’Olanda, tre Supercoppe, una Coppa Uefa ma soprattutto riporta L’Ajax sul tetto d’Europa, nel 1995, contro i campioni in carica rossoneri di Capello, con una banda di ragazzi terribili.
L’anno dopo, vinta pure l’Intercontinentale, riesce a ritornare in finale, perdendola contro la juventus ai rigori.
Nel frattempo, in Portogallo, abbiamo lasciato un giovane vice-allenatore in una squadra appena retrocessa, che proprio come il buon Louis non si fa sfuggire il treno che gli passa davanti nel 1992, anche se in confronto all’Eurostar biancorosso la sua occasione è al massimo un Intercity: un altro tecnico con la valigia, Sir Bobby Robson, allenatore dello Sporting, ha bisogno di un traduttore che però capisca qualcosa di calcio.
Questo giovane amante del calcio, con umiltà e lavoro si conquista il rispetto del tecnico Inglese, tant’è che quando inopinatamente lo Sporting licenzia Robson, lo segue al Porto (due campionati ed una Coppa di Portogallo) e poi, nell’estate del ’96, al Barça.
Quel Barça che targato Sir Bobby (con un certo Ronaldo in attacco) vincerà Supercoppa di Spagna, Coppa del Re e Coppa delle Coppe… il giovane tecnico Josè è l’addetto alle statistiche ed alla traduzione delle indicazioni di Robson dall’inglese al catalano (imparato per l’occasione), nessun paragone è possibile con il tecnico che ha vinto tutto alla guida dell’Ajax, ma appunto, continua ad imparare.
E le loro strade, finalmente, si incrociano nell’estate del ’97: Sir Bobby promosso General Manager, Louis alla guida dei Blaugrana, Josè ancora nello staff tecnico, alle statistiche.
In tre anni sono due Campionati, una Supercoppa Europea ed una Coppa del Re, con una squadra schierata con un singolare 2-3-2-3, pienamente integrato nella filosofia olandese-catalana del Club, votato allo spettacolo ed alla massima copertura del terreno di gioco. Certo, la presenza di campioni come Figo, Rivaldo, Kluivert, Guardiola, Luis Enrique, e tutti i nazionali olandesi importati (i fratelli De Boer, Cocu, Zenden, Reiziger), non fu un dettaglio, ma è sempre la stessa discussione: bastano i buoni giocatori, per vincere e dare spettacolo, o è anche il caso di affidarli a tecnici che ci mettano del loro?
Io personalmente sono per la seconda ipotesi, non so voi, resta il fatto che quel Barça era uno spettacolo da vedere.
Il secondo posto dietro ad un non irresistibile Deportivo la Coruna nella stagione 1999-2000, ma soprattutto la mancata ripetizione dei buoni risultati nazionali anche in Europa mentre contemporaneamente i rivali del Real vincevano due Champions League, segnano la fine della presidenza Nunez ma soprattutto del triennio di convivenza tra i due protagonisti di questa storia, non senza un curioso epilogo scoperto l’altro giorno sulla Gazzetta dello Sport: a fine stagione, in pieno clima di smobilitazione generale, Louis lascia a Josè, nel frattempo promosso guida tecnica del Barça “B”, il compito (ma chiamiamola pure seccatura, per l’affermato tecnico in procinto di diventare CT Olandese) di guidare la squadra in una competizione minore semi amichevole come la Coppa di Catalogna; torneo solitamente giocato con solo riserve e primavera, è il primo vero banco di prova per il futuro Special One, che convoca giovani canterani già nel giro della prima squadra come Xavi e Thiago Motta, ma soprattutto vince.
Il suo primo titulo, nonchè l’unico di quella stagione disgraziata del Barça.
Le loro strade si dividono, ma la ruota del Destino, della Sorte, di Eupalla, chiamatela come volete sta girando, impercettibile ai più quanto un bambino che nasce in una mangiatoia in un posto senza acqua, luce e gas. Il tecnico affermato, diventa Comissario Tecnico, il giovane allenatore inizia a camminare con le proprie gambe, cominciando dal Club più seguito del suo paese, il Benfica, e dopo pochi mesi per dissidi con la dirigenza passando all’Uniao de Leiria, che porta all’inaspettato 5° posto.
A Gennaio 2002, lascia il Leiria perchè chiamato sulla più prestigiosa panchina del Porto, che conduce al terzo posto in quindici partite di cui ben undici vinte, promettendo di vincere lo scudetto l’anno seguente.
Nel frattempo in Olanda Van Gaal subisce l’onta, da CT, di non riuscire la qualificazione degli Oranje ai mondiali del 2002, ed abbandona per dissidi fortissimi con i giocatori, molti dei quali già da lui allenati all’Ajax ed al Barça, sui metodi di lavoro.
