scritto da il 29 dicembre 2011 alle 10:51

Carlo Petrini non rinuncia ad attaccare: “Soldi, truffe e doping: è il calcio di sempre”

Stavo scrivendo un altro post. Era già lì, pronto, mancavano solo due fotografie da buttare qua e là: mercato, giovani sudamericani, presente, futuro…chiacchiere. Poi ho letto questa lunga intervista di Malcom Pagani e Andrea Scanzi a Carlo Petrini, ex centravanti -tra le altre- di Genoa, Milan, Roma. A 63 anni ormai cieco e distrutto da tumori al cervello, ai reni e ai polmoni, vuota il sacco dei brutti ricordi, e lancia terribili accuse.

Gli è rimasto qualche desiderio. “Mi piacerebbe bere un caffettino“. Ottiene una brodaglia nerastra allungata con l’acqua. Un fondo in cui leggere e diluire passato e presente. Il campo adesso è un divano, la mobilità un’illusione e l’orizzonte un muro di nebbia. “Ho tumori al cervello, al rene e al polmone. Ho un glaucoma, sono cieco, mi hanno operato decine di volte e dovrei essere già morto da anni. Nel 2005 i medici mi diedero tre mesi di vita. È stato il calcio. Ne sono certo. Con le sue anfetamine in endovena da assumere prima della partita e i ritrovati sperimentali che ci facevano colare dalle labbra una bava verde e stare in piedi, ipereccitati, per tre giorni. Ci sentivamo onnipotenti. Stiamo cadendo come mosche“.

Ieri, abbattuto dalla leucemia se n’è andato anche Sergio Buso. Saltava da portiere nella Serie A degli anni 70. Quella raccontata da Carlo Petrini. Vinse, perse, barò. Scrisse libri su doping e calcioscommesse. Fece nomi e cognomi. Rimase solo. Il Carlo Petrini di ieri non c’è più. Il corpo che un tempo gli serviva per conquistare amori di contrabbando e tribune esigenti tra San Siro e il Paradiso, è un quotidiano inferno che gli presenta conti con gli interessi e cambiali da scontare.

A 63 anni, con il vento che scuote Lucca e non lo accarezza più, non c’è Natale o epifania possibile. A metà conversazione, mentre lamenta l’abbandono di chi un tempo gli fu amico: “Ciccio Cordova, Morini, non mi chiama più nessuno“, un segno. Squilla il telefono. La voce di Franco Baldini. Il dirigente della Roma. Il nemico di Luciano Moggi. Petrini gli parla: “Ho fatto molta chemio. Sto cercando di superare il male. Io spero, Franco. Spero ancora“. Poi lacrima. In silenzio. Rumore di rimpianto. E di irreversibile.

Petrini, come si racconterebbe a chi non la conosce?
Un presuntuoso. Un coglione. Uno che credeva di essere un semidio e morirà come un disgraziato. Ero bello, forte, ricco, invidiato. Avevo tutto e ora non ho niente.

Perché?
I miei errori iniziarono a metà dei ’60, al Genoa. Siringhe. Sostanze. La chiamavano la bumba. Avevo 20 anni. Non smisi più. Il nostro allenatore, Giorgio Ghezzi, ex portiere dell’Inter, ci faceva fare strane punture prima della gara. Un liquido rossastro. Se vincevamo, si continuava. Altrimenti, nuovo preparato.

Cosa c’era dentro?
Mai saputo. L’anno dopo, disputammo a Bergamo lo spareggio per non retrocedere in C. Il tecnico Campatelli scelse cinque di noi come cavie. Stesso intruglio per tutti. Eravamo indemoniati. La punta, Petroni, sembrava Pelé. Vincemmo 2-0 e, in premio, ebbi il trasferimento al Milan.

Perché non vi ribellavate?
Venivamo da famiglie poverissime. Mio padre era morto a 40 anni, di tetano. Rifiutare le punture, le pastiglie di Micoren o le terapie selvagge ai raggi X, significava essere eliminati. Fuori dal circo. Indietro, in cantina, senza ragazze o macchine di lusso. Nei nostri miserabili tinelli, con la puzza di aringa che mia madre metteva in tavola un giorno sì e l’altro anche.

Quindi continuò ad assumere sostanze proibite?
Ovunque andassi. A Roma il massaggiatore ce lo diceva ridendo: ‘A ragà, forza, fa parte der contratto’. A Milano, dove mi allenava Rocco, feci invece i raggi Roengten per guarire da uno strappo muscolare. Non so se Nereo sapesse. Con me aveva un rapporto particolare: ‘Testa de casso, se avessi il cervello saresti un campiòn’.

Di radiazioni Roengten, secondo la famiglia, morì anche Bruno Beatrice.
Fu mio compagno a Cesena, Bruno. Se ne andò a 39 anni, a causa di una rara forma di leucemia, tra agonie e sofferenze atroci. Come tanti, troppi altri.

Si muore di pallone?
Hanno sperimentato su di noi. Non ci curavano, ci uccidevano. Vorrei sapere con quali ausili gli eroi contemporanei disputano 70 incontri l’anno.

Lei insinua.
Affermo, ma non ho le prove. Nonostante l’impegno di Guariniello, hanno nascosto tutto. Ai nostri tempi le punture le faceva chiunque e un minuto dopo, sentivi un mostro che ti sollevava e ti faceva volare.

Chi ha nascosto tutto?
Allenatori, calciatori, presidenti. Il sistema che ancora foraggia con le elemosine quelli capaci di non tradire. Gente che ogni mattina si alza con la paura e che continua a tacere anche se oggi, grazie agli ‘aiutini’ farmacologici o è una lapide con un’incisione o recita da vegetale.

Di chi parla Petrini?
Di quel piccolo uomo di Sandro Mazzola, che ha smesso di parlare al fratello Ferruccio. Di Picchio De Sisti, che nega l’evidenza nonostante la malattia. O del commovente Stefano Borgonovo. Uno che sta molto male, aggredito dalla Sla e che continua a sostenere che il pallone non c’entri nulla. Se non mi facesse piangere, verrebbe da ridere.

E invece?
Sono triste. Vedendo come sei e come potresti essere, persino peggio di ora, ti vengono mille domande senza risposte. Parliamo di gente che non ha respirato amianto o fumi in miniera. Ha inseguito una sfera e muore nell’indifferenza in una guerra non dichiarata. Non sono un dottore, ma non può non esserci una relazione tra le mie malattie e quelle di altri calciatori.

Prova rancore?
A volte li sogno. Con i loro sorrisi falsi. Le loro bugie. Vorrei cancellarli. Non ci riesco.

Lei fu tra i protagonisti del primo calcioscommesse, quello della primavera 1980.
E oggi succede la stessa cosa. Partite combinate, risultati compromessi, soldi gestiti dalla camorra, dalla mafia, dalla ‘ndrangheta.

La ‘ndrangheta forse uccise Bergamini. Lei ci scrisse un libro.
Che è servito per riaprire l’inchiesta, dopo più di 20 anni. Bergamini era l’ingenuo, il ragazzo pulito, smarrito in una vicenda più grande di lui. La scoprì, provò a uscirne e lo fecero fuori. Dentro la sua squadra, il Cosenza, c’era chi organizzava traffici di droga. Bergamini era l’anello debole e fu suicidato.

Nel suo libro lei ha intervistato anche il compagno di stanza di Bergamini, Michele Padovano, appena condannato per traffico di stupefacenti. Il padre del calciatore Mark Iuliano lo ha chiamato in causa.
La sua condanna non mi stupisce. A fine intervista, Padovano si alzò di scatto, mi mandò a fare in culo e provò a distruggere la registrazione. Sono sicuro che lui sappia tutto della morte di Denis. Tutto. Bergamini ne subiva l’ascendente. Del padre di Iuliano non so cosa dire, su Mark si raccontavano tante cose, non solo sulla sua presunta tossicodipendenza. Si raccontava che mandasse baci alla panchina rivolti a Montero, un’ipotetica “prova” della sua omosessualità.

Dica la verità. Lei ce l’ha con la Juve, fin dal 1980.
Al contrario. La salvai. Nell’80 giocavo con il Bologna. Bettega chiamò a casa di Savoldi e ci propose l’accordo. Tutto lo spogliatoio del Bologna, tranne Sali e Castronaro, scommise 50 milioni sul pareggio. Prima della partita, nel sottopassaggio, chiesi a Trapattoni e Causio di rispettare i patti: “Stai tranquillo, Pedro, calmati“, mi risposero.

Tutta la Juve sapeva?
Certo. Rivedetevi le immagini, sono su Youtube. Finì 1-1. Errore del nostro portiere, Zinetti e autogol di Brio. Bettega ce lo diceva, durante la partita: ‘State calmi, vi faccio pareggiare io’. La gente ci fischiava e tirava le palle di neve. Una farsa. Quando lo scandalo esplose, Boniperti e Chiusano mi dissero di scovare Cruciani e convincerlo a non testimoniare contro la Juve: se li avessi aiutati, loro avrebbero aiutato me. Fui di parola, incontrai Cruciani al cancello 5 di San Siro, ero mascherato. Una scena surreale. Lui accettò e la Juve si salvò dalla retrocessione. Ma alla fine pagai soltanto io.

Le è rimasta la possibilità di raccontare.
Neanche quella. Ho dato fastidio a gente potente. Mi hanno minacciato di morte e poi coperto con gli insulti. Per i Savoldi e i Dossena ero un bugiardo, per Rivera un pornografo. Se l’era presa perché lo descrivevo per quello che era, una fighetta. I miserabili sono loro. Mi impedirono di andare persino a parlare nelle scuole. Zitto dovevo stare, ma non ci sono riusciti.

E la scrittura?
Mi è rimasta solo quella. Il nuovo libro, Lucianone da Monticiano, è ancora su Moggi. Il mio compaesano. Uno che pur squalificato continua a ricattare e a fare il mercato di mezza Serie A. Ma non sarà l’ultimo.

Perché?
Mi dedicherò a ricordare mio figlio Diego. Morì a 19 anni di tumore, mentre chiedeva di vedermi e io ero in Francia, in fuga dai creditori. Non me lo sono mai perdonato. Gli farò un regalo. Proverò a sentirmi vivo. Sono distrutto e sofferente, ma non mollo. Vivere, ancora, mi piace.

Ci sarà tempo?
Non è detto. Penso sempre al giorno in cui ci sarà giustizia. Aspetto ma non viene mai.

