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scritto da Nk³ il 4 novembre 2011 alle 11:10
E’ così che lo chiamavano i ciarlatani della Milano che retrocede, quando accumulavano vagonate di punti di ritardo in campionato salvo poi miracolosamente “risorgere” in Champions. Si erano inventati questa balla -una tra le tante- del DNA Europeo e c’era addirittura chi gli credeva, arrivando a sostenere che al solo ascoltare le note della Royal Philarmonic Orchestra i giocatori rossoneri si rigenerassero, trovando le energie perdute necessarie per vincere le partite. Di più: ancora oggi -con un fantasmagorico score di 6 vittorie nelle ultime 20 partite giocate- non perdono occasione per rilanciare questa storiella. E ancora oggi c’è chi gli crede.
Il DNA Europeo.
Beh, sapete cosa? Il DNA Europeo oggi ce lo abbiamo noi.
E’ evidente, no? 9 punti in 4 partite di Champions, 8 punti in 9 partite di campionato, ma non c’è problema: siamo bellissimi, fortissimi, meravigliosi e con un gran futuro davanti. E’ solo che se non sentiamo la musichetta non ci attiviamo. Usiamo il campionato come allenamento per le fatiche europee dove -si sa- c’è la vera competizione: se una Champions vale 10 Scudetti allora una partita di Champions ne vale almeno 10 di campionato. Anzi ancora di più, visto che in campionato si giocano più partite che in Champions. E quindi siamo meravigliosi anche noi, con il nostro nobile DNA Europeo.
Ecco: se fossimo milanisti -e grazie al cielo non lo siamo- oggi leggeremmo concetti simili sulle pagine di questo blog.
Balle.
Balle per ciarlatani, pronunciate da imbonitori di folle e recepite, mandate a memoria e ripetute identiche a sè stesse da gonzi senza più un briciolo di cervello.
Non va tutto bene. Contro il Lille l’Inter ha mandato sicuramente segnali confortanti, giocando una partita semplice, sicura, ordinata e portandola a casa senza affanni, se non quelli derivanti da un errore individuale completamente slegato dalla prestazione della squadra: passi avanti enormi rispetto a quanto visto pochi giorni prima con la Juventus e, in generale, in questo primo quarto di campionato che ci siamo lasciati alle spalle. Però le differenze fra Champions e campionato -nelle prestazioni, oltre che nei risultati- sono troppo marcate per fare finta di niente, per lasciarle scorrere come se niente fosse facendosi belli con uno slogan da tv commerciale. A cosa sono dovute?
Troppo comodo -e semplicistico- trincerarsi dietro le diverse prestazioni arbitrali. E’ innegabile che fra gli arbitri della Champions e quelli che allietano i pomeriggi italiani ci sia un abisso veramente imbarazzante non tanto dal punto di vista della competenza e della “bravura”, quanto piuttosto da quello dell’approccio mentale alle partite, della serenità con cui in Europa riescono a gestirle, della capacità -sconosciuta nei nostri confini- di applicare semplicemente il regolamento utilizzando un metro univoco e lineare dal primo minuto al novantesimo. Ma non è un fallo fischiato a Pazzini -o meglio: non è SOLO un fallo fischiato a Pazzini- che può stravolgere in questo modo prestazioni e risultati da un campo a un altro.
Il livello degli avversari? Non scherziamo. Nonostante i tentativi di sminuirne il valore operati -anche da queste parti- da chi non riesce ad esaltare i meriti della propria squadra neanche sotto tortura, in nessun modo l’OSC Lille e il CSKA di Mosca possono essere messi sullo stesso piano, o addirittura più in basso, di una Atalanta o di un Chievo Verona. Sono semmai ai livelli di una Juventus, ma questa considerazione non fa che rendere ancora più palesi le differenze di rendimento dell’Inter tra campionato e coppa.
Una terza spiegazione potrebbe essere nell’atteggiamento mentale dei nostri avversari: mentre in Italia il ridimensionamento dell’Inter è vissuto da tutti -avversari compresi- giorno dopo giorno, le difficoltà attuali sono sotto gli occhi di tutti e, soprattutto, da più parti si aspetta di poter danzare su un cadavere tanto atteso, in Europa l’atteggiamento delle altre squadre è diverso e indubbiamente risente ancora del “peso” del Triplete. Fra Lille e Mosca le dichiarazioni di ammirazione per l’Inter si sono sprecate: Rudi Garcia, Pedretti, De Melo, Slutsky, Dzagoev…ne abbiamo sentiti tantissimi dopo le sconfitte parlare di “squadra superiore”, “di grande esperienza”, addirittura “di un altro livello”. L’Inter è la squadra che porta sul petto lo scudo riservato ai Campioni del Mondo, è la squadra che poco più di un anno fa faceva inginocchiare ai suoi piedi i Campioni nazionali di mezza Europa, è una squadra -soprattutto- che di mestiere ed esperienza riesce ancora a far fruttare a dovere situazioni di vantaggio e a far pesare il proprio status su avversari meno “nobili”.
