Non è la prima volta in questa stagione che l’Inter si trova a giocare due partite nello stesso giorno. Era il 25 gennaio scorso, e le due partite erano addirittura in contemporanea: mentre la squadra di Ranieri giocava a Napoli in Coppa Italia, infatti, i ragazzini terribili di Stramaccioni erano impegnati a Leira contro lo Sporting Lisbona, nei quarti di finale di NextGen Series.
Ricordo in quell’occasione di aver seguito contemporaneamente le due partite, una in televisione e l’altra sul pc. Ma se dovessi scegliere stavolta non avrei dubbi: fra una prima squadra impegnata contro un avversario che fa su e giù dalla Serie B e una primavera che scenderà in campo nella finale del massimo trofeo continentale contro i più forti tra i pari età, la scelta sarebbe fin troppo facile. E dubbi d’altra parte non ne ha avuti neanche Massimo Moratti, attesso domani pomeriggio alle 14.30 a Brisbane Road per Ajax-Inter, finale di NextGen Series. Per Juventus-Inter, in serata, ci saranno tempo e televisioni a sufficienza. Ed è giusto che sia così perchè, come spiega Stramaccioni, “gare così si giocano raramente in carriera“.
NextGen Series: la Coppa
Se la giocherà domani l’Inter, al termine di un cammino che -com’era prevedibile- l’ha messa di fronte ad alcuni tra i migliori settori giovanili d’Europa: il Basilea nel girone, l’imbattibile (quasi…) Sporting Lisbona ai quarti..un cammino così, non poteva che concludersi davanti ai maestri indiscussi del settore. E’ da decenni infatti che l’Ajax rappresenta il punto di riferimento in materia per tutta Europa: da quando cioè, erano gli anni ’60, da Amsterdam partirono alcuni dirigenti verso Milano, sponda nerazzurra, per informarsi e imparare a strutturare un settore giovanile degno di questo nome. Da allora gli olandesi hanno sfornato talenti in serie e senza soluzione di continuità, prova ne sia il fatto che se i vari Vertonghen, Eriksen e Van der Wiel sono ormai pronti a lasciare Amsterdam, c’è tutta una pattuglia di ragazzi ancora più giovani pronti a subentrare. Su tutti il cannoniere Fischer -cliente scomodissimo per Kysela e Spendlhofer- che ha steso prima il Barcellona e poi il Liverpool. Ma anche i centrocampisti Rits, Schoop e De Sa.
Tutte cose che, visto il suo modo di lavorare, Stramaccioni conoscerà già al meglio e avrà spiegato ai suoi ragazzi. Non a caso lo dice chiaramente lui stesso, spiegando quali potrebbero essere piuttosto le vere insidie di questa partita:
“Partite così si possono preparare alla perfezione, ma poi cuore, personalità e fame di vittoria quasi sempre ne condizionano l’esito. Succede ai grandi campioni, figuriamoci a dei ragazzi di 18 anni… Noi siamo comunque orgogliosi di essercela guadagnata e ora siamo pronti. L’Ajax? Una grande squadra, ma io non scambierei nessuno dei miei ragazzi con uno di loro. Sarò un grande spettacolo e noi ci saremo, dal primo all’ultimo attimo. Non vediamo l’ora di scendere in campo“
E’ tutto pronto quindi a Londra, è tutto pronto a Brisbane Road per la prima finale di NextGen Series. Noi per scaramanzia aspettiamo la fine per tessere le lodi di Andrea Stramaccioni e di tutti i suoi ragazzi ma, mai come in questo caso, possiamo serenamente dire che il risultato è l’ultima cosa che conta e che comunque andrà a finire sarà stato un successo clamoroso.
Il termine più usato durante la twintercronaca è stato probabilmente questo.
Pazzesco.
Sì, perchè una squadra Primavera come la piccola Inter di Stramaccioni a queste latitudini non si era proprio mai vista. Una tecnica fuori dal comune e fisicità estrema, attacco violento e sfuggente e difesa impenetrabile: il tutto tenuto insieme da una preparazione tattica degna di ben altri palcoscenici. Eccolo qui il piccolo capolavoro di Andrea Stramaccioni, che si è ritrovato alla guida di un gruppo fantastico e che con il suo lavoro ha reso più forte di quanto chiunque si aspettasse. Ripensare oggi al 7-1 subito a Brisbane Road, Londra, alla prima uscita ufficiale fa quasi sorridere.
“L’OM ha battuto Barcellona e Aston Villa”, “l’OM ha una fisicità impressionante”, “attenti ai calci da fermo dell’OM”, si diceva. Il risultato? L’OM è stato annientato, annullato annichilito. La partita si è messa subito in discesa quando, dopo neanche 2 minuti, Lorenzo Crisetig batte una punizione dal limite. Vertice sinistro dell’area di rigore, calcio di sinistro, un giro a scavalcare la barriera: il portiere dei francesi, Sy, non può nulla. 1-0 e palla al centro, con il Marsiglia che sotto di un gol sembra poter prendere le misure all’Inter e riesce anche a rendersi vagamente pericoloso sui calci da fermo: ma è quando ripartiamo palla al piede, appena superata la metà campo, che gettiamo il panico tra le linee francesi. Duncan recupera tutti i palloni e li smista immediatamente sulla nostra fascia sinistra, dove Marko Livaja fa il bello e il cattivo tempo. Insieme a lui c’è un Longo immarcabile -oggi più di tecnica che di fisico- e un Bessa che sembra particolarmente ispirato, e anche dalla fascia destra Romanò e Pecorini sanno rendersi pericolosi. Per il Marsiglia niente di più di qualche sortita offensiva, con Di Gennaro chiamato solo a qualche uscita ma mai a una vera parata.
Ma sul finire del primo tempo l’Inter decide di premere di nuovo sull’acceleratore e mostra momenti di grandissimo calcio. Prima Duncan recupera palla e lancia da 40 metri sulla sinistra per Livaja, che al volo di sinistro costringe Sy in angolo, poi dialogano sulla destra lo stesso Livaja e Daniel Bessa, che non riesce a superare il portiere francese per trovare uno spiraglio di porta libera. Sugli sviluppi dell’azione Pecorini recupera palla con caparbietà sulla destra e, superando un paio di avversari, si accentra e tenta il tiro da fuori: bravissimo ancora Sy a intervenire sul pallone. Nel giro di pochissimi minuti anche Duncan si ritrova a tu per tu con Sy non riuscendo a superarlo, ma tutte queste occasioni sono solo il preludio al raddoppio dell’Inter. Raddoppio che arriverà infatti poco dopo, quando Livaja lancia Bessa in profondità e l’italo brasiliano supera sulla sinistra un avversario e attira Sy verso di sè in uno contro uno: a quel punto con un bellissimo tocco di esterno sistema la palla sui piedi dell’accorrente Longo, che deve solo spingerla in porta. E’ il 2-0, è il dominio nerazzurro.
Il secondo tempo inizia con il Marsiglia che si illude di poter mettere pressione all’Inter, ma i ragazzi di Stramaccioni scendono ancora più determinati di prima e fanno subito capire che aria tira: Romanò, Duncan e Bessa vanno vicini al 3-0 spegnendo -più mentalmente che concretamente- le speranze dei francesi. La partita cala di ritmo e Stramaccioni guida i suoi come se avesse un joystick: il mister romano decide dove il portiere deve indirizzare le rimesse, chi e come deve battere le punizioni (“Ho sentito urlarmi di calciare forte quella palla ed è quello che ho fatto” dirà Crisetig alla fine), quante persone devono andare a battere un corner, quando la squadra deve abbassarsi e quando deve alzarsi. E’ il 91′ quando urla ai suoi di stare più alti. “Volevo il 3-0” ammetterà poi candidamente “non gli ho mai chiesto di difendersi“. Negli ultimi 10 minuti è inevitabile l’assalto del Marsiglia, con addirittura il portiere -inconsolabile alla fine del match- che sale per due volte nell’area nerazzurra. Nella seconda di queste due occasioni, subito dopo un corner, è l’Inter a recuperare palla e Alborno si lancia in contropiede verso la porta sguarnita: ma non c’è più tempo, l’arbitro fischia la fine e manda l’Inter a Brisbane Road.
