scritto da il 7 maggio 2012 alle 16:12

Imparare da una vittoria, stavolta

L’Inter aveva una dannata voglia di vincerlo, questo derby.
Lo si è visto nei primi, splendidi 40 minuti, quando i nerazzurri meritavano di stare almeno un paio di gol avanti, e Abbiati confermava la sua specializzazione, avviata su Thiago Motta l’anno scorso: effettuare parate strepitose quando il pallone è già entrato.

In quei 40 minuti si è visto che campioni siano quelli del Triplete: Lucio e Samuel, Maicon e Sneijder, Zanetti e Cambiasso non sono alla frutta, possono ancora giocare così una tantum, quando c’è molto in palio, non con la continuità del passato.
Si è vista l’unicità tattica di Diego Milito, un centravanti che andrebbe conservato sotto una teca, ed esposto solo nelle grandi occasioni, perché è tuttora uno dei 5 attaccanti più intelligenti del pianeta (pura crudeltà associarlo a mine vaganti come Zarate).
E si è visto quanto conti avere almeno un mediano che attacca il pallone: Fredy Guarìn sa fare questo, il suo crollo fisico ha prodotto l’arretramento di tutto il baricentro, consentendo al Milan di dominare la parte centrale del secondo tempo.

Paradossale lamentarsi di chi ti concede due rigori in un derby (non ricordo un solo precedente), ma l’arbitro Rizzoli deve ringraziare Milito, Pazzini e Maicon, che gli hanno evitato di associare il suo nome a quelli di Ceccarini e Rocchi.

La voglia di vincere e la ferocia agonistica vista in certi interventi di Lucio, Cambiasso e Zanetti, l’orgoglio smisurato che porta Julio Cesar a ridere in faccia a Ibra, non mi fanno dimenticare quanto sia stata disastrosa questa stagione. Ma non posso fare a meno di pensare che almeno un po’ di questa energia psicofisica dipenda daAndrea Stramaccioni, che fra Firenze e Parma ha sciupato un posto Champions ma ha ridato al tifoso una cosa ben più importante: la voglia di veder giocare l’Inter.
Ricordiamoci che squadra era, quella uscita dalla sconfitta contro la Juve: aveva raccolto 6 punti in 10 partite, eliminata dal mediocrissimo Marsiglia, qualcuno temeva il peggio.
Ripensiamo alla squadra di ieri sera, che sostituisce Álvarez con Pazzini e cerca la vittoria anche quando è sulle gambe, e cerca il quarto gol anche quando basterebbe controllare la situazione. Lucidi e spietati, perché di controllare non sarebbero stati capaci e bisognava piantare il coltello nel burro di una difesa rossonera improponibile.

scritto da il 2 maggio 2012 alle 9:45

Affollamento a 55

Quattro squadre a 55 punti, una in caduta libera (la Lazio senza Klose) che forse non centrerà nemmeno l’Europa League, una che ha superato il peggio ed è la netta favorita per il terzo posto (il Napoli di Cavani), una che da due anni gioca sopra i propri limiti (l’Udinese di Di Natale) e una che ha perso 12 partite (l’Inter di Zarate) eppure è ancora lì.

Certi numeri fanno impressione: fra queste 4, l’Inter ha la peggiore difesa e la peggiore differenza reti. Per battere un Cesena straretrocesso ha avuto bisogno dell’acquisto più pittoresco, Maurito Zarate, e oggi ricomincia da Parma, contro una squadra in grande forma, vittoriosa da 4 partite consecutive.

L’anno scorso, il terzo posto si conquistò a 70 punti, quest’anno ne basterebbero 64, forse solo 62: è il segno di una mediocrità che non andrebbe dimenticata, almeno da quei tifosi nerazzurri che ai primi di marzo temevano la retrocessione.

Intanto, a Lilla naufraga il “progetto” di Leonardo e Ancelotti, Pastore e Thiago Motta, il Montpellier si avvia allo scudetto più clamoroso, e la cosa mi fa molto piacere.

scritto da il 10 aprile 2012 alle 9:40

Il risultato di Inter-Siena è meno interessante delle risposte da ottenere

Le possibilità che l’Inter acchiappi il terzo posto sono nulle: forse non basterebbero nemmeno 19 dei 21 punti in palio.
Dunque, mi sembra stupido insistere a oltranza su Javier Zanetti, Esteban Cambiasso e Dejan Stankovic, tanto resteranno anche l’anno prossimo e si sa bene cosa oggi possano dare; non dico di mandarli in tribuna, ma di schierarne solo uno a partita.
Discorso simile andrebbe fatto anche per Walter Samuel e Diego Milito, se non fosse che si tratta dell’unico difensore centrale di alto livello (già con lui in campo si incassano 2,5 gol a partita, senza di lui sarebbero 4) e dell’unico che fa gol.
A cosa serve puntare ancora su Forlàn?
L’unica soluzione sarà quella di regalargli la lista gratuita, spingendolo al Malaga o in qualche altra società danarosa che gli garantisca l’ultimo, ricco ingaggio della carriera.