E’ la stagione 2002-2003 a lanciare definitivamente il razzo-Mou in orbita, mentre l’astronauta alla deriva Louis tenta un ritorno al Barça che però dura mezza stagione, lontano parente della squadra di due anni prima e soprattutto senza Figo, Rivaldo e Guardiola e con molti giocatori del suo precedente ciclo ormai sul viale del tramonto.
Il Porto di Josè invece mantiene la promessa fatta dal suo tecnico 12 mesi prima, cioè di vincere il campionato, ma non si limita a questo: Coppa di portogallo ma soprattutto Coppa Uefa consegnano agli annali del Porto una stagione memorabile, se non fosse per quanto avviene l’anno seguente: Supercoppa di Portogallo, conferma in Campionato ed addirittura vittoria della Champions League, dopo aver eliminato tra l’altro il Manchester united.
Il maestro è in una più o meno forzata vacanza, l’allievo ha offerte da tutta Europa… il mondo si è capovolto in soli 4 anni.
La saga di Mou continua in Inghilterra, al Chelsea di Abrahmovic, la sfida è semplice: completare l’opera che il bizzoso magnate russo ha iniziato a colpi di acquisti milionari l’anno prima, ma con un esito diverso dalle sconfitte del perdente di successo Ranieri.
L’operazione riesce al primo colpo, il Campionato Inglese 2004-2005 è del Chelsea così come la ciliegina della Coppa di Lega (battendo in finale il Liverpool di Benitez, la squadra di mou si riconfermerà campione l’anno seguente mentre nel 2006-2007 si dovrà accontentare del secondo posto dietro al Manchester e dell’accoppiata Coppa di Lega – Coppa d’Inghilterra.
Per il Chelsea è un periodo incredibile, per tre anni nessuno riesce ad espugnare Stamford bridge in campionato, e la stanza dei trofei del Club ha praticamente raddoppiato il proprio contenuto; anche in Champions le continue sfide con il Liverpool (e le conseguenti eliminazioni) sembrano solo un rimandare qualcosa di inevitabile, cioè una vittoria di questa squadra magari non spettacolare ma incredibilmente solida, in cui le punte fan salire la squadra prima ancora di esserne i terminali offensivi, le ali allargano il gioco ed i centrocampisti trovano frequentemente la via del gol sugli inserimenti propiziati dalla manovra di squadra. Che si giochi col 4-4-2 o col 4-3-3, non cambia nulla.
Il calcio non si è però dimenticato di Louis Van Gaal, che ricomincia ad allenare nell’estate del 2005 da una realtà modesta come l’AZ Alkmaar, in Olanda.
Josè Mourinho e Louis Van Gaal, nonostante le schermaglie dialettiche iniziate dal tecnico olandese da un paio di settimane, hanno molto più in comune di quanto non si creda: un percorso professionale a tratti simile, per esempio, e più in generale due carriere che ne testimoniano il carattere, la voglia di mettersi in gioco, la lettura delle situazioni contingenti ma soprattutto il loro essere VINCENTI.
Oppure, partendo dal principio, una carriera da giocatori che non è certo passata agli annali, per entrambi: la loro storia calcistica, in fondo, non poteva essere legata a nomi quali “Royal Antwerp” , “Telstar”, “Sparta Rotterdam”, “Az Alkmaar”, “Rio Ave”, “Belenenses” o “Sesimbra”… certo, l’Olandese ci mette un po’ di tempo in più a capire la cosa, visto che giochicchia a medi livelli per 16 anni, contro i soli 7 del Portoghese.
Nel 1990, Mourinho inizia la carriera di tecnico in un club minore portoghese, l’Estrela da Amadora, sebbene non ancora come primo allenatore; più a nord, ad Amsterdam, l’ex calciatore Louis fa parte dello staff tecnico dell’Ajax.
Louis scatta, gli riesce un allungo: nel 1991 l’allenatore dei Lancieri Beenhakker, autentico giramondo del pallone, gli libera la panchina ed ha l’occasione di dimostrare la sua bravura come tecnico, e lui non se la lascia sfuggire. In 6 anni arricchisce la bacheca più prestigiosa d’Olanda con tre Campionati, una Coppa d’Olanda, tre Supercoppe, una Coppa Uefa ma soprattutto riporta L’Ajax sul tetto d’Europa, nel 1995, contro i campioni in carica rossoneri di Capello, con una banda di ragazzi terribili. L’anno dopo, vinta pure l’Intercontinentale, riesce a ritornare in finale, perdendola contro la juventus ai rigori.
Nel frattempo, in Portogallo, abbiamo lasciato un giovane vice-allenatore in una squadra appena retrocessa, che proprio come il buon Louis non si fa sfuggire il treno che gli passa davanti nel 1992, anche se in confronto all’Eurostar biancorosso la sua occasione è al massimo un Intercity: un altro tecnico con la valigia, Sir Bobby Robson, allenatore dello Sporting, ha bisogno di un traduttore che però capisca qualcosa di calcio.
