scritto da il 19 gennaio 2012 alle 12:03

Ora c’è il Genoa

Sarà finita l’euforia post-derby? A sentire Ranieri nella conferenza di presentazione della partita di stasera, decisamente sì. E’ il calcio, bellezza: non ci si può cullare troppo sugli ultimi risultati nè da questi farsi deprimere, perchè subito arriva una nuova partita da affrontare. Una partita ai fini della quale il risultato precedente non conterà niente.

Vale per il Milan, che ieri in una prestazione convincente in cui ha mostrato tutta la sua forza ha avuto bisogno solo di 120 minuti e del solito gol in fuorigioco per schiantare il Novara. Un Inzaghi felicissimo per gli ultimi 60 minuti giocati in rossonero (è filato via dritto negli spogliatoi senza salutare nessuno dopo la sostituzione, per la gioia), un Pato mai così decisivo (no, davvero: mai) e mai così amato dai propri tifosi che non smettevano di indirizzargli evidenti fischi di approvazione e la fantasia di Emanuelson, schierato nuovamente trequartista, hanno consentito al Milan di tenere salde in mano le redini del gioco: il solito guardalinee diversamente attento e la difesa blindata al 90′ dall’ingresso in campo di Abate hanno fatto il resto, permettendo così ai rossoneri di approdare ai quarti di Coppa Italia scacciando il fantasma di Milito che ancora -ci dicono- è uso andare a tormentare i loro sonni. Secondo me ciò che non li fa dormire in realtà non è tanto il fantasma di Milito quanto la coscienza sporca, ma tant’è…passiamo oltre, e occupiamoci di cose ben più serie.

Dell’Inter, per esempio: che come il Milan deve lasciarsi alle spalle il derby per concentrarsi sulla sfida di stasera contro il Genoa di un Preziosi ancora inspiegabilmente amico. Sarà sicuramente l’occasione giusta per un nuovo rendez-vous tra Branca e Capozucca (sul tavolo tre quarti delle rose delle due squadre, come al solito) ma sarà soprattutto, per Ranieri, l’occasione per sperimentare un ampio turnover. Fuori dalla lista dei convocati Julio Cesar, Samuel e Coutinho per (speriamo) piccoli infortuni, fuori all’ultimo momento anche un Forlan incredibilmente sfortunato e vittima di un nuovo stiramento, stavolta alla gamba destra. La partita dovrebbe essere l’occasione buona per Sneijder per accumulare minuti da mettere nelle gambe: per il resto prevedibile l’impiego di Castellazzi in porta, Faraoni e Ranocchia in difesa, Poli e probabilmente Obi a centrocampo e Zarate in attacco. Restano da assegnare due maglie in difesa (Cordoba e Chivu?), una a centrocampo (Zanetti?) e una in attacco in quella che teoricamente sarebbe la situazione ideale per vedere in campo Castaignos.

Dall’altra parte un Genoa che, a giudicare dalle dichiarazioni della vigilia, sembra diretto verso un turnover ancora più spinto e non poi così determinato a fare bene in una competizione da troppi considerata secondaria e poco importante, soprattutto in queste prime fasi.

La Coppa Italia, però, per noi è un’altra cosa.

Siamo i Campioni uscenti, l’abbiamo nobilitata con il Triplete, veniamo da un impressionante ciclo di 6 finali negli ultimi 7 anni.
Non possiamo snobbarla.
Non dobbiamo snobbarla, e non l’abbiamo mai fatto: se c’è una lezione che abbiamo imparato negli ultimi anni è che tutte le partite sono importanti. E’ che sempre si gioca per vincere.

Il derby è alle spalle, allora.
Ora c’è il Genoa.

I commenti sono momentaneamente offline a causa di un sovraccarico dei server (che per la cronaca è anche colpa vostra!). I nostri schiavi stanno lavorando alacremente per risolvere il problema, solo che tra colazione, sigaretta, pausa pranzo, sigaretta, merenda, sigaretta, cena, sigaretta, birra e calcetto, ci hanno fatto sapere che sono stressati e che in queste condizioni non possono lavorare.

Nel frattempo continueremo a scrivere i nostri post (eh già, brutto colpo eh?).

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scritto da il 15 gennaio 2012 alle 11:59

Il derby più falsato di sempre

E così siamo arrivati, finalmente, al giorno del derby. Un derby molto atteso, come sempre, un derby in cui come al solito si fa la gara a gettare le pressioni più grosse sull’avversario. Un derby che ha visto una settimana di avvicinamento decisamente atipica: senza troppi sfottò, senza polemiche, senza occuparsi di cose di calcio…una settimana monopolizzata dall’avanspettacolo rossonero, tra gustosi siparietti in diretta tv e ancor più divertenti spettacolini gentilmente offerti dall’ad del Milan in una esibizione oltremanica. Certo c’è stata qualche vaga, vaghissima polemica sulla designazione arbitrale, ma quelle erano battute e niente di più: sappiamo benissimo che le polemiche sono altro.

Un derby cui ci si avvicina tutto sommato in pace, visti i comportamenti ineccepibili di entrambe le squadre nel recente passato. Da novembre ad oggi sono state giocate 8 partite di campionato, e sia l’Inter che il Milan le hanno affrontate con lo stesso piglio, la stessa determinazione, quasi un filo comune che le legava tutte insieme: le vittorie in serie per l’Inter (7 su 8 partite), i rigori a favore per il Milan (6 su 8).

Quando uno sponsor vale più di mille parole

Curioso, eh? 21 punti su 24 disponibili per l’Inter, frenata solo dallo scivolone di Pazzini contro l’Udinese, “solo” 20 su 24 per il Milan, bloccata sul pari dalle capacità balistiche di Di Vaio e Diamanti a Bologna e dall’assurda incapacità di Mazzoleni di fischiare un rigore contro la Fiorentina. Oh, nessuna polemica eh: non fraintendetemi. I rigori erano tutti ineccepibili, normale conseguenza del fatto che una squadra attacca così tanto e così pericolosamente: stazionando sempre nell’area avversaria, è normale che prima o poi un fallo arrivi. Si sa che le altre squadre non attaccano, insomma. E’ uno scandalo, anzi, che nonostante il forcing sfrenato visto a Firenze Mazzoleni non abbia dato neanche un misero rigorino: da ufficio inchieste, altrochè.

Come dite? Ineccepibili? Sì, ho detto ineccepibili. Come altro definire il recente rigore assegnato contro l’Atalanta? Ineccepibile. E quello di qualche giornata prima, contro il Bologna? Sì, insomma…quello per il quale persino Allegri è stato costretto ad ammettere che “Ibrahimovic si è buttato“. Ineccepibile anche quello. O, ancora, quello contro il Siena? Sì, dai, quello del triplo carpiato di Boateng…non va premiata con un rigore una recita simile?

Come sarebbe a dire “no”? Come sarebbe a dire “andava squalificato”? Eh già. Eppure c’è chi è pronto a giurare che in passato alcuni giocatori hanno subito una squalifica di tre giornate (Iliev) o due giornate (Adriano, Krasic) per episodi come questo. Tre giornate che, dopo Cagliari e Atalanta, avrebbero costretto Boateng a saltare il derby di stasera. Ad Ibrahimovic invece ne sarebbero bastate due, ovvero quante ne prevede il regolamento -in una delle sue divagazioni più ridicole, ad onor del vero- per chi bestemmia in campo. Ma il Giudice Sportivo sembra essere imbavagliato in questi giorni, chissà perchè.

E invece Ibrahimovic e Boateng saranno regolarmente in campo, ed il Milan potrà godere della presenza dei suoi due punti di forza. Anzi, senza esagerare diciamo pure dei suoi unici due giocatori di livello, in grado di scompaginare le carte di una partita e far pendere il derby da una parte o dall’altra: ma voi ve la immaginate una partita di stasera senza Ibrahimovic e Boateng (e Maicon dall’altra parte, perchè no)? Facciamo un gioco: immaginiamo il derby come avrebbe dovuto essere. Senza Ibrahimovic e Boateng, senza i rigori contro Atalanta, Siena, Bologna e chissà quanti altri. Inter e Milan grossomodo a pari punti, con un’Inter in netta crescita e un Milan in crisi, vittima sacrificale di questa partita.  E invece ci sentiamo raccontare di una partita equilibrata, addirittura fondamentale per la lotta al vertice.

Ma tranquilli: non sarà oggi il giorno dello scandalo. Orsato di Schio arbitrerà nel migliore dei modi, senza favoritismi al Milan, senza forzature, senza problemi: niente di tutto questo. L’Inter è lontana in classifica e, checchè ne dica Allegri, 8 punti di ritardo e 6 sconfitte stagionali non possono alimentare sogni da Scudetto. Non sono queste le partite da inasprire e su cui alimentare polemiche.