Ma c’è dell’altro, ancora. Non bastano gli arbitri, non bastano gli avversari a giustificare le differenti prestazioni dell’Inter: bisogna parlare anche dei giocatori. Con 31 anni 10 mesi e 17 giorni, l’undici sceso in campo contro il Lille ha stabilito il poco invidiabile record di formazione dall’età media più alta nella storia della Champions League. Eppure ha vinto e, possiamo dirlo, convinto decisamente di più di quanto non sia riuscita a fare in una qualsiasi partita di campionato. E’ il segno -evidente- del fatto che quelli che rappresentano la causa di questa crisi di risultati dell’Inter sono anche paradossalmente gli unici che possono rappresentarne la soluzione. Parliamo ovviamente dei giocatori più “anziani”, di quelli che in campionato vengono spesso additati come un peso. Senatori spremuti da mille battaglie e ripagati da ancor più vittorie i cui muscoli -di seta- e le cui teste -stanche- non riescono più a sostenere l’impegno costante e logorante del campionato. Ma allo stesso tempo giocatori abituati a vincere tutto e a lottare per gli obiettivi più importanti, dotati di classe sopraffina e intelligenza tattica superiore, che sulla partita secca non si sentono certo imbattibili, ma in grado di giocarsela con chiunque, senza eccezioni, sicuramente sì. Ed ecco che lo Zanetti bolso ed asfittico visto in campionato si riscopre per 90 minuti terzino destro degno del miglior Maicon, come non è stato neanche a 25 anni. Ecco che Walter Samuel stringe i denti e rientra per la “sua” Champions chiudendo a doppia mandata la “sua” difesa, al punto da essere libero di lasciarla sguarnita e avanzare per segnare il primo gol. Ecco che Diego Milito non si ferma davanti al più clamoroso degli errori -come aveva invece fatto con l’Atalanta- ma prova e riprova, insiste, si sbatte deciso a non passare quella palla per nessun motivo al mondo, non prima di averla spedita in fondo alla rete. E un identico discorso si può fare per tanti altri: da Cambiasso a Stankovic fino ad arrivare a Julio Cesar, a volte indeciso in campionato ma decisivo ai limiti dell’inimmaginabile in Europa, con gli avversari che non riuscivano a segnare neanche da un metro e in fuorigioco.
Le chiamano motivazioni, ma forse sarebbe più giusto chiamarlo istinto di autoconservazione: mantenere le energie per i momenti importanti e sfoderarle tutte insieme solo in determinate circostanze. Non coscientemente, non operando una scelta a tavolino, ma in maniera del tutto inconscia, inconsapevole. Ritrovare, in certe partite, energie che si ritenevano perdute, sepolte. Ritrovare la voglia, la volontà di spingersi oltre il limite della “fatica” che difficilmente si sopporta in altri match. Un’osservazione banale, nel vedere questi ragazzi giocare ancora in questo modo, è che se potessero riposare di più e concentrarsi davvero -coscientemente- su un numero inferiore di partite le loro prestazioni ne guadagnerebbero ancora.
Ecco: perchè non farlo sul serio, allora?
Perchè non gestire il turnover in maniera mirata, conservando il più possibile i senatori per le partite di cartello, la Champions League, i “loro” palcoscenici e lasciando invece spazio ai giovani con convinzione e continuità nelle altre partite? Perchè -per esempio- non dire chiaramente che Ranocchia è il titolare in campionato e Lucio e Samuel giocano in Europa, che la fascia sinistra è di Nagatomo in Italia e di Chivu in Europa, che in campionato Obi le giocherà tutte o quasi e di fianco a lui troveranno spazio Alvarez e Poli, mentre in Champions lasceranno il palcoscenico -inchinandosi- ai loro Maestri? E’ così assurda come soluzione? Non si tratta ovviamente di avere due rose distinte o una gestione separata delle competizioni: gli infortuni, il normale turnover e le scelte tattiche farebbero sì che la commistione sarebbe tanta, inevitabilmente. E tuttavia, non ne guadagnerebbero tutti? I senatori vedrebbero preservate le loro forze, i giovani aumenterebbero il minutaggio, l’Inter otterrebbe probabilmente migliori risultati anche in Italia. Perchè non tentare?
Questa è la parte giusta di Milano. Noi del DNA Europeo non sappiamo cosa farcene, davvero.
Ci godiamo le vittorie, ma ne vogliamo sempre di più. E le panzane su partite che valgono dieci volte più delle altre non le beviamo.
Noi siamo l’Inter.
E vogliamo esserlo sempre, non a corrente alternata.
scritto da Nk³ il 2 novembre 2011 alle 17:34
“Allenamenti individuali, finalizzati al recupero dai rispettivi infortuni, per Luca Caldirola, Philippe Coutinho, Julio Cesar, Diego Forlan, Maicon, Yuto Nagatomo ed Emiliano Viviano”. Recitava così un comunicato ufficiale dell’Inter di oggi pomeriggio. Ed è così che l’Inter si avvicina alla sfida col Lille di stasera: senza Julio Cesar e Coutinho infortunati, senza i non utilizzabili Forlan, Cordoba, Poli, Muntari e Castaignos. Senza, soprattutto, Maicon e Nagatomo.
Senza i due terzini titolari, le scelte di Ranieri dovranno per forza rompere alcuni degli schemi visti fino ad oggi. Sicuri del posto in difesa, oltre a Castellazzi, ci saranno Lucio al centro e Chivu (a sinistra?). Il resto è da inventare. Uno tra Ranocchia e Samuel, innanzitutto, dovrà prendersi la maglia da titolare nonostante il rientro dall’infortunio: meglio Samuel per caratteristiche tecniche dato il compagno di reparto, meglio Ranocchia per affidabilità fisica. La scelta ricadrà probabilmente sul numero 23, salvo una sorprendente conferma di Chivu nel ruolo con Zanetti terzino sinistro e Jonathan a destra, mentre fuori dai giochi dovrebbe restare Faraoni almeno all’inizio.
