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Mourinho? L’ho già visto

gennaio 3rd, 2010 | 137 Comments | Posted in Allenatore, Altre fonti, Storia del Calcio, Tattica | di Nk

C’è anche la suggestione del centenario della nascita di Angelo Moratti a favorire i ricorrenti paralleli fra la Grande Inter, quella che conquistò l’Italia, l’Europa e il mondo del pallone negli Anni Sessanta, e questa che il figlio Massimo sta a sua volta guidando a una prolungata età dell’oro, per ora circoscritta all’ambito nazionale, ma domani chissà. E ovviamente gli accostamenti si allargano ai rispettivi condottieri, due capitani di ventura dal ciclonico impatto mediatico e dalla controversa dimensione tecnica, dico il leggendario Helenio Herrera e lo Special One Josè Mourinho.

Helenio Herrera

Helenio l’ho conosciuto bene. Un rivoluzionario geniale. Prese un calcio che alla figura del tecnico dedicava uno spazio del tutto marginale e lo rivoltò come un calzino, facendo dell’allenatore il personaggio centrale dell’intera vicenda. E il più pagato. Diceva Nereo Rocco, che di Herrera era il rivale storico, che l’aveva battuto con il Padova provinciale e che poi lo fronteggiava nei derby allo spasimo di una Milano da bere, Nereo Rocco che tatticamente ne sapeva mille volte di più: “Quel mona di un Mago, ne racconta di monate, e voi a beverle tutte, ma noi allenatori dovremmo fargli un monumento, perchè da quando è arrivato lui ci pagano il doppio“.

Josè Mourinho

Figlio di Andalusi, nato in Argentina dove i suoi genitori, falegname il padre Paco, domestica la madre, erano emigrati per miseria, a tre anni sballottato in Marocco da un allucinante viaggio per mare, il piccolo Helenio vive facendo il pugile bambino a Casablanca, poi il calciatore, sin quando diciassettenne scappa a Parigi, strappa un ingaggio al Club Francais e arriva sino alla Nazionale militare. Frequenta le scuole serali e racconta sin da allora balle affascinanti. Schiva la guerra con un impiego alla Saint Gobain, diventa allenatore-giocatore allo Stade Francais, dove sostiene -con improbabili riscontri- di aver inventato il beton, il catenaccio. Si rivela, in compenso, un formidabile preparatore atletico, le sue squadre corrono il doppio delle altre, arriva ad allenare la Nazionale francese, che lascia perchè dalla Spagna lo raggiunge un’offerta sontuosa dell’Atletico Madrid. Il figlio di Paco il sevillano riconquista la terra degli avi. Come mette piede all’Atletico, proclama: “Garantisco una cosa, saremo i campioni“. Lo prendono per matto, ma l’Atletico con Herrera in panca vince due campionati in fila, strapazzando Real e Barcellona. E’ qui che diventa “il Mago”.

Barcellona è la sua piattaforma verso l’Inter, nella quale Angelo Moratti sta da anni inseguendo l’allenatore in grado di far fruttare degnamente i soldi che investe senza risparmio, ma con scarsissimi ritorni, nella causa nerazzurra. Ci vorrebbe un mago, sospira spesso il Presidente. Lo trova nel vulcanico Herrera che chiede la luna, in senso economico, e viene accontentato. Il nostro calcio risulta sconvolto da questo personaggio che pratica rituali ai confini con la stregoneria, tappezzando lo spogliatoio di scritte quali: “Chi non ha dato tutto non ha dato niente”, “Le cose possibili richiedono tempo, quelle impossibili solo un po’ di più”, “Giocando individualmente giochi per l’avversario, giocando di squadra giochi per te”. E quella che meglio riassume il suo credo: “Il calcio moderno è velocità, gioca veloce, corri veloce, pensa veloce, marca e smarcati velocemente”.

Gli inizi sono tempestosi, ma la sua Inter diventa presto irresistibile. Il Mago non è un tattico raffinato. Non serve, dice. Non apporta correzioni in corsa. Cambia dopo chi ha sbagliato prima, è la sua replica alle critiche. Domina con la sua personalità i mezzi di informazione.

Quello che Mourinho ha appreso studiando, Herrera lo ha messo insieme con le esperienze di vita. Poi ci sarebbe il contributo personale offerto al progresso del calcio. Herrera, sia pure con qualche aiuto, ne inventò uno che prima di lui non c’era. La rapidità, l’essenzialità elette a sistema. La preparazione atletica così perfetta che, in pratica con gli stessi uomini, la sua Inter primeggiava in tre competizioni all’anno, senza mai avvertire il logorio fisico. Mourinho è un tecnico completo che però, sin qui, non ha arricchito il panorama precedente.

Tipi da Inter comunque, l’uno e l’altro. Ovvero, con ben impressa nel proprio dna l’impossibilità di essere normali.

[Adalberto Bortolotti sul Guerin Sportivo]

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Intervista al Bambino – Nazionali che ci interessano

marzo 28th, 2009 | Commenti disabilitati | Posted in Altre fonti, Giocatori, Nazionali | di Mr Sarasa

Riportiamo fedelmente l’intervista di Andrea Elefante e Luca Taidelli al giocatore rivelazione del campionato, Davide Santon, in edicola oggi sulla Gazzetta dello Sport:

D: Santon, si sente davvero un predestinato?

S: Diciamo che credo al destino e al fatto che ognuno di noi possa essere nato per fare qualcosa di specifico. E che mi sono capitate cose per cui mi sono detto: ma allora doveva proprio succedere

D: Tipo?
S: Partita con la Primavera, Filippini espulso, da esterno di centrocampo arretro a fare il laterale destro: non mi sono più mosso da lì. Bernazzani deve portare un terzino ad allenarsi con la prima squadra e sceglie me. Mourinho a destra ha Maicon e un giorno decide di provarmi a sinistra.

D: E’ lui il suo uomo del destino?

S: Quello che l’ha indirizzato di più, forse. Prima di lui mio padre, per quanto ha fatto per me fuori dal campo; e poi tutti gli uomini del settore giovanile dell’Inter: dev’essere destino anche che io sia qui, oggi.

D: Perchè?
S: Giocavo negli esordienti del Ravenna, a 10 anni feci un provino per l’Inter che poi quando ne avevo 14 scrisse: lo vogliamo. Due giorni dopo arrivò lo stesso foglio del Milan: allora avevo qualche simpatia rossonera ma avevo già scelto l’Inter. Perchè il cuore può cambiare e ora, per come mi sono trovato qui, non andrei mai dall’altra parte.