[Malcom Pagani e Andrea Scanzi per il Fatto Quotidiano]

scritto da il 7 novembre 2011 alle 9:42

Mi hanno intervistato quelli di FcInterNews.it

Giuseppe Granieri mi ha rivolto un po’ di domande sull’Inter di ieri e di oggi, qui trovate le risposte:
http://www.fcinternews.it/?action=read&idnotizia=63106

La seconda puntata di quella che un tempo sui giornali si sarebbe chiamata Rubrica Grandi Firme porta, appunto, la firma prestigiosa di Rudi Ghedini, giornalista, scrittore, documentarista: il tutto condito con i colori nerazzurri. Colori che fanno da cornice al suo blog – rudi.splinder.com – dove tratta temi legati allo sport, alla cultura e alla politica.
P.S. Intervista da leggere tutta d’un fiato: come un tè ghiacciato su una spiaggia d’agosto con il primo bar distante due chilometri.

Rudi, come ci si sente ad essere un tifoso nerazzurro?
“Vincere è meglio, è naturale, ma anche quando si perde l’Inter è divertente: mai noiosa, schizofrenica e tendente all’incostanza”.

Qual è la partita che ti scatena dolci ricordi?
“Allo stadio, Inter-Juventus 4-0 dell’11 novembre 1984, doppietta di Rummenigge. In televisione, Inter-Barcellona 3-1 del 20 aprile 2010 mentre in radio Inter-Milan 2-0 del 7 marzo 1971, gol di Corso e Mazzola”.

Quale partita vorresti poter cancellare?
“Juventus-Inter 1-0, arbitro Ceccarini”.

Quale partita avresti voluto giocare?
“Sono un nonviolento, ma mi sarebbe piaciuto essere al “Mestalla” di Valencia, nella rissa finale per inseguire Marchena”.

Il giocatore a cui sei più legato?
“Fare un solo nome è impossibile: se costretto, direi Mazzola. Però, non posso fare a meno di aggiungere Facchetti, Boninsegna, Rummenigge, Zenga, Berti e Ronaldo. Fra chi gioca oggi, Cambiasso”.

Hai mai incontrato il presidente Moratti?
“Due volte, anni fa: in entrambi i casi alla “Comuna Baires” di Milano. L’unico, breve, scambio di battute è stato mentre mangiavamo – in piedi – qualche trancio di pizza per chiedermi se anch’io pensavo che Recoba fosse maturato…”.

Dai, non scherzare!
“Sembra una storiella, ma è davvero andata così: aggiungo di avergli risposto di sì, un po’ per l’emozione, un po’ per fargli piacere…”.

Una parola per definire gli ultimi 6 allenatori nerazzurri: Mancini.
“Trascinatore”.

Mourinho.
“Inarrivabile”.

Benitez.
“Cartesiano”.

Leonardo.
“Empatico”.

Gasperini.
“Rigido”.

Ranieri.
“Esperto”.

In cosa, la società, ha sbagliato nell’ultimo anno e mezzo?
“Di errori ne sono stati commessi molti. Ma attenzione: io non considero la riconoscenza un errore. Ma non capire che il centrocampo aveva un disperato bisogno di forze fresche, mi sembra un clamoroso errore di valutazione. Forse discende dalla risposta errata a una domanda…”.

Quale domanda?
“Come si fa a migliorare la squadra del Triplete?”.

Appunto: come si fa?
“Migliorarla era impossibile, si poteva gestire meglio l’invecchiamento dei campioni, inserendo giovani in ogni reparto e riducendo il minutaggio dei più spremuti”.

Avresti ceduto Eto’o?
“Mai…”.

Perché?
“Cedere un fenomeno come Eto’o vuol dire precipitare nella scala della reputazione. E se proprio sei costretto a cederlo, lo fai a giugno, in tempo per sostituirlo con qualcuno di alto livello”.

Pensi che sia giusto sposare totalmente il fair play finanziario?
“Ho l’impressione che il FPF sia un’ottima scusa per evitare di continuare a staccare assegni da 40-50-60 milioni ogni anno. L’Inter costa troppo e il peso degli ingaggi è esorbitante, soprattutto ora che la passione di Moratti è stata un po’ placata dal triplete“.

L’Inter dovrebbe restituire lo scudetto del 2006?
“È lo scudetto a cui sono più affezionato. Faccio parte di quella generazione che per anni si è sentita urlare “Non vincete mai”, da chi ha fatto festa barando: non si può nemmeno dire che non lo sapessero, chiudevano volentieri gli occhi. Chi mi conosce sa che un’eventuale revoca del XIVesimo scudetto, mi spingerebbe a non seguire più il calcio”.

Recentemente, Moratti, a proposito di Calciopoli e della figura di Giacinto Facchetti tirata in ballo dall’accusa di un PM, ha detto che non leggerà più la “Gazzetta dello Sport”, che si sarebbe schierata con una politica calcolata dalla direzione del giornale.
“Ogni giornale scrive quel che gli pare, ogni lettore è altrettanto libero di scegliere a chi credere e chi finanziare. Le accuse di Palazzi a Facchetti sono imperdonabili, perché un’elementare civiltà giuridica impone di non coinvolgere chi non si può difendere. Ma aggiungo una cosa…”.

Prego.
“Non mi è piaciuta la strategia difensiva che l’Inter ha scelto di fronte a tanti attacchi, perché la reputazione andava difesa con ben maggiore energia. Proprio perché l’etica non va in prescrizione, l’Inter – la società più danneggiata da Calciopoli – doveva attaccare, non difendersi. Quanto alla politica e al potere economico, siamo il paese con il più gigantesco conflitto di interessi mai visto in una democrazia evoluta, impossibile che il calcio ne sia al riparo”.

Negli ultimi anni, sull’Inter, sono stati scritti un bel po’ di libri, tra cui il tuo “Confessioni di un’interista ottimista”. Ci puoi fare un elenco di quelli che ti sono piaciuti di più?
“Non c’è confronto, nessuna squadra è altrettanto romanzesca. Perciò, almeno una dozzina di titoli devi lasciarmeli dire…”.

Va bene.
“Partiamo dal Brera di “Herrera e Moratti” al Dalla Chiesa di “Capitano mio capitano”, il primo “Interismi” di Severgnini, la raccolta “Basta perdere” edita da Limina, poi Garlando “Ora sei una stella”, Bartolozzi “La mas digna”, Roberto Torti “Settore 4C Fila 72 posto 35″, Luigi Cavallaro e il suo “Interismo leninismo”, Tommaso Pellizzari “Inter, la dinastia”, il “Manuale di prostituzione intellectuale” del Collettivo Bauscia, Interisti.org e il primo “Inter abbiamo un problema… o no?”, e stavo per dimenticare Sandro Modeo “L’alieno Mourinho”. Infine quello che sto finendo di leggere, “Se no che gente saremmo” di Gianfelice Facchetti”".

Appunto, che gente saremmo a non citarlo.

scritto da il 20 luglio 2011 alle 10:05

Palazzi e la sua relazione: illecito disciplinare?

Qualche giorno fa vi avevamo anticipato, nel silenzio generale degli organi di informazione, la notizia della richiesta di annullamento della relazione di Palazzi presentata dal Brescia Calcio (ancora oggi su Google News il numero di fonti che hanno riportato la cosa è desolante). A proposito di questo ricorso e delle sue possibili implicazioni, riportiamo l’intervista che l’Avvocato del Brescia, Bruno Catalanotti, ha rilasciato in esclusiva a Sabine Bertagna per FcInter1908.it.

Il Brescia, pur non essendo destinataria del provvedimento di Palazzi, ha deciso di fare ricorso. I motivi risiedono nell’inesatta definizione di Nello Governato (citato nel documento di Palazzi) in qualità di consulente del presidente del Brescia, Corioni. Governato fu suo consulente negli anni compresi tra il 1986 e il 1989. Secondo lei è un tentativo atto a sminuire la posizione del Brescia Calcio nel processo di Napoli, visto e considerato che la Sua difesa è sempre stata molto decisa e agguerrita nei confronti degli imputati Moggi & Co.?
Come ho sottolineato (cfr. pag. 6,  terza proposizione; pag. 7, prima,seconda e terza proposizione) la pretesa frequentazione telefonica PairettoGovernato è citata, da un lato, per convalidare l’assunto difensivo che tutti idirigenti di società parlavano con i designatori (all’epoca, peraltro,  non era vietato); assunto funzionale alla  strategia della “illegalità diffusa”, dall’altro, per delegittimare il Brescia  ed il suo difensore, considerato dai Colleghi avversari, “il P.M. Aggiunto”. E’ bene ricordare a proposito di ciò, che le telefonate segnalate dalla difesa di Moggi sono solo quattro: per tre di esse è Pairetto (quale fonte…) a dire che il suo interlocutore è Governato; nell’unica, in cui l’utenza chiamante, secondo il perito, è certamente quella di Governato, questi si occupa della(udite, udite..) Juventus! (cfr. pag. 38-39).
Quanto al tentativo, miseramente fallito, di screditare Catalanotti ed il Brescia, mi sembra che non sia stata adeguatamente rimarcata la vicenda
Pairetto, presunto destinatario di pressioni da parte dell’avvocato Catalanotti  affinchè “collaborasse” con i P.M.La suddetta “favola” fu oggetto di  denuncia di Pairetto e dei suoi difensori all’Ordine degli Avvocati di Milano ed alla Procura della Repubblica di Firenze. Ed inoltre, il suo integrale letto fu enfaticamente letto in udienza a Napoli, a mò di  colpo di scena,  senza sortire, invece, alcun interesse presso gli altri difensori.Dopo l’infelice recita, l’avvocato Merlone ha rinunciato all’incarico! Mentre sia a Milano che a Firenze l’accusa è stata ritenuta infondata ed i procedimenti archiviati, avanti alla  Procura della Repubblica di Napoli è, invece, pendente un procedimento a carico di Pairetto  (e non solo, forse..) per diffamazione aggravata

Alcuni hanno notato un nesso temporale tra l’operazione Palazzi e l’esposto della Juventus…
E’ una domanda insidiosa, perché  una risposta adesiva sottintenderebbe una “intesa” Palazzi-Juventus, innanzi tutto non provata, ma che, comunque, sarei portato ad escludere per la stima e la considerazione che ho –al di là della controversia giudiziaria- per i dirigenti  ed i legali della Juventus, e per il dott. Palazzi. Mi sembra, invece, che l’iniziativa  del Procuratore federale obbedisca ad un malinteso senso di giustizia, che lo ha spinto  non solo ad occuparsi  -e per di più senza contraddittorio con le parti interessate-  di fatti da tempo prescritti, ma anche a motivarne  la sussistenza, a delinearne la configurazione disciplinare, e ad attribuirne la responsabilità nel momento processuale dell’archiviazione, che tali  apprezzamenti non consente.
Da ciò deriva, secondo un consolidato orientamento della Corte di Cassazione richiamato nel ricorso,  l’abnormità del provvedimento, che legittima la richiesta di un suo parziale annullamento, che il Brescia ha proposto all’Alta Corte di Giustizia Sportiva.