Tanto di Atalanta, Siena e Bologna da umiliare in silenzio è pieno il campionato.

scritto da il 13 gennaio 2012 alle 16:53

Fotografate Galliani (e ricordatelo così)

Marwood: “So Mr.Galliani…please sign here”
Galliani: “Sure, give m…”
DRIIIIIIIIIIIIIIIIIIN
Galliani: “Sorry…just a minute…pronto? Sì, sì buongiorno…sì, siamo qui, stiamo chiudendo, è tutto a posto! Come? In che sens..ah, non sono fatti miei? Devo…quindi…sì. Certo, sì. Non discuto, ci mancherebbe. Arrivo.”
“So, Mr.Marwood…I…ehm…devo…where is the bathroom? Ok, there…well, just a minute”
(sottovoce, senza farsi sentire) “Leandro, inventati una scusa e scappa. Ci vediamo all’aereoporto fra 45 minuti. Poi ti spiego.”

E’ così che mi immagino sia andata la riunione di Galliani e Cantamessa con il City ieri, in quella che passerà alla storia come la più penosa figura fatta dall’amministratore delegato rossonero in 25 anni di (poco) onorata carriera. Solo l’ultima pagina di una settimana tragica nella Milano che retrocede: una settimana all’insegna del nervosismo, iniziata con il litigio in diretta tra Allegri e Pistocchi, proseguita con la grottesca chiusura dei cancelli di Milanello ai giornalisti Mediaset (notizia twittata in anteprima assoluta da Bauscia Cafè) e conclusa con la figura atroce cui è stato sottoposto Adriano Galliani. Una figuraccia superiore anche alle innumerevoli atlre perle del passato, una figuraccia tale che non può più nascondere le diverse crepe interne ad una società che, nonostante i risultati sul campo e il silenzio di una stampa sempre troppo amica (o ricattata?), non è mai stata così allo sbando: dallo spogliatoio all’allenatore fino ad arrivare a tutti i piani della società, infatti, non sembra esserci pace al Milan di questi tempi.

Lo spogliatoio, innanzitutto. Tutti a giurare che la relazione di Pato con Barbie B. (a proposito: non è che “il Milan è casa mia” sia in questo caso da interpretare in senso molto meno figurato del solito?) non abbia minimamente intaccato i rapporti del Papero con il resto dello spogliatoio…eppure qualche dettaglio, oltre ai soliti spifferi, sembra suggerire il contrario. Un esempio? Nel concitato pomeriggio di giovedì, Pato ha lasciato l’allenamento prima dei compagni. Alla fine dell’allenamento però è successo qualcosa di insolito: molti giocatori sono andati dai giornalisti a chiedere notizie di Pato, a chiedere cosa stesse succedendo, se c’erano novità sul trasferimento. Qualcuno non ha potuto fare a meno di notare una certa stranezza in un comportamento del genere: queste cose c’è davvero bisogno di chiederle ai giornalisti? Nessuno conosceva le intenzioni di Pato, la situazione che si era creata, i suoi desideri? Con questo Pato, insomma, non ci parla nessuno?

Di certo non ci parla Allegri, per stessa ammissione del giocatore. Così come non parla con Inzaghi, che “non si allena più con il gruppo” ma non si sa perchè. Così come non parla con Taiwo, che si sente messo da parte, e con chissà quanti altri. L’unico con cui parla Allegri sembra essere proprio Galliani, che per il tecnico sembra inseguire un rinnovo del contratto che però fatica ad arrivare. Doveva essere a novembre, è stato rimandato a dicembre, lo aspettavamo per la pausa di Natale, poi prima del derby: in queste ore è in corso un incontro tra Allegri e l’ad, ma tra domanda e offerta c’è sempre una distanza considerevole che nessuno sembra voler colmare.

E così Allegri diventa sempre più “uomo di Galliani” e Galliani resta sempre più solo: dopo essere stato sconfessato in occasione degli esoneri di Ancelotti e Leonardo -entrambi entrati in conflitto con il mero proprietario- ieri pomeriggio è stato costretto ad incassare la più atroce delle figure di merda (scusate, ho provato ad evitare fino ad ora ma non c’è proprio un altro modo per definirla). Per capire davvero cosa è successo, proviamo a stabilire un ordine cronologico. L’amministratore delegato che non sa scegliere le cravatte mette gli occhi addosso a Tevez: in sinergia con il procuratore e con metodi non troppo ortodossi (metodi troppo spesso usati anche da Branca, ad onor del vero) trova un accordo con il giocatore e lo sbandiera ai quattro venti, contando di mettere il City con le spalle al muro. Sottovaluta due cose, Galliani: la potenza economica della controparte (che non ha affatto problemi a pagare Tevez per non giocare e, anzi, sta pensando di intentare una causa al giocatore) e soprattutto le sue capacità di contrattazione. E’ a questo punto infatti che entrano in gioco i buonissimi rapporti tra Mancini e Moratti e tra Branca e Marwood: il City chiede all’Inter di intervenire e l’Inter non esita a farlo…o almeno a farlo credere. L’inserimento della società di Moratti copre di ridicolo la sicumera dell’amministratore delegato di giallo incravattato, e fa apparire addirittura comica una offerta che, con il solito sorriso sprezzante, era stata definita “fantasiosa”. A questo punto con le spalle al muro ci finisce Galliani: sa che si è ormai esposto troppo per non chiudere la trattativa, ma sa anche che non ha alcuna speranza di chiuderla senza soldi veri. Sa che senza soldi veri fallirà, come al solito, e sa che i soldi veri può darglieli solo il mero proprietario. Che però risponde picche, offrendo allo stesso tempo al fido consigliere una soluzione di riserva: il consenso alla cessione di Pato. “Caro Adriano, Alex mi ha detto che a Parigi ci va volentieri. Lui è convinto, Barbara è d’accordo, io sono d’accordo: parla con i tuoi amici Leonardo ed Ancelotti e porta pure a casa Tevez“. Definirla trappola è persino eufemistico.

L’amministratore delegato con la faccia simmetrica si sfrega le mani e mette in moto tutto il suo entourage: calciatori, ex calciatori, giornalisti, amici, amici degli amici. Per recuperare qualche spiccio in più si mobilitano anche Zamparini e Preziosi (gente con la quale tagliare ogni tipo di rapporto, a proposito): è il trionfo dello stile-Galliani, il festival di un sistema in piedi da troppi anni e, forse, giunto allo spettacolo finale. Parte il tam-tam: Tevez sarà del Milan, Pato al PSG, offerta dell’Inter superata, accordo trovato. Una trattativa gestita in maniera talmente poco ortodossa che mentre Galliani e Cantamessa volano in fretta e furia verso il City (faceva troppo gola l’idea di presentarlo durante il derby), la cessione di Pato viene gestita in Italia da altri.

Errore.

Il trappolone ormai è scattato, Galliani si è esposto come più non poteva. Dietrofront: arriva la telefonata del mero proprietario. Pato resta a Milano.

Galliani beffato, critiche feroci su Leonardo in Francia, prima brutta figura di Ancelotti che garantiva personalmente. Galliani, Leonardo, Ancelotti: è tutto più chiaro ora?

Una figuraccia di dimensioni epiche studiata, preparata e messa in scena proprio da lui. Il mero proprietario. Quel Silvio Berlusconi che tornerà Presidente (del Milan, eh) in primavera e che vuole riprendere le redini, quel Silvio Berlusconi che si rende conto che lo stalliere ha ormai troppo potere. Una storia che va avanti da mesi: prima le schermaglie sugli allenatori, poi la freddezza con Mediaset (dove Galliani non è più così di casa) culminata nelle grottesche scene di questa settimana, poi l’ingresso in società di Barbara, poi le recenti tirate di orecchie ad Allegri e quel rinnovo che non arriva. Infine la beffa delle beffe su Tevez, una situazione imbarazzante che resterà tale indipendentemente dalla destinazione finale del giocatore. Una trattativa che dice a chiare lettere ciò che fino a ieri -e nei precedenti 25 anni- si poteva solo sussurrare: Galliani senza i soldi di Berlusconi non può nulla. Galliani senza l’appoggio di Berlusconi non esiste. E non esisterà, probabilmente.

