scritto da il 13 dicembre 2011 alle 11:43

Iuliano, Padovano e un passato con cui fare i conti

Iuliano è un cognome tristemente famoso per tutti i tifosi nerazzurri: chi non ricorda il fallo del difensore bianconero su Ronaldo, ignobilmente ignorato da Ceccarini? Ma Iuliano è un cognome molto famoso anche fuori dall’ambiente calcistico, in particolare nelle città di Cosenza e Salerno: qui però la prima associazione che viene in mente quando si nomina Iuliano non è quella con l’ex calciatore Mark ma quella con suo padre, Alfredo. Alfredo Iuliano è infatti molto conosciuto sia a Cosenza, sua città natale, che a Salerno, città in cui vive oggi: giornalista, conduttore televisivo, opinionista, in prima linea sulla scena politica sia locale che nazionale (è stato dirigente di Democrazia Proletaria, oltre che uno degli estensori del testo referendario del 1986 per l’abolizione delle centrali nucleari).

Anche Padovano è un cognome conosciuto tra gli appassionati di calcio: ex attaccante di Cosenza, Napoli e di un sacco di altre squadre tra cui la Juventus. Con i non-colori bianconeri gioca 42 partite tra il 1995 e il 1997, in piena belle EPO-que agricoliana, segnando 12 gol e contribuendo a vincere praticamente tutto: due campionati, due Supercoppe Italiane, una Champions League, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale. Una carriera di tutto rispetto che prosegue anche dopo aver appeso le scarpette al chiodo: arrestato l’11 maggio 2006 per un presunto coinvolgimento in un traffico di hashish fra Marocco e Spagna, è stato condannato ieri a 8 anni e 8 mesi di reclusione per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti.

Un must ormai l’associazione per delinquere dalle parti della Torino senza colori, ma non è certo per questo oggi che ci ritroviamo qui a scrivere di Michele Padovano e Alfredo Iuliano. Non per questo, ma per le clamorose accuse che Alfredo Iuliano -da quella che parrebbe essere la sua pagina personale di facebook- fa piovere sulla testa di Padovano e di alcuni suoi compagni dell’epoca.

Grazie a "Rivolete anche questa?" per l'immagine

Vialli e Bachini, oltre allo stesso Iuliano e ovviamente al condannato Padovano, che avrebbe anche “responsabilità sul caso Bergamini“, l’ex giocatore del Cosenza sul cui suicidio è stato spesso sollevato più di un dubbio.

Con tutti i se e i ma del caso, detto che il post nel frattempo è stato reso privato (o cancellato?) sulla pagina facebook, detto che magari la pagina facebook stessa potrebbe essere finta e non fare capo direttamente ad Alfredo Iuliano quanto piuttosto ad un millantatore, riportiamo altre parole scritte tra i commenti da Alfredo Iuliano sul caso in questione e riportate da Virgilio Sport:

“Sono decine i calciatori vittime dello spaccio di Padovano. In questi anni ha tenuto stretti contatti di spaccio anche con qualche giornalista spacciatore cosentino. Padovano è un cancro da estirpare. Padovano era un trovatello cresciuto in un orfanotrofio, spacciava già da ragazzo, Dio gli diede l’opportunità di cambiare, invece portò la sua diabolica inclinazione anche nel calcio. E’ stato devastante.”

Inutile dire che le gravissime accuse mosse da quell’account di facebook non trovano alcuno spazio, al momento, su nessuno dei siti dei principali media nazionali, neanche su quelli che sparavano in prima pagina le dichiarazioni come “l’etica non va in prescrizione”.

Noi ci limitamo a registrare ulteriori ombre che si allungano sul passato del calcio italiano e, ancora di più, l’assordante silenzo nel quale vengono accolte. Aspettando che qualcuno smentisca e sbugiardi le dichiarazioni di Iuliano e che, in ogni caso, tenti di approfondirle per valutarne concretezza ed eventuale importanza sia dal punto di vista della giustizia ordinaria che da quello della giustizia sportiva.

Vista la gravità delle dichiarazioni e delle accuse mosse dalle fonti citate in questo post, ovviamente, Bauscia Cafè resta a disposizione degli interessati che volessero smentire quanto riportato.

scritto da il 12 dicembre 2011 alle 14:49

Ancora tu

Imbarazzante. Non trovo altre parole, onestamente. E non tanto per il risultato della partita, per il punto rubacchiato (eufemismo) dal Milan o cose del genere, quanto per il fatto che Gianluca Rocchi da Firenze sia ancora un arbitro internazionale. Di più: che rischi di rappresentare l’Italia ad Euro2012.

E’ incredibile parlare così oggi di un arbitro a lungo descritto come un mezzo fenomeno. Un vero enfant prodige: a 27 anni entra nella CAN C e, grazie alle sue doti, di fatto non conosce la C2 se non per la finale play-off tra Rimini e Gubbio. Tre stagioni, solo 38 partite di C1: poi arriva la Serie A. Da lì un crescendo inarrestabile: internazionale nel 2008, premio Giovanni Mauro nel 2009, UEFA Elite nel 2010, arbitro di una semifinale di Europa League, quarto uomo nella finale della stessa competizione, unico arbitro italiano ad aver diretto a distanza di tre giorni due partite dello stesso turno di campionato: un successo annunciato.

Non solo rose e fiori nella sua carriera ovviamente, eppure Rocchi è sempre riuscito a passare indenne sopra tutti gli ostacoli. Su Calciopoli innanzitutto, e su quella telefonata tra Mazzini e Lotito in cui veniva direttamente tirato in ballo: due assoluzioni dalla Giustizia Sportiva e una dalla Giustizia Ordinaria lo lasciano completamente immacolato per sua fortuna, visto che “Se non avessi continuato ad arbitrare mi sarei lasciato andare”. Melodrammatico, ma sincero. Quello che è strano, semmai, è che a differenza di tanti altri colleghi non fu neanche sospeso durante il periodo del processo e, anzi, proprio in quel periodo riuscì a guadagnarsi la promozione a internazionale. Curioso.

Come curiose sono le sue recenti disavventure sul rettangolo verde: sotto gli occhi di tutti oggi ci sono il braccio di Seedorf non visto (ma gli olandesi stoppano così) e il tuffo di Ibrahimovic visto fin troppo bene, ma queste due perle sono solo le ultime di una lunghissima serie. C’è Obi ammonito ed espulso contro il Napoli: calcio di rigore per un fallo decisamente fuori area, putiferio a seguito, dure reprimende. Risultato? Due giornate di stop, non una di più: poi subito in campo a dirigere la sfida tra Chievo e Bologna. Ma possiamo tornare ancora più indietro nel tempo, al 24 gennaio 2010: Inter-Milan 2-0 con uno dei più vergognosi arbitraggi mai visti su un campo di calcio. Espulso Sneijder, espulso Lucio, calcio di rigore al 90′ per il Milan: noi non avremmo perso neanche giocando in sette, ma gli avversari erano in dodici. E ancora, 20 dicembre 2006: Lazio-Inter 0-2. Arriva un lancio lungo ad Ibrahimovic che, in fuorigioco, tira al volo praticamente in contemporanea al fischio di Rocchi: seconda ammonizione ed espulsione, al 47′. Continuiamo? Continuiamo: 19 marzo 2008, Genoa-Inter 1-1. Pelè espulso al 40′, ma il motivo è tutt’ora sconosciuto a molti. Potremmo continuare a lungo in realtà, visto che Rocchi si è reso protagonista di ben 7 espulsioni in 16 partite con l’Inter, e potremmo allargare il campo anche ad altre squadre visto che -per esempio- il Napoli, la Roma e altre ancora ne avrebbero da raccontare sul conto del buon (?) Gianluca da Firenze.