Questo giovane amante del calcio, con umiltà e lavoro si conquista il rispetto del tecnico Inglese, tant’è che quando inopinatamente lo Sporting licenzia Robson, lo segue al Porto (due campionati ed una Coppa di Portogallo) e poi, nell’estate del ’96, al Barça. Una squadra che targata Sir Bobby (con un certo Ronaldo in attacco) vincerà Supercoppa di Spagna, Coppa del Re e Coppa delle Coppe… il giovane tecnico Josè è l’addetto alle statistiche ed alla traduzione delle indicazioni di Robson dall’inglese al catalano (imparato per l’occasione), nessun paragone è possibile con il tecnico che ha vinto tutto alla guida dell’Ajax, ma appunto, continua ad imparare.
E le loro strade, finalmente, si incrociano nell’estate del ’97: Sir Bobby promosso General Manager, Louis alla guida dei Blaugrana, Josè ancora nello staff tecnico, alle statistiche; in tre anni sono due Campionati, una Supercoppa Europea ed una Coppa del Re, con una squadra schierata con un singolare 2-3-2-3, pienamente integrato nella filosofia olandese-catalana del Club, votato allo spettacolo ed alla massima copertura del terreno di gioco.
Certo, la presenza di campioni come Figo, Rivaldo, Kluivert, Guardiola, Luis Enrique, e tutti i nazionali olandesi importati (i fratelli De Boer, Cocu, Zenden, Reiziger), non fu un dettaglio, ma è sempre la stessa discussione: bastano i buoni giocatori, per vincere e dare spettacolo, o è anche il caso di affidarli a tecnici che ci mettano del loro? Io personalmente sono per la seconda ipotesi, non so voi, resta il fatto che quel Barça era uno spettacolo da vedere.
Il secondo posto dietro ad un non irresistibile Deportivo la Coruna nella stagione 1999-2000, ma soprattutto la mancata ripetizione dei buoni risultati nazionali anche in Europa mentre contemporaneamente i rivali del Real vincevano due Champions League, segnano la fine della presidenza Nunez nonchè del triennio di convivenza tra i due protagonisti di questa storia, non senza un curioso epilogo scoperto l’altro giorno sulla Gazzetta dello Sport: a fine stagione, in pieno clima di smobilitazione generale, Louis lascia a Josè, nel frattempo promosso guida tecnica del Barça “B”, il compito (ma chiamiamola pure seccatura, per l’affermato tecnico in procinto di diventare CT Olandese) di guidare la squadra in una competizione minore semi amichevole come la Coppa di Catalogna; torneo solitamente giocato con solo riserve e primavera, è il primo vero banco di prova per il futuro Special One, che convoca giovani canterani già nel giro della prima squadra come Xavi e Thiago Motta, ma soprattutto vince.
Il suo primo titulo, nonchè l’unico di quella stagione disgraziata del Barça.
Le loro strade si dividono, ma la ruota del Destino, della Sorte, di Eupalla, chiamatela come volete sta girando, impercettibile ai più quanto un bambino che nasce in una mangiatoia in un posto senza acqua, luce e gas. Il tecnico affermato, diventa Comissario Tecnico, il giovane allenatore inizia a camminare con le proprie gambe, cominciando dal Club più seguito del suo paese, il Benfica, e dopo pochi mesi per dissidi con la dirigenza passando all’Uniao de Leiria, che porta all’inaspettato 5° posto. A Gennaio 2002, lascia il Leiria perchè chiamato sulla più prestigiosa panchina del Porto, che conduce al terzo posto in quindici partite di cui ben undici vinte, promettendo di vincere lo scudetto l’anno seguente.
Nel frattempo in Olanda Van Gaal subisce l’onta, da CT, di non riuscire la qualificazione degli Oranje ai mondiali del 2002, ed abbandona per dissidi fortissimi con i giocatori, molti dei quali già da lui allenati all’Ajax ed al Barça, sui metodi di lavoro.
E’ la stagione 2002-2003 a lanciare definitivamente il razzo-Mou in orbita, mentre l’astronauta alla deriva Louis tenta un ritorno al Barça che però dura mezza stagione, lontano parente della squadra di due anni prima e soprattutto senza Figo, Rivaldo e Guardiola e con molti giocatori del suo precedente ciclo ormai sul viale del tramonto.
Il Porto di Josè invece mantiene la promessa fatta dal suo tecnico 12 mesi prima, cioè di vincere il campionato, ma non si limita a questo: Coppa di Portogallo ma soprattutto Coppa Uefa consegnano agli annali del Porto una stagione memorabile, se non fosse per quanto avviene l’anno seguente: Supercoppa di Portogallo, conferma in Campionato ed addirittura vittoria della Champions League, dopo aver eliminato tra l’altro il Manchester united.