Contro il Siena e nelle partite successive, vanno dissolti alcuni dubbi.
Primo: il riscatto di Guarìn. Alle condizioni date, secondo me torna al Porto. Giocherà in tutto meno di 700 minuti, la gravità dell’infortunio è stata sottovalutata, impensabile spendere 13,5 milioni per un calciatore sovrappeso, su cui è lecito aver dubbi circa la completa integrità fisica.
Secondo: il riscatto di Poli. Alle condizioni date, va preso, ma chi se lo immagina titolare fisso in una squadra con ambizioni di primato, sbaglia grossolanamente; Poli ha dinamismo e buona tecnica, ma finora ha mostrato scarsa personalità, non cerca mai il tiro, raramente prova la percussione, non si propone mai in area.
Terzo dubbio, che resterà tale: che fare con Castaignos? Ora che la sua stagione è finita, immagino si cercherà di prestarlo a qualche squadra che lo faccia giocare, magari una neopromossa.
Quarto dubbio: perché è stato preso Juan Jesus? E se anche ci fosse una risposta sensata a questa domanda, perché non è stato prestato, a gennaio, così da vederlo in campo?

Nessun dubbio sul fatto che Maicon, Lucio e Sneijder vanno ceduti, forse anche Julio Cesar e Pazzini, quanto a Chivu, Cordoba e Castellazzi, saluti e baci.
Ora, l’insistenza su Zarate me la spiego con un’ovvietà: è l’unico che un paio di volte a partita scarta il suo marcatore e costruisce una parvenza di superiorità numerica. A giugno tornerà alla Lazio, e al suo posto dovrà arrivare qualcuno in grado di fare molto meglio.
Poi ci sono Faraoni e Obi, Alvarez e Nagatomo, da provare con continuità; nessuno mi pare abbia le qualità per giocare titolare nell’Inter del futuro, ma un paio possono far parte della rosa.
I dubbi su Ranocchia sono ormai così pesanti, che l’immagino in prestito altrove, persino se si riuscirà a piazzare Lucio.
Poi c’è la questione Primavera: possibile che Stramaccioni non voglia provare un paio di laterali, o almeno un mancino naturale in ruoli che in prima squadra sono terribilmente deficitari?

Contro il Siena, proverei questo assetto: Julio Cesar / Faraoni, Samuel, Ranocchia, Juan Jesus / Guarìn, Cambiasso, Poli / Zarate, Milito, Alvarez; con Obi, Nagatomo e Livaja a subentrare (nonché Pazzini, se qualcuno fosse capace di crossare).
Stramaccioni va lasciato sbagliare, ma si può sperare che faccia errori nuovi, diversi da quelli che hanno affossato Gasperini e Ranieri.

scritto da il 6 aprile 2012 alle 14:13

Non fate a Coutinho quel che hanno fatto a Pato

Giocava nell’Internacional di Porto Alegre.
Quando sbarcò in Italia, era alto 175 cm e pesava circa 70 kili; ora è alto 179 e ne pesa 78.
Alexander Pato era stato indicato da Roberto Mancini, l’Inter l’aveva bloccato ma se lo lasciò scappare per l’impennata della quotazione, e il Milan si inserì prontamente, acquistando quello che a molti – me compreso – sembrava il più forte calciatore della classe 1989.
Pato divenne rossonero il 2 agosto 2007, acquistato per 22 milioni di euro, la cifra più alta mai pagata per un minorenne, e fino al gennaio successivo ha giocato solo amichevoli.