Esatto: quella stessa Brisbane Road dove è maturato il 7-1 con il Tottenham sarà il teatro della finale, contro i marziani dell’Ajax che hanno eliminato prima il Barcellona (0-3 in Catalogna) e poi il Liverpool (0-6). Quella stessa Brisbane Road dalla quale Stramaccioni in un pomeriggio di agosto aveva tuonato orgoglioso: “Rimango convinto delle grandi potenzialità di questo gruppo. Non ci resta che lavorare”. Già: aveva ragione lui, a dispetto di chi derideva i suoi ragazzi e la sua Società. E allora è giusto che se la goda lui per primo, oggi, e che continui a pungolare la sua squadra come fa di solito, per portarla sempre più in alto: “Il Presidente Moratti è veramente straordinario, stasera mi ha emozionato. Mi ha chiamato subito dopo la partita. Quello che mi ha detto me lo tengo per me ma ci tengo a dire che l’ho subito girato ai ragazzi. E’ davvero incredibile vedere un Presidente così legato e attaccato alla Primavera e al settore giovanile. I tifosi, poi, sono fantastici. Oggi sono scese in campo due grandi squadre, abbiamo cercato di preparare la gara al meglio. Eravamo tutti fortemente interisti, volevamo questa finale e l’abbiamo ottenuta. Abbiamo fatto una grande prova di mentalità, qualità e concentrazione. L’unico rammarico è non averla chiusa“.
Ma oggi sembra davvero impossibile parlare di rammarico davanti a un Duncan infaticabile distruttore e costruttore di gioco, davanti a un Daniel Bessa che mette in campo una continuità mai vista, davanti a quei Livaja-Longo che sembrano nati per giocare insieme per quanto bene riescono a scambiarsi i ruoli di prima punta e attaccante esterno (“Non posso nemmeno pensare di paragonarmi a Eto’o” dirà il piccolo Samuel-e “ma in aereo il Mister mi aveva chiesto di fare come lui e guardando e riguardando Chelsea-Inter ho capito quali erano i movimenti che dovevo fare“), davanti -ancora- a un Lorenzo Crisetig che stremato alla fine del match dice semplicemente: “amo e onoro questa maglia e proprio l’amore per questi colori mi aiuta nei momenti difficili a trovare quell’energia in più che ti serve. Arriva direttamente dal cuore“.
E così, davanti a 3.125 spettatori (più di Inter-Atalanta di Serie A, per intenderci: qualcuno vuole rifletterci su?) l’Inter si prende il suo posto d’onore in questa NextGen Series che definire “Champions dei giovani” suona come sempre più riduttivo, visto che un calcio così non riescono a giocarlo neanche molti professionisti.
Domenica, alle 14.30, a Brisbane Road ci troveremo di fronte al più forte degli avversari.
Ma questo vale anche per l’Ajax.
Grazie ad un recentissimo studio del Centro Italiano Ricerche Aereospaziali, quest’anno per la prima volta è stato possibile identificare con precisione non solo il giorno dell’equinozio di primavera -che è come tutti sappiamo oggi, il 21 marzo- ma addirittura ora e luogo in cui l’equinozio sarà perfetto: quest’anno la Primavera arriverà al Griffin Park di Londra, esattamente alle 20 ora italiana.
E’ arrivato finalmente il giorno che chi segue la Primavera aspettava da settimane: è arrivata la semifinale di NextGen Series.
Sulla (non) copertura mediatica che l’informazione sportiva italiana ha riservato all’evento ci sarebbe da scrivere un post a parte, ma ci rendiamo conto che, mentre persino negli Stati Uniti la partita di stasera andrà in diretta tv, certi articoli sul meraviglioso futuro di Simone Andrea Ganz non possono non essere prioritari rispetto al più importante torneo europeo per under 19. Fatto sta che questo torneo l’Inter -unica squadra italiana- lo sta giocando e fatto sta che stasera, contro l’Olimpique Marsiglia, si gioca l’accesso in finale.
Un percorso iniziato nel più inglorioso dei modi, con l’umiliante sconfitta subita per mano del Tottenham al Leyton Orient (7-1) ma, da lì in poi, una risalita impetuosa: 3-2 al PSV, 1-0 al Basilea e i pareggi ancora con Tottenham (1-1) e Basilea (0-0) inframezzati dalla vittoria ottenuta in Olanda di nuovo ai danni del PSV (1-2). Il secondo posto nel girone conquistato e, insieme a quello, il diritto di accedere alla fase ad eliminazione diretta in cui siamo finiti nella tana del lupo: ci aspettava l’imbattibile Sporting Lisbona al Pessoa. Imbattibile, appunto, fino a quando non ha incontrato l’Inter sulla sua strada: quando M’Baye su calcio d’angolo ha zittito tutto lo stadio, la giovane Inter di Stramaccioni si è definitivamente resa conto della propria forza.
Da allora si è ripresa il posto in testa al campionato, da allora ha capito che non può più avere paura di niente e di nessuno. Neanche di quell’OM che già tanto male ha fatto alla prima squadra e che stasera si trova davanti per contendersi l’accesso alla finale.
Quella di oggi è tutta un’altra Inter rispetto a quella che, proprio a Londra contro il Tottenham, aveva appena iniziato a conoscersi dopo il profondo rinnovamento subito in estate (solo 5 elementi confermati dalla precedente stagione), un’Inter che in poco tempo ha saputo riunire un gruppo nato nei giovanissimi nazionali, nel 2007, e poi disperso fra prestiti ed esperienze diverse prima di riunirsi nell’estate del 2011 per essere plasmato e diventare squadra sotto la guida di Andrea Stramaccioni. E proprio lui, il giovanissimo tecnico romano, si ritrova oggi al centro della scena. Ringrazia chi gli ha dato “l’occasione di allenare un gruppo fantastico” e subito dopo ricomincia il lavoro psicologico indispensabile per far rendere al meglio i suoi ragazzi:
“Non caricherei la competizione di tanti significati se non quelli di società e squadra. In queste competizioni, soprattutto in gare secche, l’elemento psicologico è importante, anche perché stiamo parlando di ragazzi di 18-19 anni. Nei quarti contro lo Sporting dovevamo uscire e invece… Del Marsiglia conosciamo tutto, grazie ai nostri osservatori. E’ una squadra piena di nazionali di categoria e per loro parlano i risultati: nel girone hanno battuto il Barcellona e nei quarti hanno battuto l’Aston Villa. Chiaro che arrivati a questo punto non vogliamo solo partecipare ma provare a fare di più. I miei ragazzi, grazie a questa vetrina, si sono messi in mostra.
Auguro ad altre squadre del nostro Paese di poter fare questa bellissima esperienza”
Altre squadre del nostro Paese, già. Magari, quando altre squadre del nostro Paese arriveranno a questi livelli anche in Italia vedremo i giornali tappezzati di notizie sulla NextGen Series. Nel frattempo ce la godiamo noi, di nuovo a Londra come contro il Tottenham, di nuovo a Londra dove tutto ebbe inizio. L’Ajax dei marziani aspetta in finale, il Liverpool (sconfitto 6-0 dagli olandesi) aspetta per giocarsi terzo e quarto posto: noi aspettiamo stasera, per goderci una squadra italiana capace di conquistare un posto d’onore tra i giovani d’Europa.
Diretta su InterChannel e SportItalia alle 20 per seguire dal vivo i ragazzini terribili di Andrea Stramaccioni, con la forza della serenità, con l’orgoglio dei colori nerazzurri.
Certi che, comunque vada, è già un successo pazzesco.
Insomma, voglio dire: non è che in ogni situazione bisogna necessariamente schierarsi da una parte o dall’altra, no? Capitano anche dei casi -rari, ma capitano- in cui entrambe le parti abbiano torto marcio. E allora che fai? Ti schieri per simpatia sulla convenienza del momento o, meglio, te ne resti in disparte.
Questa storia di Branca e Oriali per esempio…ecco, non dispiace a nessuno se non faccio un endorsement, vero?