A centrocampo, in caso di un arretramento di Zanetti, i nomi saranno i soliti: Cambiasso, Stankovic, Thiago Motta e Obi si giocheranno tre maglie, con scarse speranze per Alvarez. Visto l’andazzo di questo inizio di stagione, con Zanetti e Cambiasso sempre titolari, è probabile che l’escluso sarà Stankovic (a meno di un improbabile forfait di Sneijder), anche se un centrocampo di soli mancini potrebbe inevitabilmente creare qualche squilibrio nel ruolo di interno destro, penalizzando la copertura alle discese del terzino. Proprio questa considerazione rende credibile l’idea di una maglia da titolare per Jonathan con Chivu a sinistra e Zanetti-Thiago Motta-Cambiasso a comporre la linea di centrocampo. Pochi dubbi in attacco, dove nonostante la crisi gastrointestinale notturna dovrebbe essere presente Milito, supportato da Zarate.
Nel momento che sta attraversando l’Inter però, ormai dovrebbe essere chiaro, più dei nomi conta l’atteggiamento, la concentrazione, la voglia di sacrificarsi. L’approccio alla partita, soprattutto: abbiamo visto all’andata che tipo di squadra è il Lille e ancora prima ce l’aveva descritta perfettamente Vujen. Gioco aperto, offensivo, fatto di tanto fiato e una tecnica comunque non eccelsa nonostante Hazard: affrontarli a viso aperto ed esporsi al loro contropiede sarebbe letale. Ed è questa la sfida più grande che aspetta l’Inter stasera: nonostante sia in casa, nonostante San Siro, nonostante l’inevitabile voglia di ottenere un risultato positivo che possa archiviare almeno momentaneamente le difficoltà di questi giorni, si dovrà scendere in campo chiusi, coperti, come all’andata. Lasciare il pallino del gioco al Lille e difendersi con ordine e calma, senza lasciarsi prendere dalla voglia di strafare.
Come una provinciale a San Siro?
Sì, come una provinciale a San Siro.
Come una provinciale che deve aggrapparsi con tutte le sue forze a questa partita, per puntare ad una qualificazione che sia il più tranquilla possibile e che consenta di chiudere il 2011 con calma, fiducia e con un minimo di possibilità di programmazione per una seconda parte di stagione (e, speriamo, di Champions League) che si preannuncia di fuoco.
Come una provinciale che, cosciente dei suoi limiti attuali, gioca al massimo delle proprie possibilità per mettere in difficoltà gli avversari, senza pretendere di imporre un proprio gioco che, purtroppo, oggi non è in grado di imporre.
Cuore, coraggio, volontà, voglia di vincere: torniamo ad essere l’Inter.
A tutto il resto penseremo dopo.
scritto da Nk³ il 2 novembre 2011 alle 11:06
Thiago Motta, si sa, oltre ad essere uno dei giocatori-chiave del centrocampo nerazzurro e dell’intera squadra è anche considerato un “senatore” nonostante il periodo relativamente breve passato all’Inter. Il modo in cui è stato accolto nello spogliatoio e i suoi ottimi rapporti con lo zoccolo duro argentino sono noti a tutti, il suo peso nello spogliatoio è stato importante sin da subito e le passeggiate alla Pinetina con Zanetti e Cambiasso insieme all’allenatore di turno durante i periodi di insediamento di Benitez, Leonardo e Gasperini sono state sotto gli occhi di tutti: ben più di un’investitura.
Per questo quando parla Thiago Motta bisogna stare attenti, e quando Thiago Motta alza la voce bisogna esserlo ancora di più. A maggior ragione in un periodo come questo, a maggior ragione se il fatto accade in coincidenza del diffondersi di alcune voci -incontrollate e abbastanza inverosimili- di alcuni suoi dissidi con Ranieri.
Thiago Motta alza la voce e lo fa dalle colonne della Gazzetta dello Sport: pur non condividendo nè comprendendo questo continuo ricorso al quotidiano “che non comprerò mai più” (Moratti dixit, in una delle tante esternazioni rimangiate entro 24 ore), le sue parole meritano attenzione. Soprattutto perchè sono parole fuori dagli schemi, di rottura totale nei confronti dei sogni e delle illusioni propinate fino ad oggi dalla società, e di altrettanto totale assunzione di responsabilità per il periodo difficile che stiamo vivendo. In basso i passaggi salienti dell’intervista
NIENTE ILLUSIONI – La situazione è brutta, ma rispecchia l’attualità. L’Inter vale gli otto punti in campionato che ha. E’ faticoso dirlo ma non è giusto illudere i tifosi, anche perché a inizio stagione lo abbiamo fatto. Siamo noi che non abbiamo fatto bene, gli arbitri non c’entrano. In questi casi bisogna dire la verità. Per quanto fatto finora non meritiamo di più. Forse presi singolarmente, a livello di qualità, valiamo ma bisogna ammettere che Milan, Juventus e Napoli, ma anche Udinese e Lazio, valgono più dell’Inter. In questo momento, così delicato, è difficile prevedere cosa potremmo raggiungere più avanti. Certo mi auguro di giocarmi lo scudetto. In questo campionato c’è chi corre, ma non c’è nessuno che vola. Per il momento siamo lontani perché non dimostriamo quello che dimostrano le altre.
