scritto da il 30 gennaio 2011 alle 11:48

Il Profeta

Sulley Ali Muntari, da vero Profeta, riceve la chiamata da un’entità superiore nel Luglio 2008: (Mourinho) mi ha chiamato in Inghilterra e mi ha detto che la sua prima scelta era Lampard, non fosse arrivato pensava a me. Gli ho risposto che ero pronto e che, se mi avesse chiamato, sarei venuto. Non è andata bene per Lampard e mi ha chiamato, io non ci ho pensato una secondo e ho accettato”.

E così, dopo una vita fin lì sprecata in dissolutezze tattiche e falli peccaminosi tra Friuli e campagna inglese, il futuro profeta prese i sandali, gli scarponi da gioco e soprattutto un biglietto aereo per giungere all’eremo di Appiano.

Dopo un mese, l’Entità Superiore rivelò al mondo il suo disegno provvidenziale per il discepolo Sulley: “Muntari ha bisogno di una nuova educazione anche se ha avuto con Redknapp uno dei migliori allenatori della Premiership. Lui ora ha bisogno di capire quello che voglio io. Una cosa che dico sempre perché dà l’immagine del mio lavoro è questa: non devo insegnare a un calciatore a giocare calcio, devo insegnargli a giocare insieme il mio calcio. Muntari domani giocherà il Trofeo Tim insieme ai suoi nuovi compagni, ma non avrà ancora l’idea del mio gioco. È facile pensare alla posizione nella quale lo schiererò. Ho parlato con lui poco fa, è abituato al calcio britannico nel quale si gioca quasi esclusivamente il 4-4-2, non il metodo migliore per lui. Infatti non è una ala vera quando gioca sulla sinistra e quando gioca centrale con un altro centrocampista il suo compagno deve tenere più la posizione. Un giocatore come Muntari, con un tiro potente dai venti-trenta metri, è un talento da sfruttare. Non è un giocatore con la posizione di Cambiasso o Dacourt, non è una via di mezzo e mi aspetto che migliori il suo score realizzativo”.

Nello stesso discorso di Annunciazione, l’Entità non manca di fare dell’ironia (“Ho visto che lui ha avuto altri bravi allenatori come, ad esempio, Spalletti e Malesani, tecnici che sicuramente gli hanno insegnato molto”) ma questa è un’altra storia. Esordisce al Trofeo Tim con le stigmate del predestinato: molta foga, randellate varie ed un pallone scaraventato nell’etere, che venne avvistato in terra santa e giustamente interpretato come una nuova cometa ad indicare l’Avvento Interista. Sulley capì fin dal primo momento, l’allenatore sembrava contento… solo che la mitica maglia numero 7 ce l’ha un certo Luis Figo, e quindi per dimostrare di non essere proprio l’ultimo ignorante in tema di storia nerazzurra, prende dritto dritto la 20 già di Recoba, cui lo accomuna la precisione di piede nello scendere dal letto.

Prima partita ufficiale nel suo nuovo Tempio contro la Roma, Supercoppa Italiana. Vagando in cerca di se stesso nei pressi dell’area romanista, si imbatte in un pallone vagante: “via da me, serpente tentatore! Io sto imparando una nuova educazione!”, e stizzito lo calcia nella porta avversaria, gonfiando la rete. La folla è in delirio, l’Entità osserva compiaciuta lo sgrezzarsi di questo diamante grezzo, ma lui ha capito il sentiero che porta all’eterna memoria: l’umiltà. Si rimette il saio nerazzurro, e torna a randellare allegramente, a dispetto di cartellini che piovono a non finire, per togliersi dai riflettori della gloria e come il sole sorgere un domani all’improvviso. La lotta è dura, perché altri discepoli dal piede a ferro da stiro ambiscono al ruolo di profeta del Verbo, Fratello Obinna e Fratello Ricardo. La sua grandezza tuttavia rifulge, con perle di rara bellezza come il gol di piattone a due all’ora alla Giuve, un tacco al Napoli e poi tutto il suo repertorio tipico: rovesciate volanti a metà campo, forbici da dietro, tiri che centrano gli spettatori del terzo anello per convertirli…

Inizia la seconda stagione del buon Sulley, che memore della nuova cultura dell’umiltà e della sofferenza capisce che non può vivere di rendita su quanto già dimostrato alle folle di fedeli folli che incitano dagli spalti del Tempio: occorrono nuove sfide. Si documenta bene su cosa sia più difficile fare, per un calciatore professionista del suo spessore, ed alla fine non capendo i documenti consultati (scritti infatti da Aldo Agroppi ed Oliviero Beha) agisce di testa sua: non si alimenterà per circa un mese, se non al calar del sole. E’ sicuro di farcela, ma l’Entità non apprezza, e lo sostituisce. Da questo episodio nasce un nuovo gesto tecnico, che troverà diffusione in tutto il mondo: la Camminata Lenta Non-Violenta. Prima di uscire dal campo il Profeta si toglie i parastinchi, lo scotch, i calzettoni, ordina un caffè, fa il pieno al suo SUV, dimostra il teorema di Fernet (non Branca) e commenta l’intera produzione artistica di Sandro Bondi (con un rutto). A nulla valgono i tentativi dei compagni e dei tifosi di convincerlo a darsi una mossa, visto che la squadra stava pareggiando in casa. Inizia un periodo difficile per il numero 11 (si, in estate era passato da Recoba a Mario Corso, come modello balistico…), che culmina ad inizio 2010 nella terra dei Ciclopi, ai piedi del vulcano: lì infatti il nostro non ci vede più a stare in panchina, deve dare il proprio contributo alla causa, e l’Entità ascolta la sua supplica.

DUE

GIALLI

IN

CINQUE

MINUTI

PIU’

RIGORE

CONTRO.