D: E uno sgarbo gliel’ha già fatto.
S: L’anno scorso con gli Allievi: una doppietta giocando da punta. Niente di strano, quando ho iniziato facevo l’ala destra, l’ala sinistra e anche il centravanti.

D: E oggi si sente sempre un laterale destro?
S: Il mio ruolo resta quello, ma ormai destra o sinistra non mi fa quasi più differenza. Anzi, se con l’Under 21 giocherò a destra mi farà un po’ strano, ma è come andare in bicicletta: non si disimpara.

D: E l’inno italiano l’ha imparato bene?
S: Lo so e Martedì lo canto anche. L’under21, porca miseria: il mio vero debutto azzurro, Mourinho direbbe “Fantastico”.

D: La prima cosa importante che le ha detto Mourinho?

S: Il lunedì prima di Inter-Roma di Coppa Italia, io e lui soli nello spogliatoio: “dopodomani sei titolare. E non dirlo a nessuno, neanche ai tuoi genitori”

D: E la cosa che le dice più spesso?

S: “Vai così, bambino”. Mi piace quando mi chiama così, e in fondo anche quando mi fa una testa così sull’importanza delle diagonali.

D: Il suo complimento più bello?
S: Quando in conferenza mi ha chiamato fenomeno: per me ha esagerato, ma sono cose che fanno piacere

D: Il miglior consiglio dato da un compagno?

S: Cambiasso: “Si vede che hai la testa sulle spalle: continua ad allenarti così”; Materazzi è stato più diretto: “Se non vai al Mondiale 2010, affacciati dal balcone e buttati giù”.

D: Ci spera?
S: Lippi mi ha fatto dei bei complimenti: io cerco di fare le cose con calma, ma se mi chiama non gli dico di no…

D: Più facile che Santon si monti la testa o arrivi presto in Nazionale?

S: Su una cosa metto la mano sul fuoco: resterò con i piedi per terra. Continuerò a non vedere l’ora di arrivare a casa per mangiare le lasagne di mia mamma e mia nonna, continuerò ad ascoltare mio padre, che mi ripete ogni giorno: “Davide, guarda che non hai fatto ancora niente”.

D: Quando non gioca a calcio: un libro, musica, la playstation?

S: Se devo essere sincero, playstation: una partita me la faccio sempre volentieri, ma non ho la “scimmia

D: C’è più adrenalina se: giochi contro Maldini, devi marcare C.Ronaldo, vieni paragonato a Facchetti?

S: Quel giorno contro Maldini non mi sembrava vero: il primo derby per me, l’ultimo per lui; C.Ronaldo è sempre stato il mio idolo: se ci fossero stati ancora i poster, in camera avrei avuto il suo. E Facchetti, sono curioso di vedere come giocava: ho chiesto di avere un video con alcune sue partite.

D: Le è capitato di farsi venire il dubbio: ce la farò?

S: Credo venga più o meno a tutti: me lo faccio passare pensando che pochi giovani, anche se bravi, hanno la fortuna di poter giocare in un grande club.

D: E il dubbio: mi sta succedendo tutto troppo in fretta?
S: E’ successo tutto all’improvviso, ma non ho paura: me la vivo serenamente.

D: Un po’ come vive le partite: ma non le è mai capitato di stupirsi di se stesso?

S: Non sapevo come può essere giocare contro 80.000 persone, sono entrato in campo e mi sono fatto coraggio così: “ma cosa ci fa tutta sta gente qui?”. Alla fine ho scoperto che non è poi così difficile: ho le mie emozioni, però mai davanti a tanta gente.

D: E il cuore in gola, mai?
S: Proprio in gola no, davvero. Io ragiono così: se giochi tranquillo, riesci a fare cose che non riusciresti a fare se fossi troppo teso. Certo, se tifosi e compagni ti danno una mano è più facile, ma un mio pregio è sempre stato quello: controllo le emozioni.

D: E un difetto?
S: Ora gioco a sinistra, dunque cerco di migliorare per controllare l’istinto che mi porterebbe a destra e per spostarmi più spesso la palla sul sinistro: se imparo a crossare bene con tutti e due i piedi divento più imprevedibile.

D: Santon e l’imprevedibile Balotelli: chi ha aiutato più chi?
S: Mario mi ha aiutato a trovare la fidanzata, visto che sto con Sofia, la sua ex… battute a parte, quello che Mario ha fatto l’anno scorso è stato uno straordinario esempio visivo; io credo di avergli dato qualche buon consiglio e di essergli stato vicinoquando ha avuto quel momento un po’ così.

D: Oggi Balotelli e Santon, e domani? Può fare tre nomi, pescando dal settore giovanile?
S: Destro, Obi e Caldirola. E mi perdonino gli altri.

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Vale la pena ricordare gli appuntamenti che vedono coinvolti i giocatori nerazzurri in questa sosta per le nazionali:
Austria – Italia (Under 21) 2-2 già giocata mercoledì sera, in campo Francesco Bolzoni
Oggi:
h19:45 Romania – Serbia (Stankovic)
h23:30 Argentina – Venezuela (Zanetti, Samuel)
Domani:
Ecuador – Brasile (Adriano, Julio Cesar, Maicon)
Ghana – Benin (Muntari)
Mozambico – Nigeria (Obinna)
Martedì 31/3:
Olanda – Italia (Under 21) (Balotelli, Santon)
Mercoledì 1/4:
Bolivia – Argentina
Brasile – Perù

Di queste credo che l’attenzione sia massima soprattutto per le gare di Argentina (debutto di Maradona ct in una gara ufficiale), Brasile (per sperare che non venga spremuto troppo Maicon) e soprattutto Under 21, sperando che per entrambi i nostri giocatori impiegati quella sia solo una passerella verso un prossimo salto di categoria.

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Intervista a Esteban Cambiasso

febbraio 26th, 2009 | Commenti disabilitati | Posted in Altre fonti, Giocatori | di Nk

Cambiasso1Sarai il futuro capitano dell’Inter?
Sto bene così, non è un obiettivo che ho in testa. Poi, se un giorno ci sarà l’opportunità, sarà un orgoglio per me. Ora abbiamo un grandissimo capitano e io sono contento così.

È cambiato qualcosa per te con il passaggio da Mancini e Mourinho? In campo devi coprire di più adesso?
È un discorso tattico, ad esempio la rete fatta a Bologna è stata su un calcio piazzato. Come gioco, arrivo molto meno all’area avversaria.