Ne ha fatte di tutti i colori, insomma, eppure è sempre lì. Ne ha fatte di tutti i colori, eppure tra pochi giorni potrebbe essere premiato con un posto ad Euro2012.

Perchè?

E’ francamente inspiegabile. Soprattutto in un mondo in cui è (dovrebbe?) essere premiato il rendimento, vedere uno come Rocchi ancora sulla cresta dell’onda nonostante i mille enormi, clamorosi abbagli presi sorprende non poco. Una volta un vecchio maestro mi disse: “Vuoi sapere qual è il metodo più sicuro per capire se un arbitro ha sbagliato in malafede o se qualcuno è contento di quello che ha fatto? Guarda dopo quanto tempo torna ad arbitrare, e guarda la sua carriera dopo quell’errore“.

La carriera di Gianluca Rocchi da Firenze parla da sola.

scritto da il 12 dicembre 2011 alle 8:50

Quel maledetto 12 dicembre

A volte le parole sono inutili. Di parole ne avrete già lette tante, anche a quest’ora del mattino, e tante altre ne leggerete. Parole scritte mille volte meglio di come io potrei fare anche lavorandoci un mese, parole che meritano di essere lette mille volte più di quanto non meriterebbero le mie.
Parole che, comunque, non faranno altro che evocare ricordi.

Lasciate perdere.
Non affidatevi a quelli degli altri: evocate i vostri, di ricordi.

E piangiamo insieme dieci anni di vuoto, di silenzio
Piangiamo insieme dieci anni senza un Maestro.

Mi manchi, Avvocato.

scritto da il 7 dicembre 2011 alle 12:10

L’Italia e l’Europa: omertà, dna, ritardi, speranze

QUI INGHILTERRA – Per fortuna lo sceicco Mansour non è italiano. E’ una persona rispettabile, non si preoccupa di queste sciocchezze”. Con queste parole Roberto Mancini ha risposto a De Laurentiis, che in una precedente intervista aveva denunciato un presunto “premio” promesso dallo sceicco Mansour al Villareal per battere il Napoli stasera. Uno spaccato triste e squallido in cui c’è davvero tutto: il complottismo maniavantista di De Laurentiis, l’italiano che sputa nel piatto in cui ha mangiato fino a ieri (e che ha contribuito a cucinare: ma siamo certi che quando terminerà la sua avventura con il City il buon Mancio non ricorderà queste dichiarazioni), le solite polemiche da quattro soldi che non servono a niente se non a rendere più ridicolo questo mondo.

Ma c’è anche dell’altro in questa frase: il solito giornalismo italiano, per esempio. Il solito giornalismo squallido e odioso, doppiopesista e opportunista. Il solito giornalismo omertoso, che censura ciò che meno gli fa comodo, che distorce la realtà per confezionare un pacchetto il più gradevole -e utile- possibile. La frase riportata all’inizio di questo post l’avrete letta dappertutto, perchè dappertutto è riportata così: sulla Gazzetta dello Sport, sul Corriere dello Sport, su Sky, su Repubblica e su tutti gli altri mezzi di informazione. Tutti concordi nel riportare solo una parte delle dichiarazioni di Mancini: la parte più semplice, più goliardica, diremmo quasi più stupida. Sicuramente la parte meno interessante e infamante per il nostro calcio.

E sì, perchè dopo aver detto questo il Mancio continua: “Perchè noi italiani siamo maestri nel fare queste cose, nel fare quello che dice De Laurentiis“.

Maestri nel far cosa? Nel cercare scorciatoie, nel giocare sporco? O, direttamente, nel pagare altre squadre per garantirci certi risultati? Non lo sapremo mai. Non lo sapremo mai perchè non solo nessuno si è preso -nè si prenderà- la briga di chiedere a Mancini cosa intendesse dire con quelle parole, ma addirittura quelle parole le hanno omesse, tagliate, cancellate. Come se non esistessero: Mancini ha fatto la battuta, la polemica è servita, l’interesse sulla partita è aumentato. Tutto qui.

Il resto? Il resto al giornalismo italiano non faceva comodo, quindi non esiste. Con buona pace, per l’ennesima volta, di una professionalità che assume ormai sempre più la dimensione della barzelletta.

QUI REPUBBLICA CECA – La stessa professionalità dei famosissimi “esperti di numeri” che popolano ogni angolo del giornalismo italiano. Quelli che sono sempre pronti a dirci che tizio non subisce gol da 373 minuti e 45 secondi, che caio non segna a San Siro da 5 partite e un quarto, che la data squadra non vince nella data città da due secoli e mezzo. Tutti espertissimi, tutti preparatissimi.

Tutti in ferie ieri sera, evidentemente, quando c’era da scrivere che il Milan ha vinto la bellezza di 6 partite delle ultime 22 giocate in Champions League portando a casa una sola vittoria nelle ultime 7 trasferte. Tutti spariti, tutti in silenzio. Torneranno a parlare, vedrete, quando ci sarà da fare da megafono ad un Galliani che per l’ennesima volta ciancerà di “DNA europeo”. Per oggi si limitano a raccontarci di un girone quasi dominato, con una meravigliosissima sconfitta in casa, tre eccezionali pareggi in trasferta e due vittorie contro squadre di assoluto livello.

QUI SPAGNA – Una di queste era il Bate Borisov, regolato ieri sera dal Barcellona con un secco 4-0. L’ennesima goleada dei blaugrana, che ormai non fa neanche più notizia. O forse no.

Pinto, Montoya, Bartra, Fontàs, Maxwell, Jonathan, Roberto, Thiago Alcàntara, Cuenca, Pedro, Rafinha, Muniesa, Riverola, Deulofeu. No, non sono i giocatori del Bate Borisov: sono quelli del Barcellona. Quanti ne conoscete? Tre? Quattro? Questi sono i ragazzi scesi in campo ieri sera in una partita di Champions League. Metà dell’attuale Cantera, con 12 giocatori su 14 provenienti dalle giovanili: non solo scendono in campo in Champions League, ma portano a casa la vittoria con un risultato che non ammette repliche, dedicato a quelli che “il Barcellona è appannato”, “non è più quello degli ultimi anni”, “sta subendo un calo evidente”. L’unica cosa evidente è che a Barcellona giocano un altro sport, dal punto di vista tattico, dal punto di vista tecnico e dal punto di vista della filosofia: non pretendiamo una vittoria per 4-0, ma quando potremo vedere in Italia una squadra così giovane schierata senza paura in Champions League?

QUI SAN SIRO – L’occasione potrebbe averla Ranieri stasera, in una partita che ha veramente poco da dire. Le ultime indiscrezioni parlano di una formazione con Castellazzi in porta, Faraoni, Ranocchia, Caldirola e Nagatomo in difesa, Zanetti, Crisetig e Obi a centrocampo e Coutinho alle spalle di Zarate e Milito. Concettualmente la cosa più simile al Barcellona di ieri che possiamo permetterci, al di là dei valori dei singoli e del risultato finale. A cosa serve una formazione di questo tipo? Lo sa solo Ranieri.

Di certo se il senso dovesse essere solo quello di far riposare i titolari in una partita che non conta nulla e che si deve semplicemente giocare per forza, dimostreremmo ancora una volta tutta la nostra distanza dal calcio che conta. Una volta per tutte: dato per perso -o quasi- il nostro presente, deve entrarci in testa che il nostro futuro non è fatto di Milito, Cambiasso, Muntari, Zanetti, Chivu, Lucio, Samuel e compagnia. Il nostro futuro deve avere dieci anni in meno. E dobbiamo iniziarlo a costruire da oggi.