I FATTI - Da anni era un sussurro, un “si dice”…o meglio, una di quelle cose che tutti sanno ma nessuno mette in evidenza. Ora possiamo scriverlo: Branca e Oriali non sono mai andati troppo d’accordo. Anzi, non si sono proprio mai sopportati. Al punto che la “cacciata” di Oriali è stata -secondo alcuni- orchestrata dallo stesso Branca.
"Una trattativa che ha portato avanti il Presidente"
Siamo nell’estate 2010: Josè Mourinho se n’è appena andato e in società si sta decidendo il da farsi, convinti di poter dominare ancora in lungo e in largo in Italia. Il post-triplete è il periodo migliore di Marco Branca in nerazzurro, visto che il mercato precedente porta chiara la sua firma: sua è stata la prontezza necessaria per arrivare a Lucio, suo è stato il supporto nella trattativa-fiume che ha portato a Milano Thiago Motta e soprattutto Diego Milito, l’uomo dei 4 gol in 3 finali. Proprio in quei giorni, nell’estate 2010, nasce un piccolo piacevolissimo problema in Società, quando si scopre che il settore giovanile dei Balotelli e dei Santon è utile anche per formare giovani preparatissimi dirigenti: Piero Ausilio è infatti conteso da mezza Serie A, con la Lazio in testa. Ma perdere l’astro nascente dei Direttori Sportivi italiani sarebbe stato uno scempio, soprattutto in un momento come quello. E proprio lì Marco Branca ha saputo sfruttare la sua influenza per convincere Moratti a una piccola rivoluzione societaria: dare ad Oriali il ruolo di vicepresidente e ripartire quelli che fino ad allora erano stati i suoi compiti tra lo stesso Ausilio, per la parte riguardante il mercato, e il nuovo arrivato Amedeo Carboni, che si sarebbe dovuto occupare di tenere i rapporti tra la squadra del suo amico Benitez e la Società. Soluzione bizzarra, se si pensa che un ruolo così delicato dovrebbe ricoprirlo un uomo di fiducia della Società piuttosto che dell’allenatore, ma tant’è: non era lì che sarebbero nati i problemi. I problemi sarebbero nati dal rifiuto di Oriali a questa “promozione”: lui si sentiva un uomo di campo, il suo lavoro era un altro e, cordialmente ma fermamente, rifiutò la proposta di Moratti e decise di andare per la sua strada.
Senza strascichi però, almeno in un primo momento: tant’è che i rapporti fra il Piper e Moratti sono rimasti ottimi e ancora oggi -l’ultima volta due settimane fa- il Presidente parla con Oriali per avere consigli e indicazioni sulle scelte da prendere in questo momento difficile.
LE PAROLE DI ORIALI - Senza strascichi in un primo momento, dicevo. Perchè oggi all’improvviso, vuoi i pessimi risultati dell’Inter o vuoi il contratto di Mediaset, il buon Lele ha deciso che è arrivato il momento di togliersi un po’ di sassolini dalla scarpa, come un Benitez o un Gasperini qualsiasi. E giù critiche più o meno velate, da un po’ di tempo a questa parte, tutte irrimediabilmente indirizzate all’operato del Direttore dell’Area Tecnica. Un continuo detto/non detto, una continua serie di allusioni e frecciatine tali che, dopo l’esplosione di Branca, hanno consentito a Oriali di parlare ipocritamente di “critiche espresse da un tifoso nei confronti della squadra“, con l’immancabile “Branca, con tutti problemi che ha l’Inter, e che lui ha contribuito a creare, farebbe meglio a pensare a quello piuttosto che parlare di me.”
Curioso, detto da uno che ha passato l’ultimo decennio da interista a combattere contro un certo giornalismo che questi problemi contribuisce a crearli, contro un certo giornalismo che questi problemi li amplifica, contro un certo giornalismo che sedeva su quelle che oggi sono le sue poltroncine.
La risposta piccata di Branca, però, ha permesso ad Oriali di liberarsi finalmente dei suoi pensieri. O forse di portare a termine la fase tre del piano: provocazione-risposta-affondo. E’ così che funziona, no? E allora giù a ruota libera:
“Penso che, così come è stato giusto dargli dei meriti quando l’Inter ha fatto bene, anche se, che gli piaccia o no, non era solo, ora la realtà dei fatti dice che da due anni sta lavorando da solo e i risultati sono quelli che vedete. È stato contestato il presidente e secondo me non ha molte responsabilità, perché le risorse economiche le ha fornite ed evidentemente non sono state spese bene. Branca deve accettare le critiche e non pensare a rispondere a me, con i problemi che ci sono: forse invidiava un po’ il mio rapporto anche con gli allenatori, da Mancini a Mourinho. Ha anche detto che non ero nemmeno un dirigente dell’Inter: al contrario, ero nel censimento, firmavo documenti e andavo in panchina, dove ci vanno i dirigenti, non i tifosi. Non so perché sia uscito con queste dichiarazioni, perché lui stesso sa che molte trattative le abbiamo condotto assieme, fino alla cessione di Ibrahimovic al Barcellona, che ha portato avanti il Presidente, anche molto bene. Ma la cosa che mi preoccupa di più è che Branca ha detto che sta già lavorando per il prossimo anno: se fosse vero spero che stia lavorando per il futuro di un’altra squadra, non dell’Inter”
Toh, c’è anche spazio per la battutona finale. Come se, fra l’altro, il suo passato alla guida del calciomercato nerazzurro fosse fatto solo di Maicon e Cambiasso e non anche di Brocchi e Vampeta. Ma tant’è.
LE PAROLE DI BRANCA - Di certo Oriali in tutti questi anni ha imparato a conoscere Branca, e sapeva benissimo che le frecciatine non sarebbero cadute nel vuoto. Prima o poi una risposta dall’ego del Direttore doveva arrivare. Anzi, più che una risposta una bomba.
“No, non devo rispondere, perché anche quando era qua, non si è mai occupato di mercato se non nei primi due anni della mia gestione, non conosceva le cose della società come le conoscevo io, come le conosceva il mio Presidente. Non scappo mai di fronte alle responsabilità, me le prendo, se a qualcuno fa piacere. Comunque la spiegazione di questa stagione verrà fatta, la farò, magari addirittura in conferenza stampa alla fine della stagione, anche perché ho sentito dire cose giuste, ma anche inesattezze, di base, o cose che potevano sembrare, o sono, di parte. Stiamo già lavorando da tempo su quello che può essere il nostro futuro, in questo momento però siamo ovviamente anche molto concentrati sul finale di stagione. A me piace stare vicino alla mia squadra, i nostri tifosi devono fare la stessa cosa, perché siamo a 8 punti dal terzo posto, abbiamo squadre vicino e ci sono partite decisive. Pensiamo a lavorare bene, poi per le spiegazioni ci sarà tempo.”
Dai, su, siamo onesti: ma sentita una tale valanga di giri a vuoto uscire dalla bocca di Branca, che pure ha il pregio -quelle poche volte che rilascia interviste- di risultare efficace e definitivo. Stavolta invece spara a salve, sarà perchè Oriali -che, appunto, lo conosce- lo ha colpito nel vivo.
Quel “non conosceva le cose come le conoscevamo io e il mio Presidente” sa molto di nascondersi dietro la gonna della maestra se non, addirittura, di rinfacciare una posizione di forza ottenuta ai danni di Lele nel modo descritto sopra. Le promesse di conferenze stampa rivelatrici vengono fuori direttamente dalla migliore tradizione bianconera, già sapendo che nessuno si ricorderà di queste parole a giugno (ci sorprenda, Direttore: la faccia davvero una conferenza stampa e racconti davvero tutta la verità. Che sia la verità, però). Il fatto che si stia lavorando al futuro suona quantomeno strano, per chi in questi giorni vede accostati all’Inter una decina di allenatori diversi e tutti con la stessa credibilità.