ETO’O E MILITO - E’ ovvio che sentiamo la mancanza di Eto’o: senza togliere niente a nessuno lui era uno che faceva la differenza. Diego lo vedo giù di morale. Uno come lui ha bisogno di fare gol. Non è questione di tornare quello di due anni fa, ma di essere sé stesso. Merita l’appoggio della società, dei compagni e dei tifosi, per quanto ha fatto per l’Inter.
LA COLPA E’ DEI GIOCATORI - Quando c’è un cambio di allenatore significa che nella squadra c’è qualcosa che non va. Gasperini lo reputo e lo stimerò sempre come un grandissimo allenatore e la colpa del suo esonero è più nostra che sua: gli allenatori sono importanti, ma alla fine a contare è quello che fanno i giocatori in campo. Ranieri è un uomo tranquillo che trasmette tranquillità: può essere importante, ma per vincere dobbiamo giocare bene.
TESTA, FISICO, ETA’ - Mi viene da ridere quando sento parlare di atteggiamento o di concentrazione: un calciatore o è di livello o non lo è. E oggi, pur non essendo diventati scarsi, non siamo più quelli di due anni fa. Forse aver giocato la Copa America ha inciso sui nostri sei sudamericani, ma non vedo differenza tra la condizione nostra atletica e quella di altri. Sono altre le cose che fanno la differenza. Il problema non sta nel fisico, né nell’età; sta nel fatto che in una partita concediamo troppo ai nostri avversari. Dovremmo migliorare e molto nel controllo della palla, saperla colpire e tenerla bene, di più e meglio. Se regali palloni è dura per forza e poi non puoi rincorrere per 90 minuti. Molto meglio quando gli altri ci devono rincorrere, come accadeva in passato.
THIAGO MOTTA: TECNICA E TATTICA - Nel calcio moderno non puoi permetterti di non correre, ma lo puoi fare alla tua velocità. Non sono veloce come Messi o Eto’o, ma posso dare una mano a un compagno tenendo il pallone un secondo in più: io ho giocato un po’ da per tutto, in mediana, terzino, interno di centrocampo e difensore centrale, e avendo fatto tutti questi ruoli so di cosa può avere bisogno un compagno. Non sono veloce e non posso stare spalle all’avversario, perciò ho bisogno di uno accanto. In un rombo sto meglio al centro, in una mediana a tre da interno.
LILLE E GENOA – Battere il Lille significa dare continuità a quanto stiamo facendo in Champions. Questo può essere una spinta per il campionato e per il Genoa: vincere aiuta a vincere e dà fiducia, ma è meglio che non pensi che queste due gare siano importanti. Se mi carico troppo rischio di condizionarmi. Gli ultimi cinque gol tutti a San Siro? Mi sento a casa. Facciamo così, stasera segno al Lille e poi domenica segno a Genova! Con il Lille sarà la mia partita numero 100 in Italia e anche se non tengo il conto di queste cose, se dovessi scegliere la partita più memorabile direi il 4-0 sul Milan.
I 5 RIGORI - Il fatto di aver preso 5 rigori contro in 8 giornate è anomalo, ma non me lo voglio spiegare. Preferisco pensare che sia una coincidenza, altrimenti mi verrebbero pensieri che non portano da nessuna parte.
scritto da Nk³ il 25 ottobre 2011 alle 12:01
Hanno aperto le porte del Conad Stadium, stamattina. No, tranquilli: hanno retto e sono perfettamente salde con tutti i pezzi al loro posto. Ancora. La notizia è un’altra: è che è martedì, e il povero Conad Stadium non era affatto abituato. Tutto emozionato ha guardato Andreagnelli, che aveva ancora le chiavi in mano, e gli ha chiesto:
“Ma…ma…oggi è martedì?”
“Sì…bello, vero?”
“Ma…vuol dire che giochiamo in Champions?”
“Eh, no, magari…mi dispiace illuderti di nuovo dopo il mercoledì con il Bologna, ma è solo un altro turno infrasettimanale”
“Ah…vabbè” ha detto il Conad Stadium visibilmente deluso, prima di aggiungere con un moto di gioia “Ma è questo quello che si prova a giocare in Champions?”
“Boh…non ne ho idea” ha risposto Andreagnelli
C’è da comprendere la sua esaltazione, poverino: era la prima volta per lui.
E per celebrare questa sua prima volta, parliamo di qualche altra prima volta caduta in questi giorni.
La prima volta in cui l’Inter è andata in gol a San Siro in questa stagione, per esempio. E’ stato questo il piccolo miracolo compiuto da Thiago Motta contro il Chievo che ha portato a quella che, di conseguenza, è stata la prima volta in cui l’Inter ha vinto in casa. Roma, Napoli e persino Trabzonspor erano riusciti ad uscire dal Meazza con la rete inviolata, portando a più di 300 minuti consecutivi il digiuno da gol dell’Inter. L’ha interroto il centrocampista italo-brasiliano con un imperioso stacco di testa su corner di Sneijder, coronamento di due prestazioni decisamente sopra la media recente per lui, per i compagni, per tutta l’Inter. Qualcosa si muove, finalmente, in questa nuova stagione: dopo più di un anno Ranieri ha messo a freno la tendenza all’attacco scriteriato che sembravano voler sviluppare i suoi predecessori, e ha ricominciato a creare calcio dalle basi. Dalla difesa. Strappata a Lucio la licenza di avanzare palla al piede, sistemato Thiago Motta bassissimo a centrocampo (un terzo centrale difensivo in fase di non possesso, sulla scia blaugrana), trovato in Chivu un difensore pulito, sicuro, insospettabilmente impeccabile e capace di far ripartire l’azione in maniera ordinata: non è solo un caso che all’Inter le distanze tra i reparti siano tornate ad essere ottimali solo nel momento in cui si è costruita una nuova spina dorsale composta da Chivu, Thiago Motta e Sneijder. Ordine, disciplina, intelligenza tattica e classe da vendere: ci voleva un allenatore “vecchio” e “antiquato” come Ranieri per spiegare alla nouvelle vague che il calcio del Barcellona non è un assalto all’arma bianca ma un sistema di gioco organizzato che segna valanghe di gol nell’unico modo in cui è possibile giocare a calcio, ovvero partendo dalla difesa. Primo non prenderle, il resto si vedrà.