Lo scorso anno avevi più libertà offensiva?
Gli anni scorsi andavo molto più avanti e rimaneva Zanetti a coprire le spalle.

Sono cambiati gli allenamenti?
Durante l’anno si fanno pochi allenamenti perchè ci sono tantissime partite. Si è vista molta differenza nel ritiro, perché a Mourinho non piace lavorare in palestra, mentre a Mancini sì.

Inter-Manchester: poco pressing e poco ritmo. Avete avuto troppo timore?
Il primo tempo è stato giocato tra due squadre che si rispettano, abbiamo preso le misure, come in una partita a scacchi. Poi, nel secondo tempo, abbiamo capito che avremmo rischiato in quel modo, siamo stati bravi a cambiare atteggiamento e modo di giocare. Per fortuna non abbiamo preso gol, ma purtroppo non siamo riusciti a segnare.

Cambiasso2Secondo te l’Inter soffre ancora il “blocco psicologico da Champions”?
Non credo sia un blocco psicologico. In Champions si deve giocare in un modo diverso, non è un discorso psicologico. Se fosse una mancanza di personalità la squadra non avrebbe vinto i trofei che abbiamo vinto noi negli ultimi anni, però bisogna avere più possesso palla e bisogna cercare di segnare.

Secondo te che percentuale avete di passare il turno?
Credo sia tutto aperto, lo dimostrano anche i risultati di ieri sera, loro dovranno vincere per passare.

Perché Ibrahimovic sembra poco decisivo nelle partite fondamentali?
È ingiusto caricare tutto su un giocatore. Ci sono state partite decisive in cui lui è stato molto importante per noi. In Italia c’è la tendenza a dire che è decisivo solo colui che segna, a volte si può essere decisivi anche nell’atteggiamento, lui lo è per noi in tante partite. Non devo difenderlo, ma è molto importante come giocatore, ha ancora tanta strada da fare e credo che insieme vinceremo tanti trofei.

Julio Cesar è il portiere più forte?
In questo momento sì. Essendo Buffon al rientro da un infortunio che lo ha penalizzato un po’ nell’ultimo periodo, Julio Cesar è il più forte. Però, speriamo che non debba dimostrarlo in tutte le partite…

Cristiano Ronaldo si è dimostrato strepitoso: è più rapido di te?
Con le gambe sicuro, ma non conta solo questa velocità. L’ha dimostrato l’anno scorso, speriamo che quest’anno lo possa dimostrare solo in Premier League e non in Champions.

Secondo te è davvero il numero uno?
Credo che Messi in questo momento sia un gradino più su.

Sullo screzio tra Balotelli e Cristiano Ronaldo: cosa ne pensi?
È un giocatore di 19 anni che gioca in Champions League, affronta il Pallone d’Oro e gli dice “qui ci sono io”. Questa è una lettura che si può fare, ma non bisogna analizzarla più di tanto, fa parte di una partita.

Che percentuali ha la Roma di passare il turno contro l’Arsenal?
Non lo so, ma l’assenza di De Rossi per la Roma significherà tantissimo. Credo sia ancora tutto aperto. Si parla tanto delle italiane che sono in svantaggio, ma ancora c’è tutto da giocare.

Cambiasso3Credete di avere già metà dello scudetto in tasca?
La Roma credo sia in netta crescita, ha avuto una partenza un po’ difficile, ma nelle ultime giornate è la Roma che ci aspettavamo tutti. Juve e Milan saranno concorrenti fino alla fine, ma la classifica dice tanto, abbiamo nelle mani la possibilità di vincere lo scudetto.

Inter-Roma: domenica sarà una partita importante…
In campionato tutte le partite sono fondamentali.

Su Chelsea-Juventus.
La Juve ha avuto qualche occasione per segnare, il Chelsea avrà 15 giorni per allenarsi con il nuovo allenatore che lavorerà sul possesso palla.

Credi che Ranieri manderà in campo dall’inizio il tridente con Trezeguet per recuperare lo svantaggio?
Non credo dall’inizio, credo che sia una soluzione per l’ultima mezzora.

Cosa pensi di Giuseppe Rossi e Luca Toni?
Rossi è un giocatore velocissimo a decidere, velocissimo in area di rigore. Toni è il centravanti italiano per eccellenza, sa sempre stare nel posto giusto, di testa è molto bravo e con i piedi non è da meno.

Gattuso ha criticato l’atteggiamento di Amauri (per la Nazionale): cosa ne pensi tu?
E’ una questione delicata… Se Amauri ha detto che non gliene frega niente di quello che dice Gattuso, figuratevi cosa gli interessa di quello che dico io. Amauri probabilmente da bambino sognava la maglia verdeoro e non quella azzurra, ma non è un argomento che mi riguarda tanto.

Le squadre inglesi sono più forti?
Lo dimostrano i risultati, ma penso che bisogna aspettare ancora 15 giorni, credo sia ancora tutto aperto.

Che finale di Roma sogni?
Non riesco a sognare niente in questo momento. La cosa più bella dei sogni è sognare cose più vicine nel tempo.

Aguero è in chiara polemica con il club, dicono che se ne andrà a fine stagione. Gli avete già liberato un letto ad Appiano Gentile?
Là gode di grande stima, ha fatto molto bene, dice che è molto felice a Madrid. Nel momento di una sostituzione puoi essere frustrato, ma credo che resterà lì.

Che rapporto hai con Maradona?
Per me è un idolo calcistico. Lui ha tanta scelta, l’Argentina ha tanti giocatori bravi, io lavoro qui, poi se ci sarà l’occasione di andarci, come ho fatto molte volte, ci andrò.

Questa Nazionale per te è competitiva per vincere un campionato del mondo?
La potenzialità c’è, poi se Messi mantiene questo livello può essere quel giocatore in più.

[Esteban Cambiasso ai microfoni di Sky Sport]

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La mano in faccia

febbraio 20th, 2009 | Commenti disabilitati | Posted in Altre fonti, Discussioni | di Nk

Virgilio è uno della Banda Bagaj. Virgilio ha una bambina di sei anni che si chiama Alice e che insieme a tanti altri bambini porta ogni volta allo stadio. Virgilio domenica sera era a San Siro per il derby, insieme alle amiche, amici e bambini del suo Inter Club. Virgilio adesso rischia di restare cieco da un occhio per il resto dei suoi giorni.