Nel procedimento di Palazzi ci troviamo di fronte ad un illecito disciplinare (anche qui spiegheremo quali sono gli articoli da voi contestati e perché) che nel  documento Lei evidenzia come comportamento grave e consapevole. Ha idea di quale possa essere stato il motivo per il quale Palazzi abbia deciso di aprire comunque un’inchiesta nonostante l’evidente prescrizione dai fatti?
E’ necessario precisare che la sanzione disciplinare per l’adozione di un provvedimento abnorme è prevista  dall’ordinamento statuale e non da quello sportivo. Alla seconda domanda ho risposto sopra.

L’operazione Palazzi rischia di rimanere agli atti come una “sentenza” senza contraddittorio. All’inizio del documento  vengono citati tutti i soggetti e le società coinvolti. C’è stata o ci sarà un’alleanza con le altre parti in causa, per esempio l’Inter  o la famiglia Facchetti? Oppure il Brescia si riserva un’azione prettamente individuale?
Le doglianze del Brescia credo possano essere condivise anche dagli altri soggetti fisici o giuridici chiamati in causa dal provvedimento del Procuratore federale, essendo fondate sulla  violazione di norme (artt. 129 e 408 e segg. c.p.p.) dell’ordinamento statuale, applicabili anche nei procedimenti di illecito disciplinare avanti agli Organi di giustizia sportiva, perché attinenti ai principi, di rilievo costituzionale, del diritto di difesa e del  giusto processo e, in ogni caso, specificamente richiamati nello Statuto della F.I.G.C. (art. 33.2) e nel Codice dei Giudizi innanzi al Tribunale Nazionale di Arbitrato per lo Sport (art. 4.1). Pertanto, vedo con favore la possibilità che altre società intraprendano lo stesso cammino del Brescia:  viribus unitis  è più agevole conseguire il risultato perseguito.

Quali sono tecnicamente i passi,  le procedure e i tempi per avere dall’Alta Corte una risposta in merito al vostro ricorso? E’ già stato consegnato?
Il ricorso è già stato inviato telematicamente all’Alta Corte ed  alla F.I.G.C.e risulta pervenuto ai destinatari.Sono previsti dalla normativa altri  adempimenti, quali il deposito del ricorso in originale entro dieci giorni dalla notifica, la costituzione, entro lo stesso termine, della parte intimata (in questo caso la F.I.G.C.), l’intervento del terzo (titolare di un  interesse giuridicamente protetto, individuale e diretto), la trattazione della questione preliminare circa la eventuale inammissibilità del ricorso,  l’istruttoria, le udienze, la discussione finale, la decisione. Sui tempi di definizione del procedimento non sono in grado di formulare previsioni; non credo, però, che, dopo il periodo feriale, sarà necessario un lungo periodo di tempo per pervenire alla decisione.

L’archiviazione di Palazzi, si legge nel documento, non prevede alcuna forma di impugnazione se non quella dell’abnormità. Questo significa in parole povere che la Juventus non potrà fare ricorso?
Anche per la Juventus vale il termine di trenta giorni per impugnare il provvedimento della Procura federale, sempre che la società torinese abbia interesse ad un autonomo gravame ovvero non ritenga sufficiente l’intervento, in presenza, come si diceva sopra, di un interesse giuridicamente protetto, individuale e diretto.
Vorrei aggiungere, a proposito della rinuncia alla prescrizione, alla quale l’Inter è stata da più parti sollecitata, che mi sembra una pretesa davvero fuori luogo, a fronte della evidente illegittimità della indagini avviate dopo un anno dallo spirare dei termini di prescrizione. Come ho sottolineato nel ricorso (pag. 33, nota 3), la fisiologia del procedimento prevede che questo sia iniziato solo se e quando sono ancora “aperti” i termini di prescrizione. In questo caso, una volta spirati i  termini prescrizionali, l’opzione di giovarsi del suddetto beneficio ovvero di rinunciarvi è correttamente configurata. Qui, invece, il procedimento è stato instaurato quando i presunti illeciti non erano più perseguibili. Per questa ragione, invitare gli interessati a rinunciare alla prescrizione suona come una inammissibile provocazione.
Condivido, quindi, in toto la linea del Presidente Moratti. Una ultima considerazione: non intendo  entrare nel merito degli addebiti mossi dalla Procura federale ai tesserati ed alle società indicate nel provvedimento; a questa regola -la  cui violazione omologherebbe il mio comportamento a quello della Procura federale- ho fatto eccezione solo per Governato, poiché era chiamato in causa, e senza ragione, il Brescia. Non posso però fare a  meno di denunciare che come intollerabile offesa alla verità dei fatti ed all’onestà  di chi li conosce,  equiparare i comportamenti valutati in modo così severo e unilaterale nel provvedimento della Procura federale ai gravi delitti, dei quali  rispondono avanti al Tribunale di Napoli Moggi, Bergamo, Pairetto, Mazzini e gli altri imputati.

[Sabine Bertagna per FcInter1908.it]

scritto da il 1 luglio 2011 alle 10:09

Restaurazione in corso

Su gentile concessione dell’Autrice, Sabine Bertagna, pubblichiamo un interessante e preciso ritratto di uno degli uomini-simbolo del calcio italiano, un degno rappresentante di tutto il movimento.


Alla voce faccia pulita trovate la sua. Lui, Fabio Cannavaro, più di ogni altro è il simbolo della nostra Italia. Il Capitano con la C maiuscola. Quella C non si è abbassata di vergogna davanti a nulla.

Non davanti alle immagini raccapriccianti della flebo che si iniettò prima di Parma-Marsiglia, sorridente e felice. “Non è doping, ma solo una flebo di un farmaco che non è nella lista del doping. Il Neoton è un ricostituente che si fa ogni tanto quando arriva la stanchezza, ma è una cosa normale.” E la stanchezza arrivava quando uno meno se lo aspettava. Di solito prima dell’inizio della partita. Il Neoton, comunque, non è un integratore ma un farmaco che viene somministrato ai cardiopatici. Giusto per essere precisi.

Non davanti alle prove della sua slealtà sportiva. Quella autenticata dalle intercettazioni (sempre quelle) di Calciopoli (sempre quella) che ci spiegarono come un giocatore forte come lui potesse improvvisamente essersi trasformato in una pippa (è il suo anno) non appena indossata la maglia a strisce nerazzurre. Lui in realtà voleva andare altrove. E sul come farlo, svalutandosi, gli venne in aiuto Moggi. Ecco una telefonata piuttosto rappresentativa.

Moggi chiama Fabio Cannavaro e un terzo uomo
Moggi: “Allora lo possiamo fare anche oggi: fai chiamà Ghelzi (Ghelfi vicepresidente Inter), gli dici che
vuole andà via”.
Cannavaro: “Come?”
M: “Fai chiamare Ghelzi, ooh.. come si chiama là, brindellone alto… il Presidente!”
C: “Facchetti”
M: “Facchetti. Fai chiamare Ghelzi e Ghelzi lo farà. Gli dici: guarda, io voglio andà via perché non sò
considerato dall’allenatore e stop”.
(…)
M: “Dagli una telefonata di brutto, dai! Poi richiamami, dai!”

Per inciso il “brindellone” era Facchetti, quello che secondo alcuni telefonava al pari di qualcun altro. Ma Fabio Cannavaro non ci sta. Lui che fa parte del partito “sonosempre29″ dichiara: “Gli scudetti? Sento di averli vinti sul campo. Moggi? Erano tutti amici del nostro direttore, erano tutti contenti“. Tutti felici e contenti. A parte le parti lese, ovviamente. Che in questo preciso istante mi sfuggono. Chi era la parte lesa in questa vicenda?

Non davanti all’ignoranza. “Gomorra? Nuoce all’Italia.” Cioè, Fabio Cannavaro tu ci stai dicendo che il film-reportage che denuncia la camorra nuoce all’Italia? In quale misura? E a chi esattamente nuoce Gomorra? E’ di oggi la notizia che ai locali della catena di ristorazione Regina Margherita sono stati messi i sigilli. Sotto sequestro anche le quote societarie appartenenti a Cannavaro che a questo proposito ha prontamente dichiarato:”Non so da chi ho comprato le quote“. L’ex-difensore bianconero non è tra gli indagati. L’indagine riguarda presunti usure e riciclaggi camorristici.

Quella C, insomma, è sopravvissuta a tante, troppe cose. Non è un caso. O forse sono solo semplici coincidenze. Certo è che davanti a fatti più o meno evidenti lui ha sempre una scusa pronta. Un ottimo alibi. Una tenace capacità di riciclarsi. In perfetto Italian Style. Lui è uno di quelli che ha sempre negato l’esistenza di Calciopoli. Una pura invenzione. E Moggi era solo un pochino più furbo degli altri. Ecco, revocare quello scudetto – e sto pensando a Facchetti considerato uno sciocco del quale prendersi gioco – vorrebbe dire tante cose. Oltre a punire “politicamente” una squadra rea di essersi forgiata del titolo di onesta vorrebbe dire soprattutto un’altra cosa. Vorrebbe dire dare ragione a quelli come lui. Che grazie a quella faccia pulita in un modo o nell’altro si salvano e la fanno franca. Sempre.

[Sabine Bertagna su FcInter1908.it]

scritto da il 9 novembre 2010 alle 15:27

Il nuovo Mourinho è biondo e non perde mai una partita

Era l’assistente di Mou all’Inter, ora guida il Porto che domina in Portogallo: riportiamo l’ottimo ritratto di Andrè Villas Boas tracciato da Paolo Tomaselli sull’edizione cartacea del Corriere della Sera di oggi.