Il resto passa da piedi ben precisi: quelli di Thiago Motta e Sneijder -che da sempre fanno la differenza quando giocano insieme- quelli del solito Maicon -tornato su livelli ormai quasi dimenticati- quelli di uno Zarate sempre più importante -anche nella sua discontinuità- e di un Pazzini sempre più efficace. Qual è l’eta di questi giocatori? La risposta è la chiave per tutto il resto, anche per la presenza in campo di un Cambiasso e uno Zanetti relegati al ruolo di “cagnacci” di centrocampo: il primo più libero mentalmente e tatticamente e in grado di far male ad ogni partita, il secondo che nei duetti con Maicon ha ormai raggiunto un tale automatismo che sembra ringiovanire di 10 anni. La strada -che comprende anche una crescente dose di minuti riservata a giovani e giovanissimi- è quella giusta, il fiato ancora no.
Ma non divaghiamo: si parlava di prime volte. Perchè Inter-Chievo è stata anche la prima volta, ancora, in cui in una partita di campionato è stata portata a termine senza clamorosi errori in area di rigore ai danni dell’Inter, interrompendo una serie leggendaria. Zero clamorosi errori, 3 tranquilli punti. Coincidenze.
A proposito di arbitri, infine, domani ci sarà un’altra curiosa prima volta. La prima volta in cui Carmine Russo arbitrerà il Milan, dopo la sfida col Cesena dell’11 settembre 2010. 13 mesi e mezzo, 409 giorni: ve la ricordate quella partita? Ma sì che ve la ricordate. Carmine Russo era l’arbitro “comunista”, così definito da Berlusconi dopo che il poveretto aveva assecondato i suoi assistenti osando annullare due gol a Pato. Segue polemica infinita, con tanto di Galliani che, davanti a decine di persone, inizia a sbraitare contro il designatore Braschi accusandolo di aver vanificato “l’investimento di tanti soldi”. Anzi no, perchè come lo stesso Galliani ci tenne a precisare la sua fu solo “una esternazione ad alta voce in un luogo pubblico, senza necessariamente avercela con Braschi” e quindi non aveva “niente di cui scusarsi”. Seguono 13 mesi e mezzo, 409 giorni, senza che Carmine Russo arbitri il Milan.
Breve riassunto della carriera dell’arbitro di Avellino: nel 2009/2010 tra le “grandi” arbitra due volte l’Inter, due volte il Milan, due volte la Juventus e una volta la Roma. Poi arriva l’11 settembre 2010. Da lì ad oggi, in 13 mesi e mezzo, in 409 giorni, solo due arbitraggi alla Roma e nient’altro nel “giro che conta”, con 21 gettoni distribuiti tra squadre di medio-bassa classifica. Sembrerebbe una vera ricusazione se non fosse che il designatore Braschi proprio pochi giorni fa ci ha ricordato che le ricusazioni sono “roba da prima Repubblica del calcio” e che oggi non esistono più. Sarà. Ma noi, insieme a Giovanni Capuano, non possiamo che rosolare nel dubbio sempre più opprimente che questa “seconda Repubblica” somigli sempre più dannatamente alla prima e che oggi come allora danneggiare la squadra sbagliata comporti dure ripercussioni sulla carriera di un arbitro.
Nella parte giusta di Milano comunque, per non sbagliare, un arbitro incapace come Rocchi ce lo ritroviamo tra i piedi con una frequenza da tachicardia.
scritto da Nk³ il 23 ottobre 2011 alle 17:15
 chi meglio di lui poteva risolvere una partita così?
scritto da Nk³ il 22 ottobre 2011 alle 17:46
C’è da dire che in casa Juventus ci si mettono d’impegno per occupare il tempo durante la settimana. Loro che non hanno pensieri pressanti -non hanno affatto pensieri, in effetti-, loro che non sono impegnati negli assillanti tour de force imposti dalla Champions League e dall’Europa League, loro che sono irrimediabilmente fuori dal calcio che conta, devono pur inventarsi qualcosa per far passare il tempo fra una partita e l’altra. E così, non potendosi sempre rifugiare in Calciopoli (o forse sì?), gobbi, ovini et universa pecora ci regalano uno scandalo via l’altro: dopo il ridicolo benservito offerto a Del Piero (nel quale si intravede un’interessante similitudine con i fischi milanisti riservati a Maldini nel giorno della sua ultima partita: lo stile è lo stesso) ci ritroviamo infatti lo straordinario aumento di capitale a danno dei piccoli azionisti, le perquisizioni della Consob e la presunta mancanza di agibilità nel nuovissimo, bellissimo, sicurissimo (?) nuovo stadio, vicenda per la quale la Juventus sarebbe “parte lesa”. Sull’ossimoro rappresentato dall’utilizzo dell’espressione “parte lesa” in associazione alla Juventus ha già detto tutto Rudi sul suo blog: noi ci limitiamo a sottolineare se non altro la notevole unità strategica messa in campo dalla Juventus in tutti gli ambiti della gestione. Acciaio taroccato allo stadio, bilanci taroccati in sede, scudetti taroccati in bacheca, acconciature taroccate in panchina: la continuità è evidente, e l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.