Giocava nel Vasco da Gama.
Quando sbarcò in Italia, era alto 171 cm e pesava meno di 70 kili; la statura è rimasta la stessa, ma almeno un paio di kili li ha aggiunti.
Philippe Coutinho è fra i 4-5 migliori calciatori della classe 1992. In Brasile, molti lo preferiscono a Neymar. A giugno compirà vent’anni, anche il suo inserimento nel calcio europeo è stato segnato da una miriade di infortuni.
Coutinho divenne nerazzurro nel luglio 2010, acquistato per 4,5 milioni di euro. Ora è in prestito all’Espanyol, dove gioca e segna con continuità.
La speranza è che all’Inter non agisca una struttura fantasmagorica come Milan Lab, e che Coutinho non acquisti troppo peso e troppi muscoli.

scritto da il 5 aprile 2012 alle 9:47

Condanna numero 18, si avvicina la Seconda Stella

L’Alta Corte di Giustizia ha respinto i ricorsi presentati da Antonio Giraudo, Innocenzo Mazzini e Luciano Moggi, confermando la sanzione irrogata dalla Corte di Giustizia Federale, che prevede la preclusione alla permanenza dei tre ricorrenti in qualsiasi rango o categoria della Federcalcio.

In sintesi, è stata confermata la radiazione dei due massimi dirigenti juventini dell’epoca aurea che Andrea Agnelli ha così sublimato: “Moggi era il più bravo di tutti”.

Ricapitoliamo i trionfi giudiziari della Vecchia Signora:

01 – 14 luglio 2006, primo grado di Calciopoli
02 – 25 luglio 2006, secondo grado di Calciopoli
03 – 27 ottobre 2006, arbitrato CONI su Calciopoli
04 – 18 giugno 2008, patteggiamento su schede sim svizzere
05 – 16 giugno 2011, radiazione di Moggi e Giraudo
06 – 9 luglio 2011, Calciopoli (II° grado), conferma della radiazione di Moggi e Giraudo.
07 – 18 luglio 2011, respinto in Figc l’esposto contro lo scudetto 2006 assegnato all’Inter.
08 – 19 marzo 2008, TAR del Lazio, respinto il ricorso di Moggi contro la squalifica in ambito sportivo.
09 – 22 maggio 2008, TAR del Lazio, respinto il ricorso di due associazioni di tifosi contro l’assegnazione dello scudetto 2006 all’Inter.
10 – 8 gennaio 2009, Caso GEA, Moggi condannato per violenza privata.
11 – 14 dicembre 2009. Calciopoli (rito abbreviato), condannato Giraudo per frode sportiva e associazione a delinquere.
12 – 8 febbraio 2011, TAR del Lazio respinge il ricorso presentato da Giùlemanidallajuve, condannata a pagare risarcimenti a Federcalcio, CONI e Inter.
13 – 25 marzo 2011, caso GEA (II° grado), confermata la condanna a Moggi per violenza privata.
14 – 8 novembre 2011, sentenza penale di Napoli: Moggi condannato a 5 anni e 4 mesi per associazione a delinquere.
15 – 9 novembre 2011, rigetto dell’esposto da parte dell’UEFA.
16 – 11 novembre 2011, Moggi condannato per minacce nei confronti di Baldini.
17 – 17 novembre 2011, dichiarazione di non competenza del TNAS.
18 – 4 aprile 2012, conferma della radiazione di Moggi e Giraudo.

19 – (…)

20 – (…). Un altro motivo per giustificare la Seconda Stella sulle maglie della Juventus.

scritto da il 29 marzo 2012 alle 10:08

Erba da 2, commentatori da 4

L’erba di San Siro è una vergogna. Non si può giocare una partita da 5 milioni di euro d’incasso su un tappeto marcio, che impedisce di far presa con i tacchetti e rende il gioco sghembo e irregolare.
Secondo: c’era un rigore gigantesco su Alexis Sanchez, Abbiati è arrivato con il classico attimo di ritardo ma l’arbitro ha avuto paura a concederlo.
Terzo: solo le “prostitute intellettuali” – oltre a rimuovere il rigore – possono sostenere che in un Quarto di Champions fare 0-0 in casa avvicini al passaggio del turno. Nessuno ha osato ricordare che all’Emirates, stava per non bastare un 4-0 casalingo…

Detto questo, il Barca ha avuto 5 occasioni e il Milan 2, Valdez non ha fatto una sola parata, ma il Milan mi è piaciuto più del Barca, nel senso che i rossoneri hanno giocato molto vicino ai propri limiti (a volte anche oltre: Bonera, Antonini, Ambrosini), mentre i catalani hanno commesso troppi errori di palleggio e mostrato lentezza nelle ripartenze.
Iniesta mi è parso senza forza, Tello e Pedro mi spingono a chiedere cos’avesse Fabregas, persino Messi è parso meno lucido del solito.
Ibra è Ibra, in Coppa non gli riescono le magie del campionato, ha tirato in porta una sola volta, ma era così temuto da tenere bloccati Mascherano e Piqué.