Soprattutto, quel “mi prendo le mie responsabilità se a qualcuno fa piacere” è agghiacciante. Perchè se è mancata qualcosa all’Inter quest’anno è stata proprio l’assenza di qualcuno, di chiunque, dal più alto dei vertici all’ultimo degli stagisti, che si sia preso le sue responsabilità. E ora Branca la butta lì quasi come se fosse un piacere, un contentino da rinfacciare al “nemico” quasi per sottolineare una volta di più una presunta superiorità morale che in questa stagione, in squadra e Società, proprio non si è vista. Ecco, Direttore: non sappiamo se farà piacere ad Oriali, ma a noi -fra un Presidente che si fa intervistare dopo le vittorie e abbandona la tribuna durante le sconfitte e una vecchia guarda che reclama il posto in campo fra lacrime e dichiarazioni alla “a noi nessuno ha mai regalato niente”- ecco, dicevo, a noi sì: vedere qualcuno che si prende le proprie responsabilità farebbe proprio piacere.
Anzichè perdere tempo a rispondere alle provocazioni di chi -prendiamone atto- preferisce gettare benzina sul fuoco delle polemiche anzichè preservare un’Inter che si ostina a definire “sua”, sarebbe carino -nei confronti dell’Inter, prima ancora che nostri- dedicarsi a risolvere una situazione che in soli due anni è diventata da gloriosa a imbarazzante. Anche perchè non dobbiamo dimenticare un particolare: che fra i due litiganti, quello stipendiato dalla Società è Marco Branca. E questo non è un privilegio da sbattere in faccia a chi quella Società è stato costretto a lasciarla ma è, semmai, un ulteriore obbligo che grava sulle spalle di chi non può -e non deve- permettersi di trascinare l’Inter in queste gattare private.
UN CAMBIO IN SOCIETA’? - Insomma, l’ho detto all’inizio: io non sto dalla parte di nessuno. Io sto dalla parte dell’Inter. E la cosa che mi fa più rabbia in questo momento è vedere l’Inter trattata come oggetto del contendere da due persone che -è evidente- si stanno giocando o pensano di giocarsi un futuro in Società.
Futuro che oggi -20 marzo- sembrerebbe abbastanza improbabile per Oriali, ma futuro che può riservare mille e una sorprese. Perchè Branca oggi è ancora saldamente al timone, ma fra Corvino, Lo Monaco, Marino, lo stesso Oriali e il patricida Ausilio le possibili alternative si sprecano, soprattutto con un Moratti che -mai come oggi- sembrerebbe aver deciso di prendere in mano personalmente la situazione, per tirare fuori l’Inter dalle sabbie mobili in cui si è cacciata.
Mille condizionali d’obbligo, in un momento in cui -al contrario di quanto affermato da Branca- di persone che stiano lavorando con costanza, continuità e concretezza al futuro dell’Inter non sembrano essercene poi troppe.
CHI HA RAGIONE - Già, ma tornando alla diatriba iniziale: chi ha ragione? Facile prendere le parti di Oriali in un momento come questo in cui niente gira per il verso giusto, in cui diventa persino banale rinfacciare a Branca gli arrivi di Zarate e Palombo, il Guarin eternamente infortunato, Forlan fuori dalla lista Champions e altri orrori che hanno caratterizzato questa stagione. Facile prendere le parti di Oriali quando dall’altra parte lo stesso Branca si esprime nel modo che abbiamo appena visto. Facile, ma sbagliato.
Perchè qui non ha ragione nessuno. Perchè da una parte c’è una persona che nutre comprensibilmente rancore ma non è certo esente da errori nè ha un passato immacolato, dall’altra un dirigente tutt’ora tesserato dall’Inter e che, se ha sulle spalle le colpe di questa stagione, porta con sè anche le vittorie del recentissimo passato. In mezzo, però, c’è l’Inter.
Un’Inter che innanzitutto non merita di essere messa in mezzo per risolvere le beghe personali di queste due primedonne. Ma un’Inter che, soprattutto, dovrebbe essere da questi tutelata.
Tutelata, Oriali: non utilizzata per spalarci sopra un po’ di merda dalle comode poltroncine di una tv di regime, quella stessa contro la quale combattevi tutti i giorni insieme ai tuoi amici Mancini e Mourinho.
Tutelata, Branca: non utilizzata come scudo per farti bello, per rinfacciare le tue vittorie personali ai danni del tuo ancor più personale nemico.
Ecco Lele, Marco, fate una bella cosa: risolvetevela da soli, e lasciate fuori l’Inter.
L’Inter ha altro a cui pensare.
Certo che il calcio è proprio uno sport strano. Prendiamo l’Inter (guarda un po’): fino a giovedì era quasi uno psicodramma, tra chi parlava di stagione da buttare e chi guardava ansioso a quei 40 punti, “quota salvezza” per eccellenza, da raggiungere il più presto possibile per evitare disastri. Oggi, complici la vittoria con il Chievo e le contemporanee sconfitte di Lazio e Udinese, c’è addirittura chi ricomincia a parlare di terzo posto. Dalla retrocessione alla Champions League in 90 minuti: ma dove deve guardare, davvero, questa Inter?
Prima ho citato di sfuggita il concetto di “quota salvezza”, conosciuto da chiunque segua da abbastanza tempo la Serie A: si dice, abitualmente, che una volta raggiunti i 40 punti una squadra non corra più il rischio di retrocedere. Perchè? Perchè tipicamente, soprattutto nella Serie A di diversi anni fa, 40 punti erano sufficienti per evitare il quart’ultimo posto che comportava l’onta di una retrocessione in Serie B (ammetto di non sapere bene cosa sia questa “Serie B” di cui alcuni parlano…provate a chiedere a qualche milanista o juventino se siete curiosi, saranno certamente più informati). Mi riferisco alla Serie A di diversi anni fa perchè questa “quota salvezza” nel tempo è cambiata: fra le retrocessioni che da quattro sono diventate tre e il periodo post-calciopoli che ha portato a una leggera redistribuzione dei punti in classifica, infatti, negli ultimi 5 anni solo una volta sono stati necessari 40 punti per salvarsi (nel 2006-2007), mentre le altre volte di punti ne sono stati sufficienti 37.
Così come la quota salvezza, anche la quota Scudetto negli ultimi anni ha avuto qualche modifica. Lasciando da parte, ancora, il campionato 2006-2007 e i mostruosi 97 punti collezionati dall’Inter di Mancini, negli anni successivi lo Scudetto è stato vinto a 85 punti nel 2008, a 84 nel 2009 e a 82 nel 2010 e nel 2011: la quota di riferimento massima diventa quindi 85, ma un evidente calo nel corso del tempo ed un altrettanto evidente livellamento verso il basso del campionato in corso fanno pensare che quest’anno basteranno probabilmente 80-82 punti per laurearsi Campioni d’Italia. Parliamo quindi di un cammino superiore ai 2 punti a partita: una media che per ora ha in canna il Milan (2,11, proiezione a 80 punti) ma assolutamente no la Juventus (1,96, proiezione a 74 punti).
E’ possibile, allora, utilizzare questa logica per capire dove può arrivare l’Inter?
Possiamo provarci.
Premessa numero uno: a differenza degli altri anni, da questa stagione ad andare in Champions League saranno solo le prime tre classificate (due alla fase a gironi, una ai preliminari) anzichè le prime quattro come in passato. Allo stesso modo andranno in Europa League solo la quarta e la quinta, con la terza casella che sarà occupata dalla vincitrice della Coppa Italia. A seconda di come si classificano in campionato le due finaliste di Coppa Italia, però, l’accesso all’Europa League potrebbe essere aperto anche alla sesta classificata. Diciamo quindi che ci interessa sapere quanti punti sono necessari per il terzo, il quinto e il sesto posto. Premessa numero due: l’abbassarsi della quota Scudetto di cui abbiamo appena discusso non comporta un abbassamento anche delle quote per le altre posizioni. Anzi, al contrario: i punti lasciati per strada dai Campioni d’Italia vengono di solito presi dalle dirette inseguitrici, comportando quindi un aumento dei punti necessari per arrivare in Europa. Prova ne sia il fatto che nel 2007, a fronte della più alta quota Scudetto della storia della Serie A (97 punti), ci sono stati i punteggi più bassi dell’ultimo lustro per il terzo (62), il quinto e il sesto posto (entrambi a 58 punti). Al contrario nel 2011 alla quota Scudetto più bassa del periodo post-calciopoli (82) ha risposto la più alta quota per il sesto posto (63), mentre i picchi per il terzo e il quinto posto (rispettivamente 74 e 68 punti) ci sono stati nel 2009, quando comunque l’Inter di Mourinho si laureò Campione d’Italia con soli 84 punti.