Fino a ieri solo un gioco, con il Presidente che “esprime solo opinioni”, Barbara che “rappresenta la continuità della famiglia” e lui, Galliani, a prendere le decisioni. Oggi una guerra vera e propria, con Berlusconi che si riprende la sua squadra e Barbara che si dimostra molto più donna di quanto Galliani (e Marina, ma questa è un’altra storia) avrebbe mai immaginato. Oggetto inanimato del gioco quel numero 7 che si è cacciato in una realtà troppo più grande di lui: il numero 7 che Allegri non vede, che Ibrahimovic non sopporta, che Galliani cerca di vendere. E che invece dichiara, ridendogli in faccia: il Milan è casa mia.

Più chiaro di così?

scritto da il 3 gennaio 2012 alle 10:29

Il calcio è una cosa seria!

Non so bene perchè nè quale sia la causa scatenante, ma a quanto pare sul blog -e tra i tifosi nerazzurri in generale- di questi tempi c’è un’ondata di nuove nascite e di nuovi cuoricini nerazzurri che prendono vita: chi legge abitualmente i commenti sa che un paio di utenti sono diventati da poco papà o lo diventeranno a breve, e anche al di fuori della vita del blog ho incontrato più di un amico interista con la stessa bella notizia. Secondo Duke è uno dei molteplici effetti del triplete: aumento del testosterone da vittoria reiterata e “diversificazione degli interessi” da pancia piena. Ricostruzione plausibile, in effetti.

Già: ma come si cresce un piccolo Bauscia? Per scoprirlo andiamo a sbirciare a casa di Orlando, dove la fortunata madre del Bruco ci spiega come l’Interista con la I maiuscola si prodighi ogni giorno per educare il piccolo. E’ un lavoro duro: non esistono pause e non ci sono orari di inizio e di fine. Ma, certamente, i risultati varranno gli sforzi fatti…

“C’è chi dice che il calcio sia questione di vita o di morte: non concordo con quest’affermazione; posso assicurarvi che è una questione molto, ma molto più seria” diceva Bill Shankly, un celebre allenatore del Liverpool tra i ’60 e i ’70.
Una filosofia che viene tragicamente sposata e applicata a casa di Orlando, dove ieri sera si è verificata una delle peggiori tragedie degli ultimi 25 mesi: giocando a palla col papi, il Bruco, che ormai è a tutti gli effetti un essere parlante, ha pronunciato con giubilo la parola “juve”.
Lui, l’Interista con la I maiuscola, ha strabuzzato gli occhi mentre il suo volto si trasfigurava in una smorfia di dolore: “Chi ti insegna queste cose?”
Il Bruco sorride e pronuncia scandendoli i nomi delle due maestre d’asilo.
A quel punto l’Interista si trasforma nell’incredibile Hulk, diventa verde, si strappa i vestiti e giura odio eterno all’istituzione scolastica. “D’ora in avanti nostro figlio studierà in casa col maestro privato!” tuona.
Nel frattempo, accortosi dell’effetto che hanno sortito le sue parole, l’ignaro duenne saltella per casa al grido “Juve! Juve!Juve!”, mentre io cerco di far passare al papi che la parola Juve, che gli piaccia o no, esiste.

12 ore dopo, a colazione.
Esco dal bagno e mi dirigo verso la cucina dove i due uomini di casa stanno già affogando i “biscotti tondi” nel latte. E sento: “Capito, amore? Juve merda. Si dice “Juve merda”.

E io che sto lì a selezionargli le letture.

scritto da il 30 dicembre 2011 alle 11:07

Durante e i giovani sudamericani

Juan Jesus, Lucas, Paulinho, Casemiro…da quando Piero Ausilio è volato in Sudamerica, i nomi di giovani talenti accostati all’Inter si sono moltiplicati. Ma sono veramente così forti? Valgono quanto si dice, sia economicamente che tecnicamente? Sono pronti per sbarcare in Europa e giocare con la maglia dell’Inter sui palcoscenici più importanti?

Ce lo dice fuori dai denti com’è nel suo stile Sabatino Durante, noto agente FIFA molto attivo proprio in Sudamerica. In numerose interviste e brevi dichiarazioni in questi giorni, Durante ha espresso il suo giudizio su molti dei giovani che oggi vengono accostati all’Inter. Riportiamo quindi le sue parole, iniziando da chi all’Inter c’è già. Iniziando, anzi, da chi ha guidato da Milano la missione sudamericana di Ausilio.

Marco Branca - Marco in passato ha fatto delle cose positive, ma negli ultimi due anni tanti errori. Fa parte della famiglia dell’Inter, è giusto che rimanga: non si può giudicare un lavoro di un ds per il fallimento di una o due stagioni. Se è rimasto in questi anni ha fatto bene. Ho criticato Branca pubblicamente, però nel complesso ha fatto bene ed è piaciuto a Moratti, che altrimenti lo avrebbe mandato via. Non merita di andarsene, anche se in alcune situazioni, personalmente e pubblicamente, l’ho criticato. Ciò però non vuol dire che il giudizio del suo operato complessivo sia negativo: i vari Maicon e Cambiasso li ha portati lui.

Ricky Alvarez - Non ho una brutta opinione. Ha un buon piede sinistro e una discreta visione di gioco, ma comprare per dodici milioni un giocatore del genere è un’eresia. Se ci fosse una giustizia qualcuno dovrebbe pagare, ma nel calcio non c’è una giustizia. Il giocatore è di difficile collocazione tattica: non so se Gasperini e Ranieri abbiano ragionato come me, ma a luglio qualcuno, sulla stampa, aveva presentato Alvarez come il nuovo Kakà. Io ho detto che conosco il valzer lento, ma non il trequartista lento: Alvarez può giocare al posto di Thiago Motta, ma fin quando ci sarà l’ex Genoa, l’argentino non potrà giocare lì. Mi meraviglio che qualcuno, facendo l’opera di Cicero pro domo sua, appena Alvarez disputa una buona partita, lo dipinga come un fenomeno.

Coutinho - Coutinho è un talento a livello di Neymar e Lucas, che sono i giocatori più esaltati in Brasile. Sull’interista vi svelo un retroscena: Coutinho si poteva a prendere parametro Fifa (400-500 mila euro) perchè quando l’Inter ha iniziato ad osservarlo era senza contratto. Poi l’Inter lo ha osservato troppo e il prezzo è schizzato a 3,8 milioni di euro perché nel frattempo il Vasco gli aveva fatto firmare un contratto professionistico. Ma ritengo che vada in ogni caso fatto un plauso alla società nerazzurra, che comunque lo ha preso. Anche a 3,8 milioni Coutinho è un grandissimo acquisto.

Juan Jesus - E’ un valido difensore con un buon piede sinistro ed un temperamento forse eccessivo. Non è pronto per giocare titolare, e del resto non lo era neanche Ranocchia, nè lo sarà per l’inizio della prossima stagione, ma in prospettiva sarebbe un’acquisto mirato.

Paulinho - E’ una mezz’ala che ha buon passo e sa fare anche la fase difensiva. E’ un buon giocatore ma non è un fenomeno, se ci aspettiamo un fuoriclasse forse siamo fuori strada. Pronto per l’Italia? Dal punto di vista della pressione e dell’ambiente è uno abituato, visto che il Corinthians è una religione più che un club. Ho però l’impressione che il cartellino sia abbastanza alto: leggo che il giocatore è valutato intorno ai 5-6 milioni ma non è così, da quanto mi risulta ne servono almeno 10-11 e generalmente i nostri club investimenti del genere li fanno in estate e non nel periodo di gennaio, quando cercano giocatori già pronti. Io ci penserei due volte prima di spendere quella cifra, anche se il giocatore potrebbe comunque essere utile alla causa.

Lucas Moura - Il San Paolo chiede 30 milioni. E’ un talento, questo non si discute, ma l’Inter ha già Coutinho e non lo sta facendo giocare con continuità nè nel suo ruolo. Non bisogna dimenticarci che in Brasile considerano Neymar il talento più cristallino, Lucas il terzo, e proprio Coutinho il secondo.

Neymar - Lo ripeto da molto, molto tempo. In Brasile appena un giocatore ha talento lo considerano come un fenomeno. Io penso che Neymar abbia talento, ma che non possa venire in Europa e fare la differenza, al momento. Pesa 65 kg e basa la sua forza sull’uno contro uno, cosa che da questa parte dell’Oceano capita molto poco spesso. In una trasmissione brasiliana ho detto che al momento farebbe la panchina a Di Vaio nel Bologna e si sono scandalizzati, perchè per loro non esistono altri fattori, nel calcio, oltre al talento, quindi non considerano il fisico, l’impostazione tattica e via dicendo.

Dedè - ha grande prestanza fisica, ma è ancora molto disattento in fase difensiva ed esce troppo spesso palla al piede, deve migliorare molto anche dal punto di vista della concentrazione.