Andrè Villas BoasE se avesse ragione lui? “Non sono il clone di nessuno” ripete Andrè Villas Boas. Dove “nessuno” è ovviamente Josè Mourinho. Di certo l’ex assistente tattico dello Special One ha dimostrato, a 33 anni, di poter camminare da solo. Anzi, per la verità sta già correndo: dopo il 5-0 di domenica contro il Benfica, il suo Porto (che ha vinto la Supercoppa sempre contro i campioni in carica) viaggia con dieci punti di vantaggio dopo dieci giornate, nelle quali ha vinto nove volte e pareggiato solo con il Vitoria Guimaraes, segnando 25 gol e subendone appena 4. In Europa League, tre successi e un pari con il Besiktas, valgono il primo posto nel girone L.

Per uno che non ha mai fatto il calciatore e in carriera si era seduto solo 23 volte in panchina, con l’Academica Coimbra presa all’ultimo posto e salvata all’undicesimo (con annessa semifinale di Coppa di Lega) non è male. Tredici mesi fa Villas Boas lasciava l’Inter con la benedizione di don Josè e ora cerca di esserne all’altezza come comunicatore, alimentando a ogni partita una convizione già piuttosto radicata negli osservatori più attenti: tatticamente il lavoro del Mourinho biondo è più sofisticato rispetto all’originale, sia come preparazione (basata su uno studio maniacale di ogni singolo avversario) che come resa sul campo, con un 4-3-3 solido, ma anche più votato al gioco d’attacco.

Certo, il Portogallo e il suo campionato potrebbero sembrare un laboratorio ideale per un apprendista. Però Villas Boas è arrivato al Porto dopo la peggiore stagione degli ultimi dieci anni (terzo posto) e ha già un vantaggio record sulle secondo, dopo aver inflitto all’odiato Benfica la terza peggiore sconfitta della storia. “Campionato già deciso? Questa è una domanda che dovete fare soprattutto all’allenatore avversario…” ha chiosato con una certa ironia il baby fenomeno, che ha cominciato a 16 anni come scout nello staff di Bobby Robson al Porto, dove ha conosciuto Mourinho, allora vice del tecnico inglese.

L’ex c.t. 22 enne delle Isole Vergini, cacciato dopo una disfatta con le Bermuda, si è diplomato all’Isef e non viaggia mai senza i suoi libri di tattica e gli immancabili dvd che distribuisce ai suoi giocatori. Davanti ai microfoni, oltre alla bella presenza, Villas Boas comincia a dare qualche saggio di mourinhismo, soprattutto in tema di arbitri: “L’avversario si lamenta? Chieda la ripetizione della partita. Per gli altri rappresentiamo evidentemente un’ossessione”. “Il Benfica? E’ rimasto bloccato -ha detto domenica sera, lui che in Italia rimediò una giornata di squalifica per frasi irriguardose contro l’arbitro- e anche nel secondo tempo tatticamente è stato uno zero. Per quel che ci riguarda continuiamo il nostro “grido di rivolta” dopo le delusioni della scorsa stagione”.

Poco lavoro in palestra. Molta palla, tantissima tattica. Lingua lunga, faccia tosta e ciuffo biondo. Considerarlo un clone in effetti sembra riduttivo. Magari è semplicemente l’erede del maestro Mourinho.

L’evoluzione di uno Special One.

Paolo Tomaselli per il Corriere della Sera

scritto da il 12 ottobre 2010 alle 9:19

Bauscia Cafè e il mercato nerazzurro su Football Transfer

Da bravi cialtroni quali -si sa- noi siamo, non perdiamo alcuna occasione per “auto citarci”. E’ per questo che riportiamo l’intervista (!) rilasciata da Nk (!!) ad Alessandro Pignatelli di Football Transfer e pubblicata ieri sul blog specializzato in calcio mercato.

Approfittiamo di questo scandaloso “autocopiaincolla”, almeno, per un saluto e un doveroso grazie a tutti gli utenti di Bauscia Cafè e Football Transfer!

Prima di tutto, due righe di storia del vostro blog…
Beh, in due righe è davvero difficile…Bauscia Cafè ha una storia abbastanza movimentata: nasce nel settembre 2008 su piattaforma splinder da una geniale idea di MrSarasa e MissGreen e si sviluppa nel tempo grazie al grande lavoro di Watergate e alla passione di tutti quelli che hanno voluto metterci la “penna”. Fonz, Luis, Taribo, Errek, Snis, Grappa e Vinci, il sottoscritto…nominarci tutti è un obbligo, perchè la forza del blog sta proprio nelle centinaia di idee differenti che le nostre teste partoriscono, nella mancanza di una “linea ufficiale” da seguire: Bauscia Cafè racchiude in sè le mille sfaccettature del tifo interista, e proprio questa è la migliore garanzia del fatto che chiunque può esprimere la propria opinione e le proprie idee. E’ stato così in questi due anni e così continuerà ad essere in futuro, ora che ci affacciamo nel terzo anno di vita del blog e che -e questo era fino ad oggi un segreto- ci prepariamo ad accoglierlo in una veste completamente rinnovata.

Nick, parliamo di Maicon e Milito: voi pensate che andrebbero ceduti o tenuti?
Io non li metterei sullo stesso piano. Maicon è, semplicemente, il numero uno al mondo nel suo ruolo: non ha rivali, è imparagonabile a qualsiasi altro interprete e si può tranquillamente dire che, quando è in forma, riesce a coprire da solo due ruoli risultando spesso immarcabile. Lasciar partire lui significherebbe non solo rimpiazzarlo numericamente (con chi? a che prezzo?), ma anche trovare delle soluzioni alternative a tutta una serie di schemi offensivi che passano dai suoi piedi e che non potrebbero essere portati avanti da nessun altro. Milito invece è “solo” uno dei migliori interpreti del suo ruolo: anche lui ha caratteristiche che difficilmente si trovano in altre prime punte, ma secondo me non risulta così indispensabile nell’unicità degli schemi dell’Inter. A 31 anni il valore di mercato inizia inevitabilmente a diminuire, e con un “sostituto” come Samuel Eto’o già a disposizione io valuterei seriamente una possibile cessione. Il che non significa dismetterlo, certo, ma davanti a un’offerta importante…

E’ stato un errore dare via Balotelli senza acquistare un sostituto adeguato? Oppure Coutinho e Biabiany lo sono?
Stiamo attenti con le parole, che l’argomento continua a essere molto sentito! Sicuramente non è stato un errore concedere a Balotelli di cambiare squadra: era quello che voleva ed era diventato francamente ingestibile sia dentro che fuori dal campo. Ovviamente, però, nè Coutinho nè Biabiany garantiscono (ancora?) l’apporto che avrebbe potuto dare Mario. Errore non sostituirlo con un top player? Economicamente di sicuro no, perchè se si doveva affrontare un esborso per un top player allora tanto valeva concedere a Balotelli l’aumento monstre e le garanzie richieste. Tecnicamente non saprei: credo che i limiti di questa squadra siano paradossalmente legati al modulo che l’anno scorso ne ha fatto le fortune. Con un terzo centrocampista al posto di una punta, la panchina tornerebbe ad offrire alternative validissime.

Si parla del possibile arrivo di Pastore. Vi piace? Potrebbe coesistere con Snejider?
Guarda, anche qui dipende dalla tattica che si sceglie di seguire. In questo 4231 un trequartista come Pastore, che secondo me non può giocare esterno, non troverebbe spazio. Leggo tra i tifosi – anche tra i più competenti- tanta voglia di provare il cosiddetto “albero di Natale”, con due trequartisti alle spalle di una punta: lì Pastore ci starebbe eccome, così come tanti altri nomi che circolano in questi giorni. L’intelligenza tattica e la duttilità di Sneijder permettono all’olandese di giocare praticamente con chiunque. L’argentino resta comunque secondo me uno dei talenti più puri in circolazione, con la testa giusta e quella sfrontatezza che, storicamente, è una caratteristica che si sposa molto bene con i nostri colori. Un gran giocatore, senza dubbio.

Benitez può eguagliare/superare Mourinho?
Superare Mourinho? Siamo alle soglie dell’impossibile, visti i numeri messi in fila dal portoghese: di triplete non se ne vedono tutti i giorni, e due di fila non se ne sono mai visti. Sicuramente se c’è uno che può proseguire sull’onda lunga dello Special One quello è Benitez, checchè ne dicano le critiche troppo affrettate sentite in questi giorni: non mi sembra di vedere in giro tanti allenatori migliori dello spagnolo, e sicuramente nessuno di questi era disponibile quest’estate. Piuttosto non sembra esserci da parte della società quella cieca fiducia vista in passato anche con allenatori meno meritevoli di Rafa…ma magari, speriamo, è solo un’impressione.

Ibrahimovic al Milan: vi fa effetto oppure no? E se Kakà venisse all’Inter?
Fa effetto sì, ma fino a un certo punto: credo che nessuno si aspettasse da Ibrahimovic fedeltà eterna, sappiamo con che professionista abbiamo a che fare e sapevamo, abbiamo sempre saputo, che la sua casa sarebbe sempre stata quella del miglior offerente, indipendentemente dai colori. Credo che nessuno si senta “tradito” da Zlatan, anzi. Ha solo dimostrato di avere pessimi gusti, se mi concedi la battuta! Kakà all’Inter? Guarda, le collezioni di figurine e i dispetti da vicini di banco preferisco lasciarli ad altri. Il discorso è tattico -identico a quello fatto per Pastore- oltre che sul giocatore: che garanzie dà Kakà? Può ritornare quello ammirato al Milan? E’ ancora in grado di fare la differenza in maniera tanto marcata? Se le risposte fossero positive, ben venga uno dei migliori giocatori al mondo. Altrimenti no: per far “rosicare” l’altra sponda di Milano molto meglio continuare ad alzare Coppe piuttosto che fare operazioni di facciata.

Un giocatore che vorreste Moratti acquistasse a gennaio e uno a giugno.
Eh, con la fantasia e i soldi degli altri è facile! Ti dico Schweinsteiger e Gareth Bale, tu scegli l’ordine di arrivo e io vado a prenderli all’aereoporto! Ma ho paura che non basterebbero 60 milioni per portarli entrambi a Milano…

scritto da il 7 giugno 2010 alle 15:56

Un Mugello del malaugurio

SOCCER-CHAMPIONS/

La... terza passione di Valentino...

Non ci ero abituato, o meglio, non potevo esserci abituato.

Seguendo il Motomondiale dal 1998 (quando ancora le classi si chiamavano 125-250-500 ed i piloti forti non erano solo italiani o spagnoli..  sembra una vita fa), una domenica di gare ma senza Rossi non l’avevo mai vista, perchè semplicemene non c’era mai stata.