Partiamo dal terzo posto, allora. Ai già citati 62 punti nel 2007 sono seguiti i 72 del 2008, i 74 del 2009 e i 70 del 2010 e del 2011. Se da un lato c’è il basso livello del campionato di cui parlavamo prima, dall’altro ci sono comunque almeno tre squadre (Lazio, Napoli, Udinese) che verosimilmente si daranno battaglia fino alla fine per raggiungere i preliminari di Champions: sembra difficile immaginare una quota Champions sotto i 70 punti. Diciamo che per arrivare al terzo posto saranno necessari 69-70 punti.
Capitolo quinto posto: il record negativo, già detto, sono i 58 punti del 2007. Poi, in ordine cronologico, 64, 68, 65 e 66 punti. Il trend discendente incontrato nelle posizioni precedenti è sparito, per lasciare posto a un appiattimento abbastanza evidente. Anche qui l’effetto della volata al terzo posto potrebbe farsi sentire in positivo, ma allo stesso modo c’è la probabilità che almeno una delle tre squadre citate prima ceda di schianto, abbandonando la corsa. Verosimilmente possiamo dire che per arrivare al quinto posto ci vogliono, nella migliore delle ipotesi, 64-65 punti. Chiudiamo, infine, con l’eventuale sesto posto. “Eventuale” perchè, visto che dipende dalle finaliste di Coppa Italia, non è affatto detto che il raggiungimento di questa posizione dia l’accesso all’Europa League. Anche qui il picco negativo sono i 58 punti del 2007: poi ne sono serviti 60 nel 2008, 63 nel 2009, 59 nel 2010 e 63 nel 2011. La previsione diventa complicata, perchè a questi livelli possiamo incontrare sia squadre che risentono del livellamento verso il basso del torneo sia, al contrario, squadre che di questo livellamento approfittano. Basti guardare i dati del 2010 e del 2011: mentre per lo Scudetto in questi anni c’è stato il punteggio più basso, per il sesto posto abbiamo visto il record positivo (63 nel 2011) e quasi quello negativo (59 nel 2010). C’è di buono che comunque l’intervallo sembra piuttosto schiacciato: abbastanza, almeno, da farci dire che a voler essere ottimisti, per arrivare al sesto posto ci vogliono almeno 60-61 punti.
Veniamo all’Inter, ora. I 40 punti collezionati nelle 27 partite già giocate significano una media di 1,48 punti a partita. Sotto la guida di Ranieri però la media sale a 1,62 con 39 punti in 24 partite.
Sulla base delle ipotesi precedenti è facile vedere che all’Inter mancano ancora circa 30 punti per il terzo posto, 25 per il quinto, 20 per il sesto.
Con 11 partite ancora a disposizione, significa che i ragazzi di Ranieri per arrivare terzi dovrebbero tenere un passo superiore ai 2,7 punti a partita (significa vincerle tutte tranne una, banalmente), che diventano “solo” 2,3 per il quinto posto e un più abbordabile 1,8 per il sesto: in ogni caso, comunque, sarebbe richiesto un netto miglioramento rispetto al cammino fatto finora.
Per darvi qualche metro di paragone: l’Inter dei record di Mancini, quella dei 97 punti, viaggiava a una media di poco superiore ai 2,5 punti a partita. Nei due campionati vinti da Mourinho, il portoghese collezionava 2,18 punti a partita. L’Inter di Leonardo, in una straordinaria rimonta non concretizzata, collezionava invece 2,3 punti a partita: esattamente quelli che servirebbero per il quinto posto.
Allora, torniamo alla domanda iniziale: quale può essere realisticamente l’obiettivo di questa Inter?
Io putroppo, fatta la tara all’entusiasmo generato dalla giornata di campionato appena conclusa, a meno di clamorose inversioni di rotta (e di rendimento) faccio fatica ad immaginare ad un’Inter in Europa nella prossima stagione.
Mevrouw Koevoets, sa che la Triestina è fallita? Guardi, per me quello è un capitolo chiuso. Anche se dagli incubi difficilmente ci si libera. Tribunali, minacce, complotti, bugie. Questa è stata la mia esperienza nel calcio italiano.
Ma come ha fatto una diplomata all’Accademia cinematografica di Bruxelles a diventare presidente di un club di Serie B? Ho ricevuto la Triestina in regalo dal mio ex marito, Flaviano Tonellotto. Di solito per far colpo su una signora le si regala una Ferrari, o dei gioielli. Lui invece comperò una squadra, ovviamente contro la mia volontà.
Non le piace il calcio? Non l’ho mai seguito più di tanto. Qualche partita della nazionale olandese e niente di più. In Italia ero direttore di un albergo a Grado, e sognavo di poter avere un giorno un hotel tutto mio. Flaviano ogni tanto mi portava a San Siro e non era male. Ma la prima volta che misi piede al Nereo Rocco di Trieste fu uno shock. Impianto vecchio, spalti deserti, un ambiente desolante. Dissi che non avrei più voluto mettere piede in un posto simile. Per tutta risposta lui, nel giugno 2005, ha comprato la squadra.
Tacendo di aver fatto fallire due società immobiliari negli anni Novanta. Falso, lo sapevano tutti. Al momento dell’acquisto lui ha comunicato di avere una causa pendente per bancarotta. Ma all’epoca è stato comodo per tutti fare finta di niente. Anche al Comune di Trieste, che in seguito lo ha denunciato per aver dichiarato il falso.
Lei però ha assunto la carica di presidente dopo la definitiva condanna di Tonellotto. Sì, ma seguivo gli affari della società già prima. E posso affermare che c’è stato un complotto per sottrarci la Triestina.
Proviamo a spiegarlo? Nel gennaio 2006 la COVISOC, al termine delle normali procedure di ispezione fiscali che avvenivano ogni trimestre, aveva definito la Triestina un club finanziariamente sano. Nello stesso periodo c’erano società come il Milan con debiti pari a 70 milioni di euro. Quattro settimane dopo, la Triestina viene commissariata. Succede tutto in 24 ore: ritiro immediato della licenza – valore 10 milioni di euro, e la sottoscritta si trova davanti al Tribunale Civile di Trieste con l’accusa di aver sottratto dalle casse del club 3 milioni di euro. Capisce? 10 milioni di euro svaniti in poche ore. Una decisione assolutamente illegittima, anche se il termine furto sarebbe più appropriato. Ma era già stato tutto deciso. La legge è uguale per tutti, ma in Italia forse per qualcuno è più uguale che per altri. E tengo a precisare che alla fine sono stata assolta da ogni accusa.
Non vorrà farci credere che Tonellotto è una vittima? Il mio ex marito di errori ne ha commessi tanti, tantissimi. Non nego che sia una persona egocentrica e assolutamente impossibile da gestire. Ma se fosse riuscito a realizzare sono un decimo delle idee che aveva in mente per la Triestina, il club oggi sarebbe in Serie A. Purtroppo, e mi rendo conto che questo è un paradosso per un uomo d’affari, non è stato capace di costruirsi un’adeguata immagine pubblica. Anzi, ha fatto il contrario. Il calcio italiano è un mondo ipocrita, corrotto e dominato da logiche clientelari. Sa qual è stata la frase che ho sentito ripetere più spesso da quando è iniziata la mia esperienza nella Triestina? Nel calcio ci sta. Te lo ripetono tutti: politici, procuratori, imprenditori, giornalisti, sponsor, banche, tifosi. Non puoi dare dell’idiota in diretta televisiva al sindaco di Trieste. Non puoi definire i giocatori un branco di puttanieri. Flaviano non ha capito – o non ha voluto capire – che anche se sei il proprietario di un club ti devi relazionare con questo microcosmo. A ognuno spetta una fetta della torta, e guai a te se provi a cambiare qualcosa. Te la fanno pagare.
Come? Il Comune boccia il tuo progetto di costruzione di un nuovo stadio. Le banche prima ti promettono garanzie finanziarie, poi quando ti servono perché un magistrato bussa alla tua porta dicono di non saperne niente. La stampa scatena una campagna mediatica contro di te. Sa che un giornalista di un quotidiano locale è arrivato a minacciarmi via sms?