Casemiro - Lui è un giovane, ma quando uno come lui rinnova con il suo club e poi non gioca più bene, anche a causa delle innumerevoli voci di trasferimento, allora penso che forse non è un top player. E’ un giocatore assolutamente normale e credo che molti di quelli che parlano di lui non l’abbiano mai neanche visto giocare: è un giocatore come tantissimi altri e non è dotato neanche del classico talento brasiliano per intenderci, inoltre ultimamente si è un po montato la testa e prova delle giocate di fino che non sono nelle sue corde e spesso non gli riescono. E’ un giovane che, secondo me, ha iniziato già a tirare i remi in barca. C’è anche da dire che Casemiro è un faticatore e non può costare 10 milioni di euro. Ha sicuramente delle qualità fisiche ma il suo costo si dovrebbe aggirare intorno ai 5-6 milioni di euro.

Ganso - Se c’è un giocatore che può fare la differenza nel calcio europeo quello è Ganso, in Brasile purtroppo confondono troppo spesso il talento con il saper giocare a calcio e questo è sbagliato, un giocatore deve avere anche una certa maturità, deve saper stare bene in campo, e deve avere certe caratteristiche fisiche, non basta il solo talento. Lucas, Neymar e tanti altri hanno tantissimo talento ma non sono ancora giocatori a 360 gradi, anzi, a mio avviso gli manca ancora molto, Ganso invece è un giocatore finito e potrebbe fare molto bene in Europa. Il problema però è rappresentato dalla sua condizione fisica: il ragazzo ha subito moltissimi infortuni che non gli permettono di essere quasi mai al top, per questo motivo spesso è costretto a giocare al 20-30% delle sue possibilità. Io che lo conosco bene e ho avuto la fortuna di apprezzarlo quando era al top o quasi della condizione posso assicurare che oltre ad avere una gran tecnica ha anche prestanza fisica, senso della posizione e copre 80 metri di campo, non 20 come sostengono alcuni. La valutazione è molto elevata, intorno ai 45 milioni, ma vedendo i prezzi che ci sono attualmente è un giocatore che li vale.

scritto da il 29 dicembre 2011 alle 10:51

Carlo Petrini non rinuncia ad attaccare: “Soldi, truffe e doping: è il calcio di sempre”

Stavo scrivendo un altro post. Era già lì, pronto, mancavano solo due fotografie da buttare qua e là: mercato, giovani sudamericani, presente, futuro…chiacchiere. Poi ho letto questa lunga intervista di Malcom Pagani e Andrea Scanzi a Carlo Petrini, ex centravanti -tra le altre- di Genoa, Milan, Roma. A 63 anni ormai cieco e distrutto da tumori al cervello, ai reni e ai polmoni, vuota il sacco dei brutti ricordi, e lancia terribili accuse.

Gli è rimasto qualche desiderio. “Mi piacerebbe bere un caffettino“. Ottiene una brodaglia nerastra allungata con l’acqua. Un fondo in cui leggere e diluire passato e presente. Il campo adesso è un divano, la mobilità un’illusione e l’orizzonte un muro di nebbia. “Ho tumori al cervello, al rene e al polmone. Ho un glaucoma, sono cieco, mi hanno operato decine di volte e dovrei essere già morto da anni. Nel 2005 i medici mi diedero tre mesi di vita. È stato il calcio. Ne sono certo. Con le sue anfetamine in endovena da assumere prima della partita e i ritrovati sperimentali che ci facevano colare dalle labbra una bava verde e stare in piedi, ipereccitati, per tre giorni. Ci sentivamo onnipotenti. Stiamo cadendo come mosche“.

Ieri, abbattuto dalla leucemia se n’è andato anche Sergio Buso. Saltava da portiere nella Serie A degli anni 70. Quella raccontata da Carlo Petrini. Vinse, perse, barò. Scrisse libri su doping e calcioscommesse. Fece nomi e cognomi. Rimase solo. Il Carlo Petrini di ieri non c’è più. Il corpo che un tempo gli serviva per conquistare amori di contrabbando e tribune esigenti tra San Siro e il Paradiso, è un quotidiano inferno che gli presenta conti con gli interessi e cambiali da scontare.

A 63 anni, con il vento che scuote Lucca e non lo accarezza più, non c’è Natale o epifania possibile. A metà conversazione, mentre lamenta l’abbandono di chi un tempo gli fu amico: “Ciccio Cordova, Morini, non mi chiama più nessuno“, un segno. Squilla il telefono. La voce di Franco Baldini. Il dirigente della Roma. Il nemico di Luciano Moggi. Petrini gli parla: “Ho fatto molta chemio. Sto cercando di superare il male. Io spero, Franco. Spero ancora“. Poi lacrima. In silenzio. Rumore di rimpianto. E di irreversibile.

Petrini, come si racconterebbe a chi non la conosce?
Un presuntuoso. Un coglione. Uno che credeva di essere un semidio e morirà come un disgraziato. Ero bello, forte, ricco, invidiato. Avevo tutto e ora non ho niente.

Perché?
I miei errori iniziarono a metà dei ’60, al Genoa. Siringhe. Sostanze. La chiamavano la bumba. Avevo 20 anni. Non smisi più. Il nostro allenatore, Giorgio Ghezzi, ex portiere dell’Inter, ci faceva fare strane punture prima della gara. Un liquido rossastro. Se vincevamo, si continuava. Altrimenti, nuovo preparato.

Cosa c’era dentro?
Mai saputo. L’anno dopo, disputammo a Bergamo lo spareggio per non retrocedere in C. Il tecnico Campatelli scelse cinque di noi come cavie. Stesso intruglio per tutti. Eravamo indemoniati. La punta, Petroni, sembrava Pelé. Vincemmo 2-0 e, in premio, ebbi il trasferimento al Milan.

Perché non vi ribellavate?
Venivamo da famiglie poverissime. Mio padre era morto a 40 anni, di tetano. Rifiutare le punture, le pastiglie di Micoren o le terapie selvagge ai raggi X, significava essere eliminati. Fuori dal circo. Indietro, in cantina, senza ragazze o macchine di lusso. Nei nostri miserabili tinelli, con la puzza di aringa che mia madre metteva in tavola un giorno sì e l’altro anche.

Quindi continuò ad assumere sostanze proibite?
Ovunque andassi. A Roma il massaggiatore ce lo diceva ridendo: ‘A ragà, forza, fa parte der contratto’. A Milano, dove mi allenava Rocco, feci invece i raggi Roengten per guarire da uno strappo muscolare. Non so se Nereo sapesse. Con me aveva un rapporto particolare: ‘Testa de casso, se avessi il cervello saresti un campiòn’.

Di radiazioni Roengten, secondo la famiglia, morì anche Bruno Beatrice.
Fu mio compagno a Cesena, Bruno. Se ne andò a 39 anni, a causa di una rara forma di leucemia, tra agonie e sofferenze atroci. Come tanti, troppi altri.

Si muore di pallone?
Hanno sperimentato su di noi. Non ci curavano, ci uccidevano. Vorrei sapere con quali ausili gli eroi contemporanei disputano 70 incontri l’anno.

Lei insinua.
Affermo, ma non ho le prove. Nonostante l’impegno di Guariniello, hanno nascosto tutto. Ai nostri tempi le punture le faceva chiunque e un minuto dopo, sentivi un mostro che ti sollevava e ti faceva volare.

Chi ha nascosto tutto?
Allenatori, calciatori, presidenti. Il sistema che ancora foraggia con le elemosine quelli capaci di non tradire. Gente che ogni mattina si alza con la paura e che continua a tacere anche se oggi, grazie agli ‘aiutini’ farmacologici o è una lapide con un’incisione o recita da vegetale.

Di chi parla Petrini?
Di quel piccolo uomo di Sandro Mazzola, che ha smesso di parlare al fratello Ferruccio. Di Picchio De Sisti, che nega l’evidenza nonostante la malattia. O del commovente Stefano Borgonovo. Uno che sta molto male, aggredito dalla Sla e che continua a sostenere che il pallone non c’entri nulla. Se non mi facesse piangere, verrebbe da ridere.

E invece?
Sono triste. Vedendo come sei e come potresti essere, persino peggio di ora, ti vengono mille domande senza risposte. Parliamo di gente che non ha respirato amianto o fumi in miniera. Ha inseguito una sfera e muore nell’indifferenza in una guerra non dichiarata. Non sono un dottore, ma non può non esserci una relazione tra le mie malattie e quelle di altri calciatori.

Prova rancore?
A volte li sogno. Con i loro sorrisi falsi. Le loro bugie. Vorrei cancellarli. Non ci riesco.