La folla è nuovamente in delirio, con lui e chi lo ha mandato in campo, si rischia l’a-mourismo di massa, nei Libri di Storia c’è una pagina nera con scritte solo tre parole infatti: “parma genoa catania”. Ma il Profeta si riscatterà prontamente sempre contro il lato bianco-oscuro del calcio, con un assist (!) ad Eto’o, e successivamente con un gol di CHIAPPA ai nerazzurri tarocchi di Bergamo. La stagione non è ancora finita per altro.

Taddei

Già decisivo come testé dimostrato in campionato, ed avendo marchiato anche la Champion’s (pochi se ne ricordano, ma nel gol capolavoro di Sneijder a Kiev, dove nasce davvero l’Inter Europea 2010, tra i mille che toccano il pallone prima che entri in porta c’è anche lui con un tiro-cross assurdo), all’appello per Alì manca la Coppa Italia. La finale si gioca a Roma, avversari sempre i terribili orchetti giallorossi. Sulley entra nel finale, per sostituire il randellatissimo Balotelli, ma il più brutto dei mostriciattoli, tale Taddei, trova comunque il modo di fargli un’entrataccia: finiscono entrambi nella polvere dell’arena, ma il nostro decide che il tempo è giunto, può rivelare al mondo la sua vera natura, lo afferra per il collo e grida “IO SONO SULLEYMAN IL NERO E TORNO DA VOI AL MUNTARI DELLA MAREA. FAMMI UN’ALTRA ENTRATA DEL GENERE E TI MANDO NELLA TERRA DI MORDOR DOVE NON C’E’ IL SOLE CHE TANTO SEI GIA’ BIANCO SALMA”.

Tutto questo glielo dice senza nemmeno muovere le labbra, con la sola imposizione della mano, ma l’orchetto capisce e si arrende. La folla è in delirio, il Profeta ha convertito anche la Capitale, e nello spogliatoio può gustarsi una pastasciutta bevendo direttamente dalla Coppa Italia senza pulirsi la bocca prima. Sulley non deve dimostrare più nulla, e dopo poche altre apparizioni fugaci, in cui enuncia la Parabola di Eduardo e ripete il rito della Camminata Lenta Non-Violenta anche con il Figlio dell’Entità, i tempi sono maturi: porterà tutta la sua Sapienza Calcistica e Metafisica nella Terra d’Albione.

Addio, Profeta Sulley.

Qualcosa di te l’abbiamo capito, molto no, ma porteremo sempre di te un affettuoso ricordo indelebile. Come anche molti tuoi avversari sulle loro gambe, d’altronde.


Si ringrazia:
a) Miss Green per il video
b) Luis per un link
c) l’anima pia che mette a posto la formattazione (la Miss).

Si dedica il post:
a) Vano
b) Ultranerazzurro ed enzuccio, strenui difensori di Sulley al punto da dedicargli un gruppo su FB.

scritto da il 3 luglio 2010 alle 14:00

Di 10 in 10

La Noche del Diez è stata una delle ultime trovate grottesche del Pibe de Oro prima di rinsavire (almeno parzialmente) e provare ad interpretare un ruolo diverso da quello di macchietta/ex-calciatore in disgrazia/tossico da recuperare/inviato di Fidel a far casino ai vertici sudamericani…

Al di là dell’esito non proprio trionfale del programma, il titolo ci stava, di solito i grandi “numeri 10″ griffano con una loro giocata spettacolare le partite in notturna, siano esse finali o comunque partite di Coppa… tra ieri ed oggi invece il caso bizzarro (con l’aiuto del calendario) si è divertito a programmare le partite con i tre più forti numeri 10 del mondiale in un orario insolito, le 16, lasciando la ribalta serale a partite meno di grido come Uruguay-Ghana e Paraguay-Spagna.

Ieri si sfidavano Kakà e Sneijder insomma. Presente e passato prossimo del Real Madrid, con l’Olandese costretto a fare le valige da una dirigenza decisamente miope (non serve tornare ad elencare tutti gli errori recenti delle mer(d)engues, no?) che sbarca a Milano in Agosto con una faccia monocromaticamente nera, tra occhiali e ed umore palese, e 9 mesi dopo si trova con tre medaglie, molte foto e pure il primo posto nella classifica degli uomini assist della Champions. Però la stagione non è ancora finita, c’è l’occasione di una vita, con la Nazionale Oranje.

Mr. “nonsivende” Kakà invece cercava riscatto in Sudafrica reduce da una stagione deludente, con una maglia importante per la prima volta sulle sue spalle al Mondiale, dopo due vissuti all’ombra del 10 Ronaldinho.

'Ho segnato di testa', segnala un incredulo Sneijder. Sullo sfondo, uno sconsolato Kakà. LaPresse

gol di testa da 1,70 abbassato...

La sfida era tra due squadre e non solo tra due giocatori, ovvio, però il confronto c’è stato, e Wesley l’ha stravinto. Non solo per la doppietta con aiuto decisivo della coppa Melo & Julio, ma soprattutto per il diverso impatto sulla gara: con l’Olanda in difficoltà, Wesley se l’è caricata sulle spalle, quasi ogni pallone passava per i suoi piedi, insomma una prova da vero leader.

Cosa che, nonostante il Pallone d’Oro già vinto, il pastore di sta minchia non è.

Certo è un vero peccato che la Seleçao non abbia tra i consiglieri Ivan Zazzaroni, sennò si portavano il giocatore giusto a cui affidare la “10″: Diego.

Altro che Wesley, giusto ballerino?

Tra poco va in scena il secondo “pomeriggio del 10″, protagonisti Maradona (che “10″ lo è a vita), Messi ed Ozil (che sarebbe il vero trequartista-rifinitore della Germania, anche se il numero “giusto” lo porta Podolski)… Tutti dicono Argentina, ma non ne sarei così sicuro. Soprattutto se gioca l’ex ministro degli Esteri in difesa al posto del Muro.