Ma lasciamo da parte queste facezie e dedichiamoci a ciò che ci sta più a cuore. La partita con il Chievo di domani, per esempio. Sembra quasi una mission impossible per Ranieri: tornare a segnare a San Siro, tornare a fare punti in casa. Eppure forse la vittoria con il Lille ha segnato la strada: non certo per un bel gioco o per una prestazione convincente che, francamente, non si sono visti, quanto per lo spirito con cui l’Inter deve affrontare le partite di questi tempi. Sacrificio, abnegazione, sudore e fatica. Lo hanno detto sia Sneijder che Ranieri, in settimana: i punti persi nei secondi tempi sono un segno, il sintomo che c’è qualcosa che non va. Il segnale che una volta passata in vantaggio questa squadra si siede e anzichè pensare al raddoppio ripiega all’indietro, senza neanche la cattiveria necessaria per difendere un vantaggio che, invece “andrebbe protetto come un tesoro” per dirla con le parole del Mister. Gli esempi dei sacrifici necessari da fare sono tanti: su tutti, in campo, c’è quello di Lucio che -come due anni fa- si sforza di restare il più possibile indietro, ancorato alla difesa limitando le sue avanzate offensive per seguire i dettami tattici di Ranieri e aiutato, in questo, anche dai continui richiami dei compagni. C’è Thiago Motta adattato -di fatto- a fare il terzo difensore centrale e che ottiene in campo la “licenza di passeggiare”: minore porzione di campo da coprire, maggiore libertà di azione, autonomia totale sui tempi da dettare per far girare il gioco dell’Inter. Tempi lentissimi, che si adattano a meraviglia a questa squadra. Ma i sacrifici ci sono anche fuori dal campo e sono quelli di chi è meno in forma. L’ha detto chiaramente Ranieri: ci sarà un po’ di turnover, ma in linea di massima giocherà chi è in forma. Largo a Pazzini, per esempio, e ancora panchina per Milito.
E’ per questo che la formazione che scenderà in campo contro il Chievo sembra abbastanza scontata, anche se le sorprese con Ranieri non sono mai mancate: davanti a Julio Cesar dovrebbe essere confermata la difesa di Champions con Maicon, Lucio, Chivu e Nagatomo: l’unica alternativa centrale sarebbe Cordoba, con Ranocchia e Samuel ancora fuori per infortunio e Caldirola sempre più inspiegabilmente messo da parte. Ed anche l’attacco dovrebbe essere lo stesso visto a Lille: Sneijder a supporto di Zarate e Pazzini con Milito cambio quasi scontato durante la partita. Resta il dubbio sui tre di centrocampo: due tra Zanetti, Cambiasso, Stankovic, Thiago Motta ed Obi dovranno restare fuori. Qui vale tutto e il suo contrario: da queste parti, come sapete, siamo convinti che bisognerebbe lasciare spazio ad Obi innanzitutto -per garantire un po’ di corsa in più- e affiancarlo con chi è più in forma. Per esempio Thiago Motta, a giudicare dalla partita di martedì: ma può l’italo-brasiliano reggere due partite a distanza così ravvicinata senza risentirne? Ci sarebbe poi da chiedersi se Stankovic sta rientrando in forma e perchè non potrebbe partire lui titolare domani e se, ancora, Zanetti e Cambiasso dovranno giocare per l’ennesima volta 90 minuti senza avere palesemente l’autonomia necessaria. Domande a cui può rispondere solo Ranieri, domande di cui conosceremo la risposta solo domani pomeriggio.
Dall’altra parte il Chievo dovrebbe giocare con un modulo speculare: 4312 con Sorrentino in porta, Frey, Morero, Cesar e Jokic a comporre la linea difensiva, Bradley, Rigoni ed Hetemaj a fare il lavoro sporco alle spalle di Cruzado e Pellissier e Thereau davanti. Unico dubbio Sammarco, che potrebbe giocare al posto di Cruzado. Moduli identici ma cifra tecnica evidentemente diversa: una differenza che l’Inter dovrà far valere a tutti i costi, per cercare di rimettersi in moto anche in campionato ed ottenere quelle due vittorie di fila che, come faceva notare anche Sneijder, rappresenterebbero il modo migliore per avvicinarsi alla sfida con la Juventus, magari con un distacco leggermente ridotto.
Rigori tarocchi permettendo, ovviamente: sarà domani, finalmente, la giornata in cui si interromperà la serie di errori arbitrali tutt’ora aperta? Chi lo sa: di certo l’associazione fra i rigori tarocchi contro l’Inter in questo inizio di campionato, il fallo tarocco fischiato contro il Chievo per annullare un gol segnato alla Juventus la settimana scorsa e i tarocchi di cui parlavamo all’inizio di questo post nasce spontanea.