Il maestro è in una più o meno forzata vacanza, l’allievo ha offerte da tutta Europa… il mondo si è capovolto in soli 4 anni.
La saga di Mou continua in Inghilterra, al Chelsea di Abrahmovic, la sfida è semplice: completare l’opera che il bizzoso magnate russo ha iniziato a colpi di acquisti milionari l’anno prima, ma con un esito diverso dalle sconfitte del perdente di successo Ranieri.
L’operazione riesce al primo colpo, il Campionato Inglese 2004-2005 è del Chelsea così come la ciliegina della Coppa di Lega (battendo in finale il Liverpool di Benitez), la squadra di Mou si riconfermerà campione l’anno seguente mentre nel 2006-2007 si dovrà accontentare del secondo posto dietro al Manchester United e dell’accoppiata Coppa di Lega – Coppa d’Inghilterra.
Per il Chelsea è un periodo incredibile, per tre anni nessuno riesce ad espugnare Stamford Bridge in campionato, e la stanza dei trofei del Club ha praticamente raddoppiato il proprio contenuto; anche in Champions le continue sfide con il Liverpool (e le conseguenti eliminazioni) sembrano solo un rimandare qualcosa di inevitabile, cioè una vittoria di questa squadra magari non spettacolare ma incredibilmente solida, in cui le punte fan salire la squadra prima ancora di esserne i terminali offensivi, le ali allargano il gioco ed i centrocampisti trovano frequentemente la via del gol sugli inserimenti propiziati dalla manovra di squadra. Che si giochi col 4-4-2 o col 4-3-3, non cambia nulla.
Il calcio non si è però dimenticato di Louis Van Gaal, che ricomincia ad allenare in Olanda nell’estate del 2005 da una realtà non conosciutissima in Italia come l’AZ Alkmaar, e sembra essere tornato il tecnico rivelazione degli anni ’90: secondo e terzo posto, nei primi due anni, pur senza talenti particolari in squadra. Per un vincente come lui, non certo trionfi da festeggiare, ma un modo appunto di ricominciare un discorso che sembrava tranciato di netto, irrevocabilmente.
E’ il 2007-2008 a livellare nuovamente la condizione di entrambi: i dissidi in fatto di campagna acquisti e di gestione di alcuni giocatori (su tutti Shevcenko e Ballack) incrinano il rapporto tra Mourinho ed il suo presidente, causandone la fine già a Settembre, mentre Van Gaal dopo le due stagioni positive, chiude all’undicesimo posto; per entrambi tuttavia si tratta di un passaggio a vuoto solo momentaneo, l’occasione del riscatto si ripresenta già nella stagione seguente, il Mou con i nostri colori (non servono approfondimenti, giusto?) mentre l’Olandese volante portando ad un successo clamoroso proprio l’AZ, che gli consente di essere individuato come il tecnico del Bayern per il 2009-2010.
La loro storia prosegue in parallelo pure quest’anno, entrambi inizialmente o nel corso della stagione criticati al minimo errore o sbavatura, entrambi campioni nazionali e di Coppa nazionale, entrambi alla ricerca del successo che li proietterebbe in un Olimpo ristretto, ovvero quello degli allenatori riusciti a vincere il massimo trofeo continentale alla guida di due squadre differenti; ed almeno uno dei due riuscirà a realizzare da assoluto outsider (di nuovo) quello che aveva invano tentato al Barça o al Chelsea, con rose ancora più ampie/ricche.
Ancora una volta, l’allievo ed il maestro (che in realtà non si sono mai affrontati in competizioni ufficiali, ma forse – non sono sicuro – nemmeno in amichevoli) nello stesso stadio, anche se non il Camp Nou che li ha visti insieme ma il Bernabeu dei rivali di ieri… e magari dei tifosi di domani, penserà almeno uno dei due.
Ma questa è un’altra storia, che potrà raccontare qualcun altro un’altra volta, la mia si ferma qui ed è solo un tentativo di omaggio alle carriere fuori dal comune e tutt’altro che prossime alla conclusione di due tecnici coraggiosi, che non temono le sfide nè di essere impopolari.
E che a dispetto dei propri detrattori, sanno essere spettacolari, oltre ad aver entrambi insegnato Calcio ovunque siano andati. Partendo dal concetto comune che le partite si vincono nella testa dei giocatori prima ancora che non sul rettangolo verde.
E che sanno fare di tutto per spostare l’attenzione dalla sfida di sabato. Perchè non penserete mica che sia un caso, no, se stiamo a parlare da giorni noi del futuro di Mourinho, ed i tedeschi della presuntà maggiore spettacolarità del loro gioco?
Dialettica pura e semplice.