Al Nou Camp, l’arbitro non tollererà il fallo tattico sistematico che i rossoneri hanno praticato, ricavandone solo 3 ammonizioni. Il Milan ha solo una possibilità: segnare per primo.
Se segna il Barca, vedo più facile un 3-0 che un pareggio, a quel punto miracoloso.

PS1 – A San Siro, contro il Barca di Guardiola, altri hanno giocato molto meglio del Milan, segnando 3 gol e sfiorandone altrettanti.

PS2 – vedendo il portiere dell’Olympique Marsiglia che ha preso il posto di Mandanda, viene da concludere che la sfiga quest’anno non si è distratta un attimo.

scritto da il 13 marzo 2012 alle 9:26

L’uomo decisivo

Lo so, i più si immagino la giocata decisiva di Sneijder o Milito, quelli molto ottimisti sognano il risveglio di Forlan, e qualcuno aspetta la soluzione personale di Maicon o Cambiasso. Io punto su Stankovic.
Nel bene e nel male: se Stankovic sbaglia partita, l’Inter non ha speranze.
Il vertice basso del rombo è doppiamente cruciale: per fare schermo alla difesa e per impostare la manovra d’attacco.

L’anno scorso Leonardo scommise su Thiago Motta, in quella posizione, e finché gli altri centrocampisti hanno avuto fiato, quella scelta ha pagato, salvo rivelarsi catastrofica contro lo Schalke.
Questa Inter è terribilmente più statica e ha meno qualità tecniche. Se lascia all’Olympique il tempo di sistemarsi in difesa, non può che andare incontro a una partita di pura sofferenza, come quelle contro Bologna, Novara, Catania.
Di diverso ci sarà San Siro, sperabilmente tutto esaurito.
Ma l’incitamento del pubblico non può funzionare da bombola ad ossigeno, a certi ritmi l’Inter sbarella, perde le distanze fra i reparti, apre voragini alle ripartenze altrui. Di nuovo, la serata di Deki diventa il punto critico.

Il timore è che lui per primo non sia capace di giocarsela con “il cuore caldo e la testa fredda” (come ha detto in conferenza stampa: a proposito, ottima idea portare lui); ha tanta esperienza, un formidabile attaccamento alla maglia, ma se girasse male, sarà fra i primi ammoniti e a rischio espulsione.
Più che un trascinatore, Stankovic dovrà essere metodico e affidabile, capace di lanciare Maicon sulla corsa – con Zanetti sull’altra corsia, scordiamoci i cross - e solo ogni tanto cercare il lancio lungo per Forlan e Milito.
E chissà che non ci scappi un tiro da lontano, uno dei suoi, uno di quelli che finiscono nella sigla di Champions League. Contro il Chievo ha preso le misure…

scritto da il 12 marzo 2012 alle 10:16

Mi ricordo

Mi ricordo quelli che gridavano non vincete mai, che sghignazzavano sul morbo della pareggite, che deprecavano le critiche agli arbitri, che sogghignavano sugli altrui silenzi stampa.

scritto da il 2 marzo 2012 alle 10:48

Tranquilli, hanno già fatto pace

È con viva soddisfazione che apprendo – via Segnale Orario, che gustosamente chiosa la Gazzetta – cheAndrea Agnelli ha telefonato ad Adriano Galliani e che Juve e Milan, Fiat e Mediaset hanno fatto pace.
Il Caso Muntari è chiuso. Le accuse feroci, sanguinose e reciproche vanno derubricate alla voce “trance agonistica”; un po’ come le lezioni di fair play di Buffon, che Interistiorg.org riassume in un ritratto esilarante.

Pace, armistizio, tregua: scegliete voi. “Quel che importa – scrive con sprezzo del ridicolo Carlo Laudisa – è che i vertici di corso Galileo Ferraris e via Turati abbiano accantonato in fretta le polemiche per ripromettersi di chiudere la stagione con rispetto reciproco”.
Fra tifosi milanisti e juventini, di questi tempi, il rispetto reciproco è merce rara, ma fra i massimi dirigenti non c’era altro da fare che ricucire alla svelta il filo di una liaison dangereuse che dura da quasi vent’anni, e trova degna celebrazione, ogni fine estate nel Trofeo Luigi Berlusconi.