Lei fu tra i protagonisti del primo calcioscommesse, quello della primavera 1980.
E oggi succede la stessa cosa. Partite combinate, risultati compromessi, soldi gestiti dalla camorra, dalla mafia, dalla ‘ndrangheta.

La ‘ndrangheta forse uccise Bergamini. Lei ci scrisse un libro.
Che è servito per riaprire l’inchiesta, dopo più di 20 anni. Bergamini era l’ingenuo, il ragazzo pulito, smarrito in una vicenda più grande di lui. La scoprì, provò a uscirne e lo fecero fuori. Dentro la sua squadra, il Cosenza, c’era chi organizzava traffici di droga. Bergamini era l’anello debole e fu suicidato.

Nel suo libro lei ha intervistato anche il compagno di stanza di Bergamini, Michele Padovano, appena condannato per traffico di stupefacenti. Il padre del calciatore Mark Iuliano lo ha chiamato in causa.
La sua condanna non mi stupisce. A fine intervista, Padovano si alzò di scatto, mi mandò a fare in culo e provò a distruggere la registrazione. Sono sicuro che lui sappia tutto della morte di Denis. Tutto. Bergamini ne subiva l’ascendente. Del padre di Iuliano non so cosa dire, su Mark si raccontavano tante cose, non solo sulla sua presunta tossicodipendenza. Si raccontava che mandasse baci alla panchina rivolti a Montero, un’ipotetica “prova” della sua omosessualità.

Dica la verità. Lei ce l’ha con la Juve, fin dal 1980.
Al contrario. La salvai. Nell’80 giocavo con il Bologna. Bettega chiamò a casa di Savoldi e ci propose l’accordo. Tutto lo spogliatoio del Bologna, tranne Sali e Castronaro, scommise 50 milioni sul pareggio. Prima della partita, nel sottopassaggio, chiesi a Trapattoni e Causio di rispettare i patti: “Stai tranquillo, Pedro, calmati“, mi risposero.

Tutta la Juve sapeva?
Certo. Rivedetevi le immagini, sono su Youtube. Finì 1-1. Errore del nostro portiere, Zinetti e autogol di Brio. Bettega ce lo diceva, durante la partita: ‘State calmi, vi faccio pareggiare io’. La gente ci fischiava e tirava le palle di neve. Una farsa. Quando lo scandalo esplose, Boniperti e Chiusano mi dissero di scovare Cruciani e convincerlo a non testimoniare contro la Juve: se li avessi aiutati, loro avrebbero aiutato me. Fui di parola, incontrai Cruciani al cancello 5 di San Siro, ero mascherato. Una scena surreale. Lui accettò e la Juve si salvò dalla retrocessione. Ma alla fine pagai soltanto io.

Le è rimasta la possibilità di raccontare.
Neanche quella. Ho dato fastidio a gente potente. Mi hanno minacciato di morte e poi coperto con gli insulti. Per i Savoldi e i Dossena ero un bugiardo, per Rivera un pornografo. Se l’era presa perché lo descrivevo per quello che era, una fighetta. I miserabili sono loro. Mi impedirono di andare persino a parlare nelle scuole. Zitto dovevo stare, ma non ci sono riusciti.

E la scrittura?
Mi è rimasta solo quella. Il nuovo libro, Lucianone da Monticiano, è ancora su Moggi. Il mio compaesano. Uno che pur squalificato continua a ricattare e a fare il mercato di mezza Serie A. Ma non sarà l’ultimo.

Perché?
Mi dedicherò a ricordare mio figlio Diego. Morì a 19 anni di tumore, mentre chiedeva di vedermi e io ero in Francia, in fuga dai creditori. Non me lo sono mai perdonato. Gli farò un regalo. Proverò a sentirmi vivo. Sono distrutto e sofferente, ma non mollo. Vivere, ancora, mi piace.

Ci sarà tempo?
Non è detto. Penso sempre al giorno in cui ci sarà giustizia. Aspetto ma non viene mai.

[Malcom Pagani e Andrea Scanzi per il Fatto Quotidiano]

scritto da il 28 dicembre 2011 alle 14:46

Comicità involontaria (ovvero: di Calcioscommesse, Calciopoli e della Milano che retrocede)

CALCIOSCOMMESSE – Non possiamo non aprire con il calcioscommesse in una giornata come questa, una giornata in cui alcuni nodi si sono avvicinati al pettine più di quanto avrebbero dovuto.

Gli stessi che preannunciavano da mesi questo scandalo giurano in queste ore che ciò che è venuto fuori è solo la punta dell’iceberg, che la Serie A non solo non ne resterà fuori ma ci si troverà calata fino al collo, fino ad uscirne stravolta. Possibile, anzi probabile: in fondo che quello delle scommesse sia un “vizietto” diffuso in troppi spogliatoi e presso troppe abitazioni è cosa nota, e se ci trovassimo in un sistema con regole certe e inflessibili sarei pronto a scommettere su una rivoluzione calcistica. Ma che il sistema si modelli a seconda della convenienza del momento è cosa nota, quindi l’unica domanda, oggi, è: fino a che punto vorranno spingersi?

Il giocatore collabora (Makkox)

Questo scrivevo su queste pagine esattamente sei mesi fa e, anzi, colgo l’occasione per invitare chi abbia un po’ di tempo da perdere a rileggersi i commenti a questo post e ai successivi: di Buffon, Cannavaro e Gattuso avevamo già parlato all’epoca, senza bisogno delle intercettazioni di Santoni. Intercettazioni già smentite e che fra l’altro lasciano il tempo che trovano, soprattutto in un ambiente in cui -come evidente sin da giugno- il millantato credito era la regola. Al di là della facile ironia (ironia?) sull’ultimo Juventus-Milan deciso proprio da un buffo gol di Gattuso a Buffon, comunque, non desta certo sorpresa la lettura di certi nomi tra gli “addetti ai lavori”, così come non desterà sorpresa leggere del pesante coinvolgimento che sta emergendo in queste ore di una squadra di Serie A e del suo già discussissimo presidente. Su tutto vale però sempre la frase di chiusura della citazione precedente: fino a che punto vorranno spingersi?

Inutile avventurarsi in conclusioni avventate, meglio piuttosto concentrarsi sul lato comico della vicenda. Quello regalatoci, ancora una volta, dalla stampa italiana che oggi è tutto un fiorire di garantismo e omissioni sin dai titoli: Buffon, Cannavaro e Gattuso? Niente affatto: semplicemente “tre azzurri“, come ci spiegano la prima pagina della Gazzetta (notare l’ampio risalto dato alla notizia, fra l’altro), la sua versione online, TgCom, Xavier Jacobelli e tanti altri. O magari neanche quelli, come fa il Corriere dello Sport in preda ad un orgasmo garantista (“Non sparare nel mucchio“). Garantismo sfrenato, com’è giusto che sia in presenza di una organizzazione criminale che, come detto, faceva del millantato credito il suo pane quotidiano.

Lo stesso garantismo visto all’epoca, quando si sentiva appena in lontananza un vago odore di Inter. Ricordo bene?

CALCIOPOLI – Per fortuna non di soli scandali vive il calcio, e per fortuna non di solo calcio vivono i giornali: capita così, in un periodo di feste e vacanze caratterizzato dall’assenza di partite giocate, che ci si ritrovi sempre più spesso davanti a interviste stanche, annoiate, in cui neanche gli intervistati sanno bene cosa dire. E finiscono col regalarci perle di rara comicità.

Ne è un esempio Rosella Sensi innanzitutto, un’altra che “sente suo” -chissà poi perchè- lo Scudetto del 2006: “Da tifosa dico che lo Scudetto 2006 è della Roma“. Bontà sua il limitarsi allo Scudetto 2006: conosco personalmente tifosi della Roma che ne sentono propri almeno una decina di altri. Resta però aperta la contesa fra lei, Agnelli e Berlusconi: tutti, a vario titolo, in piedi a reclamare quello Scudetto. Io però avrei una proposta: che se la sbrighino tra di loro eleggendo uno sfidante. Dopodichè lui -e solo lui- avrà il privilegio di reclamarlo personalmente e di vedere -personalmente, con i suoi occhi- l’Albo d’Oro della Serie A che chiarisce l’appartenenza di quello Scudetto. Noi intanto continuiamo a godercelo, maturando ogni giorno di più la certezza che lui, il Quattordicesimo, è il più bello di tutti.