Magari da stasera.

scritto da il 5 dicembre 2011 alle 12:06

Inter, abbiamo un (altro) problema?

Sì, ok le scelte folli della dirigenza, ok lo scempio operato negli ultimi due anni, ok le follie tecniche dei vari Benitez e Gasperini, ok i giocatori bolliti, quelli demotivati, quelli vecchi, quelli stanchi, quelli ubriachi…ok tutto: tutte cose che già conoscevamo e che non scopriamo di certo dopo la sconfitta con l’Udinese. Da quella sconfitta, però, viene fuori un altro potenziale problema, questo sì inaspettato. Inaspettato perchè doveva essere una soluzione, inaspettato perchè pensato e immaginato -in origine- come sistemazione ideale per riportare la normalità in uno spogliatoio disperso, per fare le cose semplici, per restituire una logica alla squadra.

E una logica in effetti Claudio Ranieri l’ha restituita, in questi tre mesi. Gli scempi perpretrati da Gasperini sono ancora troppo recenti per essere dimenticati, e l’enorme differenza tra l’Inter attuale e quella precedente è drammaticamente visibile a tutti, nonostante l’orrendo spettacolo che ancora oggi l’Inter puntualmente offre. Eppure da Udine -e anche prima, in realtà- arrivano segnali inquietanti. Segnali di un Ranieri che sta piano piano smettendo di fare la cosa più semplice, la cosa più logica e la più lineare. Segnali di un Ranieri che sta iniziando a complicarsi la vita, come il suo ultimo predecessore.

Prendiamo il caso di Ricky Alvarez, per esempio. Un ragazzo di 23 anni che, dopo un paio di mesi decisamente sottotono, sembra iniziare ad ambientarsi nella nuova realtà e fornisce anche un paio di prestazioni decisamente buone, condite da qualche giocata importante, due suggerimenti per gol dei compagni e un gol firmato in prima persona. Un paio di buone prestazioni, dicevamo, che oltre a dare fiducia al ragazzo forniscono anche importanti informazioni sulla sua migliore collocazione in campo: gioca meglio quando è più libero e può tenere palla più a lungo, partendo direttamente dal centro oppure da destra accentrandosi e potendo contare sul “suo” piede. Lo stesso Ranieri prima della partita col Siena dichiara: “Con me ha giocato due partite da trequartista: una bene e una meno bene ma impegnandosi. Lui dice che partendo da destra si trova più a suo agio, quindi giocherà lì“. Perfetto: tutto chiaro, preciso, lineare. Ricky Alvarez sembra finalmente pronto a entrare negli schemi di questa Inter con personalità e rendimento, e va sfruttato da trequartista o da esterno di destra. Poi arriva l’Udinese, e Alvarez si trova a fare il centrocampista di sinistra. Non solo: subisce nel dopopartita anche la reprimenda del mister perchè non ha offerto una buona prestazione. Perchè? Perchè dopo tre mesi passati a cercare la migliore collocazione in campo per un ragazzo relativamente giovane, arrivato dall’altra parte del mondo e con evidenti problemi di ambientameno, anzichè metterlo nelle migliori condizioni per rendere al meglio lo sballottiamo da una parte all’altra del campo? Perchè scegliamo coscientemente di complicargli la vita, e poi addirittura ci arrabbiamo se non fa la differenza? Mistero.

E Alvarez non è neanche il più clamoroso dei misteri. C’è per esempio Luc Castaignos, match-winner contro il Siena. Schierato inizialmente esterno destro, solo a pochi minuti dalla fine l’olandese viene spostato nel ruolo di centravanti arrivando così a segnare il gol-vittoria. Dopo la partita, Ranieri dichiara allegramente: “Luc è un ragazzo in gamba, quando parte centravanti in allenamento segna sempre“. Quindi abbiamo un ragazzo giovanissimo ed estremamente promettente con già una quindicina di gol all’attivo in Olanda, che arriva con l’etichetta del centravanti di razza (“è il nuovo Henry”, “somiglia a Trezeguet”), che quando in allenamento viene schierato centravanti “segna sempre, anche due-tre gol a partita“. E noi, in partita, lo mettiamo esterno. Salvo poi stupirci se di buono combina poco e niente. Perchè?

Perchè, ancora, insistere con Zarate trequartista? Zarate è un giocatore anarchico, che cerca la giocata personale e mette sistematicamente all’opzione numero uno l’idea “saltare l’uomo”. A volte gli va bene e a volte no, ma davvero: non è un trequartista. Non può farlo, non è in grado, è dannoso. Non ha la personalità per prendere palla spalle alla porta, non sa verticalizzare in fretta, non riesce a leggere i movimenti dei suoi compagni di reparto: non è una colpa, sia chiaro…sono semplicemente le sue caratteristiche. Non è un caso che in quel ruolo abbia ottenuto più risultati Milito in un quarto d’ora che Zarate in un paio di partite. El Principe è un giocatore intelligentissimo, capace di tenere palla, di far salire la squadra, di temporeggiare, di farsi trovare pronto per sponde, triangoli e passaggi filtranti: è il classico “regista d’attacco”, che anche quando non segna sa comunque giocare con e per la squadra. Se proprio si è in emergenza è lui che deve andare dietro le punte -come a Siena- non Zarate. Zarate è una seconda punta, e difficilmente potrà mai fare altro.

E questo vale per Ranieri prescindendo da tutto il resto. Prescindendo, per esempio, dalle continue misteriose assenze di gente come Obi, Poli e Caldirola: su queste cose non mi pronuncio perchè comprendo che, magari, possono esserci “logiche di spogliatoio” alle quali anche Ranieri deve sottostare. Ma schierare giocatori in modo così palesemente inadeguato significa solo complicarsi la vita inutilmente. Significa fare danni che vanno ben oltre una partita persa, perchè significa bruciare un giovane, bollarlo come inadeguato. Salvo poi ritrovarlo altrove dopo pochi anni a segnare caterve di gol. Ve lo ricordate Henry alla Juventus? Ecco: non è quello il paragone che si intendeva fare con Castaignos quando si diceva “ricorda Henry”.

Poi certo, come scrive Fabbrica Inter su twitter quattro problemi-allenatore su quattro non sono un problema-allenatore: sono un problema-società. Ma il problema-società già lo conosciamo, come scritto all’inizio.

Cerchiamo, però, di non aggiungere un nuovo problema ad ogni partita.
Eh, Claudio?

scritto da il 25 novembre 2011 alle 11:50

La sconfitta più bella della Galassia

Oggi non vi proponiamo un post, ma un quiz. Sì, proprio così: un quiz. Avete presente, no? Uno di quelli con tante domande a risposta multipla, nel quale si deve dire -tipicamente- se la risposta corretta è “la a, la b o la c”. Ecco, quello: un quiz. Un quiz su Milan-Barcellona, per la precisione. Trovate le soluzioni in fondo.