L’allievo ed il maestro, appunto.
scritto da Nk³ il 5 gennaio 2010 alle 10:07
Stregati – Juan Sebastian Veron vince per il secondo anno consecutivo il Balón de Oro, premio assegnato dal quotidiano uruguaiano “El Pais” che elegge il miglior giocatore del Sudamerica. Dopo aver superato il connazionale Riquelme nel 2008, stavolta si lascia alle spalle il centrocampista ecuadoregno Edison Mendez e l’attaccante cileno Suazo, secondi a pari merito. E’ un trionfo quello di Veron: 109 voti contro i 64 dei due secondi classificati stanno a significare 45 voti di distacco, record assoluto nei quarant’anni della storia del premio. Il giusto coronamento di una stagione trionfale, nella quale la Brujita, sulle orme del padre, ha trascinato l’Estudiantes alla vittoria della Coppa Libertadores e a due minuti da uno storico trionfo nel Mondiale per Club, impedito solo da un gol di Pedrito all’88′ e dal solito Barça stellare. Dicevano che aveva lasciato l’Europa perchè ormai incapace di continuare a giocare a calcio ad alti livelli: un Apertura, una Libertadores e due Palloni d’Oro stanno lì a dimostrare il contrario. E ora, a 34 anni, c’è un biglietto per il Sudafrica pronto a essere presentato al check-in.

Non fate arrabbiare la Strega – E proprio in occasione di questo trionfo Veron si toglie qualche sassolino dalla scarpa, e ne approfitta per esportare la reputazione di Claudio Lotito anche in Sudamerica. Ricorderete tutti le voci circa un possibile ritorno della Bruijta alla Lazio, iniziate a diffondersi circa un anno fa a seguito di una intervista di Lotito…ebbene, oggi Veron racconta la sua versione dei fatti e spiega perchè non se ne fece nulla: “Lo scorso anno potevo tornare, ma poi non ho sentito più nessuno. La Lazio è una squadra in cui ho vissuto emozioni che non riuscirei mai a raccontare. Certe volte si buttano dei nomi come il mio per cercare di dare una scossa all’ambiente e per me non è la cosa migliore. Lo scorso anno mi hanno cercato, ma ho parlato solo una volta con il presidente. Poi non mi hanno chiamato più. Mi hanno chiamato, mi hanno chiesto, abbiamo chiacchierato un po’. Io gli ho detto di parlare con il mio agente. Da quel momento non mi hanno parlato più e non ho sentito più nessuno. Se ci fosse davvero stata la volontà di farmi tornare non sarebbe finita solo con una telefonata. A me fa un po’ pena, perchè fanno illudere la gente. Io lo lego un po’ al fatto che la squadra non sta bene e volendo dare una scossa gettano nel calderone dei nomi. Tra quei nomi sono apparso io. A me le cose così non piacciono, o lo fai o non lo fai. La gente poi rimane senza sapere cosa è successo. Poi si scrive che Veron vuole uno stipendio alto, ma in realtà non c’è stato neanche il tempo di parlare di questi argomenti. Una telefonata e basta. Io non voglio essere messo in mezzo a queste cose, soprattutto in una squadra alla quale sono ancora affezionato. Per quanto riguarda questa finestra di mercato, qualche chiamata da altre squadre l’ho avuta, ma per una questione mia famigliare voglio restare qui. Adesso come adesso non penso di andare via“. Il solito stile-Lotito, insomma.
scritto da Nk³ il 26 dicembre 2009 alle 22:23
Sono passati un anno e sei mesi dall’ultima partita. O meglio, visto il soggetto di cui parliamo, sono passati un anno e sei mesi dall’ultimo trionfo. E’ il 26 dicembre 2009, e Roberto Mancini torna a sedere sulla panchina della sua squadra. E’ il Boxing Day, e Roberto Mancini fa il suo debutto alla guida del Manchester City.
Quello che c’è stato nell’ultima settimana lo sappiamo tutti: annunci, polemiche, dure prese di posizione, voci amplificate dai soliti media: i giocatori sono con Hughes, i colleghi non vogliono Mancini, i tifosi sono in rivolta. Alle 16.57 lo speaker dello stadio lo presenta ai citizens, alle 16.57 al City of Manchester Stadium risuona il suo nome, alle 16.57 Roberto Mancini esce dal tunnel degli spogliatoi. E’ un trionfo. Applausi scroscianti, il pubblico acclama il suo nome, volti sorridenti sugli spalti, grande soddisfazione dei dirigenti in tribuna.