Andrea Agnelli, a proposito: poteva mancare lui alla sagra delle stupidaggini natalizie? Certo che no. Apprendiamo quindi che con molta maturità il presidente della Juventus afferma sicuro: ”La Juve di Capello travolgerebbe l’Inter del Triplete. Nessun dubbio: vinciamo noi 3-0“. Son soddisfazioni, eh…per carità. Noi possiamo solo ribattere che il nostro papà è più forte del tuo e tenerci, tutto per noi, qualche dubbio su quella “fenomenale” squadra. Non ultima una domanda che ci attanaglia: ma come mai questo squadrone che avrebbe travolto la squadra italiana più vincente di sempre prendeva puntualmente pedate in faccia da chiunque in Champions League? Resterà un mistero, ma non chiedetelo ad Andrea Agnelli: la crisi di pianto è dietro l’angolo.

LA MILANO CHE RETROCEDE - Ma le più grandi soddisfazioni, quando si parla di comicità, arrivano sempre da lì: Milanello Bianco in questi giorni è un aggregatore dinamico di cazzate. Sulla falsariga di Berlusconi, che qualche giorno fa aveva dichiarato”Il mio club non è inferiore al Barça, anzi la doppia sfida in Champions dimostra che per classe pura siamo superiori. Presi uno ad uno i giocatori del Milan sono più forti di quelli del Barcellona” il buon Adriano Galliani si sente in dovere -anche per rinforzare rapporti non più così saldi come una volta- di dare ragione al capo e rilancia. “Non siamo così lontani dal Barcellona. L’avversaria che ha messo maggiormente in difficoltà i catalani siamo stati noi, mica il Real Madrid“. Milan chiaramente più forte del Real Madrid quindi, ma per classe pura (?) anche del Barcellona. Del resto lo ha dimostrato chiaramente la doppia sfida di Champions, quando il Milan festeggiava un pareggio e una sconfitta e il Barcellona se la prendeva per un pareggio e una vittoria.

Ma il clima a Milanello in questi giorni non è dei più tranquilli, come (non) scrivono tutti i giornali. C’è un giocatore fuori rosa innanzitutto: roba che nella squadra dell’amore non succedeva (ufficialmente) da anni. Chi è? Incredibilmente lui: Filippo Inzaghi, che per stessa ammissione di Allegri a Sky “da un po’ non si allena più con la squadra e per questo non lo prendo in considerazione“. Perchè? Cosa è successo? Cosa ha fatto Inzaghi? Ovviamente non è dato saperlo, visto che a Sky si sono guardati bene dall’approfondire il discorso. La domanda veramente inquietante però è un’altra. E cioè: come si è permesso Allegri di rendere pubblica una notizia simile? Cose davvero mai viste da quelle parti.

Queste dichiarazioni sono però solo un pezzo del puzzle rossonero: un puzzle composto da troppi spifferi, che tradiscono un certo malessere nella Milano sbagliata. Ha iniziato il redivivo Taiwo a sparare alzo zero contro il mister: “Allegri non mi dà fiducia“. Poco male, si era detto: dichiarazioni di un panchinaro che non trova spazio. Fino a quando dichiarazioni ben più dure non sono uscite dalla bocca di Pato. Solo incomprensioni con qualche giocatore? Evidentemente no, se uno di questi giocatori è il genero in pectore del Presidente. Evidentemente no, soprattutto, se lo stesso Presidente non perde occasione per dare torto al mister: dubbi sparsi sull’utilizzo tattico dell’attaccante, giudizi mai pienamente positivi su Allegri e sul suo gioco, perplessità sull’arrivo di Tevez…le dichiarazioni di Berlusconi sembrano la copia carbone di quelle di Pato, e a questo punto l’unico dubbio è: a lasciare il Milan sarà lui o Allegri?

Io sono pronto a scommettere sul secondo.
Giusto il tempo di fare un giro a Milanello, e trovare qualcuno che mi fa la quota giusta.

scritto da il 27 dicembre 2011 alle 15:31

Calciominchiata d’inverno

Afellay, Casemiro, Farfan, Guarin, Juan Jesus, Krasic, Kucka, Lavezzi, Lucas, Malouda, Marin, Paulinho, Ralf, Romulo, Schelotto, Vargas, Vertonghen e altri ancora da una parte, Castaignos, Chivu, Jonathan, Milito, Muntari, Obi, Sneijder, Thiago Motta e altri ancora dall’altra. Cos’hanno in comune questi giocatori? Nulla, se non che sono stati tutti coinvolti a vario titolo nella sessione invernale del puntualissimo calciominchiata. In procinto di arrivare all’Inter i primi (tutti), in procinto di lasciarla i secondi (sempre tutti). Non si scappa: il calciomercato è l’occasione per far bere qualsiasi cosa ai tifosi e l’assenza di calcio giocato durante la pausa invernale fa il resto. Il meccanismo è semplice: il giornalista di turno non sa cosa scrivere, pesca il primo nome che gli passa per la testa e lo associa alla prima squadra che gli passa per la testa (l’Inter, nella maggior parte dei casi: quanti giocatori sono stati accostati al Milan oltre a Tevez?) e lo scoop è fatto. O ancora: il procuratore deve far salire le quotazioni del suo assistito, chiama un giornalista e gli lancia un paio di nomi ad effetto, per alzare un po’ di fumo.

Intense trattative di calciomercato, in cui tutto è possibile? No: tutte balle. E abbiamo le prove. Basti pensare al caos generato intorno ad Edu Vargas negli ultimi giorni di trattativa con il Napoli: l’Inter forte sul giocatore, tentativo di inserimento, emissari in Cile, penali da pagare, il ragazzo che cambia idea…tutto falso. Solo un ultimo tentativo da parte di ambienti vicini all’U de Chile di alzare un altro po’ il prezzo, con Moratti che mai si è sognato di mettere i bastoni tra le ruote a De Laurentiis in questa trattativa. Anzi, c’è chi è pronto a giurare che alcuni  operatori di mercato nerazzurri presenti in Sudamerica in quel periodo siano intervenuti in soccorso del Napoli per stringere i tempi del trasferimento. Un altro esempio? Le dichiarazioni dell’agente di Vertonghen: “L’Inter sarebbe una destinazione molto gradita già a gennaio, ma non ci sono offerte“. Sulla stessa falsariga l’agente di Guarin: “A Fredy piacerebbe molto giocare nell’Inter, ma di offerte formali non ne sono arrivate“. Di cosa stiamo parlando allora? Del nulla, evidentemente. Il che non significa che domani l’Inter non possa manifestare un interesse per Guarin o per Vertonghen o per l’accoppiata Cristiano Ronaldo-Xabi Alonso, ma significa semplicemente che quello che leggiamo in questi giorni è fumo e nient’altro.

Non tutto ovviamente, qualcosa di vero c’è, ma in generale le strategie in questa fase del calciomercato non sono ancora nella fase in cui possono essere rese pubbliche e soprattutto, come abbiamo appena visto, gli interessi dei giocatori e dei venditori contribuisce a creare tanto fumo nel poco arrosto che si trova in certi articoli. In cosa consiste questo arrosto al momento? Di certo non nell’ennesima volata tirata dai tabloid inglesi al trasferimento di Wesley Sneijder allo United (a gennaio!). Di certo, invece, qualcosa di concreto è nelle parole di Wagner Ribeiro, agente del brasiliano Lucas: sono arrivate due offerte ufficiali per il diciannovenne del San Paolo da parte di Chelsea (30 milioni) e Inter (20 milioni). Possibilità di concludere la trattativa? Scarsissime, stante la volontà del club di non cedere il giocatore almeno fino alle Olimpiadi di Londra, quando si ritiene che la quotazione potrebbe salire ulteriormente. Stessi discorsi fatti dallo stesso club questa estate per Casemiro, al quale fu fatto firmare un nuovo contratto con una clausola di rescissione di 30 milioni. Risultato? Il suo allenatore dichiara “Deve crescere, l’ho messo spesso in panchina e ancora non ha capito che è una riserva” e il suo presidente lo mette più o meno ufficialmente in vendita sperando di ricavare almeno quella decina di milioni sdegnosamente rifiutata sei mesi fa. Di certo ci sono, ancora, le ripetute missioni in sudamerica dei dirigenti nerazzurri alla caccia di questi ed altri ragazzi, dal “manca solo la firma” di Juan Jesus al non meglio definito “interesse” per Dybala.