Certo, ci sono state anche in passato giornate (poche) abbastanza amare per per il dottore, con cadute quando meno te l’aspetti (una su tutte: quella all’ultimo atto del mondiale 2006), malanni della moto o altri contrattempi… però così no, insomma.

Peraltro, oltre al danno la beffa, la prima gara saltata in 14 anni di Mondiale è sulla pista di casa, l’incidente più grave sul circuito che lo ha visto vincere più volte…

Non c’ero abituato insomma, ma siccome anche oltre al dottore questo sport non fa venire esattamente il sonno, ho guardato lo stesso la gara del Mugello. Niente gara 125 e Moto 2, perchè avevo altro da fare, tv acceso direttamente alle 13:30. Toni dimessi, da parte di De Adamich, che inoltre prova a tutti i costi a guardare il bicchiere mezzo pieno, o comunque non del tutto vuoto: gli escono due perle degne di un semiprofano delle corse (“forse poteva andargli anche peggio” e “in fin dei conti, la gamba destra è l’arto meno importante per chi guida in moto”, come se si potesse correre facendo le pieghe col gesso, perchè tanto è la destra…), ed invece è la faccia storica di Gran Prix… segno che sta roba li ha mandati proprio per bene in pallone.

Fanno rivedere l’incidente, per fortuna non ho visto in diretta, meglio averlo letto prima penso.

Vari piloti con cartelli e messaggi allo “spettatore in più”… una dose di paraculaggine ci sarà di sicuro, però il 99% di questi ragazzi più o meno giovani deve fare un monumento a Rossi, per aver reso il motomondiale un fenomeno mediatico di massa, il restante 1% è Capirossi che può limitarsi ad una targa, visto che famoso lo era già prima di Vale, non mi stupisco insomma se quasi tutti hanno un pensierino. Certo qualcuno di pensierini già ne ha pochi normalmente, quindi non mi stupisco nemmeno della loro “non partecipazione”.

Chiama Rossi, e sono due telefonate che danno la dimensione del personaggio: la prima, quella a Meda & Reggiani (altri due “riconoscenti”, come minimo, per conto proprio e per conto dell’azienda…), mostra tutto il lato guascone di Valentino, pur bloccato a letto (“speriamo che non vinca nessuno” ed “ho un buon rapporto con la morfina”), la seconda invece, diffusa all’interno del circuito dagli altoparlanti, è semplicemente un momento collettivo: vedo gente che si commuove, chi cerca le telecamere per mandargli un bacio, un saluto, chi mostra la sua bandierina, il suo cartello…

Seppure magari non arrivo a certi eccessi, non sono del tutto insensibile, li capisco, c’è il grande rammarico per quanto successo sotto i loro occhi, il sollievo perchè comunque il Campione sta bene, e vuole tornare quanto prima, il desiderio di fargli sentire tutta la vicinanza possibile… in una parola, tifo.

Poi la gara finalmente parte, logicamente non riesco a tifare per qualcun’altro, quindi guardo semplicemente cosa succede.

C’è Pedrosa che sembra tornato il dominatore di qualche stagione fa (in un’altra categoria), Lorenzo e Dovizioso che dan vita ad un bel duello, Stoner e Melandri che confermano di non valere, tuttosommato, più dei semidebuttanti Spies e De Puniet… Hayden cade (e per un attimo credo che sia, come d’abitudine, il suo compagno di squadra…), Simoncelli esce di pista e poi fa una buona rimonta, due vecchie volpi come Capirex e Colin Edwards restano lontani dai riflettori.

Una gara stranissima nella sua normalità, insomma, quasi una gara da 250.

Quelle che di solito guardo dicendomi “si, bravi, però dopo c’è la Gara Vera…”.

Torna presto, valerossi, che questo sport di sicuro può continuare anche senza di te, ma perde un po’ di gusto. Un po’ tanto.

scritto da il 12 maggio 2010 alle 22:55

Una risata li seppellirà

Ogni tanto ti capita di imbatterti in certi post che, parafrasando Guccini, li leggi e non puoi fare a meno di chiederti: “Perchè non l’ho scritto io?”. Beh, devi fartene una ragione: non l’hai scritto tu. Ma per fortuna l’ha fatto qualcun altro. Nel caso specifico, Stefano Massaron su iostoconmancini. Un post semplicemente perfetto che, su gentile concessione dell’autore, riportiamo integralmente.

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[Premessa: non sarò breve. E, siccome negli ultimi tempi sono diventato, se possibile, ancora meno tollerante di prima, prego chiunque non abbia voglia di leggere una decina - eh sì - di pagine di saltare quanto segue e di andare direttamente ai commenti a parlare di quel che vuole invece di commentare "troppo lungo, che palle, troppo prolisso". Sono le sette di lunedì mattina: nessuno è obbligato a leggerlo, ma a rispettare chi ci ha perso una notte a scriverlo sì. Thanks.]

Non so quanti di voi abbiano praticato sport agonistico, e a quale livello, ma chi ha avuto questa fortuna è sicuramente a conoscenza di una delle “leggi non scritte” che regolano questo genere di competizioni: si gioca alla morte, dando fino all’ultima stilla di sudore e di energia; spesso si gioca anche scorretto e si gioca per intimidire, ma mai – e sottolineo mai- si gioca per far male all’avversario. Perché, quale che sia la rivalità, si ha sempre ben presente che l’avversario è come te, si sbatte come te, suda come te, si esalta e si deprime come te. E, quando si è anche professionisti e non semplici agonisti, si ha ben presente che quello che hai di fronte, oltre a essere un avversario, è un collega.

Per questo motivo, il pomeriggio di mercoledì, parlando al telefono con Cristina (GinLemonCri per i frequentatori del blog) – la quale mi esprimeva tutti i suoi timori per le gambe e le caviglie dei nostri giocatori, ascoltati i proclami scriteriati e criminali lanciati come un tam-tam nella giungla purulenta e priva di controllo delle emittenti delinquenziali romane – mi sono sentito di tranquillizzarla. “Non esiste”, le ho detto, “che un professionista manchi di rispetto a un altro professionista facendogli male. Esiste un codice etico di base che, nonostante le polemiche e i veleni, nessuno supererà mai, nemmeno la feccia in maglia giallorossa.”

Mi sbagliavo.

L’ho capito dopo nemmeno quaranta secondi di “gioco” (le virgolette sono necessarie), assistendo all’entrata assassina di Nicolas Burdisso sulla coscia di Sneijder. Ora, mi rendo conto che è assolutamente inutile raccontarvi il prosieguo della partita, tanto tutti sappiamo come è andata, dai calcioni di Taddei e Perrotta ai pugni di Mexes per finire con la rabbiosa manifestazione di bestialità di Francesco Totti.

Resta il fatto che mi sbagliavo.

E, merda, sbagliare non mi piace, non mi è mai piaciuto, non mi piacerà mai.

Detesto sbagliarmi. E’ una cosa che non mi dà pace. Mi tormenta, mi tortura, mi ravàna dentro come se avessi una grattugia che va su e giù all’altezza del piloro.

E allora mi sono domandato perché avessi sbagliato così clamorosamente, ritenendo al di là di ogni possibile dubbio che l’etica dei giocatori in campo – abituati a darsele e a prenderle salvo poi stringersi la mano a fine partita e magari scambiarsi anche la maglia – potesse prevalere sull’istigazione a delinquere propagandata via etere dalle radio romane, complici (ma su questo torneremo in altro post apposito dedicato al peggio del peggio), tra gli altri, persino Paolo Assogna e Riccardo Gentile di SkySport.

E alla fine ci sono arrivato.

Mi ci sono voluti tre giorni e mezzo di rabbia cieca, in cui ogni notte ho tentato di scrivere questo post perché voi poteste leggerlo la mattina seguente trovandomi incapace di portarlo a termine senza incorrere in rischi di querela e, soprattutto, incapace di scriverlo senza trascendere in insulti e in proclami altrettanto violenti e vergognosi di quanto sentito fuori e visto poi in campo all’Olimpico mercoledì sera.

E poi, finalmente, ci sono arrivato. Mi sono sbagliato perché sono rimasto indietro. Indietro non rispetto allo sport e al calcio italiano di oggi, che sarebbe anche forse una nota di merito, ma indietro rispetto a quanto io stesso ho postulato e ribadito in una lunga serie di articoli usciti anni fa su una mailing list ora scomparsa che si chiamava I Fiori Volanti e che trattava principalmente di politica (nella quale, ça va sans dire, seguitavo, con disperazione di molti, a adoperare il calcio come paradigma per identificare meccaniche e problematiche ben più ampie e complesse).

Se penso che qui c’è chi mi dà del “complottista” mi viene da ridere, sul serio, perché ciò che scrivo qui è niente in confronto a ciò che scrivevo su quella bacheca. E, soprattutto, mi viene da ridere perché, se ho sbagliato in modo tanto clamoroso, è proprio perché, per un attimo, sono stato troppo poco “complottista”.

Come al solito, è stata la Paola, con la sua calma e la sua capacità di farmi ragionare, a darmi la tranquillità necessaria per rendermene conto. E’ stata lei che questa sera (vi sto scrivendo nella notte post-Chievo e, soprattutto, post-scandalo Roma-Cagliari), ascoltandomi, mi ha dato modo di ragionare a voce alta e di schiarirmi le idee.

[Avviso: amici "vatuttobenisti" che siete là in agguato, smettete di leggere, perché ciò che sto per scrivere ora va ben oltre la dolce acqua di rose per cui finora mi avete accusato di "complottismo". Qui si fa veramente sul serio.]

E, parlando con la Paola, mi è tornato in mente un mio vecchio articolo – risalente, se non ricordo male, agli scontri romani nella notte di follia che era seguita alla morte di Gabriele Sandri – che avevo scritto per I Fiori Volanti. O forse era un’altra occasione, ma pur sempre di scontri tra tifosi romani si trattava.

Oggi, osservando le Totti-celebrations andate in onda all’Olimpico, mi chiedo per l’ennesima volta: che cosa può spingere una città intera – in realtà mezza, per essere precisi – a fare di una bestia ignorante e sub-umana un eroe e un modello, a tappezzare i muri della capitale con l’immagine del calcione criminale assestato a Balotelli corredati dalla scritta “Grazie Capitano”, a dichiarare il “Totti-day” con tanto di bambini allo stadio con la maglietta numero dieci, a esibire striscioni ridicoli impugnati dalla moglie a beneficio di un “intero popolo” adorante?