Chissà che questa new way bianconera, all’insegna del tarocco, non abbia finito per coinvolgere anche gli arbitri.
scritto da Nk³ il 18 ottobre 2011 alle 23:26

…e poi lui!
scritto da Nk³ il 18 ottobre 2011 alle 11:28
Detto e ridetto degli evidenti e clamorosi limiti mostrati dall’Inter a Catania, resta però un ultimo aspetto di cui occuparci. Il più antipatico.
Antipatico perchè potrebbe sembrare un alibi o una giustificazione, laddove alibi e giustificazioni non devono avere ragione di esistere. Antipatico perchè si porta dietro tutta una serie di altri discorsi che, vista la dinamica dell’evento, trovano davvero poca ragione di esistere. Forse. Io la penso come Ranieri, come Castellazzi e come tanti altri che hanno parlato in questi giorni: Orsato a Catania ha sbagliato, possiamo giustificarlo per aver creduto alla simulazione, possiamo evitare di additarlo come principale artefice di tutti i nostri mali.
Mi permetto, però, di aggiornare la nostra piccola tabella
Palermo-Inter – Sull’1-1 Migliaccio effettua una vera e propria “parata” in area spedendo il pallone in corner: il fallo è netto, ma Brighi non assegna nè il calcio di rigore nè la conseguente espulsione.
Inter-Roma – Al 92′ Burdisso frana in piena area su Snejder, Mazzoleni non se la sente di fischiare a tempo ormai scaduto e fa proseguire: niente rigore.
Novara-Inter – Minuto 85: in area nerazzurra azione convulsa tra Morimoto e Ranocchia che sembrano trattenersi a vicenda, con il giapponese che frana a terra trascinandosi dietro Ranocchia. Le immagini mostrano come sia l’attaccante a trattenere il difensore, ma Bergonzi inverte tutto e assegna calcio di rigore al Novara con espulsione di Ranocchia.
Bologna-Inter – Portanova arriva ad un contatto spalle-petto con Samuel: Tagliavento assegna il rigore tra lo stupore generale.
Inter-Napoli – Obi atterra Maggio abbondantemente fuori area: per Rocchi è calcio di rigore ed espulsione di Obi, punito da due cartellini gialli di pura fantasia.
Catania-Inter – Sull’1-1 Bergessio lanciato in profondità si trova solo davanti a Castellazzi che interviene in uscita bassa: l’attaccante -senza il minimo contatto- punta il piede sinistro a terra e lo strascina per la più scolastica delle simulazioni. Orsato crede alla furbata di Bergessio: rigore e ammonizione per il portiere.
la aggiorno perchè una serie di errori così clamorosi e a senso unico è difficile da ricordare. 6 rigori male interpretati in 6 giornate di fila, senza soluzione di continuità: all’Inter in 6 giornate sono stati negati 2 rigori e gliene sono stati assegnati contro 4 totalmente inesistenti. 6 su 6 e la serie è ancora aperta.
Se davvero non c’è malafede, allora all’AIA hanno un problema enorme.
scritto da Nk³ il 17 ottobre 2011 alle 18:05
Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi.
- Albert Einstein -
Luca Castellazzi, 36 anni
Maicon Douglas Sisenando, 31 anni
Lucio Da Silva Ferreira Lucimar, 33 anni
Walter Adrian Samuel, 33 anni
Yuto Nagatomo, 25 anni
Javier Aldemar Zanetti, 38 anni
Esteban Matias Cambiasso, 31 anni
Dejan Stankovic, 33 anni
Sulley Ali Muntari, 27 anni
Gianpaolo Pazzini, 27 anni
Diego Alberto Milito, 32 anni
Media: 31,45. Che fa anche ridere se si pensa che uno di quelli che contribuisce a tenere bassa la media è Sulley Ali Muntari da Konongo: un bravissimo e simpaticissimo ragazzo timorato di Allah che, con tutto l’affetto di questo mondo, ha evidentemente sbagliato mestiere.
Questa era la formazione titolare dell’Inter contro il Catania. “C’erano tante assenze”, si dirà. Vero: peccato che fra tutte quelle assenze (Chivu, Thiago Motta, Sneijder, Forlan) di gente che in una ipotetica formazione titolare facesse abbassare l’età media ce n’era pochina. Registro l’informazione e la tengo da parte fino a quando, stamattina, non leggo l’interessante raffronto di Taribo fra i risultati ottenuti dall’Inter nei primi e nei “catastrofici secondi tempi” delle partite fin qui disputate. E mi chiedo: ma davvero si può pensare che sia un caso?
La “politica dei giovani” era solo un clamoroso bluff, è chiaro. E’ chiaro ed evidente nel momento in cui al più promettente di questi giovani si rifiuta anche il ruolo di quarta punta, comprando un rivale che potrebbe essere suo zio e che inevitabilmente gli starà davanti nelle gerarchie. E’ chiaro ed evidente nel momento in cui il più pronto di questi giovani viene relegato a riserva rimandando sine die il giorno in cui potrà finalmente far vedere le sue qualità, e nel momento in cui un suo collega di reparto -rimasto a Milano a grande richiesta- non riesce neanche ad essere convocato. Perchè in campo devono andarci loro: i senatori. I Lucio, i Samuel, gli Zanetti, i Cambiasso, gli Stankovic, i Milito: che durano 20 minuti, forse 30, a volte 40 e poi più niente. E poi Milito perde un pallone ingenuamente, Cambiasso non riesce a coprire, Lucio sbaglia tempi e modi dell’intervento, Zanetti non riesce a recuperare: con chi prendersela, allora, nel momento in cui Almiron trova la più improbabile delle conclusioni? Con chi prendersela al secondo contropiede subito in 5 minuti, in trasferta, che mette per l’ennesima volta un attaccante solo davanti al portiere? Certo l’attaccante si butta, certo l’arbitro commette l’ennesimo errore regalando per l’ennesima volta un rigore ai nostri avversari: tutto vero, tutti fatti indiscutibili. Fra i fatti, però, ci sono anche i due contropiede subiti in un amen.