Il fatto

BBPoco prima dell’inizio della partita, un grosso striscione esposto dalla curva rossonera ostruisce la visuale degli abbonati dell’Inter nell’anello sottostante. Qualcuno da sotto tenta di danneggiare lo striscione, e dalla curva parte un manipolo che scende nel primo anello blu per vendicare l’affronto. Per ritorsione, un gruppo di ultrà milanisti tenta di impossessarsi dello striscione della Banda Bagaj, che in occasione del derby ha trasferito i suoi iscritti -tra cui donne e bambini- in quel settore. Volano i pugni. Gli steward sono pochi e presi in contropiede: Virgilio e i suoi amici si difendono, e i milanisti non riescono a sottrarre lo striscione. Nella colluttazione Virgilio è colpito da un pugno a un occhio, ed è subito evidente che sia successo qualcosa di grave. Viene trasportato al Fatebenefratelli nel reparto Oftalmico: il pugno –probabilmente con l’ausilio di un tirapugni o di un anello- gli ha letteralmente tagliato l’occhio in due. Viene operato il giorno dopo: il nervo ottico non è stato leso, scongiurando l’asportazione dell’occhio. Ma dopo l’intervento le condizioni restano critiche, al punto che in questa fase lo staff medico non azzarda previsioni sul recupero graduale della vista.

La notizia

La stampa ha riferito il fatto limitandosi a qualche dispaccio ANSA, liquidando la faccenda quasi con un senso di fastidio: la cosa importante era il fallo di mano di Adriano. Esempio eclatante: a pagina 8 della Gazzetta Dello Sport di lunedì 16 febbraio compare un trafiletto sulle coreografie delle curve, che dedica le seguenti quattro (quattro di numero) righe finali all’incidente: “C’è stata pure una rissa tra interisti e milanisti, finita a cazzotti, proprio a causa di alcuni striscioni”. Tutto qui. A caldo, sarà anche difficile capire con chiarezza cosa sta succedendo in un settore dello stadio in subbuglio. Ma nel corso delle ore, quando il tam tam inizia a ricostruire la dinamica dei fatti e le conseguenze per Virgilio, per i media cambia poco: si va avanti con qualche comunicato che accenna a ‘incidenti’ e ‘scazzottate’ tra tifosi, sette dei quali sarebbero finiti all’ospedale, con il più grave che ha riportato la frattura del setto nasale. Ragazzate, insomma.

Poi, ieri fa la comparsa il seguente comunicato: “(ANSA)- MILANO, 18 FEB – Ha riportato gravi lesioni all’occhio uno dei tifosi interisti feriti negli scontri con gli ultras del Milan all’inizio del derby. Lo ha riferito la Digos di Milano in una conferenza stampa sugli arresti di sette supporter rossoneri. Nel complesso i feriti sono sei, tutti tifosi dell’ Inter non appartenenti a gruppi ultrà. Uno di loro ha subito la frattura del setto nasale. La polizia prosegue l’esame dei filmati delle telecamere per identificare altri partecipanti ai tafferugli”. Imbarazzo generale, misto a silenzi infastiditi. Come a dire: vabbè, succede, se la sono voluta, e adesso non andiamo avanti a menarla con queste storie tra teppisti.

In attesa degli sviluppi, non possiamo non sottolineare qualche aspetto sconcertante e vergognoso dell’intera vicenda.

1) In primis, l’assurdità del fatto in sé: un gruppo di ultras che per quattro strappi al bordo di uno striscione troppo largo decidono di ‘vendicarsi’ attaccando fisicamente un gruppo di tifosi notoriamente pacifici e benemeriti come la Banda Bagaj -tra cui donne, ragazze e bambini-, contravvenendo a ogni codice di curva, di ogni provenienza e colore;

2) Il derby a Milano è vissuto da molti anni in un’atmosfera tranquilla, senza scontri e tafferugli tra le fazioni più estreme del tifo: una ‘non belligeranza’ che ha evitato sin qui tensioni e guai, al contrario di quanto si è visto in altre città (ricordate gli appelli contro la ‘genovesizzazione’ del tifo a Milano?). Fatti come quelli del 15 febbraio possono ingenerare una reazione a catena estremamente pericolosa;

3) Il modo in cui la situazione è stata affrontata dagli steward nel settore blu è stato a dir poco imbarazzante: erano in pochi, spaesati e soprattutto non preparati a fronteggiare casi del genere. Si fa un gran parlare di violenza negli stadi e di modello inglese: bene, che i cosiddetti addetti ai lavori (giornalisti ed ‘esperti’ compresi) vadano a farsi una full immersion in Gran Bretagna a constatare preparazione e reali mansioni di polizia e soprattutto stewards. Ma che ci vadano davvero, ad Upton Park o al Den, senza accompagnatori italiani e possibilmente non tra una visita e l’altra alla sala massaggi più vicina;

4) Il modo in cui i media -e soprattutto le TV- si sono occupati frettolosamente della vicenda è stato scandaloso. Che una persona corra il rischio di non vederci più da un occhio è un particolare irrilevante,da riferire in coda e in cinque secondi di orologio. Una affermazione in diretta TV su tutte: “La colpa è dell’Inter: non si possono spostare i propri abbonati nel settore sottostante la curva del Milan in un derby”. Si rimane talmente esterrefatti da non riuscire a rispondere. Si finisce davvero col tacere dall’imbarazzo, ed è proprio quello che vogliono: il silenzio.

BB“Non so come reagirei, al pensiero che i miei bambini vedano una scena del genere allo stadio, e che magari la vittima di tutto questo possa essere loro padre. Non riesco davvero a immaginare la mia reazione”. Me lo ha detto un amico stasera. Penso alla piccola Alice e alla paura che ha provato vedendo il suo papà ridotto in quello stato, e non riesco a immaginarlo nemmeno io, che non ho figli. Mentre il pensiero e tutta la nostra solidarietà vanno a Virgilio, resta una nota di fondo molto simile alla beffa, sfogliando i titoli dei giornali di questi ultimi giorni. “La Mano Sullo Scudetto”, “La Porta In Faccia”, “La Mano E’ Pulita”. Una mano in faccia, appunto.

“Cosa resta di un bel derby?”. Resti tu in un letto d’ospedale, con la paura del giorno in cui ti leveranno le bende.

[Glezos Alberganti su La Settimana Sportiva]

[Qui il comunicato ufficiale della Banda Bagaj]

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Se mi fossi chiamato Pettirossi…

febbraio 13th, 2009 | Commenti disabilitati | Posted in Altre fonti, Storia del Calcio | di Nk

MazzolaUna mattina in compagnia di Sandro Mazzola, camminando sotto la neve nel parterre di San Siro, con le mille domande che ti sei annotato e che vorresti fargli. Poi lui inizia a parlarti, e la sua gentilezza manda a carte quarantotto tutto quanto, domande incluse. Quindi, meglio lasciarlo parlare in libertà. A lui un grazie dal profondo del cuore per la grande disponibilità. E per l’emozione.