Due fattori, principalmente: ignoranza e disagio sociale.

La violenza, sia verbale che fisica, è soltanto una conseguenza, che di questi due fattori si alimenta e si nutre in una spirale che i media non permettono di interrompere.

Cos’era accaduto, quella notte di oltre cento settimane fa, di tanto particolare da far scattare in me un improvviso campanello d’allarme?

Semplice: il giorno dopo, leggendo i resoconti degli scontri folli scatenati dagli ultrà romani nei dintorni dello Stadio Olimpico, una notizia mi aveva colpito come un fulmine. Quella notte, a un certo punto, la polizia e i carabinieri avevano ricevuto l’ordine di rientrare in caserma

Cioè, lasciate che ribadisca, perché il fatto in sé è tanto enorme che magari si pensa a un errore di battitura e, increduli, si va indietro a rileggere. Ripeto: mentre fuori impazzavano violenze di ogni genere, con proprietà vandalizzate, persone pestate a sangue, automobili e cassonetti incendiati in uno scenario simile alle rivolte di Los Angeles o delle banlieuesparigine, polizia e carabinieri, invece di stare per strada a fare quello che è il loro – a volte ingrato – mestiere, sono rientrati nelle caserme e non hanno fatto nulla.

E l’hanno fatto dietro preciso ordine proveniente dall’alto.

Fondamentalmente, hanno lasciato che gli ultrà si sfogassero senza intervenire. Questo, in un cervello bacato e portato al “complottismo” come il mio, non poteva che scatenare domande e riflessioni di ogni genere.

Mia madre è vecchia e malata, e ha bisogno di una persona che la segua. Io e la mia famiglia abbiamo trovato un piccolo tesoro: una ragazzona egiziana forte e robusta con tanto di velo e due bambini, e un marito, e un cognato con altri bambini eccetera eccetera. Insomma, avete capito. Che c’entra? vi chiederete. Un attimo, ci arrivo. Questa ragazza ha raccontato a mia madre che, spesso, suo cognato va in quei posti dove, senza farti domande e senza chiederti nulla, ti riempiono un sacchetto con qualche scatola di legumi, un paio di lattine di pomodori pelati e due o tre pacchi di pasta. A Milano ce ne sono ormai a decine, e il cognato mi ha detto che ormai non è più come qualche anno fa, in cui c’erano soltanto immigrati e barboni a fare la fila: no, ora “siamo metà e metà”, come dice lui. Ci sono anche molti italiani, spesso nemmeno vestiti male, che a testa bassa e con un po’ di vergogna vanno a farsi riempire il sacchetto di generi di prima necessità.

Ora, non ci vuole una laurea in sociologia per sapere, al di là di ogni possibile e ragionevole dubbio e soprattutto al di là di ogni retorica berlusconiana, che la violenza è direttamente (e inscindibilmente) proporzionale al livello di frustrazione sociale e inversamente (e altrettanto inscindibilmente) proporzionale al livello culturale della società in cui si manifesta. Più aumenta il disagio sociale e diminuiscono la cultura e l’educazione di base, più è facile che si verifichino scoppi di violenza incontrollata: e questo vale a qualsiasi latitudine, dall’India di Gandhi alle periferie di Bogotà come di Stoccolma.

E l’Italia di oggi, al settantaquattresimo posto come libertà di informazione secondo l’ONU, devastata nel e nella morale, nell’economia e nella convivenza civile da quindici anni di berlusconismo – veicolo ed espressione di un vuoto pneumatico che ha annichilito i cervelli e dilapidato le coscienze, sbattendo al contempo letteralmente sul lastrico milioni di famiglie, piaga purulenta non soltanto di una politica, ma addirittura di un modo di vivere tumorale che si è diffuso in ogni strato sociale con la rapidità e la spietatezza delle metastasi più esiziali – è diventata terreno fin troppo fertile per il germogliare della violenza.

Ma il nocciolo della questione sta proprio nella parola che ho adoperato poco fa:incontrollata. Un regime – e quello di Berlusconi lo è - non può assolutamente permettersi dinon controllare la violenza che esso stesso genera.

Ecco che torniamo al punto che più ci interessa (ve l’avevo detto che ci sarei arrivato): quale luogo mentale migliore del calcio, e di tutte le passioni che muove e ha sempre mosso, per permettere alla barbarie e all’inciviltà – effetti collaterali inevitabili del berlusconismo come di ogni altro regime – di scatenarsi limitando i danni, altrimenti devastanti e potenzialmente dirompenti, che provocherebbero se si sfogassero nelle piazze durante la settimana o, per esempio, durante uno sciopero generale, e per motivi – quali la povertà crescente e l’assenza di prospettive sociali – ben più pertinenti e problematici non soltanto da risolvere, ma anche solo da affrontare? migliore dello stadio di calcio per far sì che questa violenza abbia uno sfogo relativamente innocuo?

Ecco allora che lo stadio diventa – ormai lo sappiamo tutti, persino quelli che, in televisione, fingono di scandalizzarsene – una zona franca dove tutto è più o meno concesso, dove il teppista disadattato di turno può far volare la cinghia e mulinare il coltello, e gridare di rabbia e svellere lavandini e scagliarli dall’alto di una balaustra, nascondere mazze e spranghe senza che, più o meno, gli venga fatto nulla di ciò che dovrebbe subire se, a puro titolo di esempio, lanciasse quello stesso lavandino in testa a un vigile che gli fa la multa il martedì mattina. In questo humus, come già evidenziato dall’articolo postato da Simone qualche giorno fa, ovviamente la criminalità e l’ultradestra trovano linfa vitale e facile proselitismo, ma in realtà sono due facce dello stesso problema: è altrettanto risaputo che, allo stesso modo della violenza, il dilagare dell’estrema destra è direttamente/inversamente proporzionale al disagio sociale/al livello di cultura della società in cui emerge.

Ecco quindi che, con l’aiuto della Paola, mi è tornata in mente quella notizia. La polizia e i carabinieri ricevono l’ordine di rientrare in caserma. E questo ricordo improvviso mi ha fatto capire – in una sorta di epifanica rivelazione – un’altra cosa che proprio non riuscivo a comprendere, accecato com’ero dalla rabbia post-coppitalia. Per quale motivo, mi domandavo, non tanto le delinquenti radio romane di cui sopra, ma quotidiani che dovrebbero essere autorevoli o, per lo meno, seri, invece di stigmatizzare i comportamenti criminali e il clima da guerra civile scatenatosi a Roma, si armavano di penne al cherosene e attizzavano le fiamme degli ignoranti giallorossi? Per quale motivo, mi domandavo, politici di ogni genere e appartenenza, invece di occuparsi di faccende ben più gravi e pressanti, aggiungevano benzina al cherosene sparso dai quotidiani? E tutto questo – non dimentichiamolo mai! – per una partita di calcio?

Cazzo, era così semplice. Ho tradito me stesso, non ricordandomi di quella serie di articoli.

Il regime si auto-difende, e ha tutto l’interesse a far sì che una cosa innocua come il calcio diventi terreno di scontro e giostra medievale in cui riversare tonnellate e tonnellate di rabbia repressa. I quotidiani più autorevoli, tra gli altri CorriereRepubblica, sono parte integrante del regime, e si adeguano, difendendo se stessi e il loro “editore”, che altro non è se non il regime stesso. Ecco allora comparire articoli solo in apparenza criminali e avventati, quali l’ormai tristemente famoso (almeno su facebook) Elogio del calcione che cancella incubi e ingiustizie a firma Cesare Lanza, uscito su Il Giornale di giovedì, in cui, tra l’altro, si legge: “E [Totti] ha avvertito [...] che [...] la sconfitta maturava minuto dopo minuto. Ed ecco quel Balotelli che provoca e insulta (come Poulsen, in Portogallo). Quel ragazzo strafottente. No, non ne posso più. Sono alla fine della carriera, e tante volte mi sono rassegnato, orgoglioso, col sorriso sulle labbra, soddisfatto delle qualità che tutti mi riconoscono. Ma tante volte sconfitto. Perdente. Con una squadra raramente all’altezza. Sono stanco, stanco. [...] La misura è colma. Non sono al tramonto! Quel calcione che digrigna e urla dentro di noi è lì, pronto a colpire. Non voglio far male, no. Ma non ne posso più. Con un calcione cancello per un momento incubi, ricordi, spettri, amarezze, ingiustizie. Bisogna solo avere il coraggio di tirarlo, e io questo coraggio ce l’ho. Sotto gli occhi di tutti.”

Cesare Lanza, per quanto detestabile e condannabile e meschino, sa benissimo cosa sta scrivendo. Non a caso parla di “calcione che cancella incubi e ingiustizie”.

E Totti, che è talmente bestiaignorante da non rendersi nemmeno conto di essere nient’altro che un patetico burattino, non solo si presta a ricoprire il ruolo dell’Idolo a Roma e del Penoso Coglione nel Resto del Mondo, ma prima lancia il sasso e poi si nasconde e piagnucola miseria, guaèndo un “mi sento solo” tra una soffiata di naso e l’altra, ben sapendo che un “intero popolo” di disadattati e di disperati riempirà lo Stadio Olimpico con inni e magliette celebrative e se lo coccolerà perché – ed è questa la cosa veramente triste – non ha niente di meglio da coccolare e da idolatrare: i quindici anni di devastazione morale del berlusconismo quello – e solo quello – gli hanno lasciato come modello: una testa di cazzo che sputa sugli avversari, che li irride salvo poi indignarsi quando si vendicano, un perdente, un bambino viziato e capriccioso che deve farsi cambiare il pannolone da Rosella Sensi e da Claudio Ranieri e ha bisogno di farsi difendere da un’orda di delinquenti che impazza via etere, un omuncolo che nemmeno anni e anni di campagne pubblicitarie mirate a migliorarne l’immagine sono riusciti a rendere umanamente accettabile, un buzzurro violento e caciarone che ha bisogno che la moglie, oltre alle tette, sventoli uno striscione in sua difesa.

E i giornali, sportivi e non, e le televisioni, sportive e non, subito dietro: la Gazzetta arriva persino a proporre un sondaggio chiedendo ai suoi lettori “Ha ragione Totti o Balotelli?”, apparentemente tralasciando o dimenticando che, se quella gamba negra fosse stata ben piantata a terra, quel “calcione che cancella incubi e ingiustizie” avrebbe potuto cancellare anche una carriera.

Devono incanalare la rabbia della gente per poterla gestire.

E, quel che peggio, è che ci riescono.