Rimettiamo Pirlo al posto di Van Bommel e vediamo come va a finire“. Questa frase l’ha detta:
a) uno sfegatato tifoso del Milan
b) il vicedirettore della Gazzetta dello Sport
c) Flavia Vento

Se il Milan avesse avuto Messi al posto di Robinho avrebbe vinto“. Questa frase l’ha detta:
a) uno degli ultras della curva rossonera
b) l’editorialista sportivo di punta del Corriere della Sera
c) Paris Hilton

Al Barça manca Iniesta, però al Milan manca Gattuso“. Questa frase l’ha detta:
a) un tifoso milanista poco competente
b) un telecronista RAI
c) Francesca Cipriani

Dopo questa partita, il Milan ha capito che può battere chiunque“. Questa frase l’ha detta:
a) un abbonato decennale alle partite casalinghe del Milan
b) un telecronista di Sky
c) Britney Spears

Il Milan si conferma la squadra italiana più forte a questi livelli“. Questa frase l’ha detta:
a) un tifoso milanista che non ha visto la partita
b) un giornalista di Sport Mediaset
c) Cristina Del Basso

Loro hanno perso con noi la semifinale di due anni fa a San Siro, da quel momento in poi ci sono state 21 partite di Champions senza sconfitte. Qualcosa vorrà pur dire“. Questa frase l’ha detta:
a) Massimo Moratti
b) Adriano Galliani
c) Andreagnelli

La risposta esatta, per tutte le domande, è la B. E ci tengo a precisare che è un fatto del tutto casuale che nulla ha a che vedere con certi trascorsi calcistici del Milan.
Umberto Zapelloni, Mario Sconcerti, Gianni Cerqueti, Massimo Marianella, Andrea Saronni. E, naturalmente, Adriano Galliani subito dopo la sconfitta subita dall’Inter per mano del Manchester United nella Champions League 2008/09.

Ora…a noi va bene tutto, per carità. Fino a quando si ride, si scherza e si fa cabaret possiamo dire quello che ci pare. Anche paragonare Gattuso ad Iniesta, o mettersi a fare fantamercato come nel più classico dei bar sport (a proposito Zapelloni: con Pirlo al posto di Van Bommel ne avrebbero presi 6 anzichè 3). Però, ecco, insomma…non è che dite sul serio?

E’ imbarazzante scrivere queste righe, questa “seconda parte” del post. Voglio dire…qui bene o male siamo abituati a leggere Bauscia Cafè, Fabbrica Inter, Interistiorg: la firma è già nel nome, chi legge sa già cosa aspettarsi. C’è un’onestà di fondo, insomma. Non ci chiamiamo mica Sport Cafè, Fabbrica Sport o Sportiviorg. Siamo interisti e ce ne vantiamo, e non abbiamo bisogno di nasconderlo per mendicare una credibilità che preferiamo conquistarci sul campo. Ecco: che ne direste di cambiare i vostri nomi in -suggerisco, eh- “La Gazzetta del Milanista” o “Il Milanista quotidiano” o “RAM – Radio Televisione Milanista” o “Sport Medias…” ah, no, quello va bene già così. Oh, cambiate “milanista” con quello che vi pare, eh. Ma lo sport è un’altra cosa. Il giornalismo -soprattutto- è un’altra cosa.

Andiamo, su: vi sembra serio tutto questo? Vi sembra corretto, giusto, rispettoso della vostra professionalità descrivere la partita di mercoledì sera nel vergognoso modo in cui ce l’avete proposta? “Se ci fosse stato Pirlo al posto di Van Bommel“? Zapelloni, ma sei serio? Ma cosa vuol dire? Pensa allora se ci fosse stato Messi al posto di Robinho…ah, no, ci ha già pensato Sconcerti! “Il Milan può battere chiunque“. Indubbiamente: in 90 minuti a calcio qualsiasi squadra può batterne un’altra. Ma lo abbiamo visto solo noi il Barcellona schierato con un improbabilissimo 334 con UN difesore di ruolo e senza Dani Alves, Piquè e Iniesta passeggiare a San Siro? Lo abbiamo visto solo noi il Barcellona giochicchiare, accelerando a piacimento solo nel momento in cui aveva la necessità di passare in vantaggio? E le occasioni clamorose gettate al vento? E Abbiati migliore in campo? E gli ZERO tiri in porta del Milan nell’ultima mezz’ora? “La squadra italiana più forte a questi livelli“? Quella che ha vinto sei -no, dico: SEI- delle ultime VENTUNO partite giocate in Champions? La squadra italiana più forte a questi livelli non riesce a vincere neanche una partita ogni tre? Però…

Dispiace inserire anche Andrea Saronni in tutto questo, in un contesto che assolutamente non gli appartiene, ma è proprio la sua presenza che ha fatto scattare il campanello d’allarme, che ha fatto scattare la domanda delle domande: perchè? Perchè questa distorsione della realtà, perchè questa necessità di gonfiare oltre ogni misura -e oltre ogni decenza- una partita che poteva essere tranquillamente archiviata come una inevitabile sconfitta? Gli avversari sono più forti, s’è perso, si volta pagina. Punto. E invece no: devono per forza parlarci di un Milan fantascientifico, di una partita strepitosa, bellissima, decisa dai singoli o addirittura dagli episodi, in cui il Barcellona quasi quasi ha rubacchiato. Di un Milan che “ha ridotto il gap col Barcellona” che “è ormai ad un passo dai Campioni d’Europa”. Ma perchè?

Poi per fortuna ci sono anche le voci fuori dal coro, c’è uno Zazzaroni che dichiara “io ho visto un’altra partita” e un Bocca che scrive della superiorità del Barcellona e che ci fanno sentire meno soli, meno pazzi. Ci tolgono, insomma, il dubbio di essere noi quelli prevenuti. E rendono ancora più pesante la domanda di fondo: perchè? Non può essere solo una questione di tifo, che gente come Sconcerti non ha mai nascosto. Non può essere solo una questione di stipendio (tiriamo in ballo di nuovo Andrea Saronni, che in altri campi non è che sia sempre stato troppo accondiscendente con il presidente del Milan)…cos’è allora?

Pura incompetenza calcistica? Chi lo sa: d’altra parte i peana alzati a Messi e il silenzio assordante sulla maestosa prestazione di Xavi rafforzerebbero non poco questa ipotesi.

scritto da il 19 novembre 2011 alle 12:23

Inter-Cagliari, e poi si vedrà

Dopo le due settimane di sosta, che per l’Inter sono state di fatto quasi tre visto il rinvio della partita di Genova, si torna finalmente in campo.

Su un campo nuovo, tirato a lucido, rizollato per l’occasione: è questa la prima novità della partita contro il Cagliari. Il campo di San Siro sarà “un tavolo da biliardo” secondo Dejan Stankovic, rimasto estasiato dal contatto con il nuovo terreno di gioco: “E’ perfetto, non devi più guardare il pallone mentre ti arriva. Prima era deviato da zolle, buchi…adesso no: arriva esattamente lì dove te lo aspetti”. E pensieri non troppo diversi devono essere passati per la testa di Wesley Sneijder, apparso ispiratissimo durante l’allenamento di ieri pomeriggio. Dejan Stankovic, Wesley Sneijder: pensi a loro e subito ti vengono in mente tutti gli altri. Walter Samuel, Thiago Motta, Cambiasso e il Capitano: basta nominarne uno e gli altri seguono a ruota. I senatori. E’ stato molto sottile Ranieri nella conferenza stampa, quando li ha chiamati in causa: “Ovviamente i senatori devono cantare e portare la croce. Se poi non si recupera neanche così si cambierà. Per forza”. Suona come una clamorosa ultima chiamata, e non potrebbe essere altrimenti: da qui a Natale -un massacrante tour de force di 9 partite in 33 giorni- l’Inter si gioca il campionato ma i senatori si giocano molto di più: loro si giocano l’Inter. Il compito di uscire dalle zone basse della classifica e di infilare una piccola serie di vittorie che porti l’Inter in posizioni più consone è demandato a loro: sono i Campioni del Mondo in carica -ancora per pochissimo- e non è più ammissibile un rendimento così tanto al di sotto dei loro standard. Poi si vedrà. Dice così Claudio Ranieri, sibillino: poi si vedrà. Poi ci sarà spazio per gli altri, in un caso o nell’altro. Ma ora tocca a loro.