Sulla Gazza di oggi bella intervista a Branca, che mette in chiaro pure un altro “dieci”: il prezzo di Burdisso in Milioni di €. Con tanto di “Non facciamo sconti, anche perchè l’anno scorso siamo andati incontro ai Giallorossi in tutte le maniere possibili“.

Resta da vedere come impatterà sul nostro mercato la norma sugli extracomunitari cambiata a mercato in corso (una di quelle mosse da repubblica delle banane pure nel calcio che in Inghilterra o Spagna non succederebbero nemmeno dopo un botellon o un pub crawl istituzionale)… il contratto di Coutinho è stato depositato e quindi sarà lui l’unico extracomunitario tesserabile quest’anno. Per tesserarlo però un extracomunitario va comunque ceduto (se non sbaglio, ci sono anche uno o due della primavera con questo status), mentre non è utile liberare più di un posto da extracomunitario, visto che comunque ne puoi inserire solo uno di nuovo. Vedremo se ci sarà un qualche effetto anche sulla trattativa per Maicon (mentre Caliendo inizia a mostrare segni di scompensi da distanza tra le parti).

Ultimo “10″ di giornata: Del Piero.
E chec’azzecca coi mondiali direte voi? Nulla. Però per la nostra gioia, gigigeavolevoallenareilportodelneri ha subito messo le cose in chiaro: “Punto su Del Piero”.

Caroselli han bloccato la tangenziale Nord verso Torino per questo, ieri.

scritto da il 24 giugno 2010 alle 1:45

Rifacciamoci gli occhi…

…perchè nonostante le apparenze, con post di estranei dedicati a discutibili personaggi del pantheon gobbo, questo è ancora un Blog sull’Inter.

E scusate l’interruzione di corrente, si spera che non succeda di nuovo.

(magari domani un post più corposo… era giusto, appunto, per rifarsi appena gli occhi.)

scritto da il 16 giugno 2010 alle 1:09

Vendere Maicon “forse” è una cagata pazzesca (semi-cit.)!

Ieri Branca ha lasciato aperto non uno spiraglio, ma proprio una voragine, alla cessione del nostro numero 13:

“Diego (Milito) è incedibile, Maicon forse no”

Maicon danzante

Maicon che imita Ronaldinho

Bene, allora è il caso di ricordare che cos’è Maicon Douglas Sisenando. Ma non oggi (terzino risolvi-partite del brasile al Mondiale), bensì da almeno 3 anni.

E cosa verosimilmente continuerà ad essere per un periodo compreso tra i 3 ed i 5 anni a venire.

IL

PIU’

FORTE

TERZINO

DEL

MONDO

Non solo, è un vero e proprio “schema”. Palla a Maicon, appoggio su un centrocampista, palla di ritorno e slalom nella difesa avversaria stile coltello caldo nel burro.

A volte questo diventa un gol suo, altre un assist, altre ancora il segnale che da la sveglia ad una squadra solidissima ma a volte un po’ contratta.

Anni fa ne cedemmo un altro, di terzino brasiliano. Era abbastanza sconosciuto, cercammo di riprenderlo almeno 2-3 volte, col Real sempre a rispondere “picche”. Si dirà che Roberto Carlos era molto più giovane, ed è vero, però lo stesso non stiamo parlando di un giocatore in fase calante…

Maicon è arrivato nell’estate 2006, in questi 4 anni è cresciuto moltissimo tatticamente, ha imparato anche a difendere, magari a volte non è impeccabile nelle chiusure ma la difesa Julio-Maicon-Lucio-Samuel-Zanetti (o Chivu) è qualcosa che si vede raramente. Un mix fantastico di solidità difensiva e pericolosità nell’area avversaria.

La difesa (dicono) è la prima cosa che va registrata in una squadra, se non si hanno i Messi, per diventare vincente: bene, noi l’abbiamo impostata quando il Real pensò bene di “bocciare” Samuel, l’abbiamo messa a punto con Maicon e Julio ed in parte rinnovata con Chivu e Lucio in seguito.

Per quale motivo va smantellata in una delle sue colonne portanti? La risposta è semplice, dal punto di vista tecnico: NESSUNO.

Allora proviamo a considerare l’altro aspetto, che viene messo sempre sul piatto della bilancia, quello economico.

Una plusvalenza di una ventina di euro, in primis.

Niente male, si, ma per prendere il sostituto quanti ne verranno spesi? anzi, rettifico, per prendere un sostituto DI QUESTO LIVELLO.

Intanto bisognerebbe capire chi è il sostituto di pari livello a Maicon. Attualmente, nessuno, bisogna prendere un giocatore “di prospettiva”, o almeno una buona riserva di Santon, se davvero si vuole puntare sul giovane ferrarese reduce da una stagione ottima (la prima) ed una deludente (anche prima dell’infortunio). Mi permetto di dubitare di quest’ultima ipotesi, non credo che ora l’Inter voglia diventare il regno dello “speriamo bene”.

Allora in prospettiva chi ci mettiamo? Van Der Wiel non costa poco, ridurrebbe di molto gli effetti positivi della plusvalenza, con ciò riportando tutto il discorso su un binario squisitamente tecnico: lo scambio ne varrebbe la pena? Altro nome che gira è Aguirregarray… che però sarebbe da verificare in qualche club piccolo in Italia, prima di affidargli proprio quell’eredità. Almeno costerebbe relativamente poco, ma è appunto una scommessa. Bale è stato dichiarato incedibile dal Tottenham, il che rende la sua valutazione più vicina ai 20 che non ai 10. Ed è Bale, non Maicon.

Insomma, potremmo vedere altri nomi, di destri o mancini (ma Johnson mi fa ridere), ma non vedo nell’operazione nel suo complesso (cessione-plusvalenza-costo di sostituzione-differenza tecnica) un vero vantaggio economico, o anche quando c’è, è spropositato il rischio di flop.