La prima formazione di Mancini viene messa in piedi in pochi giorni e risente pesantemente degli infortunati: fuori Adebayor e Wright-Phillips, fuori Bridge e Lescott, fresco di rientro Richards. E il Mancio ci mette del suo: solo panchina per Bellamy, uno degli idoli dei citizens ma anche uno di quelli che si sono esposti di più per perorare la causa di Hughes. Il modulo non viene rivoluzionato, si continua col 4-3-3 del vecchio tecnico: il rombo (ops, scusaci Mancio…da oggi dobbiamo chiamarlo diamante) ha bisogno di più tempo per essere digerito dai giocatori. Il Mancio però ci mette del suo: Kompany torna al suo ruolo originale in mezzo alla difesa, si rivedono Silvinho sulla corsia di sinisitra e Petrov davanti, Ireland fa da raccordo tra De Jong e Barry da una parte e i tre davanti dall’altra, chiavi del gioco tra i piedi di Robinho. E’ Tevez però la vera chiave di volta della partita: l’Apache prima mette dentro una palla che Petrov deve solo spingere alle spalle di Sorensen e poi, con una splendida acrobazia, mette il sigillo sul 2-0 finale. Alla fine del primo tempo i giochi sono fatti, nel secondo il Mancio può dedicarsi a qualche esperimento (si rivede Richards che va a giocare a destra, con Zabaleta a sinistra), a tante pubbliche relazioni (entra in campo Bellamy fra gli applausi del pubblico, e fra lui e il mister il dialogo è costante: scommettiamo che sarà il primo alfiere del nuovo tecnico?) e a registrare i tanti punti da sistemare nella sua nuova squadra.
Sì, perchè la vittoria è netta e la prestazione buona, ma i lati oscuri sono tanti. Proprio come all’Inter da lui presa in consegna nel 2004, il problema principale è la difesa: sembra paradossale se hai a disposizione quelli che fino a poco tempo fa erano considerati i due migliori prospetti del reparto a livello europeo -Richards e Kompany- vicino a un mostro sacro come Kolo Tourè, ma il pur ottimo Given è spesso costretto agli straordinari, e solo il peggior attacco della Premier oggi poteva riuscire a non mettere una palla alle spalle di una difesa immobile, arruffona e spesso ai limiti dell’imbarazzante. Il centrocampo è il reparto con meno “nomi nobili” ma con più soluzioni: come detto, Bellamy nonostante le apparenze sembra avviato verso il ruolo dell’insostituibile e pronto a calarsi nei panni di Stankovic, Barry -oggi migliore in campo là in mezzo- è giocatore di qualità e quantità, Ireland è molto discontinuo ma dotato di grandi doti, De Jong una garanzia, anche se non di altissimo livello. L’attacco è sicuramente il punto di forza della squadra, ma anche quello che darà i maggiori grattacapi al Mancio: come da tradizione di tutte le squadre che vogliono tutto e subito, infatti, anche al City c’è un grosso affollamento di grandi nomi lì davanti. Secondo il nuovo tecnico Robinho è quello che può fare da crack in molte partite, ma l’indolenza e la scarsa affidabilità del brasiliano potrebbero facilmente portare Carlitos Tevez a scalare le gerarchie. Adebayor è una certezza e Santa Cruz un ottimo sostituto, ma sarà difficile lasciare fuori Wright-Phillips.
Insomma, i punti interrogativi di questa nuova avventura sono tanti e le certezze poche, ma una di queste, forse la più importante, è che il traguardo del quarto posto è tutt’altro che irraggiungibile: il City è sesto (ma gli Spurs hanno una partita in più) a soli 3 punti dal quarto posto. Il rientro degli infortunati e il mercato di Gennaio potrebbero dare un grosso aiuto alla squadra degli sceicchi, ma soprattutto un grosso aiuto può darglielo Roberto Mancini. Qualsiasi nerazzurro sano di mente ricorda cosa ha fatto il Mancio per la nostra squadra: difficile non vedere come alcune condizioni si stiano ripetendo, oggi come allora, a Manchester come a Milano. Difficile immaginare Roberto Mancini limitarsi al ruolo di comparsa in Premier League. Difficile, oggi, guardare in faccia Garry Cook e non convenire con lui sul fatto che sì, una persona migliore del Mancio a cui affidare un progetto del genere non poteva trovarla. Una migliore garanzia di successo in quelle condizioni, oggi, non esiste.
E allora avanti Mancio. Noi, oggi come allora, siamo con te.
scritto da Mr Sarasa il 31 dicembre 2008 alle 9:48
Noi italiani, si sa, siamo esterofili.
Noi Interisti se possibile anche di più, ce lo prescrive l’atto costitutivo di essere amici del mondo, e facciamo di tutto per adeguarci.
Sono un po’ di anni che resisto a questa mia doppia appartenenza (Interista ed italiano – anche se a dire il vero mi sento più europeo) quando sento continuamente lodi sperticate del “calcio inglese“, del “modello inglese” nella gestione del business calcistico e della sicurezza degli stadi, del “fair play all’inglese” (da quando un italianissimo coglione ha stoppato una palla in area per sembrare meno bestia agli occhi di chi lo fischiava da anni), del “bel gioco all’inglese“…
Ieri mi sono stufato di fare il bastian contrario a prescindere, e ho deciso di passare una giornata alla Scuola Inglese.