Laudisa tocca il fondo quando scrive che “a rasserenare gli animi hanno contribuito anche le decisioni morbide del giudice Tosel che, tolta l’inevitabile squalifica per tre giornate a Mexes, ha chiuso il caso-Galliani con una diffida, mentre non ha applicato la prova televisiva né per Muntari né per Pirlo. Decisione salomonica per i pasdaran, ma utile a voltar pagina e allontanare le attenzioni dalla questione arbitrale. Un’accortezza indispensabile per ridare ai protagonisti la loro vera luce, quella tecnica”.
La credibilità di Tosel era già sottozero, le mancate squalifiche di Pirlo e Muntari gridano vendetta, ma la pacificazione aveva bisogno di un segnale di disarmo. E il prode Tosel non l’ha fatto mancare.

Agnelli ha telefonato a Galliani anche perché domani c’è l’assemblea della Lega di Serie A, con all’ordine del giorno la richiesta di dimissioni dell’ineffabile presidente Maurizio Beretta – lavora da mesi altrove – sottoscritta dall’Inter e da altri sette club: Bologna, Cagliari, Cesena, Lecce, Novara, Palermo e Siena.
Il regolamento di Lega di serie A prevede un quorum di 14 voti perché la petizione venga accolta. “Ma sia Juve che Milan – cito ancora Laudisa – sono per la continuità e stanno lavorando per raccogliere il consenso più ampio possibile in questa votazione. Anzi, la strategia è proprio quella di evitare la conta per garantire una soluzione costruttiva che vada incontro alle esigenze della maggioranza dei 20 club della massima serie”.

“Evitare la conta” e “soluzione costruttiva” sono formule patetiche: il rinnovato Patto d’Acciaio fra Juve e Milan serve solo a continuare a spadroneggiare e dettare le loro condizioni.
È affare secondario chi vincerà lo scudetto: peggio per i tifosi che ancora credono al verdetto del campo.

scritto da il 24 febbraio 2012 alle 15:15

La terza Grande Inter

Mentre il Milan, con lo scudetto sulle maglie, si avvia a rivincere il campionato e dilaga contro l’Arsenal, l’Inter perde contro Lecce, Novara e Bologna, i campioni del Triplete vengono fischiati dall’inferocito pubblico di San Siro, e il figlio di Angelo se ne va prima che la partita finisca… A me sembra un ottimo inizio. Il migliore, anzi, per come funziona la Storia dell’Inter.

Massimo figlio di Angelo ha compiuto l’impresa di generare la Seconda Grande Inter, ma non ha colto i segni del tempo, quelli che Mourinho seppe concentrare in una frase, pronunciata prima di Madrid, che mi risuona in testa da mesi: “per molti è l’ultima occasione”.
Quei molti, l’occasione se la giocarono meravigliosamente. E fecero l’impresa.
Ma fra la Prima e la Seconda Grande Inter ci sono due differenze essenziali.

La prima è che Herrera e i suoi seppero rivincere: due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali, lasciando per strada le Coppe Italia, snobbate fino all’autolesionismo (perdere dal Padova…).
La seconda è che quelli erano ragazzini, questi erano già trentenni.

Mi è venuta la curiosità di verificare la data di nascita degli 11 in campo al Prater di Vienna, nella notte più magica del primo secolo nerazzurro. Mi aspettavo certi numeri, ma la verifica mi ha ugualmente sorpreso.

C’erano in campo solo due trentenni, il portiere Giuliano Sarti (31) e il mediano Carlo Tagnin (32), Aurelio Milani avrebbe compiuto i 30 la settimana dopo il trionfo. Tutti gli altri avevano l’età per rivincere.
Picchi e Suarez non avevano ancora 29 anni, Guarneri 26, Burgnich 25, Jair 24, Corso 23, Facchetti e Mazzola dovevano ancora compierne 22.
Impressionante. In assoluto e facendo il confronto con oggi, con chi era in campo in quest’ultimo mese sciagurato.

La storia, in certi casi, è di una chiarezza esemplare. Massimo figlio di Angelo è chiamato a rivincere e per farlo non può limitarsi a qualche modifica. Deve rettificare il percorso: ringiovanire la squadra, innestando 4-5-6 ventenni per alcune stagioni.
Con un nuovo allenatore e un nuovo direttore tecnico indirizzati su questa lunghezza d’onda, vedremo presto un’altra Grande Inter. E magari ricorderemo che è nata in un gelido, squallido, fischiatissimo inverno.