La maggior parte giovani di prospettiva (chi più, chi meno) in un tourbillon di notizie che sembra però non fare i conti con una realtà fatta di richieste precise di Ranieri e promesse altrettanto precise di Moratti. Un esterno d’attacco innanzitutto, ruolo già chiesto a gran voce da Mourinho (“accontentato” con Pandev), Benitez (Kuyt la richiesta, Biabiany il risultato) e Gasperini (Zarate per Palacio) in un preoccupante decrescendo di qualità. Chi potrà essere questo esterno? Di certo non Lucas che, al di là delle remote possibilità di chiudere la trattativa, non è un esterno puro e il meglio fino ad ora lo ha mostrato come trequartista. Il più quotato al momento sembra El Galgo Schelotto, ventiduenne dell’Atalanta che a Bergamo sta ripetendo le ottime prestazioni già mostrate con Cesena, Catania e con l’Italia Under21, ma proprio in queste ore le dichiarazioni di un vecchio pallino di Ranieri, Florent Malouda -infelice per il poco spazio che ha a disposizione al Chelsea- potrebbero modificare i piani dell’Inter. C’è poi l’esterno viola Juan Manuel Vargas, che a Firenze sembra aver fatto il suo tempo complici una vita fuori dal campo troppo movimentata e un rendimento sul campo troppo al di sotto delle attese.

In difesa sembra quasi certo l’innesto del già citato Juan Jesus, in realtà abbastanza incomprensibile viste le caratteristiche del ragazzo e le pochissime possibilità offerte fino ad ora a Caldirola, mentre in attacco sembra difficile immaginare movimenti di rilievo: Pazzini, Milito, Forlan e Zarate si giocheranno il “voto” sulla stagione -fino a questo punto insufficiente per tutti, a vario titolo- nel girone di ritorno, mentre il solo Castaignos potrebbe andare in prestito ad accumulare minuti in Serie A. Resta il nodo centrocampo, come al solito: un reparto numericamente a posto (anche se potrebbe finalmente partire Muntari) ma qualitativamente bisognoso di almeno un innesto di livello. Nomi credibili all’orizzonte non se ne vedono, anche se proprio il silenzio che circonda questo ruolo unito all’apparente immobilismo di Branca (tutte le trattative sembrano essere in mano ad Ausilio) potrebbero far pensare ad una trattativa importante in corso.

Negli ultimi due paragrafi, quindi, avete letto il poco -pochissimo- di concreto che c’è nel mercato invernale dell’Inter, mentre nei precedenti ci sono tutte le infinite chiacchiere di questi giorni.
Ma quelle, a pensarci bene, potete trovarle su tutti i giornali.

scritto da il 23 dicembre 2011 alle 9:42

Finalmente giovani (più o meno)

La storia di queste ultime sette partite ci ha detto una cosa sorprendente ma sostanziale: per quanto ancora acerbe e fallaci, le forze fresche messe dentro a puntellare la squadra hanno fatto la differenza.

Settore

Il 2011 è finito, la prima parte di stagione è finita e forse è finalmente arrivato il momento di iniziare a tirare qualche somma. E la situazione di classifica, i risultati e il trend delle ultime partite di questa Inter, finalmente, consentono di tirare le somme con una maggiore serenità rispetto al recentissimo passato. Sì, perchè solo due mesi fa -era il 15 ottobre- l’Inter usciva malamente sconfitta dal campo di Catania facendosi rimontare il vantaggio iniziale.

Perchè iniziare proprio da Catania-Inter? Perchè l’11 titolare  schierato dall’Inter in quella partita lasciò molti a bocca aperta per l’elevatissima età media, dando il via a diverse discussioni sul ruolo che avrebbero dovuto avere i giovani in questa squadra. Catania-Inter fu seguita da circa quindici giorni di partite sulla stessa falsariga nelle quali arrivarono risultati altalenanti (vittorie con Chievo e Lille, pareggio con l’Atalanta, sconfitta con la Juventus) fino a quando, con la pausa per le nazionali e l’inizio del mese di novembre, finalmente lo spartito è cambiato: da allora 10 partite con 7 vittorie, un pareggio e due sole sconfitte, una delle quali peraltro ininfluente (quella con il CSKA in Champions, a primo posto già conquistato).

Ma cos’è cambiato dall’inizio di novembre ad oggi? Ce lo spiega Settore nella frase riportata all’inizio di questo post. Sono loro, i tanto vituperati giovani, quelli “non adatti all’Inter”, “troppo scarsi per giocare in questa squadra”, che “sbagliano tutti i movimenti”, che “non hanno abbastanza classe/tecnica/rabbia”, che “sono strapagati” e che “chissà dove li sono andati a pescare”: sono loro quelli che ci stanno tirando fuori dalle sabbie mobili.

Largo ai giovani!

Numeri alla mano, l’ultima partita risolta grazie ai “vecchi” è stata Inter-Lille prima della sosta, il 2 novembre (gol di Samuel e Milito). Poi Thiago Motta e Coutinho segnano contro il Cagliari (con assist di Pazzini e Alvarez), Alvarez (assist di Milito) firma il pareggio con il Trabzonspor che ci porta il primo posto nel girone di Champions League, Castaignos stende il Siena al 90′ su un filtrante di Thiago Motta, Pazzini e Nagatomo liquidano la Fiorentina (assist di Coutinho e dello stesso Pazzini), ancora Nagatomo (cross di Alvarez) segna il gol della vittoria sul Genoa, Ranocchia su punizione di Maicon quello al Cesena e infine, mercoledì, due assist di Nagatomo, uno di Alvarez e uno di Maicon consentono a Pazzini, Cambiasso, Milito e lo stesso Alvarez di firmare il 4-1 ai danni del Lecce. Tiriamo le somme? Sette risultati utili in nove partite: 10 gol (su 12) e 9 assist (su 12) realizzati da giocatori con meno di 30 anni. Con Pazzini e Thiago Motta, Nagatomo e Ranocchia, certo, tutta gente tutt’altro che esordiente: ma nessuno chiedeva di vedere una squadra primavera in campo. Solo forze fresche, giocatori in grado di reggere più dei famosi 40 minuti che sembravano il limite massimo dell’Inter di inizio stagione.

Con il concreto -concretissimo- aiuto di alcuni senatori ovviamente, e ci mancherebbe che non fosse così. Ma è esattamente quello che qui e altrove scriviamo dall’inizio dell’anno: in campo i senatori e i giovani messi nel loro ruolo naturale, messi nelle condizioni migliori per fare bene e per imparare dai compagni più esperti. E così, se i gol e gli assist dei Coutinho e dei Castaignos vanno per il momento (e solo per il momento) archiviati sotto la categoria degli exploit, hanno invece il dolce sapore della conferma i numeri che giocatori come Alvarez (miglior assist-man di queste partite), Pazzini e Nagatomo (6 gol e 7 assist in tre, la metà o poco più di tutta la squadra) iniziano finalmente a mostrare. E’ la celebre “classe di mezzo”, quella dei giocatori tra  i 23 e i 27-28 anni che finalmente girano insieme a Maicon, insieme a Cambiasso, insieme a Lucio e Samuel, insieme a Zanetti: il cui rendimento, è fin troppo evidente, è migliorato anche grazie al maggiore apporto di corsa, forza e resistenza fornito dai più giovani.

Forse eravamo noi a parlare troppo presto, forse Ranieri aveva in mente sin dall’inizio un inserimento graduale (sì, ce l’aveva: lo ha detto più volte molto chiaramente). Di certo c’è che i risultati attuali danno ragione al mister tanto quanto i precedenti gli davano torto, ma non sapremo mai se velocizzando i tempi di questi inserimenti i risultati sarebbero stati gli stessi o se, piuttosto, i giovani si sarebbero bruciati girando a vuoto.

Di certo, ancora, c’è che l’opera di ringiovanimento di questa squadra è tutt’altro che conclusa: con il mercato di gennaio capiremo chi farà parte o no della rosa almeno fino a giugno, capiremo quali saranno i -giovani- nuovi acquisti (Juan Jesus? Il tanto sognato e irraggiungibile Lucas?) e continueremo certamente a dare più spazio ad alcuni di questi ragazzi con probabilmente Poli e Faraoni su tutti. Con calma e pazienza: la strada è quella giusta.