Ci sono riusciti con tantissima gente che conosco, che si è ritrovata a cancellare amici di vecchia data a causa dell’odio – sì, ho scritto proprio odio – che gli viene riversato addosso soltanto perché sono interisti. Ci sono riusciti, a trasformare una passione sana in qualcosa di malato e malsano, in qualcosa di puzzolente e marcio, e a scatenare odio e violenza.

Ci sono riusciti con me. Per tre giorni sono stato così annichilito dalla rabbia da non riuscire a scrivere il pezzo che state leggendo in questo momento. Ora, è bene che vi spieghi un paio di cose: non sono, non sono mai stato né sarò mai un “non-violento”. Per quanto possa essere discutibile questa mia posizione (e se volete ne discuteremo, un altro giorno, in un altro contesto), sono convinto che, in determinate circostanze, la violenza sia non soltanto giustificabile, ma addirittura necessaria.

Ciò non toglie, però, dalla realtà della mia vita, il fatto incontrovertibile che l’ultimo atto violento di cui sono stato partecipe risalga al lontano 1992. Da allora sono trascorsi diciotto anni, e non è poco. Non solo, ma ho anche un QI ben oltre il 160 e, come abbiamo visto prima, questo dovrebbe mettermi al riparo da alcuni eccessi.

Dovrebbe.

Eppure, non mi vergogno ad ammetterlo, se mercoledì notte avessi incontrato Totti nel parcheggio del MacDonald’s dietro casa mia, avrei preso il mio vecchio Bullock (l’antifurto con le palle) e gli avrei fracassato le rotule. Tutt’e due, con sistematica precisione. E anche con un certo gusto.

Questa rabbia che sentivo dentro – dovuta al doppiopesismo, alla persecuzione nei confronti della mia squadra, alle giustificazioni quasi unanimi del massacro sportivo di mercoledì sera, alla merda che è stata spalata su Lazio-Inter e non su Roma-Cagliari eccetera eccetera (potrei andare avanti per quaranta pagine raccontando tutto ciò che hanno fatto ai danni dell’Inter quest’anno, ma sono tutte cose che già sapete a memoria) – mi fa schifo.

Mi rivolta.

Mi nausea.

Mi disturba molto più di quanto mi disturbi il fatto di sbagliarmi come mi sono sbagliato rassicurando Cristina al telefono prima della partita. Perché posso tollerare – a fatica – di sbagliare, ma non posso tollerare in nessun modo di sentirmi uguale ai delinquenti giallorossi seguaci di Totti.

Non riuscivo a farmela passare. Non c’era verso. E, più mi rendevo conto della mia impotenza nel seppellire questa rabbia, più aumentava il mio senso di nausea. E di rabbia nei confronti di chi, come i media e i politici, aveva fatto di tutto per farla nascere dentro di me: come avrete capito, il più classico degli esempi del classico “serpente che si morde la coda”.

Fino a che, finalmente, la saggezza della Paola non mi ha fatto tornare con i piedi per terra, aiutandomi a ragionare. E a ricordare.

Ma, alla mia comprensione, mancava un ultimo tassello, un’ultima domanda che aveva bisogno di trovare risposta.

Perché proprio contro l’Inter?

E, alla fine, ho capito.

Ho capito una cosa che ovviamente già sapevo, ma che non avevo ancora interiorizzato. Ci voleva una lotta personale di tre notti contro un’odio e una rabbia che non sentivo miei per riuscire a farcela.

E’ così chiaro, ora… come ha scritto Adriano qualche tempo fa, ormai in Italia essere interisti è una sorta di presa di posizione politica. Essere interisti non è più soltanto tifo, ma significa anche andare contro un sistema marcio fin nelle fondamenta. Essere interisti significa, purtroppo – ed è un purtroppo un po’ malinconico – essere naturalmente controquesto schifo, ed è anche qualcosa che, nello zero assoluto morale di questo paese ostaggio del nulla, va ben oltre il semplice tifo calcistico. Ed è proprio questo il motivo per cui la violenza di cui sopra viene incanalata e pilotata – e i tanti amici che ho citato ne sono testimoni diretti, bersagliati improvvisamente dall’odio di persone a cui pensavano addirittura di voler bene – ai danni dell’Inter e a favore di chiunque altro a seconda del momento e della convenienza contingente.

E, di conseguenza, ho capito anche come fare per batterli. E, se incontrassi ora Totti al parcheggio del MacDonald’s, mi verrebbe da ridere. Da ridergli in faccia, per la precisione. Il Bullock resterebbe lì dov’è, ed entrerei in macchina con le lacrime agli occhi.

E allora ecco l’arma che nessuno può battere, finalmente trovata dopo aver vagato per tre notti in preda alla cecità della rabbia: la risata.

Provateci anche voi.

Non so come andrà Siena-Inter, ma pensate a questi mentecatti. Pensate ai sospetti su Lazio-Inter prima e poi riguardatevi le immagini di Daniele Conti, fijo de Brunello nostro, che festeggia sulla pista dell’Olimpico la sconfitta del suo Cagliari. Pensate alla Sensi che dice che ci dovremmo vergognare e, subito dopo, pensate all’allenatore del Cagliari che, out of the blue, all’intervallo mette dentro il terzo portiere, che guarda caso ha giocato otto anni in giallorosso e guarda caso si sdraia due volte, non una, per far segnare er gabidano. Pensate a questi poveracci che non sono riusciti nemmeno a vincere la coppetta nonostante un arbitro complice, una violenza sistematica che va contro ogni “regola non scritta” dello sport vero e un clima intimidatorio da guerra civile. Pensate a questi accattoni che mendicano uno scudetto corrompendo Cellino e piangendo finché non gli danno un rigore farlocco a sei minuti dalla fine, e pestano i piedi e strillano come neonati gridando al biscotto altrui perché non hanno altra arma per poter anche solo sperare di vincere se non quella di distogliere l’attenzione dai biscotti loro. Pensate a quel decerebrato di Totti che è talmente piccolo emeschino da mollare un calcio criminale a un ragazzino che a diciannove anni è più forte e più talentuoso di quanto lui abbia mai potuto sognare di essere, e nonostante questo perde. Pensate alla faccia lombrosiana di Bruno Conti e a un uomo come Montali, ostaggio delle radio dei de

Pensate a questi animali che vanno allo stadio e fanno indossare ai figli la maglia numero dieci perché er gabidano – lo Sputai Lama, la Feccia del Calcio Italiano – è l’unico vero idolo che si possono permettere.

E poi, subito dopo, pensate all’arguzia di Josè Mourinho, alla correttezza estrema di Javier Zanetti, alla dedizione di Diego Milito, all’umiltà di Eto’o, alla signorilità di Massimo Moratti, e soprattutto al fatto che, incredibilmente, siamo così forti che questo scudetto marcio evergognoso potremmo addirittura vincerlo nonostante i piagnistei, le sceneggiate, le scarpate, i manifesti agiografici e gli articoli compiacenti, gli aiuti del Parlamento e le sparate di Gasparri, la “doppia mano” di Tosel, gli smaccati aiuti arbitrali e la realtà virtuale da peyotl del multiverso in cui vivono Toni, Pizarro, DeRossi e Ranieri.

Pensate a questi poveracci che facevano i caroselli cinque giornate fa e pensate a quellosfigato che ha invaso il campo a fine partita. Pensate per un attimo a come dev’esseresentirsi tanto sportivamente e umanamente disperati da voler vincere un campionato così e pensate che, se per caso ce la faranno, invece di vergognarsi come faremmo noi, se ne andranno in giro come dei coglioni senza futuro per poi finire al Circo Massimo a cantare insieme a Venditti Grazie Roma con le lacrime agli occhi e la bava alla bocca mentre la Ferilli mostra le tette ormai sconfitte dalla forza di gravità.

Pensate a un paese intero che ha bisogno di un capro espiatorio calcistico per incerottare e nascondere le piaghe della sua lebbra.

Se riuscite a fare il salto – e vi assicuro che è piccolo, molto più piccolo di quanto possa sembrare – e a guardarli per un attimo dall’esterno… o, meglio, dall’interno del nostroessere interisti, vi salirà dal fondo dello stomaco una risata incontrollabile, squassante, irrefrenabile.

E, mentre ridete, pensate che questi stessi accattoni mentecatti – sì, proprio loro: Montali, Miss Rosella, Bruno Conti, Pradé, ma anche Galliani, Blanc, Secco e il resto della compagnia vomitante – il 22 maggio saranno davanti al televisore e pregheranno li mortacci loro e gli angeli tutti e terranno le dita incrociate fin dentro i loro capienti sfintéri perché sono dantescamente, disperatamente, pateticamente aggrappati a una nostra vittoria per non perdere milioni e milioni e milioni di euro.

E vi verrà da ridere ancora più forte.

Ridendo, darete di nuovo al tutto la dimensione che merita.

E, credetemi, è proprio questa la risata che li seppellirà.

[Stefano Massaron per iostoconmancini]

scritto da il 3 gennaio 2010 alle 1:48

Mourinho? L’ho già visto

C’è anche la suggestione del centenario della nascita di Angelo Moratti a favorire i ricorrenti paralleli fra la Grande Inter, quella che conquistò l’Italia, l’Europa e il mondo del pallone negli Anni Sessanta, e questa che il figlio Massimo sta a sua volta guidando a una prolungata età dell’oro, per ora circoscritta all’ambito nazionale, ma domani chissà. E ovviamente gli accostamenti si allargano ai rispettivi condottieri, due capitani di ventura dal ciclonico impatto mediatico e dalla controversa dimensione tecnica, dico il leggendario Helenio Herrera e lo Special One Josè Mourinho.

Helenio Herrera

Helenio l’ho conosciuto bene. Un rivoluzionario geniale. Prese un calcio che alla figura del tecnico dedicava uno spazio del tutto marginale e lo rivoltò come un calzino, facendo dell’allenatore il personaggio centrale dell’intera vicenda. E il più pagato. Diceva Nereo Rocco, che di Herrera era il rivale storico, che l’aveva battuto con il Padova provinciale e che poi lo fronteggiava nei derby allo spasimo di una Milano da bere, Nereo Rocco che tatticamente ne sapeva mille volte di più: “Quel mona di un Mago, ne racconta di monate, e voi a beverle tutte, ma noi allenatori dovremmo fargli un monumento, perchè da quando è arrivato lui ci pagano il doppio“.