Il suo cellulare era di dominio pubblico? Certo, grazie al signor Tonellotto. Un giorno ebbe la brillante idea di presentarsi alla stampa e dire: per qualsiasi comunicazione, questo è il numero di mia moglie. Un giorno mi arriva un sms di questo giornalista: tu ad aprile non ci arrivi. Flaviano lo lesse e disse di non preoccuparmi.
Di solito la stampa italiana non brilla per intraprendenza. Nel nostro caso, siamo stati bersaglio della stampa locale fin dal primo giorno. Un quotidiano di Trieste mi ha negato l’accesso al proprio archivio durante la mia causa. Poi però quando c’è da denunciare una partita truccata – e a quei tempi, mi creda, il materiale non mancava – tutti zitti. Non c’è modo peggiore di prendere per i fondelli i propri lettori.
Lei è stata minacciata anche dai tifosi, vero? Si. Un altro grande errore di Flaviano, oltre alla totale mancanza di diplomazia, è stato quello di mettersi contro gli ultras, i veri padroni del calcio in Italia. Alcuni di loro sono arrivati a minacciare di rapire mio figlio, che all’epoca aveva sette anni. Avevo accumulato talmente tanta tensione da essere stata colta da un piccolo infarto. Dopo l’operazione, mentre trascorrevo la mia convalescenza a Grado, una sera trovai le mura del mio appartamento imbrattate con scritte oscene. Come le dicevo, un vero e proprio incubo.
Perché non ha mai raccontato la sua storia a un giornale italiano, magari non di Trieste? Ci ho provato, ma alla fine non se ne è fatto niente. Conoscevo questo giornalista della Gazzetta dello Sport, mi ripeteva sempre che con me avevano giocato sporco. Però mi ha detto, molto francamente, che non avrebbe mai potuto pubblicare la mia versione dei fatti. Il motivo? Abitava a Trieste. Insomma, spreekverbod, come diciamo in Olanda. Proibito parlare.
Salva qualcosa del progetto Tonellotto? L’idea dello stadio di proprietà, che come ho detto è andata a sbattere contro un muro di gomma – del resto come sorprendersi in un paese dove i sindaci si opponevano alla B di sabato pomeriggio perché, a loro dire, avrebbe causato perdite agli esercizi commerciali della città? E poi la questione degli stipendi dei calciatori. Flaviano li dimezzò drasticamente, da un giorno all’altro. Torniamo al solito discorso della mancanza di diplomazia, ma l’idea di fondo è giusta. Perché oggi quando si parla di scarsa sostenibilità del mondo del calcio, una delle prime criticità che emerge è la distribuzione dei costi a bilancio concentrata quasi esclusivamente negli stipendi dei giocatori.
Quando ha detto definitivamente addio all’Italia? Nell’agosto del 2007 Flaviano, grazie all’interessamento di un osservatore del Milan, aveva acquistato la Sanremese. Andai su tutte le furie. Ma non impari propri mai, gli dissi. Era finita. Sono tornata in Olanda con mio figlio Jacopo. Sa oggi cosa sogna? Di diventare un calciatore e di giocare accanto al suo idolo Pato. Attraverso i suoi occhi, il calcio è un mondo pulito.
Potrà davvero tornare a esserlo? Mai dire mai. Anche se mi chiedo: come si possono combattere credibilmente la corruzione e tutte le storture del calcio quando è proprio il suo massimo organismo, la FIFA, il primo a non dare il buon esempio?
Quella riportata qui sopra è una intervista realizzata da Alec Cordolcini a Jeannine Koevoets, ex moglie di Flaviano Tonellotto ed ex Presidente della Triestina. Cosa ha di tanto speciale questa intervista? Assolutamente nulla, almeno all’apparenza. Eppure è stata proposta nell’arco di un mese a quattro testate italiane e da tutte e quattro è stata rifiutata, prima di essere pubblicata (solo parzialmente) da Il Giornale.
Scarso interesse per i contenuti? Può essere, certamente. Anche se le parole della signora Koevoets, per quanto non rivelino chissà quali verità nascoste, tracciano un quadro della realtà calcistica italiana abbastanza preciso e -se vogliamo- inquietante, magari interessante per chi crede che il mondo del calcio sia un paese incantato in cui regnano l’armonia e la legalità. E allora perchè non trovare in un mese di tempo una colonnina da riservare a questa intervista, tra le tante banalità che leggiamo ogni giorno?
Davvero non si può e non si deve dare risalto a certe cose? Davvero l’immagine pulita del meraviglioso e sportivo mondo del calcio italiano non deve essere messa in discussione neanche per un attimo?
E se anche un’intervista come questa non può trovare spazio, cosa succede alle interviste realmente scomode?
No, dai, stiamo andando troppo in là con la fantasia: ci sarà sicuramente un’altra spiegazione. In Italia certe cose non succedono.
No?
I know sometimes things may not always make sense to you right now
Straighten up little soldier Stiffen up that upper lip What you crying about?
Metti via quelle lacrime, Campione. Questo non è il momento di piangere: è il momento di lottare. E’ il momento di mettere da parte le nostre convinzioni, i nostri interessi, il nostro ego e di concentrarci sul bene di una delle cose più care che abbiamo al mondo: la nostra Inter. Mia e tua, Cuchu.
Perchè credi che siano piovuti quei fischi e quegli orribili applausi di scherno, domenica sera? Perchè sei invecchiato? Perchè scendi in campo sempre e comunque, senza farti frenare -come altri- da ogni minimo fastidio fisico? Perchè hai sempre dato tutto per questa maglia? Perchè hai ceduto Balotelli, Eto’o e Thiago Motta? Perchè hai cacciato Oriali? Perchè hai cambiato quattro allenatori in due anni? Per la girandola di moduli e di formazioni assurde viste di recente?
Siamo esasperati, Cuchu. E tu sei diventato, tuo malgrado, solo un simbolo di un momento estremamente negativo, uno dei peggiori della storia della nostra Inter. Del resto di questa Inter col tempo sei diventato il volto e l’immagine, quindi l’associazione è quasi inevitabile. Nella buona e nella cattiva sorte: lo sai come si dice, no? Esasperati noi, stremato nel corpo e nella mente tu: come altro interpretare altrimenti quelle struggenti lacrime? Un collasso nervoso, un momento di emotività estrema, quasi un tilt emotivo che ha travolto tutto San Siro in quegli istanti: gli ignobili ingrati che fischiavano, il professionista che piangeva. Abbiamo esagerato -tutti- in una storia che è diventata molto più grande di quanto in realtà è. Ora, a mente fredda, mettiamo da parte gli estremismi di un caso che non esiste, e parliamoci serenamente.
Questa Inter non va, Cuchu. Non va da nessuna parte e -verosimilmente- non andrà da nessuna parte: il suo tempo è finito, il suo presente è diventato storia. I suoi avversari non sono più il Barcellona di Messi e il Real Madrid di Mourinho: ora è nell’alveo degli immortali insieme all’Ajax di Crujff, al Real di Di Stefano e a tutti gli altri. E noi abbiamo l’obbligo morale di lasciarla andare, come tante altre meravigliose Inter abbiamo lasciato andare nel passato: è finita un’era, è finito un periodo d’oro. Ma non è finita l’Inter.
Per anni, in un passato ormai abbastanza remoto, abbiamo vissuto di ricordi, di immagini sbiadite di un’Inter vincente come non mai e -diceva qualcuno- come non sarebbe mai più stata. Poi siete arrivati voi. Adesso, sulle vostre spalle, c’è la più grande delle responsabilità: costruire una nuova Inter vincente. Ripartire da zero, spiegare ai più giovani come avete fatto -da zero- ad arrivare sulle vette più alte dell’Olimpo calcistico: indicargli la strada, accompagnarli nella prima parte del tragitto e spingerli poi verso la cima. Sai che fatica bestiale, Cuchu? Un’impresa vera, una cosa che a paragone il Triplete è una passeggiata.