E la formazione anti-Cagliari sembra scendere di conseguenza: la convocazione di Julio Cesar porta facilmente a pensare a un suo ritorno in campo da titolare. Davanti a lui Ranocchia e Samuel dovrebbero comporre quella coppia centrale da molti anelata sin dall’acquisto del giovane difensore italiano: un libero e un marcatore, un destro e un mancino, un giovane e un senatore, un campione in divenire ed uno già affermatissimo, il più bravo di tutti. Sulla carta la coppia perfetta ma il giudizio spetta al campo, a meno che Ranieri non decida all’ultimo -ma sembra improbabile- di far riposare Ranocchia dopo le fatiche con la Nazionale e schierare al suo posto Cordoba. Resta in tribuna per l’ennesima volta Caldirola, neanche convocato nonostante l’ennesima ottima prestazione con la maglia dell’Under21: la sua situazione diventa sempre più paradossale ogni giorno che passa, e sarà bene che qualcuno in società si prenda la briga di risolverla. Ai lati di Ranocchia e Samuel ci saranno con ogni probabilità Jonathan e Zanetti: l’impiego del brasiliano è stato implicitamente (involontariamente?) ammesso da Ranieri (“E’ difficile capire tutto di un ragazzo in allenamento: domani gioca e vedremo“), mentre Zanetti si ritroverà terzino sinistro per coprire le assenze dell’infortunato Nagatomo -dovrebbe rientrare già martedi, come Lucio- e dello squalificato Chivu, il cui agente alza la voce sempre di più ogni giorno che passa per invocare un rinnovo del contratto che non arriverà, o almeno che non arriverà alle condizioni chieste dal giocatore. In panchina Faraoni è l’unica alternativa ai due terzini, oltre agli eventuali adattamenti dello stesso Cordoba e di Obi.

Obi, già: panchina anche per lui probabilmente come per Poli, finalmente disponibile, Alvarez, reduce dall’ennesima partita in Nazionale, e Coutinho pienamente recuperato. I senatori devono cantare e portare la croce, si diceva: facile immaginare quindi un centrocampo “vecchio stile” composto da Stankovic, Thiago Motta e Cambiasso. Davanti a loro giostreranno Sneijder, abile e arruolato nonostante lo spavento occorso in Nazionale, Pazzini e con ogni probabilità Zarate, che si sta ritagliando un ruolo sempre più importante in questa Inter. Ancora panchina per Castaignos e Milito. Questa l’Inter che dovremmo vedere in campo contro il Cagliari, a meno di sorprese che con Ranieri non sono mai mancate e che, in più, questa volta troverebbero maggior giustificazione nel turn-over in vista della partita di martedì in Champions League.

Dall’altra parte il Cagliari di Ballardini, al debutto su una panchina di Serie A in questa stagione. Una storia strana, quella dei debutti di Ballardini: estremamente positiva se guardiamo agli ultimi 3 esordi in assoluto, molto meno se guardiamo ai precedenti con il Cagliari. Negli ultimi anni, infatti, per due volte Ballardini è subentrato a stagione in corso e per due volte ha vinto al debutto: con il Palermo (3-1 alla Roma) e con il Genoa (1-0 al Bologna). Ma il discorso si capovolge se guardiamo i due precedenti debutti del tecnico sulla panchina del Cagliari: pareggio per 1-1 con il Messina nel 2005, sconfitta per 1-0 con l’Udinese nel 2007. Numeri contraddittori, ma altri numeri invece non mentono: quelli del modulo con cui scenderà in campo il Cagliari, che Ballardini ha confermato essere il 4312 anche senza l’indisponibile Cossu. “Una gara difficile” la descrive Ballardini “resa ancora più impegnativa dal fatto che l’Inter non gioca da più di due settimane. Giocare a San Siro però è sempre una grande emozione, e noi faremo del nostro meglio per complicare la vita ai nerazzurri“. Una vita che però l’Inter non può farsi complicare da nessuno in questa fase della stagione che porta da qui fino alla sosta di Natale: 33 giorni, 9 partite, un primo posto in Champions da conquistare e una classifica in campionato da recuperare, per portarsi il più avanti possibile e mettersi nelle condizioni di poter far di conto alla fine, subito dopo la partita con il Lecce.

Un mese che ci dirà tanto, forse tutto, sul destino dell’Inter in questa stagione.
Andiamo avanti e cerchiamo di prenderci più punti possibile.
Poi si vedrà.

scritto da il 16 novembre 2011 alle 14:31

Delirium tremens

Come dite? Andreagnelli e la Juventus non tremano? Forse no, ma sicuramente hanno le allucinazioni. Unitamente ai deliri pseudo-legali cui abbiamo assistito in questi ultimi 5 anni, la diagnosi è presto fatta.

A ricapitolare tutte le sconfitte processuali subite, in una sequenza che ormai supera numericamente gli scudetti vinti onestamente dai bianconeri, ci aiuta Rudi:

1. 14 luglio 2006, primo grado di Calciopoli.
2. 25 luglio 2006, secondo grado di Calciopoli.
3. 27 ottobre 2006, arbitrato CONI su Calciopoli.
4. 18 giugno 2008, patteggiamento su schede sim svizzere.
5. 16 giugno 2011, radiazione di Moggi e Giraudo.
6. 9 luglio 2011, Calciopoli (II° grado), conferma della radiazione di Moggi e Giraudo.
7. 18 luglio 2011, respinto in Figc l’esposto contro lo scudetto 2006 assegnato all’Inter.
8. 19 marzo 2008, TAR del Lazio, respinto il ricorso di Moggi contro la squalifica in ambito sportivo.
9. 22 maggio 2008, TAR del Lazio, respinto il ricorso di due Associazioni di tifosi contro l’assegnazione dello scudetto 2006 all’Inter.
10. 8 gennaio 2009, caso GEA, Moggi condannato per violenza privata.
11. 14 dicembre 2009. Calciopoli (rito abbreviato), condannato Giraudo per frode sportiva e associazione a delinquere.
12. 8 febbraio 2011, TAR del Lazio respinge il ricorso presentato da “Giùlemanidallajuve”, condannata a pagare risarcimenti a Federcalcio, CONI e Inter.
13. 25 marzo 2011, caso GEA (II° grado), confermata la condanna a Moggi per violenza privata.
14. 8 novembre 2011, la sentenza penale di Napoli.
15. 8 novembre 2011, il rigetto dell’esposto da parte dell’UEFA.
16, 11 novembre 2011, la condanna a Moggi per minacce nei confronti di Baldini.
17. 15 novembre 2011, la dichiarazione di non competenza del TNAS.

Ma le speranze di poter ancora migliorare lo score sono notevoli, se venisse confermata la “roadmap” riproposta ieri da Repubblica:

1) il ricorso (respinto questa sera) al Tnas, 2) l’esposto (respinto) all’Executive Committee dell’Uefa, 3) l’esposto al prefetto di Roma  –  ovvero la richiesta avanzata ieri di scioglimento del consiglio federale e di commissariamento della Federcalcio -, 4) l’esposto di domani al procuratore regionale del Lazio presso la Corte dei Conti per la verifica appunto di eventuali danni erariali. I prossimi due prevedibili passi saranno, secondo la road map comunicata da Agnelli, l’esposto al ministro del’Interno e quello al delegato sul controllo della gestione presso il Coni. Il numero uno bianconero, inoltre, precisò allora che quello in questione poteva “non essere un elenco esaustivo delle azioni” che il suo club avrebbe intrapreso.