Allora andiamo con la prossima favola che gira: “eh, ma l’anno scorso con Ibra ci è andata di lusso”. Certo, con tutti i distinguo del caso però: Ibra era potenzialmente visto come un rompipalle, in campo ed in spogliatoio, in più voleva andarsene lui. Ma soprattutto il Barça oltre ad offrire i soldi necessari per comprare Lucio, Sneijder, Motta e Milito, dava in cambio un certo ETO’O. Ad avere in cambio, per Ibra, solo denaro, ci sarebbe stata la corsa al rialzo del prezzo di ogni nostro obiettivo in attacco. Non sono dettagli.

Altro distinguo: non è che se ti va bene una volta, devi per forza sempre dar via qualcuno. O quantomeno, non i migliori. Non si può fare cassa con il pur simpaticissimo Muntari, per le esigenze che abbiamo? Anche perchè magari tra 12 mesi ci si trova come Ibra la sera del 28/04 o del 22/05.

A pensare cioè “avrò mica fatto la scelta sbagliata?”

Ecco, per tutti questi motivi, io che non ho fatto alcuna barricata contro il passaggio di Ibra al Barça (anche se mi dispiaceva eccome) ritengo di potermi idealmente stagliare davanti alla platea degli interisti, ma soprattutto rivolto verso Massimo Moratti e Marco Branca, fino a quest’anno impeccabili, e come novello Fantozzi pronunciare riadattata la mitica frase…

Non è necessario fare altrettanto casino dopo, però, sia chiaro, che nonostante tutto, non sarà “Crisi Inter”.

Sarà solo una cagata pazzesca.

scritto da il 14 giugno 2010 alle 11:06

Venti motivi mondiali…

Ecco a voi i miei personalissimi et insindacabili (facciona) 10 motivi per tifare Olanda:

1) Wesley Sneijder, che mi piacerebbe veder sollevare altri trofei quast’anno anche quando non indossa i sacri colori.

Wesley con qualche capello in più e 3 tituli in meno...

Wesley con qualche capello in più e tre tituli in meno...

2) Robin Van Persie e Gregory Van Der Wiel, che magari un giorno, nei miei sogni calcistici…

3) Non è (più) allenata da ex giocatori del milan, quindi zero rischio di traslazione mediatica della vittoria da parte dell’astronave madre.

4) La traslazione di cui sopra non dovrebbe essere possibile nemmeno per Seedorf (a casa) ed Huntelaar (panchina). Ma se anche Huntelaar giocasse e segnasse, visto quante gliene han dette quest’anno, dovrebbero averci la faccia come il culo ad esultare con (per) lui.

5) Sylvie Meis e Yolanthe Cabau Van Kasbergen, rispettivamente moglie di Rafael Van Der Vaart e futura moglie del nostro Wesley.

La coppia di fantasiste dell'Olanda.

La coppia di fantasiste dell'Olanda.

6) Ellen Hidding (che poi è il motivo “5″ declinato al passato prossimo)

La migliore commentatrice tecnica Oranje

La migliore commentatrice tecnica Oranje

7) in porta non c’è più Van Der Saar.

8) perchè hanno un gioco fantastico.

9) Per i quadri di Van Gogh.

10) …in Olanda xè legal… (cit.)

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…ed i 10 per cui tifare contro l’Italia (o almeno astenersi dal sostenerla):

1) Maaar-ceeel-looo-lippivaccagar…

2) il blocco juve (ampliato pure a PEPE, che non è un suono di brasilera memoria)

3) Capitan Caccavaro, le sue siringhe ed i suoi “consigli” di inizio stagione a Santon. E soprattutto per tutto il resto, telefonate incluse…

4) le esclusioni eccellenti, decise più per antipatia (o eccesso di riconoscenza verso altri) che non per meriti

5) Abete e le sue figure

6) perchè nella FIFA a rappresentare l’Italia sta ancora Carraro, ed è aggregato anche se informalmente alla spedizione azzurra.

7) perchè così Calderoli tace, anzichè sproloquiare pure dei premi Fifa, di cui verosimilmente non sa nulla.

8) perchè dopo aver esultato per una vittoria 4 anni fa, ho voglia di esultare pure per una sconfitta.

9) per quegli ani-mali che “non esistono negri italiani”

10) perchè “pooo-popopo-po-pooo-po” quattro anni fa mi ha rotto quasi quanto le vuvuzuelas ora. Quasi.

scritto da il 7 giugno 2010 alle 15:56

Un Mugello del malaugurio

SOCCER-CHAMPIONS/

La... terza passione di Valentino...

Non ci ero abituato, o meglio, non potevo esserci abituato.

Seguendo il Motomondiale dal 1998 (quando ancora le classi si chiamavano 125-250-500 ed i piloti forti non erano solo italiani o spagnoli..  sembra una vita fa), una domenica di gare ma senza Rossi non l’avevo mai vista, perchè semplicemene non c’era mai stata.

Certo, ci sono state anche in passato giornate (poche) abbastanza amare per per il dottore, con cadute quando meno te l’aspetti (una su tutte: quella all’ultimo atto del mondiale 2006), malanni della moto o altri contrattempi… però così no, insomma.

Peraltro, oltre al danno la beffa, la prima gara saltata in 14 anni di Mondiale è sulla pista di casa, l’incidente più grave sul circuito che lo ha visto vincere più volte…

Non c’ero abituato insomma, ma siccome anche oltre al dottore questo sport non fa venire esattamente il sonno, ho guardato lo stesso la gara del Mugello. Niente gara 125 e Moto 2, perchè avevo altro da fare, tv acceso direttamente alle 13:30. Toni dimessi, da parte di De Adamich, che inoltre prova a tutti i costi a guardare il bicchiere mezzo pieno, o comunque non del tutto vuoto: gli escono due perle degne di un semiprofano delle corse (“forse poteva andargli anche peggio” e “in fin dei conti, la gamba destra è l’arto meno importante per chi guida in moto”, come se si potesse correre facendo le pieghe col gesso, perchè tanto è la destra…), ed invece è la faccia storica di Gran Prix… segno che sta roba li ha mandati proprio per bene in pallone.