IL PREDESTINATO DI FAMIGLIA. “In un certo senso è iniziato tutto da una lettera scritta a mio padre. Ai tempi, parlo dell’ immediato dopoguerra, i tifosi scrivevano ai giocatori presso i quotidiani. A un tifoso che gli chiedeva se in famiglia c’ era chi prometteva di seguire le sue orme, mio padre rispose: “Dei miei due bambini, Sandrino mi sembra quello più predisposto: non so se proverà a fare il calciatore, ma la passione ce l’ ha già”. Era vero: ricordo che al contrario di quanto fanno normalmente tutti i bambini, io il pallone non lo toccavo mai con le mani. Sempre con i piedi”.

UNO STRANO TIPO. “Dopo la tragedia di Superga, un giorno si presentò sulla porta di casa nostra a Cassano d’ Adda un signore che non avevo mai visto, un tipo un po’ strano. Portò a me e a mio fratello Ferruccio due paia di scarpe da calcio, ma il problema era che il numero era il 42, non proprio adatto ai piedi di un bambino di otto anni. “Devo tutto a tuo padre”, mi ripeteva quel tipo strano, “perché è stato lui a volermi in Nazionale”. E aggiunse: “Venite a fare le mascotte all’Inter, tu e il tuo fratellino, così finalmente vinciamo il campionato”. Ci andammo, e l’ Inter lo vinse davvero. Quel signore era Benito Lorenzi”.

Valentino e SandroIL NOME. “Chiamarsi Mazzola all’ inizio è pesato tantissimo, anche perché pur essendo bravino tecnicamente, non ero certo come mio padre. Mi mettevano all’ala destra, con quel numero 7 che ho sempre cordialmente detestato, e che mi hanno affibbiato pure in Nazionale. Agli inizi giocavo anche a basket, dove me la cavavo discretamente, al punto che non sapevo se andare avanti col calcio o dedicarmi completamente alla pallacanestro. Mio fratello un giorno mi disse: “Cosa? Giocare a basket? Ma tu sei pazzo, noi non siamo gente da giochi con le mani”. Così andai avanti col calcio, ma quando esordii nelle giovanili dell’Inter ero sempre impacciato e tesissimo. Ci fu un articolo sul quotidiano milanese ‘La Notte’ che mi massacrò. Il titolo era “Se si chiamasse Pettirossi…”, e la teoria del giornalista era semplice: questo ragazzino gioca solo grazie al nome. Una bastonata. Qualche giorno dopo, in allenamento mi prendono da parte e mi dicono: “Guarda che qui devi metterti a giocare sul serio e bene, oppure ti rimandiamo a casa”. La paura di essere scartato mi fece scrollare di dosso ogni timore, e la domenica dopo a San Siro segnai un gran gol. Lo stesso giornalista il giorno dopo intitolò: “Meazzola”, in un gioco di parole col grande Peppino Meazza. Da lì incominciai”.

LA PRIMA, IL PRIMO. “Ho esordito in prima squadra nella primavera del 1961 nel famoso Juve-Inter 9-1, quello in cui Herrera schierò la squadra primavera per protesta nei confronti della Federazione. La partita si giocava di sabato, e quando mi dissero che avrei giocato mi prese un colpo: andavo a scuola, facevo la quarta ragioneria, e quel mattino avevo tre interrogazioni: diritto, matematica e inglese. In famiglia furono categorici: tu a Torino non ci vai. Io non c’ero più con la testa, e la società propose di venirmi a prendere in auto alla fine delle tre interrogazioni. L’ insegnante di matematica era un tipo eccentrico, appassionato di calcio, e di solito gli facevo io la schedina a fine settimana. Aveva una teoria tutta sua: “Mazzola, in economia devi sempre inventarti nuovi modi per fare i dribbling, se ci riesci”. Un concetto calcistico applicato all’economia, oppure economia applicata al calcio? Sta di fatto che finite le interrogazioni partii per Torino, e mi ritrovai in campo al Comunale. Non ci fu storia. Contro noi ragazzini Sivori fece sei gol, e tutto quello che potevamo tentare di fare era provare a segnarne uno. L’occasione si presentò quando ci fischiarono un rigore a favore: andai sul dischetto e mi trovai di fronte Mattrel, un portiere di quelli veri, e non fu una bella sensazione. In pochi secondi mi persi nelle congetture: “Devo fargli credere che sono un cacasotto e coglierlo di sorpresa, devo fissare con gli occhi un angolo e tirare nell’altro, devo fare così, devo fare cosà”. Insomma, la classica presunzione dell’esordiente. Poi l’arbitro fischia, prendo la rincorsa e tiro: palla da una parte, portiere dall’altra. Il mio primo gol in Serie A”.

CAPOLINEA. “La delusione più grande fu la sconfitta a Mantova a fine campionato 1966-67. E soprattutto il dopo-Mantova, con tutto quello che comportò. Il contraccolpo fu enorme: un disastro. Si sentiva a pelle che il ciclo della Grande Inter era finito davvero, e che si era arrivati al capolinea. La stagione successiva la giocammo in un’aura di depressione”.

LA SCRIVANIA. “Come dirigente non mi posso lamentare, specialmente quando penso che nei miei primi anni dietro la scrivania all’Inter sono arrivati uno scudetto, una Coppa Italia e soprattutto un bilancio in pari, il che non è poco. E poi i Rummenigge che arrivarono, i Falcao che restarono dov’ erano e i Platini che andarono altrove: quando ripenso che il francese si era già accordato con noi e che il suo cartellino costava poco più di cento milioni, mi viene da sorridere pensando alle quotazioni attuali dei pezzi pregiati del calciomercato. Addirittura gli avevamo versato già dei soldi, e gli dovevamo ancora 50 milioni, quando Fraizzoli decise di non prenderlo più. Quando incontro Michel, ancora oggi mi dice sempre: “Ti ricordo che mi devi ancora 50 testoni…”. Mi piace ricordare la scoperta di alcuni giovani dal vivaio come Ferri, Baresi e specialmente Walter Zenga, un ragazzo davvero fantastico. Avrei potuto fare un buon lavoro anche al Torino: le idee c’erano, l’ entusiasmo anche, ma mancavano i soldi che avrebbero permesso di fare quel salto in avanti decisivo. E’ stato un vero peccato”.