Tra i fatti ci sono i “catastrofici secondi tempi”, troppo brutti per essere veri, c’è una squadra che si trova in condizioni atletiche pietose, che a due mesi e mezzo dall’inizio della stagione non riesce a mettere in mostra una forma neanche lontanamente decente, che non riesce a giocare 90 minuti di fila in nessun modo, con nessun modulo, senza alcun appoggio. E allora forse il problema non riguarda la preparazione, nè la tattica, nè la voglia o la convinzione ma è, semplicemente, strutturale. Forse il problema sta, semplicemente, in quell’età media superiore ai 30 anni che ti fa inevitabilmente perdere lucidità, malsopportare le 3 partite a settimana, arrivare secondo su ogni pallone. C’era ancora Roberto Mancini sulla panchina dell’Inter quando, nel 2008, il centrocampo formato da Zanetti-Cambiasso-Stankovic veniva definito lento, incapace di fornire la giusta intensità, senza la cifra tecnica necessaria per abbassare i ritmi del gioco e renderli più agevoli. Sono passati quattro anni da allora, e i problemi non possono che essere aumentati. Fino a diventare insormontabili. Quattro anni in cui questi giocatori hanno vinto tutto, per di più. E dopo quattro anni così è facile immaginare che perdi la fame, la volontà. Perdi la voglia di allenarti e la forza di farlo, come aveva detto Eto’o quest’estate. Con la differenza che Eto’o lo ha ammesso e ha tirato le somme, senza pretendere di giocare in Serie A contro una concorrenza che non vede l’ora di danzare sul tuo cadavere.
Ed ecco che la “politica dei giovani” da clamoroso bluff diventa impellente necessità. Ecco che serve gente che abbia ancora fame, voglia di mettersi in mostra, di ottenere risultati. Gente che voglia giocare con lo scudo dei Campioni del Mondo sul petto ed urlare “presente” a questa squadra, ai suoi colori, ai suoi tifosi: ragazzi pronti a dire che loro ci sono e sono pronti per costituire la base dell’Inter del futuro. Andrea Ranocchia ha già dimostrato ampiamente di avere le qualità per far parte di questo gruppo. Luca Caldirola non può -davvero: non può- essere la sesta scelta in mezzo alla difesa. Non può venire dopo Cordoba e Chivu, non può essere trattato in questo modo, non può ammuffire in tribuna per una stagione intera senza giocare neanche contro Lodi e Bergessio quando tutti i suoi compagni sono infortunati e Cordoba è l’unico a reggersi a malapena in piedi. Marco Davide Faraoni non può essere messo alle spalle di Zanetti anche come centrocampista esterno di destra. Jonathan Cicero Moreira non può vedersi scavalcare dallo stesso Zanetti quando Maicon è assente e c’è da assegnare una maglia da terzino destro. Joel Obi non può e non deve partire dietro a nessuno dei centrocampisti in un ipotetico undici iniziale. E così via, fino a toccare i vari Poli, Alvarez, Coutinho, Castaignos: che recuperino dai loro infortuni, che siano messi in forma e in condizione di giocare e, per favore, che scendano in campo.
Non sono in grado di dare l’apporto dei senatori? Ma perchè: che apporto stanno dando i senatori? Primi tempi passabili e crolli verticali dopo quaranta minuti: questo è il loro apporto. Il risultato è una classifica disastrosa e -possiamo dirlo- allarmante: con 4 punti raccolti in 6 partite, con 4 sconfitte e un numero indecifrabile di reti al passivo non c’è da scherzare nè da fare gli snob. C’è da fare punti. In fretta. C’è -possiamo e dobbiamo dirlo- da scrollarsi di dosso la zona retrocessione. Non tanto per un pericolo imminente, quanto per quello che rischiamo di vedere nell’immediato futuro. E allora eccolo il punto della situazione: i Ranocchia, i Caldirola, i Faraoni, i Jonathan, gli Obi, i Poli, gli Alvarez, i Coutinho, i Castaignos non sono ancora giocatori in grado di lottare per lo Scudetto, e magari qualcuno di loro non lo sarà mai. Ma sul serio: non sono neanche in grado non già di entrare in campo da titolari, ma quantomeno di essere messi dentro al 45′ quando gli eroi di una vita -ormai è chiaro- non ne hanno più? Tre di loro, in campo insieme a compagni più affermati, non sono in grado di difendere un gol di vantaggio a Catania senza far arrivare un attaccante solo davanti al portiere per tre volte di fila?
No, non è così
La società lo sa, Ranieri lo sa e lo sanno anche Zanetti e Cambiasso, Lucio e Milito.
E sanno, quindi, che il tempo di farsi da parte si sta avvicinando. 45 minuti alla volta.
E’ il tempo di far crescere i loro compagni più giovani.
E di far sì che un giorno, alla prossima vittoria dell’Inter, questi possano ringraziarli per tutto quello che gli hanno insegnato.
scritto da Nk³ il 12 ottobre 2011 alle 17:17

…sarà un po’ troppo tardi per cercarla, a 10 anni di distanza?
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