Ora…quando ieri proponevo i ricorsi all’ONU, al Tribunale dell’Aja e ai Klingon stavo solo scherzando. Ma se davvero questa è la “roadmap” mi faccio serio e mi permetto di proporre ad Andreagnelli, oltre alle tre già citate, anche ulteriori tappe: la prima che mi viene in mente potrebbe essere la Sacra Rota, visto che in fondo si sta cercando solo una sentenza di annullamento. Ma forse il Tribunale dei Malati, come suggerito nei commenti, potrebbe essere anche più adatto.

Di certo -e finalmente ci facciamo seri- c’è che l’ultimo ricorso di Andreagnelli è stato per molti la classica goccia che fa traboccare il vaso. I quattro schiaffoni presi in rapida successione nell’ultima settimana -Tribunale di Napoli, UEFA, Tribunale di Roma, TNAS- seguiti dall’ennesimo ricorso e da altre incomprensibili minacce, sono stati un segno importante per molti.

Come scrivevamo ieri, Andreagnelli potrebbe aver definitivamente perso il suo ultimo amico, quel Giancarlo Abete che -attaccato frontalmente dalla Juventus con una richiesta di risarcimento pazzesca- ha stigmatizzato l’ennesimo ricorso, ha ribadito la linea della FIGC e ha tirato una bella frecciatina agli ovini pungendoli su quello “stile” che una volte gli era tanto caro. Ma quella che era solo un’impressione, ieri, è diventata certezza un’oretta fa con la conferenza stampa di Gianni Petrucci.

Il Presidente del CONI non le ha mandate a dire, sparando ad alzo-zero sulla Juventus con toni mai sentiti prima:

Non ci sto a tutto quello che sta accadendo nel calcio di vertice. Non se ne può più, ci sono più tribunali che calcio: il calcio è malato di doping legale. Manca rispetto, manca etica, il rispetto delle regole. Chi grida di più pensa di vincere, ma non vincerà, non prevarranno i prepotenti e gli arroganti. Vedo cose a cui non ho mai assistito. Oggi ogni regola è sovvertita dagli avvocati che dicono tutto e il contrario di tutto. Le colpe sono di tutti. Si sta arrivando ad un punto di non ritorno.

Ci tuteleremo con una squadra di giuristi. La Federazione sta lavorando seriamente, le regole le fa il Coni e nessuno può cambiarle. Non faccio nomi e cognomi, ma dico che ieri sera è arrivata la sentenza del Tnas, ma adesso a che serve proseguire? Quando si ama la propria squadra si deve pensare che facendo un passo indietro se ne fanno due avanti. Ma so che gli appelli non servono più, io gli appelli li faccio fino a quando ho fiato. Ci si attacca alle virgole per sovvertire le regole, ma non cambiano se sei quotato in borsa oppure no.

Oggi ci è venuta l’idea di chiedere ad una squadra di giuristi che guarderanno le norme e vedranno come difenderci. Non possiamo andare a finire davanti al Governo, soprattutto in questo momento. Noi siamo autonomi. Ma qui chi alza la voce non ci fa paura. Nel più breve tempo possibile cercheremo di capire come possiamo difenderci e cercheranno di capire se esiste la violazione della clausola compromissoria. Capiranno come difendersi dai ricorsi ai tribunali italiani.

Colpa dello scudetto del 2006 e prescrizioni? Condivido quello che ha fatto la Figc perché se c’è un Tribunale che dice che non è competente allora perché deve aver sbagliato l’organo collegiale della Federazione? Chi l’ha detto che non è giusto? Quando si fanno i ricorsi mica si ha subito ragione. Abete per me non ha sbagliato, per me è una persona corretta e serena, non può litigare con tutti in canottiera per fare qualcosa.

Giusto se lo scudetto 2006 è ancora dell’Inter? Il presidente del Coni non ha la forza di un decreto, devo far rispettare le regole che sono state rispettate. Ci sono le sentenze e per me il discorso è chiuso, chi riapre questo discorso fa male al calcio italiano e questo deve essere risaputo.

Il rapporto con la Lega si è strappato da tanto. Mi aspetto che i presidenti con i quali si può parlare prendano atto di tutto, dove siamo arrivati e quello che di buono c’è e mi aspetto che aprano alla riflessione.

Moratti non ha rinunciato alla prescrizione? Secondo me non è stata una giustizia parziale

Dichiarazioni durissime che non ammettono repliche e che, anzi, preannunciano un contrattacco nei confronti di persone a cui per troppo tempo è stata concessa impunità ad ogni livello. Dichiarazioni che, verosimilmente, piantano una pietra tombale su tutte le pretese di Andreagnelli e della Juventus che, da questo momento in poi, se vorranno andare avanti dovranno farlo da soli, a proprio rischio e pericolo e stando bene attenti a come si muovono (i riferimenti di Petrucci alla clausola compromissoria sono chiarissimi), avendo contro tutte le istituzioni e tutte le società che -ipocritamente, come al solito- si schiereranno dietro CONI e FIGC.

Resta una definizione splendida, quel doping legale che, ci scommettiamo, sentiremo ripetere molto spesso da oggi in avanti.
Resta la considerazione, fin troppo scontata, sul fatto che sia farmaceutico, amministrativo o legale, a doparsi son sempre gli stessi.

Resta, soprattutto, un dubbio: Petrucci nella sua conferenza non ha mai nominato direttamente nè Andrea Agnelli nè la Juventus.
Avranno capito che ce l’aveva con loro?

Opera del grande Oldman Maestro.

scritto da il 15 novembre 2011 alle 11:59

Agnelleide

Un presidente lo vedi dallo sguardo

E così Andreagnelli de la Mancha continua la sua personalissima battaglia contro i mulini a vento. Quattrocentoquarantatrè milioni settecentoventicinquemiladuecento euro (lo scriviamo in lettere perchè fa ridere di più) sarebbe il risarcimento stimato “in via prudenziale” richiesto alla FIGC e all’Inter. Si, proprio all’Inter: colpevole di essere arrivata terza in un campionato truccato da una associazione per delinquere controllata dal direttore generale della Juventus e di cui faceva parte l’amministratore delegato della Juventus stessa. No, non abbiamo nessuna pietà di voi e non abbiamo intenzione di farvi smettere di ridere: passiamo quindi ad elencare il dettaglio del risarcimento chiesto da Andreagnelli. 79,1 milioni per la mancata partecipazione alle coppe europee, 60 milioni per le cessioni sottocosto di giocatori svalutati dalla retrocessione in Serie B, 41,6 milioni di mancati diritti televisivi, 110 milioni di calo di valore del marchio Juve, 20 milioni di danni per il ritardo di due anni nell’edificazione del nuovo stadio di proprietà e 133 milioni circa di calo del titolo azionario bianconero. C’è tutto, come potete vedere. Come suggerisce GigiDiBiagio, mancano solo i mancati introiti per i panini con la salamella davanti allo stadio (si sa che in Serie B costano circa la metà). Notevole anche la valutazione delle “cessioni sottocosto di giocatori svalutati dalla retrocessione in Serie B” stimate un tanto al chilo: per il solo Ibrahimovic per esempio (che, ricordiamolo, vista la retrocessione poteva andare via gratis) si ha una perdita stimata di 44,7 milioni di euro data -udite udite- dalla “differenza tra il corrispettivo della cessione del calciatore Ibrahimovic alla Società Football Club Internazionale Milano s. p. a. (24,8 milioni; ndr) ed il corrispettivo della cessione del medesimo calciatore da quest’ultima al Barcellona F.C. (69,5 milioni; ndr)“. Cioè: vendono l’Ibrahimovic inutile che segna un’occasione su tre, questo gioca due stagioni altrove diventando prima punta, arrivando a prendersi un inimmaginabile titolo di capocannoniere e vincendo due scudetti…e loro prendono la cessione di questo “secondo” Ibrahimovic come punto di riferimento per la valutazione dello svedese. Lo stesso discorso non vale ovviamente per Emerson e Cannavaro (pagati 23 milioni dal Real Madrid, rivenduto a 5 il solo Emerson), nè per Zambrotta (pagato 14 dal Barcellona, rivenduto a 10,5), nè per Vieira (pagato 9,5 dall’Inter, rivenduto a zero). Roba che neanche allo Zelig, insomma. Il tutto condito da una richiesta di commissariamento per la FIGC nell’ultimo, disperato tentativo di mettere pressione ad Abete, che però dichiara: “A mio avviso, secondo una valutazione serena e legittima, questo non era il giorno giusto per presentare il ricorso. E’ una  giornata di festa, di riconoscimento di una grande persona alla presenza dei vertici internazionali. A ogni modo, la Figc andrà avanti. Abbiamo avuto lo stile di non commentare la sentenza del Tribunale di Napoli, manterremo il nostro atteggiamento e la nostra coerenza. Ognuno ha il suo stile.