8DANTE ALIGHIERI. “Proprio contro il Torino a San Siro feci forse il gol più bello di tutta la mia carriera, in una partita di quelle che non si ricordano, nella porta sotto l’attuale settore blu, in un giorno di freddo e pioggia battente, che sentivi fin dentro le ossa (19-1-1975, Inter-Torino 1-0, n.d.r.). Stavamo vincendo grazie a un gol di Boninsegna. Nel secondo tempo, salto mezza difesa, aggiro Castellini allargandomi sulla destra e concludo incrociando il pallonetto sul difensore che rientra a coprire la porta. Viene giù lo stadio, ma Lattanzi pensa bene di annullarmelo, il perché lo sa ancora oggi solo lui. Lì dò in escandescenze: arrivo a strapparmi di dosso la fascia di capitano e a buttarla in terra. Lattanzi mi guarda fisso e tira fuori il cartellino rosso. Non so come ho fatto ad arrivare negli spogliatoi. Così come non so cosa mi trattenne alla fine della mia ultima partita, la finale di Coppa Italia 1977 persa col Milan, dopo 90 minuti di arbitraggio scandaloso. Mentre stavo uscendo furioso dal campo, passo vicino al telecronista RAI che sta facendo le interviste. Gli strappo quasi il microfono di mano, dico: “Vuolsi così colà dove si puote”, e me ne vado. In quei tempi non era di moda citare Dante, nemmeno nel calcio”.

QUELLI DI OGGI. “Tra i giocatori di oggi, Ibrahimovic a parte, mi piace sempre tantissimo Andrea Pirlo: quello è il giocatore che vorrei sempre mettere in squadra. E io veramente in squadra ce l’ avevo messo, visto che lo avevo portato all’ Inter, anche se poi le cose hanno preso un’altra piega. Per quanto riguarda chi siede in panchina, nessuno ha il carisma, la preparazione e la personalità di Mourinho. Per una volta, il paragone con Helenio Herrera non è campato per aria: di tutti gli allenatori del dopo HH, lui è senza ombra di dubbio quello che me lo ricorda di più. Il calcio di allora è un ricordo lontano ed è cambiato tutto, ma Mourinho ha dentro una fiamma molto simile a quella di Don Helenio. Con tutte le concessioni del caso”.

[Glezos Alberganti su La Settimana Sportiva]

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Pagella dello juventino medio

gennaio 12th, 2009 | Commenti disabilitati | Posted in Altre fonti, Calciopoli | di Nk

Alex vaneggiaDIRITTO: 3
Lo studente non ha recepito alcuni concetti chiave ribaditi più volte nel corso dell’anno scolastico, primo fra tutti l’indipendenza della giustizia sportiva da quella ordinaria. Lo studente non ha in particolare compreso che l’art. 1 del codice di giustizia sportiva prevede la condanna in caso di violazione dei principi di lealtà, correttezza e probità, e che una condanna a livello sportivo non viene inficiata da eventuali assoluzioni in un processo penale, per il quale si necessitano prove inconfutabili della commissione di reati. Dare schede SIM straniere agli arbitri per non essere intercettati potrà non essere di per sé un reato, ma certamente viola l’art. 1 e/o l’art. 6 del codice di giustizia sportiva. Lo studente ha poi recepito come vere dichiarazioni erronee (e sconsigliate dall’insegnante) del tipo “Quella sportiva è stata costretta a prendere decisioni in un tempo breve, quando c’era anche una campagna negativa nei confronti della Juve, tanto amata ma anche tanto odiata. Alla conclusione del processo penale – ha aggiunto – se gli imputati saranno assolti, sarà difficile tornare indietro e farci ridare quello che la giustizia ci ha tolto, ma lo diremo ad alta voce. Il passato però è passato, deve servirci solo per fare meglio nel futuro”che, nonostante siano precedute da un lodevole “La giustizia sportiva è una cosa, quella penale un’altra” sbagliano nel ritenere il fattore tempo (e non la differenza dei due ordinamenti) come causa della condanna sportiva a fronte di un’eventuale assoluzione penale. Lo studente poi non ha compreso che una condanna più lieve rispetto alle richieste del PM non è un’assoluzione, che se un soggetto fosse assolto per un processo penale non solo non deve essere assolto per forza dal diritto sportivo, figurarsi se stiamo parlando di processi diversi (processo di Calciopoli sportivo paragonato al processo GEA penale). Pertanto l’alunno ha dimostrato un’impreparazione che, sebbene condivisa da buona parte della classe, è frutto di scarso studio e di letture di fonti alternative ai libri di testo, del tutto inattendibili e faziose sconsigliate a inizio anno.

STORIA: 2
Lo studente ha fatto scena muta nella maggior parte delle interrogazioni avvenute nel corso dell’A.S., in particolare non ha risposto alle seguenti domande fondamentali nel corso di storia nera del calcio italiano (tra parentesi le risposte):
-Perché nel 1974 il Verona è stato retrocesso dalla giustizia sportiva in Serie B? (perché il suo presidente aveva mentito, negando una telefonata avvenuta con l’ex attaccante del Verona in forza al Napoli, Clerici, e solo in un secondo tempo confessando che la telefonata ci fu. La punizione avvenne nonostante non fu mai provato che lo scopo della telefonata fosse quello di corrompere il giocatore a non impegnarsi contro la sua ex squadra. Nessun processo penale fu mai avviato)
-Perché, sempre nel 1974, il Foggia fu penalizzato di 6 punti? (Per avere semplicemente regalato 3 orologi alla terna arbitrale prima di Foggia-Milan, ma senza avere avuto chiesto agli arbitri di determinare il risultato della partita stessa a favore del Foggia. La cosa di per sé non aveva nemmeno rilevanza penale)
-Cosa accadde il 22 dicembre 1980? (Il giudice penale, complice il vuoto normativo sulla frode sportiva, assolse tutti gli indagati del famosissimo scandalo del Calcioscommesse “perché il fatto non sussiste”, ma nessuno si sognò mai di chiedere la cancellazione delle pesanti condanne sportive inflitte a Milan, Lazio, Bologna, Avellino, Perugia, Palermo, Taranto e ai tanti giocatori, famosissimi, nazionali come Paolo Rossi, Giordano e Manfredonia. Anzi, l’opinione pubblica di allora protestò indignatissima contro le assoluzioni penali, non contro le condanne sportive)