E i risultati, finalmente, si iniziano a vedere.

scritto da il 16 dicembre 2011 alle 10:46

Il Tavolo della Pace, the day after: nuove balle, ma sempre la stessa realtà

Ok, adesso è chiaro a tutti: il tavolo della pace è stato un fallimento. Di più: come scriveva Rudi, è stato dannoso.

una mela Della Valle d’aosta

Lo confesso: mi aspettavo una stampa italiana più aggressiva sull’argomento. Fosse anche solo per semplice curiosità, mi aspettavo che qualcuno andasse dai promotori di questo tavolo a chiedergli cosa cercassero, quali erano le loro attese. Non penso tanto a Petrucci, quanto ai vari Diego Della Valle -che per primo aveva proposto il tavolo, quest’estate- Andrea Agnelli, Claudio Lotito, Adriano Galliani e tutti quelli che erano andati dietro a questa mirabile iniziativa. Mi aspettavo, insomma, che anzichè andare a fare domande banali e dalle risposte scontate come “cosa vi siete detti?” (“un cazzo di niente” è stata la risposta sostanzialmente unanime “ma con molta cordialità”) qualcuno andasse dal signor Della Valle -per esempio- a chiedergli cosa si aspettava. Qual era la sua proposta, che idea portava avanti, con quale spirito si era seduto al tavolo, cosa aveva da dire: perchè, insomma, aveva chiesto a gran voce questo incontro? Perchè non è chiaro davvero cosa si aspettassero questi signori. Forse che qualcuno gli dicesse “ok, ci sono diciassette sentenze contro di voi, però facciamo finta di niente, freghiamocene e diciamo tutti insieme che avevate ragione”? Ma davvero? Era davvero questa l’aspettativa di Diego Della Valle? Misteri irrisolti, domande senza risposte. E sarei felicissimo, davvero, se qualcuno riuscisse a togliermi questa curiosità.

A qualcosa però questo tavolo è servito, in realtà.

E’ servito a ridare fiato al Diego Della Valle di cui sopra, caduto in un silenzio catatonico dopo la condanna in primo grado piovutagli in testa al processo di Napoli e finalmente visto di nuovo bello pimpante davanti ai microfoni pronto a sparar min…ehm…a far valere le sue ragioni. “Se verranno riconosciute le nostre ragioni saremo pronti a discutere di tutto“. Ora…Diego…insomma…ma cosa dici? “Se mi date ragione allora poi possiamo parlare”? Ma cosa siamo, in prima elementare? No, neanche…la prima elementare è troppo: una frase del genere non si sognerebbero di dirla neanche i bimbi dell’asilo ormai. Ma Diego Della Valle si è talmente ringalluzzito a questo tavolo (si mangiava particolarmente bene, forse) che non si è limitato a tornare davanti ai microfoni. Ha fatto di più: ha preso in mano la sua storica Montblanc per scrivere una nuova meravigliosa lettera aperta (oh, a proposito Diego: sì, figa st’idea delle lettere aperte, per carità…ma anche basta insomma, che stai diventando monotono). Per carità, niente di rivoluzionario intendiamoci…i concetti sono sempre gli stessi, cambiano solo i soggetti: il buon Diego è passato infatti dall’estivo “Moratti ci spieghi” all’invernale “Guido Rossi ci spieghi”.

In merito all’incontro avuto ieri nella sede del Coni voglio ringraziare il Presidente Petrucci per l’invito e per il tentativo di pacificazione che anche se non ha raggiunto l’obbiettivo desiderato ha comunque aperto un percorso.
Come ho detto personalmente a lui e alle persone presenti ieri la condivisa volontà di tutti nel voler pacificare gli animi deve prima passare attraverso una analisi chiara e onesta di quanto a suo tempo accaduto. Serve che i protagonisti di allora facciano pubblicamente chiarezza.
Per quanto mi riguarda è Guido Rossi primo tra tutti che deve pubblicamente spiegare che cosa è realmente accaduto allora assumendosi le proprie responsabilità. E’ lui che ha il dovere di ricostruire i fatti e darne spiegazione pubblica a tutti quelli che vogliono conoscere la verità.

Ma la cosa sorprendente, in tutto questo, è che c’è ancora chi lo prende sul serio. E quindi Diego Della Valle dice “Guido Rossi deve spiegare” e…incredibile: Guido Rossi spiega! Non che ci sia tanto da spiegare, eh…ma insomma:

Adempio volentieri all’invito di Della Valle. Calciopoli è in ambito sportivo quanto accertato dalla giustizia federale e da quella del Coni; in ambito penale quanto deciso dalla magistratura penale; in ambito amministrativo quanto pronunciato dalla giustizia amministrativa. Il rispetto nelle istituzioni e nel loro corretto operare mi esime da ulteriori commenti. La mia personale esperienza è comunque stata in ogni caso dettagliatamente illustrata in Parlamento e al presidente del Coni, Gianni Petrucci.

Siamo ad un purissimo Ionesco, ormai: dibattiti a mezzo comunicati stampa in cui pluricondannati chiedono spiegazioni e si sentono rispondere che in ambito sportivo decide la giustizia sportiva, in ambito penale quella penale e in ambito amministrativo quella amministrativa. Concetti rivoluzionari, insomma. Ora, per il figlio di mia madre, che sarei poi io, deve essere la luna o una stella o ciò che voglio io, prima che mi rimetta in cammino scriveva Shakespeare in un dialogo sicuramente surreale, ma imparagonabile a quelli cui stiamo assistendo in questi giorni.

Credete di aver toccato l’apice dell’assurdo? Aspettate di sentire cos’ha da dire Umberto Zapelloni, vicedirettore della Gazzetta dello Sport:

Tavolo della pace il giorno dopo: Della Valle chiede chiarezza soprattutto a Guido Rossi. Impossibile dargli torto.

Impossibile, capito? Impossibile dar torto ad uno condannato in tutti i modi da qualsiasi Tribunale abbia messo bocca sull’argomento: se non è convinto Umberto Zapelloni il caso non è chiuso. Perchè sono loro che decidono chi ha ragione e chi ha torto, loro i giudici ultimi di qualsiasi controversia: i giornalisti. Loro scrivono le “verità” che più gli aggradano da dare in pasto alla gente, e chissenefrega del rispetto delle istituzioni, delle sentenze e della realtà dei fatti. Si arrogano il diritto di riscrivere la storia, al punto che anche a seguito della spiegazione tanto lapalissiana quanto non dovuta di Guido Rossi, lo stesso Zapelloni rincara:

Guido Rossi risponde a Della Valle ”parlano le sentenze”. Poco convincente. Al solito non spiega la sparizione di certe carte.

Poco convincente, capito? Diciassette sentenze di tribunali sportivi, civili e amministrativi -tutte a senso unico, nessuna minimamente in contraddizione con le altre- sono “poco convincenti” per un giornalista che evidentemente si ritiene unico depositario della realtà, giudice supremo di tutti gli ordinamenti nazionali e -chissà- internazionali. Per tacere della fantasiosa sparizione di certe carte, vecchia leggenda metropolitana che con il tempo si è rivelata per quello che era: una balla. Questo è il vicedirettore della Gazzetta dello Sport, il principale organo di informazione (sic?) sportiva italiano. Disinformazione spinta, alterazione della realtà, spregio delle istituzioni: ecco a cosa si è ridotto il giornale inutilmente rosa.

Non è tutto da buttare però quello che è venuto fuori da questo tavolo della pace: il clima è oggettivamente più sereno, l’aria più respirabile. Talmente sereno che Agnelli ha confermato il ricorso al TAR -e poi eventualmente, ma oseremmo dire certamente, al Consiglio di Stato- con la richiesta di risarcimento danni di 443 milioni di euro ai danni della FIGC. E a proposito, sarebbe il caso che anche Fabrizio Bocca legga attentamente: la Juventus chiede i danni alla FIGC. Ripetiamo: Juventus, FIGC. L’Inter c’entra di striscio, altro che affare privato. Ma tanto anche Bocca è un altro giudice supremo, di quelli che sanno contro ogni evidenza e ogni sentenza che l’Inter è colpevole e che “lo scudetto 2006 non andava assegnato all’Inter”. Chissà perchè, poi.

Una boccata d’aria fresca, stavolta vera, ci arriva però dal Tribunale di Milano, dove il PM Elio Ramondini ha richiesto l’ennesimo rinvio a giudizio per Luciano Moggi. L’accusa? Diffamazione aggravata ai danni di Giacinto Facchetti. Durante una trasmissione televisiva Moggi avrebbe infatti lasciato “falsamente intendere che lo stesso Giacinto Facchetti avesse commesso reati quali quelli da lui commessi e per i quali procede l’autorità giudiziaria di Napoli“. Falsamente. Capito Della Valle? Capito Zapelloni? Capito Bocca? Sia chiaro però: è solo l’atto d’accusa di un PM per il momento (ovvero un atto un gradino sopra la “vostra” relazione di Palazzi). Non è una sentenza, ancora. Ma magari lo diventerà.

E del resto è così che vanno le cose dal 2006 a questa parte: Moggi, la Juventus, Della Valle, Lotito, Galliani e le loro squadre continuano a collezionare condanne su condanne, ma i colpevoli sono sempre gli altri.

Beh, sapete cosa? Raccontatevele tra di voi le vostre fandonie.
Sbugiardarvi resterà sempre un piacere immenso.