Ognuno ha il suo stile

In sostanza, con questa mossa, la Juventus potrebbe aver perso anche il suo ultimo alleato e rischia seriamente di andarsi a schiantare contro un inevitabile muro. A questo punto, infatti, possono succedere solo due cose: o i bianconeri si prendono la sedicesima (quindicesima? Diciassettesima? Abbiamo perso il conto) sentenza contraria consecutiva sull’argomento calciopoli e sono così liberi di proporre un nuovo ricorso (all’ONU, all’Aja, ai Klingon) per tentare di arrivare a 29 o -peggio, e a dir poco improbabile- ottengono ragione dal TAR. In questo secondo caso non solo la FIGC sarebbe commissariata e sostanzialmente fallita ma, barzelletta delle barzellette, anche altre società potrebbero procedere con richieste di risarcimento danni. Quanto vale la carriera di Vratislav Gresko, che quella partita di Roma avrebbe potuto giocarla da Campione d’Italia senza pressione, se non fosse stato per l’associazione per delinquere cui abbiamo accennato sopra? Quanto valgono le carriere di Gigi Simoni ed Hector Raul Cuper, che si sono visti scippare due scudetti storici? Quanto valgono 15 anni di partite aggiustate e calciomercato guidato? Insomma, riprendendo le parole di Stefano Olivari, stavolta Andrea Agnelli potrebbe aver fatto male i suoi calcoli, tirandosi la proverbiale zappa sui piedi.

Oltre a questo ci sarebbe poi un altro discorso, che discende direttamente dalla sentenza di Napoli. Una sentenza che da troppi forse non è stata capita fino in fondo.

Non è stato raro, in questi giorni, sentire dileggiare la difesa di Moggi, bollata come inadeguata e fallimentare. Una difesa -è questa la critica più frequente- “che ha passato più tempo a cercare di accusare altri che a difendere il suo assistito”. Ecco: diciamo che questa, sulla carta, non era propriamente una follia. Non lo era perchè il ragionamento della difesa di Moggi è stato il seguente: dato per spacciato Don Luciano sull’accusa di frode sportiva -un’accusa che in ogni caso va in prescrizione fra sei mesi, e per la quale quindi Moggi non sarà mai punito- ci si doveva giocare tutto sull’associazione per delinquere, cercando di farla cadere. Ecco spiegate le accuse all’Inter e a Facchetti: se fosse passata la “colpevolezza” (vera o presunta, accertata o da accertare) di altri, se ne sarebbe dedotto automaticamente che la frode sportiva messa in atto da Moggi non rientrava in un contesto di associazione per delinquere ma semmai in uno -meno grave- di sfascio generale del sistema, di corruzione reale e morale a tutti i livelli. Se “lo facevano tutti”, evidentemente, non c’era nessuna associazione. Ed ecco la vera portata della sentenza di Napoli: confermando l’associazione per delinquere, il collegio giudicante -possiamo azzardarci a dirlo, anche senza aver letto ancora le motivazioni- ha indirettamente riconosciuto l’estraneità di Facchetti e dell’Inter a determinati comportamenti. Estraneità confermata inoltre dal fatto che, come ci spiega anche Elena Nittoli, se fosse stato individuato all’interno del dibattimento l’eventuale coinvolgimento di Facchetti in condotte poco chiare, gli atti sarebbero stati trasmessi alla Procura della Repubblica. La mancanza di questo passaggio, unitamente alle considerazioni sulla condanna di Moggi fatte sopra, sancisce definitivamente l’uscita di scena dell’Inter da qualsiasi contesto in sede penale.

Un Presidente lo vedi dallo sguardo

Ma più ancora di questo, è la sentenza stessa che ci porta a galla delle domande che non abbiamo sentito troppo spesso. “Associazione per delinquere” recita “finalizzata alla frode sportiva”.

Noi -ingenui- ci chiediamo: ma una associazione per delinquere viene messa in piedi dal nulla in un anno, e dopo un anno viene smantellata? O ci vuole del tempo?
Non è forse più credibile pensare che questa associazione sia nata, cresciuta, consolidata nel corso degli anni, andando a incidere su un numero di campionati ben più alto dei due oggetto dell’inchiesta?
1994: è da quella stagione che Luciano Moggi ha preso le redini della Juventus. E’ da quella stagione che, legittimamente, possiamo supporre sia iniziata la costruzione dell’associazione per delinquere smantellata (almeno lato-Juve) nel 2006.

Che facciamo Andreagnelli, rinunciamo alla prescrizione su questi 10 anni?

E giacchè siamo in vena di domande, spiegaci anche un’altra cosa:
ma se avete formalmente preso le distanze da Moggi, lasciando intendere che i suoi illeciti li commettesse all’insaputa della Juventus,
se dunque vi sentite vittime delle malefatte di Moggi,
perchè non lo citate in giudizio?
Perchè non li chiedete anche a lui i danni, e a Giraudo?

Paura che possano iniziare a parlare anche loro?

scritto da il 8 novembre 2011 alle 14:14

Il caso Ibrahimovic: prima la censura, poi il finto stupore

Breve riepilogo della vicenda: c’è un grande calciatore che scrive una biografia e racconta di essersi trovato così male con un tecnico molto famoso e vincente da aver avuto con lui scontri durissimi fino a una rottura insanabile. Spiega di aver anche pensato a lasciare il calcio tanto era il disagio nella convivenza con l’allenatore e con il resto dello spogliatoio. Stava così male che alcuni amici d’infanzia, peraltro residenti in un quartiere malfamato nella città di nascita del campione, si sarebbero offerti di raggiungerlo per ‘dare una lezione’ al tecnico nemico e che lui li avrebbe dissuasi.

Passa qualche ora e il vicepresidente della squadra in cui il campione si trovava male e l’allenatore rischiava le botte, rivela che durante la trattativa per cederlo altrove l’attaccante arrivò a minacciare l’aggressione fisica del suo ‘nemico’ durante una conferenza stampa, in modo che tutti potessero vederlo. E aggiunge un particolare: “Con noi c’era anche l’agente del giocatore che, invece di provare a calmare il suo assistito, confermava l’esistenza del pericolo con un affermativo ‘lo fa lo fa’ senza possibilità di repliche”. Agente del giocatore che, da qualche mese, è anche consulente di mercato del club dove l’attaccante finisce in chiusura di mercato. Nessuna smentita, né dal giocatore, né dal suo entourage e nemmeno da nuovo club dove il campione arrivò al termine della trattativa (sempre se possiamo continuare a definirla così) a un prezzo giudicato molto, molto conveniente da tutti. Quasi un regalo.