Fanno rivedere l’incidente, per fortuna non ho visto in diretta, meglio averlo letto prima penso.

Vari piloti con cartelli e messaggi allo “spettatore in più”… una dose di paraculaggine ci sarà di sicuro, però il 99% di questi ragazzi più o meno giovani deve fare un monumento a Rossi, per aver reso il motomondiale un fenomeno mediatico di massa, il restante 1% è Capirossi che può limitarsi ad una targa, visto che famoso lo era già prima di Vale, non mi stupisco insomma se quasi tutti hanno un pensierino. Certo qualcuno di pensierini già ne ha pochi normalmente, quindi non mi stupisco nemmeno della loro “non partecipazione”.

Chiama Rossi, e sono due telefonate che danno la dimensione del personaggio: la prima, quella a Meda & Reggiani (altri due “riconoscenti”, come minimo, per conto proprio e per conto dell’azienda…), mostra tutto il lato guascone di Valentino, pur bloccato a letto (“speriamo che non vinca nessuno” ed “ho un buon rapporto con la morfina”), la seconda invece, diffusa all’interno del circuito dagli altoparlanti, è semplicemente un momento collettivo: vedo gente che si commuove, chi cerca le telecamere per mandargli un bacio, un saluto, chi mostra la sua bandierina, il suo cartello…

Seppure magari non arrivo a certi eccessi, non sono del tutto insensibile, li capisco, c’è il grande rammarico per quanto successo sotto i loro occhi, il sollievo perchè comunque il Campione sta bene, e vuole tornare quanto prima, il desiderio di fargli sentire tutta la vicinanza possibile… in una parola, tifo.

Poi la gara finalmente parte, logicamente non riesco a tifare per qualcun’altro, quindi guardo semplicemente cosa succede.

C’è Pedrosa che sembra tornato il dominatore di qualche stagione fa (in un’altra categoria), Lorenzo e Dovizioso che dan vita ad un bel duello, Stoner e Melandri che confermano di non valere, tuttosommato, più dei semidebuttanti Spies e De Puniet… Hayden cade (e per un attimo credo che sia, come d’abitudine, il suo compagno di squadra…), Simoncelli esce di pista e poi fa una buona rimonta, due vecchie volpi come Capirex e Colin Edwards restano lontani dai riflettori.

Una gara stranissima nella sua normalità, insomma, quasi una gara da 250.

Quelle che di solito guardo dicendomi “si, bravi, però dopo c’è la Gara Vera…”.

Torna presto, valerossi, che questo sport di sicuro può continuare anche senza di te, ma perde un po’ di gusto. Un po’ tanto.

scritto da il 6 giugno 2010 alle 14:33

Voglio andare al Real Madrid!

Che Josè Mourinho da Setubal, oltre che un bravissimo tecnico, fosse anche un opinion leader, ce n’eravamo accorti da un bel po’… espressioni quali “zeru tituli”, “prostitussione intellectuale”, “empatia con i tifosi” e via discorrendo sono diventati dei tormentoni tra noi tifosi.
Ecco quindi che non ci si può stupire se sulla scorta del suo “voglio andare al Real Madrid”, innumerevoli protagonisti del pallone affidano a “Marca” o “As” i loro sogni in bianco. E quando non lo fanno, ci pensano i giornalisti filo madridisti ad interpretarne i pensieri, correggendo ad arte dichiarazioni tutto sommato normali in modo da arrivare all’immancabile passaggio “voglio solo il real madrid”, senza il quale l’intervista di turno non ha alcun senso.
L’esempio più vicino a noi riguarda Maicon, cosa avrà detto davvero all’intervistatore spagnolo probabilmente non lo sapremo mai con certezza, è il solito gioco delle parti fatto di ammiccamenti, smentite, frasi che spariscono per cambiare il senso e soprattutto gonzi che comprano i giornali fantasticando l’invincibile armata che spezzera le reni al Barça ed all’europa intera…
Non è l’ultimo però, perchè dopo Maicon (e persino Wesley ed Eto’o, due “scarti” di lusso del Real…), Milito, De Rossi, Vargas, Kolarov, ora tocca ad altri due giocatorini come Gerrard e Di Maria, che volete che sia…
Mi metto nei panni dei poveri redattori di Marca ed As, costretti dalla dura concorrenza ad inventarsene (o accentuare) una al giorno, e quindi con uno slancio di pietas voglio dargli una mano, suggerendogli alcuni nomi con tanto di dichiarazioni assolutamente verosimili:
Arien Robben, Bayern Monaco: “Real, sono pronto a tornare. Questa volta però mi porto dietro anche Ribery, così in panca scherziamo sulle sue amichette”
Didier Drogba, Chelsea: “Mourinho è il mio tecnico preferito, lo seguirò al Real esattamente come l’ho seguito a Milano. Ah, ma la Canalis ora sta a Los Angelese?”
Wayne Rooney, Manchester United: “Sogno solo il Madrid. Non vedo l’ora di tornare a fare il terzino, mentre Cristiano Ronaldo fa incetta di gol e premi individuali”
Edin Dzeko, Wolfsburg: “Volevo solo il Milan, ma ora che non c’hanno più una lira, mi va bene anche il Real in fondo”
Zlatan Ibrahimovic, Barcelona: “Sin da piccolo tifavo Real, sotto la maglietta dell’Inter avevo sempre una maglia della salute completamente blanca”.
David Villa, Barcelona: “Come dite? ho appena firmato per il Barça? mi sono sbagliato, cacchio!”
Lionel Messi, Barcelona: “Sono anni che sogno di emulare Luis Figo, affianco al Pallone d’Oro ed al Fifa World Player ho riservato uno spazio per una bella testa di maiale”
Cesc Fabregas, Arsenal: “Wenger ha rifiutato 40 milioni dal Barça, ma solo perchè gli stanno antipatici. Sono sicuro che quando si presenterà Valdano con un’offerta da 10 milioni + Pepe, mi lascerà andare”.
Ronladinho, Milan: “Kakà non vede l’ora di rivedermi passeggiare in campo accanto a lui!”
Paolo Maldini, Milan: “Ho rifiutato la proposta del signor Galliani di tornare a giocare nel milan, perchè sono pronto a fare il terzino di spinta per Mourinho”
Rafa Benitez, disoccupato: “Dovevo scegliere tra Real Madrid B ed Inter, non ho avuto dubbi, ed ovviamente mi porto a Valdebebas anche Kuyt, Torres e Mascherano”
Nicolas Burdisso, Roma/Inter: “Moratti, ti prego, lasciami alla Roma. Però se proprio non vuoi, almeno mandami al Real!”
Cuauhtémoc Blanco, Veracruz: “Con un nome come il mio, il Real è nel destino. Ed ho solo 37 anni, cosa volete che sia? Con me si sfonda il mercato Messicano, per le magliette”
Adriano, Villa Cruzeiro Narcos Team: “devo solo risolvere un problemino con un giudice chiaramente culè, poi firmo per il Real”
Diego Armando Maradona, Argentina: “Real, prendimi. Giuro che sono 20 anni che non mi drogo.”