MATEMATICA: 2
Lo studente ha per tutto il corso dell’anno dimostrato di non sapere effettuare normali sottrazioni. Riportiamo in calce il compito in classe nel quale ha scritto 29-2=29 e addirittura, su suggerimento dalla zia Alex e dal nonno Rutto Sporc il giorno 12 gennaio 2009, 29-2=30

CONDOTTA: 0
Lo studente ha spesso, durante il corso dell’anno scolastico, interrotto le lezioni per contestare le spiegazioni dell’insegnante, brandendo organi di stampa dalla testata contraddistinta da un eloquente color marrone come prova delle sue dichiarazioni, nonostante la testata medesima fosse stata bandita dai libri di testo ufficiali in quanto troppo faziosa e irrealistica a livello di una fiction (addirittura qualche mattina fa brandiva una stampata su foglio A4 di un blog di sedicente giornalista con sopra scritto “Assolti i Moggi” il giorno dopo la condanna dei Moggi stessi). Lo studente ha poi, con la schiuma alla bocca, cercato di proferire parole dal significato chiaramente satanista (guidorossitronchettilpassaportodi recoba) con il tentativo di fare la macumba agli insegnanti, e ha minacciato ulteriori atti teppistici in classe nel caso in cui nei futuri processi penali i suoi riferimenti culturali venissero assolti, o anche condannati a pene più lievi di quelle chieste dal PM. In conclusione, lo studente al di là dei chiari insuccessi scolastici, si è contradistinto per arrgoganza, violenza verbale e minacce, pertanto ne richiediamo l’affidamento ai servizi sociali, oltre ovviamente alla ripetizione dell’anno sportivo.

[Watchdogs su calciolandia]

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Sosteniamo i nostri giocatori. Tutti.

dicembre 8th, 2008 | Commenti disabilitati | Posted in Altre fonti, Champions League, Giocatori | di Nk

Orlandoni1E’ un caso fortuito che fa sì nasca tutto questo. E’ una storia assolutamente casuale come tante. E da ciò noi traiamo spunto per riaffermare un concetto a noi molto caro nell’intendere il tifo, nello svolgere appieno il nostro ruolo di sostenitori. Sostenitori accesi, caldi ed anche interpretati, a volte, come estremi. E’ un elogio della passione quello che noi andiamo a raccontare; un episodio, ma significativo, di quello che è il nostro vivere, seguire e sostenere in toto la nostra squadra del cuore.

Nasce su Facebook, quasi per gioco, un gruppo così intitolato: “SOSTENIAMO PAOLO ORLANDONI – PORTIERE INTER – QUELLO CHE NON PRENDE MAI GOL”.
Ecco allora dal nulla centinaia di sostenitori, uomini e donne, gente di curva e soprattutto gente qualunque, che esprimono simpatia e sincera gratitudine a questo nostro portiere troppo spesso dimenticato.

Orlandoni2La proposta dunque. Anzi, più che altro il nostro voler riconoscere merito a chiunque indossi con impegno e serietà la nostra amata maglia nerazzurra. Dal primo all’ultimo.
Orlandoni in Champions League.
Senza voler mettere in difficoltà Paolo, quasi vittima di questo slancio inaspettato. E tantomeno senza voler nulla togliere ai nostri indiscutibili numeri uno: Julio Cesar e Francesco.
Infatti vorremmo che questo nostro gesto venisse interpretato dallo spogliatoio tutto, come un gesto di stima e simpatia verso chiunque militi in quest’Inter. Perchè, al di là di chi scende in campo, sappiamo benissimo che le vittorie nascono grazie al gruppo (e Francesco Toldo ne è indiscutibile esempio), grazie a tutto il lavoro che c’è dietro e che si sviluppa attraverso gli allenamenti e grazie al trovare ed innescare equilibri giorno per giorno.
Quindi, da chi ha la ribalta, a chi invece gode di minori clamori, sappiate che noi ci saremo sempre.

Orlandoni3Con questo non vogliamo certo condizionare le decisioni di Mister Mourinho, che sosteniamo in maniera incondizionata, che tanto bene sta lavorando e col quale ci toglieremo parecchi sfizi. Lo chiariamo prima che questa possa apparire come una intromissione in delle decisioni che non ci spettano.

Ma questo è appunto un gesto d’affetto, non è una richiesta, piuttosto una dichiarazione di stima e di sostegno verso tutti i nostri giocatori a 360°.
E quindi proviamo a chiederci -e che anche all’interno dello spogliatoio ci si chieda-: a Brema in porta Orlandoni…Perchè no??
Anche questo è il bello del tifo. Provare a sognare.

Postilla. Ringraziamo Mourinho per la stima e la considerazione, ma preferiremmo che questa la meritasse e si estendesse presto anche al resto dello stadio. Perchè l’obiettivo è comune e tutti dovremmo andare a San Siro portando colore e sostegno, remando insieme verso la medesima meta.

[Curva Nord Milano 1969]

Link: il gruppo su facebook.

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Juan corazón Verón

dicembre 5th, 2008 | Commenti disabilitati | Posted in Altre fonti, Calcio Estero | di Nk

Juan Sebastian VerònLa gloria non è qualcosa che si ottiene senza sacrificio. Non è nemmeno un vantaggio che si può acquisire solo portando un cognome illustre, solo con una storia personale e una grande carriera nel mondo del calcio qua e là. Così, Juan Sebastián Verón, come suo padre, ha avuto l’onore di giocare una finale internazionale e di trascinare la sua squadra il più in alto possibile.

E’ stato il cuore della squadra, l’allenatore sul campo, l’uomo che ha dimostrato che si possono ancora fare le cose per amore della maglia. E’ tornato perché voleva la gloria dell’Estudiantes e ha dato l’anima. Ieri sera ha giocato con una frattura all’alluce del suo piede destro, una lesione che è vecchia di un mese e gli è costata sei infiltrazioni, ma che non gli ha impedito di giocare solo perché non poteva perdere la finale nè una gamba.

E’ vero che non ha avuto la mobilità delle altre partite, che è rimasto fermo per una trentina di minuti, che non ha abusato del suo formidabile lancio per il dolore al piede che non gli ha permesso di giocare come gli piace.

Ha superato la menomazione fisica con la forza morale, fondamentale per la rimonta della squadra. Perchè quando la Brujita ha cominciato a giocare, i compagni hanno capito il messaggio, hanno capito che l’impresa era possibile.