Non per capire tutto, sia chiaro, giusto per farmi un’idea.
Prima ora: Storia
Un anziano professore con l’ausilio di un video semi amatoriale ha mostrato alla classe le immagini della Coppa del Mondo del 1966, ovviamente senza moviola su alcuni aspetti critici.
Mi è stato spiegato dal mio compagno di banco che dal ’66 ad oggi non hanno vinto nulla, e si sono dovuti affidare ad un italiano per sperare di fare di meglio tra un anno e mezzo; mi sono mostrato perplesso, chiedendogli come mai non ho mai visto convocato Ryan Giggs, secondo me l’ala sinistra più forte degli anni ’90-2000, almeno in Europa: “ma come, non lo sai? anzichè fare una nazionale con i più forti giocatori britannici, se ne fanno 4 di medio livello”.
Seconda ora: Economia & Marketing
Vengono spiegati i concetti chiave del “successo economico” della Premier League, essenzialmente riassunti nelle tre parole d’oro: mungere-ogni-vacca.
Dove le vacche sarebbero i tifosi: pare che le squadre cambino ogni due anni le maglie, in cambio i tifosi le ricompensano comprandole nuove ed originali.
Mi sento molto provinciale a pensare che anche una maglietta taroccata possa contribuire a fare quell’effetto scenico sugli spalti ma con un miglior impatto sulle tasche del tifoso, quindi tengo per me quest’osservazione.
Nonostante il miracolo economico, pare che alcune squadre anche grosse siano in profondo rosso, e senza un ricco petroliere a ripianare; ma tengo anche questa osservazione per me.
Terza ora: Musica
Suona “you’ll never walk alone”, la sa tutta la classe.
Istintivamente mi tocco i coglioni quando sento musica del genere, per fortuna vicino a me non c’è il capitano del Liverpool, Gerrard, visto che per un’altra divergenza di gusti musicali ha spaccato la faccia ad un DJ.
Quarta ora: Educazione Civica
Viene insegnato ai partecipanti al corso a comportarsi bene sugli spalti inglesi, mentre se vogliono sfogarsi ci sono sempre le trasferte europee delle squadre o della nazionale.
Al limite, in casa propria, si può correre nudi come dei pirloni in campo.
Nel pomeriggio ci sarebbe un seminario sul tema “la bevuta responsabile”, tenuto dal professor P.Gascoigne, ma credo da buon veneto di non averne bisogno…
Quinta ora: Tattica & Schemi
Finalmente apprenderò i rudimenti del bel gioco, penso.
Scorrono immagini di gol da tutte le posizioni… figo, ma non capisco perchè al gioco sembrino sempre mancare due giocatori: i portieri.
Stavolta lo domando al prof, che per tutta risposta mette un altro video:
“Ecco, questo è quello che capita quando si sognano di uscire dalla linea di porta e rovinarci lo spettacolo”.
Capito, grazie.
Poi è suonata la campanella.
DISCLAIMER: So che la maggior parte dei lettori, quelli dotati di un’intelligenza non inferiore alla media, ha già capito l’intento satirico del post, lo preciso per gli altri, magari occasionali o magari coglioni quanto l’italiano di cui al secondo paragrafo.
Preciso anche che ho uno zio emigrato in terra d’Albione, sposato con una zia mezza inglese e mezza irlandese, e loro figlio è sposato con una gallese.
Quindi non si ipotizzi un qualche sentimento anti britannico, per carità…
Ciò specificato, auguro a tutti una buona fine ed un buon inizio, ci ribecchiamo tra un paio di giorni da Duba… ah, no, fortunatamente quest’anno non saremo noi a sputtanarci la condizione fisica negli Emirati… :-D
P.S.: LONDRA, 29 dicembre – Un cartellino rosso da record per David Pratt, giocatore del Chippenham Town, espulso dopo appena tre secondi di gara. Pratt, 21 anni, ha rimediato l’espulsione da Guinnes dei primati nella sfida persa 2-1 contro il Bashley, valida per la Southern Premier Division.
ROSSO DA PRIMATO – Punito dall’arbitro un tackle ‘assassino’ sull’avversario Chris Knowles appena dopo il fischio d’inizio.«Solitamente è l’uomo più gentile del mondo -ha commentato George McCaffrey, dirigente dell Chippenham-, ma questa volta David ha perso la testa». Incredulo il tecnico del Bashley, Steve Riley: «Il ragazzo è andato dritto sul mio giocatore con i tacchetti alzati. Poteva spaccargli una gamba. L’arbitro non ha avuto scelta». Fortunatamente, Knowles è stato in grado di continuare a giocare la partita.