Che Josè Mourinho da Setubal, oltre che un bravissimo tecnico, fosse anche un opinion leader, ce n’eravamo accorti da un bel po’… espressioni quali “zeru tituli”, “prostitussione intellectuale”, “empatia con i tifosi” e via discorrendo sono diventati dei tormentoni tra noi interisti (e pure tra i laziali…).

Ecco quindi che non ci si può stupire se sulla scorta del suo “voglio andare al Real Madrid”, innumerevoli protagonisti del pallone affidano a “Marca” o “As” i loro sogni in bianco. E quando non lo fanno, ci pensano i giornalisti filo madridisti ad interpretarne i pensieri, correggendo ad arte dichiarazioni tutto sommato normali in modo da arrivare all’immancabile passaggio “voglio solo il real madrid”, senza il quale l’intervista di turno non ha alcun senso.

L’esempio più vicino a noi riguarda Maicon, cosa avrà detto davvero all’intervistatore spagnolo probabilmente non lo sapremo mai con certezza, è il solito gioco delle parti fatto di ammiccamenti, smentite, frasi che spariscono per cambiare il senso e soprattutto gonzi che comprano i giornali fantasticando l’invincibile armata che spezzera le reni al Barça ed all’europa intera…

Non è l’ultimo però, perchè dopo Maicon (e persino Wesley ed Eto’o, due “scarti” di lusso del Real…), Milito, De Rossi, Vargas, Kolarov, ora tocca ad altri due giocatorini come Gerrard e Di Maria, che volete che sia…

Mi metto nei panni dei poveri redattori di Marca ed As, costretti dalla dura concorrenza ad inventarsene (o accentuare) una al giorno, e quindi con uno slancio di pietas voglio dargli una mano, suggerendogli alcuni nomi con tanto di dichiarazioni assolutamente verosimili:

Arjen Robben, Bayern Monaco: “Real, sono pronto a tornare. Questa volta però mi porto dietro anche Ribery, così in panca scherziamo sulle sue amichette”

Didier Drogba, Chelsea: “Mourinho è il mio tecnico preferito, lo seguirò al Real esattamente come l’ho seguito a Milano. Ah, ma la Canalis ora sta a Los Angeles?”

Wayne Rooney, Manchester United: “Sogno solo il Madrid. Non vedo l’ora di tornare a fare il terzino, mentre Cristiano Ronaldo fa incetta di gol e premi individuali”

Edin Dzeko, Wolfsburg: “Volevo solo il Milan, ma ora che non c’hanno più una lira, mi va bene anche il Real in fondo”

Zlatan Ibrahimovic, Barcelona: “Sin da piccolo tifavo Real, sotto la maglietta dell’Inter avevo sempre una maglia della salute completamente blanca”

David Villa, Barcelona: “Come dite? ho appena firmato per il Barça? mi sono sbagliato, cacchio!”

Lionel Messi, Barcelona: “Sono anni che sogno di emulare Luis Figo, affianco al Pallone d’Oro ed al Fifa World Player ho riservato uno spazio per una bella testa di maiale..”

Cesc Fabregas, Arsenal: “Wenger ha rifiutato 40 milioni dal Barça, ma solo perchè gli stanno antipatici. Sono sicuro che quando si presenterà Valdano con un’offerta da 10 milioni + Pepe, mi lascerà andare”

Ronaldinho, Milan: “Kakà non vede l’ora di rivedermi passeggiare in campo accanto a lui!”

Paolo Maldini, Milan: “Ho rifiutato la proposta del signor Galliani di tornare a giocare nel milan, perchè sono pronto a fare il terzino di spinta per Mourinho”

Rafa Benitez, disoccupato: “Dovevo scegliere tra Real Madrid B ed Inter, non ho avuto dubbi, ed ovviamente mi porto a Valdebebas anche Kuyt, Torres e Mascherano”

Nicolas Burdisso, Roma/Inter: “Moratti, ti prego, lasciami alla Roma. Però se proprio non vuoi, almeno mandami al Real!”