Josè Mourinho

Figlio di Andalusi, nato in Argentina dove i suoi genitori, falegname il padre Paco, domestica la madre, erano emigrati per miseria, a tre anni sballottato in Marocco da un allucinante viaggio per mare, il piccolo Helenio vive facendo il pugile bambino a Casablanca, poi il calciatore, sin quando diciassettenne scappa a Parigi, strappa un ingaggio al Club Francais e arriva sino alla Nazionale militare. Frequenta le scuole serali e racconta sin da allora balle affascinanti. Schiva la guerra con un impiego alla Saint Gobain, diventa allenatore-giocatore allo Stade Francais, dove sostiene -con improbabili riscontri- di aver inventato il beton, il catenaccio. Si rivela, in compenso, un formidabile preparatore atletico, le sue squadre corrono il doppio delle altre, arriva ad allenare la Nazionale francese, che lascia perchè dalla Spagna lo raggiunge un’offerta sontuosa dell’Atletico Madrid. Il figlio di Paco il sevillano riconquista la terra degli avi. Come mette piede all’Atletico, proclama: “Garantisco una cosa, saremo i campioni“. Lo prendono per matto, ma l’Atletico con Herrera in panca vince due campionati in fila, strapazzando Real e Barcellona. E’ qui che diventa “il Mago”.

Barcellona è la sua piattaforma verso l’Inter, nella quale Angelo Moratti sta da anni inseguendo l’allenatore in grado di far fruttare degnamente i soldi che investe senza risparmio, ma con scarsissimi ritorni, nella causa nerazzurra. Ci vorrebbe un mago, sospira spesso il Presidente. Lo trova nel vulcanico Herrera che chiede la luna, in senso economico, e viene accontentato. Il nostro calcio risulta sconvolto da questo personaggio che pratica rituali ai confini con la stregoneria, tappezzando lo spogliatoio di scritte quali: “Chi non ha dato tutto non ha dato niente”, “Le cose possibili richiedono tempo, quelle impossibili solo un po’ di più”, “Giocando individualmente giochi per l’avversario, giocando di squadra giochi per te”. E quella che meglio riassume il suo credo: “Il calcio moderno è velocità, gioca veloce, corri veloce, pensa veloce, marca e smarcati velocemente”.

Gli inizi sono tempestosi, ma la sua Inter diventa presto irresistibile. Il Mago non è un tattico raffinato. Non serve, dice. Non apporta correzioni in corsa. Cambia dopo chi ha sbagliato prima, è la sua replica alle critiche. Domina con la sua personalità i mezzi di informazione.

Quello che Mourinho ha appreso studiando, Herrera lo ha messo insieme con le esperienze di vita. Poi ci sarebbe il contributo personale offerto al progresso del calcio. Herrera, sia pure con qualche aiuto, ne inventò uno che prima di lui non c’era. La rapidità, l’essenzialità elette a sistema. La preparazione atletica così perfetta che, in pratica con gli stessi uomini, la sua Inter primeggiava in tre competizioni all’anno, senza mai avvertire il logorio fisico. Mourinho è un tecnico completo che però, sin qui, non ha arricchito il panorama precedente.

Tipi da Inter comunque, l’uno e l’altro. Ovvero, con ben impressa nel proprio dna l’impossibilità di essere normali.

[Adalberto Bortolotti sul Guerin Sportivo]

scritto da il 28 marzo 2009 alle 15:06

Intervista al Bambino – Nazionali che ci interessano

Riportiamo fedelmente l’intervista di Andrea Elefante e Luca Taidelli al giocatore rivelazione del campionato, Davide Santon, in edicola oggi sulla Gazzetta dello Sport:

D: Santon, si sente davvero un predestinato?

S: Diciamo che credo al destino e al fatto che ognuno di noi possa essere nato per fare qualcosa di specifico. E che mi sono capitate cose per cui mi sono detto: ma allora doveva proprio succedere

D: Tipo?
S: Partita con la Primavera, Filippini espulso, da esterno di centrocampo arretro a fare il laterale destro: non mi sono più mosso da lì. Bernazzani deve portare un terzino ad allenarsi con la prima squadra e sceglie me. Mourinho a destra ha Maicon e un giorno decide di provarmi a sinistra.

D: E’ lui il suo uomo del destino?

S: Quello che l’ha indirizzato di più, forse. Prima di lui mio padre, per quanto ha fatto per me fuori dal campo; e poi tutti gli uomini del settore giovanile dell’Inter: dev’essere destino anche che io sia qui, oggi.

D: Perchè?
S: Giocavo negli esordienti del Ravenna, a 10 anni feci un provino per l’Inter che poi quando ne avevo 14 scrisse: lo vogliamo. Due giorni dopo arrivò lo stesso foglio del Milan: allora avevo qualche simpatia rossonera ma avevo già scelto l’Inter. Perchè il cuore può cambiare e ora, per come mi sono trovato qui, non andrei mai dall’altra parte.

D: E uno sgarbo gliel’ha già fatto.
S: L’anno scorso con gli Allievi: una doppietta giocando da punta. Niente di strano, quando ho iniziato facevo l’ala destra, l’ala sinistra e anche il centravanti.

D: E oggi si sente sempre un laterale destro?
S: Il mio ruolo resta quello, ma ormai destra o sinistra non mi fa quasi più differenza. Anzi, se con l’Under 21 giocherò a destra mi farà un po’ strano, ma è come andare in bicicletta: non si disimpara.

D: E l’inno italiano l’ha imparato bene?
S: Lo so e Martedì lo canto anche. L’under21, porca miseria: il mio vero debutto azzurro, Mourinho direbbe “Fantastico”.

D: La prima cosa importante che le ha detto Mourinho?

S: Il lunedì prima di Inter-Roma di Coppa Italia, io e lui soli nello spogliatoio: “dopodomani sei titolare. E non dirlo a nessuno, neanche ai tuoi genitori”

D: E la cosa che le dice più spesso?

S: “Vai così, bambino”. Mi piace quando mi chiama così, e in fondo anche quando mi fa una testa così sull’importanza delle diagonali.

D: Il suo complimento più bello?
S: Quando in conferenza mi ha chiamato fenomeno: per me ha esagerato, ma sono cose che fanno piacere

D: Il miglior consiglio dato da un compagno?

S: Cambiasso: “Si vede che hai la testa sulle spalle: continua ad allenarti così”; Materazzi è stato più diretto: “Se non vai al Mondiale 2010, affacciati dal balcone e buttati giù”.

D: Ci spera?
S: Lippi mi ha fatto dei bei complimenti: io cerco di fare le cose con calma, ma se mi chiama non gli dico di no…

D: Più facile che Santon si monti la testa o arrivi presto in Nazionale?

S: Su una cosa metto la mano sul fuoco: resterò con i piedi per terra. Continuerò a non vedere l’ora di arrivare a casa per mangiare le lasagne di mia mamma e mia nonna, continuerò ad ascoltare mio padre, che mi ripete ogni giorno: “Davide, guarda che non hai fatto ancora niente”.

D: Quando non gioca a calcio: un libro, musica, la playstation?

S: Se devo essere sincero, playstation: una partita me la faccio sempre volentieri, ma non ho la “scimmia

D: C’è più adrenalina se: giochi contro Maldini, devi marcare C.Ronaldo, vieni paragonato a Facchetti?

S: Quel giorno contro Maldini non mi sembrava vero: il primo derby per me, l’ultimo per lui; C.Ronaldo è sempre stato il mio idolo: se ci fossero stati ancora i poster, in camera avrei avuto il suo. E Facchetti, sono curioso di vedere come giocava: ho chiesto di avere un video con alcune sue partite.

D: Le è capitato di farsi venire il dubbio: ce la farò?

S: Credo venga più o meno a tutti: me lo faccio passare pensando che pochi giovani, anche se bravi, hanno la fortuna di poter giocare in un grande club.

D: E il dubbio: mi sta succedendo tutto troppo in fretta?
S: E’ successo tutto all’improvviso, ma non ho paura: me la vivo serenamente.

D: Un po’ come vive le partite: ma non le è mai capitato di stupirsi di se stesso?

S: Non sapevo come può essere giocare contro 80.000 persone, sono entrato in campo e mi sono fatto coraggio così: “ma cosa ci fa tutta sta gente qui?”. Alla fine ho scoperto che non è poi così difficile: ho le mie emozioni, però mai davanti a tanta gente.

D: E il cuore in gola, mai?
S: Proprio in gola no, davvero. Io ragiono così: se giochi tranquillo, riesci a fare cose che non riusciresti a fare se fossi troppo teso. Certo, se tifosi e compagni ti danno una mano è più facile, ma un mio pregio è sempre stato quello: controllo le emozioni.

D: E un difetto?
S: Ora gioco a sinistra, dunque cerco di migliorare per controllare l’istinto che mi porterebbe a destra e per spostarmi più spesso la palla sul sinistro: se imparo a crossare bene con tutti e due i piedi divento più imprevedibile.

D: Santon e l’imprevedibile Balotelli: chi ha aiutato più chi?
S: Mario mi ha aiutato a trovare la fidanzata, visto che sto con Sofia, la sua ex… battute a parte, quello che Mario ha fatto l’anno scorso è stato uno straordinario esempio visivo; io credo di avergli dato qualche buon consiglio e di essergli stato vicinoquando ha avuto quel momento un po’ così.

D: Oggi Balotelli e Santon, e domani? Può fare tre nomi, pescando dal settore giovanile?
S: Destro, Obi e Caldirola. E mi perdonino gli altri.

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Vale la pena ricordare gli appuntamenti che vedono coinvolti i giocatori nerazzurri in questa sosta per le nazionali:
Austria – Italia (Under 21) 2-2 già giocata mercoledì sera, in campo Francesco Bolzoni
Oggi:
h19:45 Romania – Serbia (Stankovic)
h23:30 Argentina – Venezuela (Zanetti, Samuel)
Domani:
Ecuador – Brasile (Adriano, Julio Cesar, Maicon)
Ghana – Benin (Muntari)
Mozambico – Nigeria (Obinna)
Martedì 31/3:
Olanda – Italia (Under 21) (Balotelli, Santon)
Mercoledì 1/4:
Bolivia – Argentina
Brasile – Perù

Di queste credo che l’attenzione sia massima soprattutto per le gare di Argentina (debutto di Maradona ct in una gara ufficiale), Brasile (per sperare che non venga spremuto troppo Maicon) e soprattutto Under 21, sperando che per entrambi i nostri giocatori impiegati quella sia solo una passerella verso un prossimo salto di categoria.

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