Come pensate di riuscirci? Giocando ogni singolo minuto di ogni singola partita, fossero anche gli ottavi di finale di Coppa Italia contro le riserve del Genoa o la più inutile delle ultime partite del girone di Champions? Pensate davvero di potere ancora caricarvi l’Inter sulle spalle e trascinarla di forza verso la vittoria, a testa bassa? Pensi davvero di avere ancora la forza, la voglia e la potenza necessarie per prendere a calci quel pallone una, due, cento volte, fino a quando non si sarà deciso a finire alle spalle del Cech di turno? Andiamo Cuchu…ma ti sei visto nelle ultime due partite? Saltato a piè pari da un Campagnaro o da un Izco qualsiasi, senza riuscire ad opporre alcuna resistenza, senza la minima possibilità di ribattere in alcun modo…è davvero questo quello che sei diventato? E’ davvero questo il giocatore argentino più titolato di tutti i tempi? A 31 anni?
No, Cuchu. Quello non sei tu. Quello è un giocatore stremato, nel corpo e nello spirito. Un giocatore che non dà il cento per cento, al contrario di ciò che hai detto pochi giorni fa: è un giocatore che ha dato il centocinquanta per cento, il duecento per cento. Un giocatore che è andato oltre ogni limite per favorire la sua Inter e ha finito, paradossalmente, per danneggiarla. La tua classe è immensa, il tuo carisma e la tua esperienza lo sono ancora di più: devi solo imparare ad usarle diversamente. Devi solo capire che, per il bene della tua Inter, ogni tanto devi farti da parte. Giocare 30 partite anzichè 50, essere sostituito 5 volte anzichè 2: niente di drammatico, insomma. Solo la presa di coscienza del fatto che il tuo cammino all’Inter è ancora lontanissimo da una fine, molto più lontano di quanto tu stesso immagini: ma deve, solo, cambiare leggermente direzione.
I vergognosi fischi che ti hanno colpito al momento della sostituzione contro il Catania devono essere il punto di svolta nella tua carriera. Oggi non sei più el Cuchu: oggi sei Esteban Matias Cambiasso Delau. Il volto dell’Inter del post-triplete, quello che deve portare sul campo l’esperienza delle vittorie passate e trasformarla in spinta verso le vittorie future. Pensaci, Esteban: per età, ruolo, classe e caratteristiche sei l’unico che può farlo. Il Capitano va ormai verso i 39 anni. Deki, Ivan Cordoba e Chivu con ogni probabilità non saranno nella nuova Inter, sul futuro di Milito e Maicon nessuno sa bene cosa dire. Restate tu, Julio Cesar e Walter Samuel. Chi pensi sarà il Capitano della nuova Inter, Esteban? A 31 anni devi fare l’ultimo grande salto e prenderti per davvero la squadra sulle spalle.
Ecco perchè i fischi di domenica devono essere un nuovo inizio, per te e per noi.
Impara a riposarti, prenditi quella Fascia e metti tutta la tua immensa classe al servizio dei tuoi compagni, al servizio della tua Inter. Trascinala di nuovo alla vittoria, fai vedere a tutti come si fa.
L’IMBARAZZANTE TOSEL -Il comportamento sarebbe stato decisamente meritevole di opportuna sanzione disciplinare qualora fosse stato “visto” dal Direttore di Gara, ma considerato l’acceso contesto agonistico e la dinamica dei convulsi movimenti di entrambi i protagonisti, non sussiste una prova certa circa quell’intenzionalità lesiva che integra gli estremi della “condotta violenta”.
Tosel, ma ci stiamo prendendo per il culo?
In tutta la serie di provvedimenti ridicoli, imbarazzanti e scandalosamente faziosi messi insieme nel tempo dal giudice sportivo, questo è probabilmente il peggiore. E la cosa ancora più grave è che la gente prende sul serio parole come queste. Giusto ieri, parlando con un conoscente milanista, mi sono sentito rispondere “Beh, è ovvio, altrimenti in partite come questa dovresti squalificare mezza squadra”. Tipo dare 3 giornate a Mourinho, 2 giornate a Cambiasso, 2 giornate a Muntari, 1 giornata a Cordoba, 1 giornata a Samuel e 2 settimane di inibizione a Oriali: Inter-Sampdoria del 2010, ovvero squalificare mezza squadra. E’ questo che succede normalmente in “partite come questa”, altro che chiacchiere sull’ “acceso contesto agonistico” (ma cos’è, una barzelletta?) e cose simili.
Queste cose si sentono solo quando sono coinvolte Juventus e Milan. Due squadre che -per una volta che non si sono potute accordare sul risultato- hanno dato vita a una delle partite più raccapriccianti che la Serie A ricordi sia dal punto di vista tecnico-tattico sia, soprattutto, dal punto di vista arbitrale. Fra clamorosi gol non dati, fuorigioco inventati, falli da dietro, scazzottate in campo e fuori e risse fisiche e verbali, a San Siro è andato in scena tutto il brutto del calcio.
Hanno perso entrambe, come nei sogni dell’Avvocato Prisco, ma entrambe hanno già ricominciato a camminare a braccetto fuori dal campo e per entrambe è già ricominciato il processo di beatificazione, perfettamente esemplificato da quel Muntari che con altre maglie collezionava rossi su rossi e oggi, con il rosso sulla maglia, gioca e gode impunito anche a fronte di ignobili scazzottate.
Non sono comportamenti violenti, per Tosel. Senza vergogna, o solo con un prezzo.
Quanto ti ha fruttato questa decisione, Tosel?
BUFFON/E PRANDELLI - Fra i vari Mexes, Muntari, Ambrosini, Vidal, Chiellini, Conte e Galliani vari, poi, un posto d’onore in questa commedia lo merita senz’altro Gianluigi Buffon, portierone e degno successore di Fabio Cannavaro come Capitano della Nazionale Italiana. Lungi da me l’idea di gettare la croce addosso a Buffon per una affermazione che -per quanto antisportiva- trovo purtroppo sacrosanta: nessuno, ma proprio nessuno, in una partita così sarebbe andato dall’arbitro a “denunciare” il gol. Durante la partita, però. Perchè poi, davanti ai microfoni, non costa niente ammetterlo (come fatto da Brienza dopo il rigore inesistente assegnatogli contro il Palermo il giorno dopo, per esempio) anzichè sbandierare ai quattro venti una antisportività che da “figlia del momento” diventa invece in questo modo studiata e preparata a tavolino, elevata a ragione di vita e a modello da seguire.
E fa ancora più specie Prandelli, contro il quale mai avrei sognato muovere una critica, difendere a spada tratta il suo Capitano in sfregio ad un tanto sbandierato “codice etico” che, a quanto pare, trova applicazione a seconda dei casi, delle convenienze, delle simpatie…come un Lippi qualsiasi, insomma. E così Buffon viene convocato (insieme ad altri 3 portieri per un’amichevole: ma ci voleva così tanto a salvare la faccia?) e allo stesso tempo Osvaldo lasciato a casa per un brutto fallo da espulsione. Ma, ancora più assurdo, a restare fuori dalle convocazioni è anche Mario Balotelli, che la sua squalifica (quella per l’episodio con Parker) l’ha già scontata, che in Premier League è già rientrato e che viene invece usato una volta di più come capro espiatorio, come manifesto per la demagogia, come causa di tutti i mali del sistema calcio italiano.
Facile il codice etico così, eh Prandelli?
IL CALCIOSCOMMESSE - A proposito di Buffon (ehm..) tiene banco ancora il caso calcioscommesse. Per fortuna (o purtroppo) quando si parla dei mali del calcio italiano dei punti fermi esistono sempre: i giornalisti, per esempio. Quelli stessi che ieri si prendevano una lavata di capo senza precedenti da Sneijder (“Se non hanno capito bene, i giornalisti italiani che pensano di essere grandi nel tradurre dovrebbero tornare a scuola o almeno stare zitti“) ma, soprattutto, quelli stessi che allo scoppiare del nuovo scandalo del calcioscommesse si sono fiondati alla Procura di Cremona per recitare la parte dei grandi reporter, pronti a riportare qualsiasi notizia per ripulire il mondo del calcio. Al comparire dei primi nomi “importanti”, ovviamente, è calato il silenzio. Sono arrivati fino a Masiello del Bari: poi più nulla. E’ notizia recente, invece, che al vaglio della Procura di Bari siano finiti i nomi di Leonardo Bonucci, ex primavera dell’Inter oggi alla Juventus, e di Stellini, all’epoca dei fatti compagno di squadra di Bonucci al Bari e oggi vice di Antonio Conte. Oggi tutti in silenzio: oggi tutto tace nell’evidente tentativo, già messo in opera prima di calciopoli, di seppellire tutto sotto una montagna di omertà e collusione.