Cuauhtémoc Blanco, Veracruz: “Con un nome come il mio, il Real è nel destino. Ed ho solo 37 anni, cosa volete che sia? Con me si sfonda il mercato Messicano, per le magliette”

Adriano, Villa Cruzeiro Narcos Team: “Devo solo risolvere un problemino con un giudice chiaramente culè, poi firmo per il Real”

Diego Armando Maradona, Argentina: “Real, prendimi. Giuro che sono 20 anni che non mi drogo.”

scritto da il 21 maggio 2010 alle 1:53

Le vite parallele di Josè Mourinho e Louis Van Gaal

Josè Mourinho e Louis Van Gaal, nonostante le schermaglie dialettiche iniziate dal tecnico olandese da un paio di settimane, hanno molto più in comune di quanto non si creda.
Un percorso professionale a tratti simile, per esempio, e più in generale due carriere che ne testimoniano il carattere, la voglia di mettersi in gioco, la lettura delle situazioni contingenti ma soprattutto il loro essere VINCENTI.
Oppure, partendo dal principio, una carriera da giocatori che non è certo passata agli annali, per entrambi.
Il loro destino, nel football, non poteva essere legato a nomi quali “Royal Antwerp” (in Belgio), “Telstar”, “Sparta Rotterdam”, “Az Alkmaar”, “Rio Ave”, “Belenenses” o “Sesimbra”.
Certo, l’Olandese ci mette un po’ di tempo in più a capire la cosa, visto che giochicchia a medi livelli per 16 anni, contro i soli 7 del Portoghese.
Nel 1990, Mourinho inizia la carriera di tecnico in un club minore portoghese, l’Estrela da Amadora, sebbene non ancora come primo allenatore; più a nord, ad Amsterdam, l’ex calciatore Louis fa parte dello staff tecnico dell’Ajax.
Louis scatta, gli riesce un allungo: nel 1991 l’allenatore dei Lancieri Beenhakker, autentico giramondo del pallone, gli libera la panchina ed ha l’occasione di dimostrare la sua bravura come tecnico, e lui non se la lascia sfuggire. In 6 anni arricchisce la bacheca più prestigiosa d’Olanda con tre Campionati, una Coppa d’Olanda, tre Supercoppe, una Coppa Uefa ma soprattutto riporta L’Ajax sul tetto d’Europa, nel 1995, contro i campioni in carica rossoneri di Capello, con una banda di ragazzi terribili.
L’anno dopo, vinta pure l’Intercontinentale, riesce a ritornare in finale, perdendola contro la juventus ai rigori.
Nel frattempo, in Portogallo, abbiamo lasciato un giovane vice-allenatore in una squadra appena retrocessa, che proprio come il buon Louis non si fa sfuggire il treno che gli passa davanti nel 1992, anche se in confronto all’Eurostar biancorosso la sua occasione è al massimo un Intercity: un altro tecnico con la valigia, Sir Bobby Robson, allenatore dello Sporting, ha bisogno di un traduttore che però capisca qualcosa di calcio.
Questo giovane amante del calcio, con umiltà e lavoro si conquista il rispetto del tecnico Inglese, tant’è che quando inopinatamente lo Sporting licenzia Robson, lo segue al Porto (due campionati ed una Coppa di Portogallo) e poi, nell’estate del ’96, al Barça.
Quel Barça che targato Sir Bobby (con un certo Ronaldo in attacco) vincerà Supercoppa di Spagna, Coppa del Re e Coppa delle Coppe… il giovane tecnico Josè è l’addetto alle statistiche ed alla traduzione delle indicazioni di Robson dall’inglese al catalano (imparato per l’occasione), nessun paragone è possibile con il tecnico che ha vinto tutto alla guida dell’Ajax, ma appunto, continua ad imparare.
E le loro strade, finalmente, si incrociano nell’estate del ’97: Sir Bobby promosso General Manager, Louis alla guida dei Blaugrana, Josè ancora nello staff tecnico, alle statistiche.
In tre anni sono due Campionati, una Supercoppa Europea ed una Coppa del Re, con una squadra schierata con un singolare 2-3-2-3, pienamente integrato nella filosofia olandese-catalana del Club, votato allo spettacolo ed alla massima copertura del terreno di gioco. Certo, la presenza di campioni come Figo, Rivaldo, Kluivert, Guardiola, Luis Enrique, e tutti i nazionali olandesi importati (i fratelli De Boer, Cocu, Zenden, Reiziger), non fu un dettaglio, ma è sempre la stessa discussione: bastano i buoni giocatori, per vincere e dare spettacolo, o è anche il caso di affidarli a tecnici che ci mettano del loro?
Io personalmente sono per la seconda ipotesi, non so voi, resta il fatto che quel Barça era uno spettacolo da vedere.
Il secondo posto dietro ad un non irresistibile Deportivo la Coruna nella stagione 1999-2000, ma soprattutto la mancata ripetizione dei buoni risultati nazionali anche in Europa mentre contemporaneamente i rivali del Real vincevano due Champions League, segnano la fine della presidenza Nunez ma soprattutto del triennio di convivenza tra i due protagonisti di questa storia, non senza un curioso epilogo scoperto l’altro giorno sulla Gazzetta dello Sport: a fine stagione, in pieno clima di smobilitazione generale, Louis lascia a Josè, nel frattempo promosso guida tecnica del Barça “B”, il compito (ma chiamiamola pure seccatura, per l’affermato tecnico in procinto di diventare CT Olandese) di guidare la squadra in una competizione minore semi amichevole come la Coppa di Catalogna; torneo solitamente giocato con solo riserve e primavera, è il primo vero banco di prova per il futuro Special One, che convoca giovani canterani già nel giro della prima squadra come Xavi e Thiago Motta, ma soprattutto vince.
Il suo primo titulo, nonchè l’unico di quella stagione disgraziata del Barça.
Le loro strade si dividono, ma la ruota del Destino, della Sorte, di Eupalla, chiamatela come volete sta girando, impercettibile ai più quanto un bambino che nasce in una mangiatoia in un posto senza acqua, luce e gas. Il tecnico affermato, diventa Comissario Tecnico, il giovane allenatore inizia a camminare con le proprie gambe, cominciando dal Club più seguito del suo paese, il Benfica, e dopo pochi mesi per dissidi con la dirigenza passando all’Uniao de Leiria, che porta all’inaspettato 5° posto.
A Gennaio 2002, lascia il Leiria perchè chiamato sulla più prestigiosa panchina del Porto, che conduce al terzo posto in quindici partite di cui ben undici vinte, promettendo di vincere lo scudetto l’anno seguente.
Nel frattempo in Olanda Van Gaal subisce l’onta, da CT, di non riuscire la qualificazione degli Oranje ai mondiali del 2002, ed abbandona per dissidi fortissimi con i giocatori, molti dei quali già da lui allenati all’Ajax ed al Barça, sui metodi di lavoro.
E’ la stagione 2002-2003 a lanciare definitivamente il razzo-Mou in orbita, mentre l’astronauta alla deriva Louis tenta un ritorno al Barça che però dura mezza stagione, lontano parente della squadra di due anni prima e soprattutto senza Figo, Rivaldo e Guardiola e con molti giocatori del suo precedente ciclo ormai sul viale del tramonto.
Il Porto di Josè invece mantiene la promessa fatta dal suo tecnico 12 mesi prima, cioè di vincere il campionato, ma non si limita a questo: Coppa di portogallo ma soprattutto Coppa Uefa consegnano agli annali del Porto una stagione memorabile, se non fosse per quanto avviene l’anno seguente: Supercoppa di Portogallo, conferma in Campionato ed addirittura vittoria della Champions League, dopo aver eliminato tra l’altro il Manchester united.
Il maestro è in una più o meno forzata vacanza, l’allievo ha offerte da tutta Europa… il mondo si è capovolto in soli 4 anni.
La saga di Mou continua in Inghilterra, al Chelsea di Abrahmovic, la sfida è semplice: completare l’opera che il bizzoso magnate russo ha iniziato a colpi di acquisti milionari l’anno prima, ma con un esito diverso dalle sconfitte del perdente di successo Ranieri.
L’operazione riesce al primo colpo, il Campionato Inglese 2004-2005 è del Chelsea così come la ciliegina della Coppa di Lega (battendo in finale il Liverpool di Benitez, la squadra di mou si riconfermerà campione l’anno seguente mentre nel 2006-2007 si dovrà accontentare del secondo posto dietro al Manchester e dell’accoppiata Coppa di Lega – Coppa d’Inghilterra.
Per il Chelsea è un periodo incredibile, per tre anni nessuno riesce ad espugnare Stamford bridge in campionato, e la stanza dei trofei del Club ha praticamente raddoppiato il proprio contenuto; anche in Champions le continue sfide con il Liverpool (e le conseguenti eliminazioni) sembrano solo un rimandare qualcosa di inevitabile, cioè una vittoria di questa squadra magari non spettacolare ma incredibilmente solida, in cui le punte fan salire la squadra prima ancora di esserne i terminali offensivi, le ali allargano il gioco ed i centrocampisti trovano frequentemente la via del gol sugli inserimenti propiziati dalla manovra di squadra. Che si giochi col 4-4-2 o col 4-3-3, non cambia nulla.
Il calcio non si è però dimenticato di Louis Van Gaal, che ricomincia ad allenare nell’estate del 2005 da una realtà modesta come l’AZ Alkmaar, in Olanda.