A poche ore dalla duplice clamorosa rivelazione tutti si sarebbero attesi richieste di chiarimenti, domande, precisazioni, smentite. Niente. Nulla. Difficile del resto averle, visto che nessuno dei tanti giornalisti presenti nelle sale stampa dello stadio in cui il grande attaccante aveva appena schiantato l’avversario di turno a suon di gol e assist, si è sentito in dovere di andare oltre qualche battuta scherzosa. E così agli annali resterà solo che il nuovo allenatore della star spera di avere “in regalo” l’autobiografia in uscita nelle migliori librerie. In compenso al campione viene estorto che, bontà sua, stringerà la mano all’allenatore ‘nemico’ quando si ritroveranno insieme sullo stesso campo.

C’è qualcosa che non quadra in questa storia? Ah sì, abbiamo dimenticato nomi e cognomi ma evidentemente non servono visto che nessuno dei protagonisti, a partire dal grande attaccante e per finire al nuovo club di appartenenza, ha sentito il bisogno di comunicare un minimo di imbarazzo per questa storia che, dunque, dobbiamo considerare solo il frutto di un’abile operazione di lancio del libro che, peraltro, ha già venduto una montagna di copie. Impossibile sia avvenuta davvero, no?

PS: Lo stesso campione va in giro a raccontare di aver spaccato una costola a un compagno di squadra durante una rissa in allenamento e di aver mentito alla giustizia sportiva perché così gli aveva suggerito di fare il club sperando in una sentenza più leggera dopo un insulto a un assistente. Episodi che riteniamo destituiti di ogni fondamento al pari di quello già riportato. Altrimenti qualcuno dovrebbe pur alzare il ditino e dire che non tutto è permesso…

Giovanni Capuano su Calcinfaccia

Possibile che sia davvero questo quello che succede a Milanello Bianco? Possibile che sia questo ciò che accade in quegli spogliatoi ammantati d’amore, dove tutti vanno d’accordo e non fila mai un refolo fuori posto?

Sì.

E non lo scopriamo certo oggi, fra l’altro. Attenzione però: qui non si discute di Zlatan Ibrahimovic. Qui il punto non è che Ibrahimovic è un prepotente, un violento o chissà cosa: lo sapevamo già e, in fondo, chissenefrega. Anzi, Ibrahimovic è probabilmente l’unico giocatore in Italia (e oltre) che ha sempre avuto la capacità di dire quel che pensava e fare quel che più gli andava, senza vincoli nè peli sulla lingua: forte del fatto di non dovere niente a nessuno, di vivere in un mondo che non ha mai fatto mistero di detestare e di avere pochi amici, se ne è sempre fregato delle buone maniere e dei nomi da rispettare. E lo sta facendo anche al Milan, dove a quel (orribile, in verità) codino in testa che continua a sopravvivere nonostante i “consigli” dirigenziali ha fatto seguito l’autobiografia ormai celebre, in cui la (sua) verità non viene sacrificata sull’altare di niente e di nessuno. Zlatan Ibrahimovic che impreca contro sè stesso come un attaccante qualsiasi? Neanche per sogno: “ce l’avevo con il guardalinee, ma è stato il Milan a chiedermi di dire una bugia“. Zlatan Ibrahimovic che litiga con un compagno? “Gli ho rotto una costola, ma decidemmo di non dire niente“.

Decidemmo di non dire niente.

E il punto, quindi, non è Zlatan Ibrahimovic. E’ il silenzio. Il silenzio prima, durante e dopo.

“Il silenzio prima”, che si traduce in una vergognosa celebrazione da parte dei media di un ambiente dorato che di fatto non esiste. La casa del Milan, lo spogliatoio dell’amore, Milanello Bianco dove tutti vanno d’accordo e regna l’armonia. Non è solo falso: è una mistificazione cosciente e volontaria. Una clamorosa alterazione della realtà dei fatti volta a servire un padrone che paga -a volte con uno stipendio, a volte con una inserzione pubblicitaria- per comprare il silenzio dei media, per dipingere una realtà che non esiste. Intendiamoci: non vogliamo raccontarvi che lo spogliatoio del Milan sia un ring in cui i giocatori si ammazzano un giorno sì e l’altro pure. Semplicemente, è uno spogliatoio come tutti gli altri. Dal quale però, a differenza degli altri, le notizie non escono perchè c’è gente che viene profumatamente pagata per NON fare il proprio lavoro. Accuse pesanti? No, semplici constatazioni che riguardano “il silenzio durante”: quello, cioè, del momento in cui avvengono i fatti.

Decidemmo di non dire niente: perchè è il Milan che decide se diffondere una notizia o no.

Liberi?

Prendiamo questa storia di Onyewu ad esempio. Ora sono tutti scandalizzati da questo Ibrahimovic rissoso che ha addirittura rotto una costola ad un compagno. Sky Sport in particolare ci parla di una autobiografia “che non cessa di stupire” e che “rivela” nuove cose sulle esperienze di Ibrahimovic e prosegue il racconto informandoci che “secondo il giocatore” ci fu una lite. Relata refero, sembrano quasi discolparsi quelli di Sky.

Piccolo dettaglio: all’epoca dei fatti, Sky sapeva tutto. E ha deciso di non divulgare la notizia e censurare le immagini.

Ce lo racconta La Stampa, che esattamente un anno fa (il 6 novembre 2010) ci parla di una “violenta lite” in cui “nessuno si è fatto male” anche se è stato necessario l’intervento di “una decina di persone” per separare i due. Galliani minimizza, Allegri anche e Sky “pare non abbia intenzione di mandare in onda le immagini”. Ieri censuravano e oggi ci vengono a raccontare di essere “stupiti” davanti alle parole di Ibrahimovic. Senza la minima vergogna per il modo in cui calpestano il proprio lavoro e la propria etica professionale.

E senza la minima vergogna per il modo in cui continuano a farlo, perchè c’è anche “il silenzio dopo”. Quello di oggi, quello che segue le dichiarazioni di Ibrahimovic senza che nessun giornalista -o presunto tale, a questo punto- si prenda la premura di andare dal Milan a chiedergli se è tutto vero. Se sono vere le gravissime, infamanti accuse che Zlatan Ibrahimovic muove al Milan.
E’ vero o non è vero che il Milan controlla gli organi di informazione è può “decidere di non dire niente” a proposito di un determinato episodio? E con che mezzi lo fa?
E’ vero o non è vero che il Milan opera pressioni su un tesserato per convincerlo a mentire davanti alla Giustizia Sportiva, “per ottenere una pena meno severa“?
E -se è vero- come ha intenzione di muoversi la Giustizia Sportiva davanti a questa scoperta?

Domande senza risposta, o meglio domande che non esisteranno affatto. Perchè le domande dovrebbero farle gli stessi che prima si fanno censurare le immagini e poi recitano la parte degli scandalizzati davanti al fatto reso pubblico.

Però, in compenso, Alberto Brandi su twitter ci comunica che -scandalo, enorme scandalo, incommensurabile scandalo- Wesley Sneijder ieri sera è andato in discoteca. E condisce il tutto con un “riferisco“, come a dire: relata refero, io che colpa ne ho?

Già.
Nessuna.

Che colpa ne hanno loro, se lavorano per gente importante?