Tentativo che però, vista la determinazione delle Procure e i nomi che devono ancora venire fuori (altro che Bonucci..), andrà quasi sicuramente a vuoto.
La soluzione?
Amnistia per tutti prima, cancellazione della responsabilità oggettiva per le società poi.
Liberi tutti di imbrogliare, di rubare, di vendere le partite.
E’ il calcio italiano, ragazzi: Juventus e Milan ci sono arrivate solo un po’ prima degli altri.
L’INSPIEGABILE RANIERI - L’Inter, in tutto questo, conferma la fiducia a Ranieri: magari fino al Catania, forse fino al Marsiglia o perchè no, fino a fine stagione. I motivi di questa convintissima conferma? E chi lo sa. Forse per i risultati ottenuti, forse per il convincente gioco espresso, forse per la assoluta mancanza di alternative. O forse, ma a questo non ci credo poi troppo, perchè in Società si sono resi conto che confermare Ranieri è l’unica cosa da fare, perchè Ranieri è l’unico che -sebbene qualcuno ancora fantastichi su terzo posto e cose simili- ha l’esperienza necessaria per ricompattare la squadra e portarla a fare quei 6-7 punti necessari da qui in avanti per vivere quantomeno un maggio tranquillo. Poi, se rifondazione deve essere, che almeno sia una rifondazione vera e convinta.
Non saremo certo noi a propinarvi la favola dei 20 milioni all’anno offerti a Guardiola (anche in Spagna il giornalismo è quel che è, evidentemente) e al limite, oggi come oggi, potreste sentirci parlare di Zeman, di Roberto Baggio, di Klinsmann o di uno Stramaccioni che non si sente per niente pronto e convinto al grande salto. Al massimo potremmo raccontarvi dei tre colloqui avuti in settimana con Andrè Villas Boas (di cui almeno uno alla presenza di Moratti) ma l’argomento è delicato: ci toccherebbe poi dire tutta la verità, spiegare i veri motivi per cui quest’estate è saltato l’arrivo del portoghese sulla panchina dell’Inter (problemi con la rescissione del contratto? Sì, ma non del suo contratto) e dire, infine, quali sono state le richieste avanzate da AVB in questi tre incontri. Non possiamo farlo, davvero: visto quanto si sta dimostrando difficile far uscire dal campo certi giocatori, non riusciamo neanche a immaginare quanto sarà difficile farli uscire da Appiano Gentile.
Caro Filippo,
nel ridicolo delirio mediatico che ti ha sommerso, ti confesso che la cosa più difficile per me è stata capire quanti anni hai.
Nove. Tu hai nove anni, Filippo. Il che significa, ad occhio e croce, che il 5 maggio 2002 non eri neanche nato.
Alla tua età io vedevo arrivare all’Inter Gianluca Festa e Massimo Paganin, oltre a Jonk e Bergkamp. “Gli olandesi dell’Inter”, già…non ne hai mai sentito parlare, vero? Immagino. Mi colpisce il fatto che il primo nitido ricordo che ho del giornale inutilmente rosa risale proprio a quando avevo la tua età. Era un titolone a nove colonne e recitava così: “Inter e Reggiana: salve!”. Salve dalla Serie B, Filippo. Per un punto, sul Piacenza retrocesso. Quello stesso anno avevamo vinto la seconda Coppa UEFA, poi aggiungi uno Scudetto e una Supercoppa Italiana: avevo visto l’Inter alzare al cielo quattro titoli in tutta la mia vita, alla tua età. Se penso a quello che hai vinto tu in questi nove anni mi vengono i brividi: 5 Scudetti, 4 Coppe Italia, 4 Supercoppe Italiane, 1 Champions, 1 Coppa del Mondo per Club, persino una (l’unica) Coppa per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Roba che altre squadre avrebbero tappezzato la maglia di toppe e scritte celebrative da qui ai prossimi 150 anni.
Il Triplete, Filippo: tu hai visto il Triplete. Una cosa che nè i tuoi amichetti nè i loro poveri genitori hanno mai neanche sognato di vedere, una cosa che non vedranno mai. E tu l’hai vista.
E ora “ti prendono in giro” per una sconfitta contro il Novara? Andiamo, Filippo.
Cosa te ne frega di una sconfitta contro il Novara? Questi sono discorsi da juventini, da milanisti. Non te l’ha insegnata papà la differenza tra noi e loro? Ripeti con me, Filippo: noinonsiamoquellarobalà. Mai.
Sono loro quelli che misurano tutto con vittorie e sconfitte, sono loro quelli per i quali “il fine giustifica i mezzi”, sono loro quelli che sarebbero disposti a vendere gli affetti più cari per uno scudetto in più. Loro, non noi. E’ così che funziona il calcio italiano, Filippo: noi da una parte, e tutti gli altri dall’altra. E’ così che è sempre funzionato.
Stiamo facendo cagare, in questo periodo. Stiamo perdendo tantissime partite, stiamo giocando malissimo e ben al di sotto di quelle che sono le nostre possibilità, di quella che è la storia dell’Inter. Verissimo. Ma è tutto qui, ed è un problema nostro. Non dei tuoi compagni.
Ti prendono in giro? E perchè? Perchè sei abituato ad ottenere dal campo esattamente i risultati che meriti? Perchè dopo una sconfitta contro il Novara non senti il tuo allenatore frignare perchè “non ci hanno dato un rigore”, come un Conte qualsiasi? Perchè Lucio o Ranocchia hanno fatto un errore?
E prendono in giro TE perchè Lucio o Ranocchia hanno fatto un errore?
Prendono in giro TE perchè l’Inter non vince?
L’Inter non è una squadra di calcio per cui tifare, Filippo. L’Inter è una storia d’amore.
Tu ancora sei piccolo, ma crescendo capirai che una storia d’amore cresce e si nutre dei momenti di difficoltà. Ci saranno momenti brutti nella tua vita in cui tutto quello che potrai fare sarà entrare allo stadio o accendere la tv e guardare la tua Inter: e lei sarà lì a consolarti e a starti vicino con l’ennesima vittoria, l’ennesima impresa, l’ennesima Coppa alzata al cielo. Allo stesso modo la tua Inter passerà momenti brutti come quello attuale, e sarai tu a doverle stare vicino. Ad incitarla, ad amarla, oggi più che mai.
Ti prendono in giro? Lasciali fare. Loro non capiscono il legame che c’è fra te e l’Inter, non possono neanche immaginarlo. Per loro è solo una gara a chi fa più punti e a chi alza più Coppe: per te, che ne hai alzate tante quante loro neanche possono immaginare, è molto di più.
Per te è amore, Filippo.
Per te è onestà. E’ raccogliere sul campo esattamente quanto si merita, non un punto di più nè uno di meno. E’ superare insieme le difficoltà, è restare uniti, felici e perdutamente innamorati tanto nella vittoria quanto nella sconfitta. Non ci piace perdere, non piace a nessuno. E non siamo tanto patetici come certi giornalisti che arrivano a glorificare la sofferenza e la sconfitta, tutt’altro. Noi vogliamo vincere, ma sappiamo che non sempre è possibile. E sappiamo che è proprio quando non è possibile che bisogna stringerci strettissimi intorno alla nostra squadra e aiutarla a superare questo momento.
Tu ed io siamo interisti oggi più di quanto lo eravamo il 22 maggio 2010.
Li vedi questi qui?
Questi sono degli sfigati, Filippo. Davvero vuoi essere come loro?
Nessuna vittoria ha più valore della lealtà e dell’onore.
Tu sei Interista, Filippo: vedi di non dimenticarlo mai.
E se proprio continuano a prenderti in giro, mandali a cagare e continua per la tua strada.
A testa altissima.
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