PRECEDENTI – Il precedente record per l’espulsione più veloce appartiene a Giuseppe Lorenzo, che rimediò un rosso dopo dieci secondi quando giocava col Bologna nel 1990 in un match contro il Parma. Il rosso-record del calcio inglese, invece, era del portiere dello Sheffield Wednesday, Kevin Pressman, espulso per un mani fuori area dopo tredici secondi nel 2000.
che dire, un altro sorpasso del calcio inglese sul nostro eheh…
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scritto da ex-collaboratori il 18 dicembre 2008 alle 14:54
Santiago Solari è stato il prototipo del professionista dell’Inter manciniana. Dotato di talento, gioviale, ben integrato nel gruppo, eclettico e praticamente mai polemico, è riuscito a ritagliarsi un piccolo spazio nell’album dei ricordi nerazzurri, soprattutto nelle ultime due stagioni. Molto più protagonista nell’anno della cavalcata dei record ha comunque contribuito allo scudetto, senza mai forzare la situazione, portando in dote anche la Coppa Italia e la doppietta in Supercoppa, che male non fa.
Di lui – oltre che della sorella Liz – ho davvero un buon ricordo e mi fa veramente piacere vederlo protagonista nel rocambolesco finale dell’apertura argentina 2008/09, che vede tre squadre sul filo di lana, protagoniste di un triplice spareggio da tachicardia. Il suo San Lorenzo ieri ha prevalso nella prima sfida col Tigre e gran parte del merito va proprio a Santi, autore di un primo tempo magistrale.
Il San Lorenzo è pronto a bissare il recente titolo di clausura, ottenuto con “el pocho” Lavezzi in campo, oggi acclamata star della serie A e Ramon Diaz (altro ex nerazzurro) in panchina. Il calendario degli spareggi è regolato da una classifica avulsa, frutto della somma di questi scontri diretti. Il Boca Juniors, che era riuscito a riprendere il Tigre e il Lanus, ha avuto una pallottola per sferrare il colpo finale, ma l’ha incredibilmente sprecata. Gli xeneizes rimangono i favoriti naturali, ma questa vittoria del San Lorenzo genera pressione e si può dire che adesso Riquelme e compagni tremano.
Non è la prima volta che nel calcio argentino si mettono in luce gli ex interisti. Due anni fa vu la volta di Diego Pablo Simeone e Juan Sebastian Veron, campioni di clausura con il mitico Estudiantes de La Plata, in un infuocato spareggio contro i rivali del Boca (sempre loro). Ramon Diaz, prima di vincere il titolo con il San Lorenzo, aveva conquistato una caterva di allori con il River Plate, suo club storico, allenando prima Cruz, Crespo e infine “el cuchu” Cambiasso.
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scritto da Nk³ il 5 dicembre 2008 alle 13:16
La gloria non è qualcosa che si ottiene senza sacrificio. Non è nemmeno un vantaggio che si può acquisire solo portando un cognome illustre, solo con una storia personale e una grande carriera nel mondo del calcio qua e là. Così, Juan Sebastián Verón, come suo padre, ha avuto l’onore di giocare una finale internazionale e di trascinare la sua squadra il più in alto possibile.
E’ stato il cuore della squadra, l’allenatore sul campo, l’uomo che ha dimostrato che si possono ancora fare le cose per amore della maglia. E’ tornato perché voleva la gloria dell’Estudiantes e ha dato l’anima. Ieri sera ha giocato con una frattura all’alluce del suo piede destro, una lesione che è vecchia di un mese e gli è costata sei infiltrazioni, ma che non gli ha impedito di giocare solo perché non poteva perdere la finale nè una gamba.
E’ vero che non ha avuto la mobilità delle altre partite, che è rimasto fermo per una trentina di minuti, che non ha abusato del suo formidabile lancio per il dolore al piede che non gli ha permesso di giocare come gli piace.
Ha superato la menomazione fisica con la forza morale, fondamentale per la rimonta della squadra. Perchè quando la Brujita ha cominciato a giocare, i compagni hanno capito il messaggio, hanno capito che l’impresa era possibile.
Ha perso alcuni contrasti con Alex, però intelligentemente in zone dove l’avversario non avrebbe potuto danneggiare la sua squadra. Sul finire del primo tempo ha tirato un calcio piazzato dal vertice dell’area che si è rivelato fondamentale per dare la carica a compagni fino a quel momento bloccati.
Nei supplementari praticamente non si è mosso dal cerchio di centrocampo, il dolore al piede ne ha condizionato la precisione nei passaggi. Nonostante tutto ha continuato a comandare il gioco, a incitare, dare ordini finchè Astrada non lo ha sostituito. E successivamente anche dalla panchina al fianco del mister.
“Abbiamo compiuto uno sforzo immenso vanificato dalle decisioni dell’arbitro“: così è uscito dal campo il leone ferito mentre l’Internacional festeggiava.
[Federico Rozenbaum su Olè]
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