Ha perso alcuni contrasti con Alex, però intelligentemente in zone dove l’avversario non avrebbe potuto danneggiare la sua squadra. Sul finire del primo tempo ha tirato un calcio piazzato dal vertice dell’area che si è rivelato fondamentale per dare la carica a compagni fino a quel momento bloccati.

Nei supplementari praticamente non si è mosso dal cerchio di centrocampo, il dolore al piede ne ha condizionato la precisione nei passaggi. Nonostante tutto ha continuato a comandare il gioco, a incitare, dare ordini finchè Astrada non lo ha sostituito. E successivamente anche dalla panchina al fianco del mister.

Abbiamo compiuto uno sforzo immenso vanificato dalle decisioni dell’arbitro“: così è uscito dal campo il leone ferito mentre l’Internacional festeggiava.

[Federico Rozenbaum su Olè]

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Siamo senza parole, usiamo quelle degli altri

novembre 27th, 2008 | Commenti disabilitati | Posted in Allenatore, Altre fonti, Champions League | di errek

MOURINHO, INTER E’ ANDATA MALE, MALE, MALE
Milano, 26 nov. – (Adnkronos) – ”Male, male, male”. Jose’ Mourinho boccia la sua Inter. I nerazzurri, sconfitti in casa dal Panathinaikos per 1-0, si sono comunque qualificati agli ottavi di finale di Champions League. ”Va bene la classifica, ma se devo pensare solo alla partita di stasera… male, male, male”, dice il tecnico portoghese ai microfoni di Sky Sport.

MORATTI, BICCHIERE MEZZO PIENO MA RESTA BRUTTA FIGURA
Milano, 27 nov. - (Adnkronos) – “Il bicchiere e’ mezzo pieno, ma resta la brutta figura”. Massimo Moratti non usa giri di parole per descrivere la situazione dopo il ko interno dell’Inter contro il Panathinaikos. I nerazzurri nonostante tutto hanno ottenuto la qualificazione per gli ottavi di Champions League, ma Moratti non e’ soddisfatto. “Il bicchiere e’ mezzo pieno per il fatto della qualificazione, che e’ molto importante -premette Moratti rispondendo alle domande dei giornalisti davanti agli uffici della Saras-. Non e’ dovuta a noi, ma al risultato delle altre squadre. Ci tranquillizza un po’. Sotto il profilo della soddisfazione ovviamente non c’e’. Resta la brutta figura da parte della squadra per aver perso questa partita. Anche se devo dire che, al di la’ di tutte le scuse psicologiche, di non motivazione e tutte le cose che si vogliono trovare, in realta’ il Panathinaikos ha giocato bene e in maniera intelligente, in una partita difficile”. Mourinho ha criticato l’atteggiamento della squadra ma ha fatto anche ‘mea culpa’. Un comportamento che e’ piaciuto a Moratti: “Io ho sentito che ha criticato anche se stesso. Ha criticato la maniera nella quale e’ stata affrontata la partita. E’ stato molto bravo nel fare questa analisi e nel giudicare l’andamento di questa partita. E’ stato molto umile e professionale. Ho visto i giocatori dopo la gara ed erano sinceramente molto dispiaciuti. Credo che a volte certe lezioni servano”. Per Moratti, comunque, gli esami veri in Europa devono ancora cominciare: “Il momento di crescita e’ quello delle partite secche. Nella fase a gironi ti puoi concedere qualche errore”.

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Saluti dall’Imperatore

novembre 7th, 2008 | Commenti disabilitati | Posted in Altre fonti, Giocatori | di Nk

Ebbene sì, lo ammettiamo. Con i soldi del porcellino appena rotto, quelli della tredicesima anticipata dal nostro editore e soprattutto con quelli incassati dalle scommesse abbiamo deciso di acquistare un Vertu, Vertuper essere all’altezza dei calciatori che frequentiamo. Conoscete i telefoni Vertu, no? Non sono esattamente a buon mercato: 4.800 euro il modello base, ma ne è uscito ultimamente uno che costa 10.000 cucuzze, per parlare come i magnaccia (oltre ai calciatori frequentiamo anche loro: i posti sono gli stessi…). Ebbene, con la saccoccia piena di contanti (potevamo permetterci il modello base e basta) siamo andati felici e leggeri verso la boutique monomarca di Vertu, in Via Montenapoleone a Milano. Il negozio è piccolo, per cui ci puo’ stare poca gente e soprattutto è impossibile non vedere chi si trova accanto a te. A meno che non ti chiami Roberto Mancini.

Proprio l’ex (si fa per dire, i soldi di Moratti correranno almeno fino al 2012) allenatore dell’Inter, che seduto per guardare l’ultimo modello del telefono non ha degnato nemmeno di un saluto un suo ex giocatore. Più ex che giocatore, secondo qualcuno: in ogni caso si trattava di Adriano, quello che l’anno scorso non veniva capito da Mancini e quest’anno non viene capito da Mourinho. Il personale del negozio conosce bene entrambi, in quanto clienti affezionati come tanti altri dell’Inter. Muntari l’ultimo della lista (Cruz, Mihajlovic, Chivu, Vieira, Ibra sono gli altri e forse ci siamo dimenticati di qualcuno: scommettiamo su Amantino Mancini e Quaresma come nuovi clienti). Nemmeno un saluto fra i due: Mancini seduto e quasi schifato dall’ingresso dell’ex attaccante, Adriano in piedi a tre metri di distanza.

Ora, che Mancini non abbia voglia di salutare uno per il quale ha fatto troppo ricevendo zero in cambio, lo si capisce. Ma che Adriano, in campo per due anni senza meritarlo, non salutasse l’uomo che lo ha utilizzato sempre per noi è stata una sorpresa. Domanda all’Imperatore delle disco (insieme all’amico Ronaldinho, ma si sa il rapporto che ha il Milan con i giornali di gossip: tutti padri di famiglia…), che arriva tardi e in ciabatte all’allenamento: costa molto dire buongiorno? Alla fin fine Mancini ti ha dato non una mano, ma tre, prima di farti rispedire in Brasile per disperazione (e per non far rovinare qualche compagno). Mourinho ti sta giustamente bastonando per i tuoi errori, per di più in pubblico, mentre Mancini non lo aveva mai fatto. Insomma, uno come il futuro protagonista della Premier League non lo troverai più.

Per la cronaca, ognuno dei due è uscito dall’angusto negozio con un nuovo telefono in tasca. Adriano ha preso quello che costa sui 10.000. Ci hanno detto che fra le varie funzioni abbia anche la sveglia: forse l’ha comprato per questo.

[Dominique Antognoni su Indiscreto]

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