Josè Mourinho e Louis Van Gaal, nonostante le schermaglie dialettiche iniziate dal tecnico olandese da un paio di settimane, hanno molto più in comune di quanto non si creda: un percorso professionale a tratti simile, per esempio, e più in generale due carriere che ne testimoniano il carattere, la voglia di mettersi in gioco, la lettura delle situazioni contingenti ma soprattutto il loro essere VINCENTI.

Oppure, partendo dal principio, una carriera da giocatori che non è certo passata agli annali, per entrambi: la loro storia calcistica, in fondo, non poteva essere legata a nomi quali “Royal Antwerp” , “Telstar”, “Sparta Rotterdam”, “Az Alkmaar”, “Rio Ave”, “Belenenses” o “Sesimbra”… certo, l’Olandese ci mette un po’ di tempo in più a capire la cosa, visto che giochicchia a medi livelli per 16 anni, contro i soli 7 del Portoghese.

Nel 1990, Mourinho inizia la carriera di tecnico in un club minore portoghese, l’Estrela da Amadora, sebbene non ancora come primo allenatore; più a nord, ad Amsterdam, l’ex calciatore Louis fa parte dello staff tecnico dell’Ajax.
Louis scatta, gli riesce un allungo: nel 1991 l’allenatore dei Lancieri Beenhakker, autentico giramondo del pallone, gli libera la panchina ed ha l’occasione di dimostrare la sua bravura come tecnico, e lui non se la lascia sfuggire. In 6 anni arricchisce la bacheca più prestigiosa d’Olanda con tre Campionati, una Coppa d’Olanda, tre Supercoppe, una Coppa Uefa ma soprattutto riporta L’Ajax sul tetto d’Europa, nel 1995, contro i campioni in carica rossoneri di Capello, con una banda di ragazzi terribili. L’anno dopo, vinta pure l’Intercontinentale, riesce a ritornare in finale, perdendola contro la juventus ai rigori.

Nel frattempo, in Portogallo, abbiamo lasciato un giovane vice-allenatore in una squadra appena retrocessa, che proprio come il buon Louis non si fa sfuggire il treno che gli passa davanti nel 1992, anche se in confronto all’Eurostar biancorosso la sua occasione è al massimo un Intercity: un altro tecnico con la valigia, Sir Bobby Robson, allenatore dello Sporting, ha bisogno di un traduttore che però capisca qualcosa di calcio.

Questo giovane amante del calcio, con umiltà e lavoro si conquista il rispetto del tecnico Inglese, tant’è che quando inopinatamente lo Sporting licenzia Robson, lo segue al Porto (due campionati ed una Coppa di Portogallo) e poi, nell’estate del ’96, al Barça. Una squadra che targata Sir Bobby (con un certo Ronaldo in attacco) vincerà Supercoppa di Spagna, Coppa del Re e Coppa delle Coppe… il giovane tecnico Josè è l’addetto alle statistiche ed alla traduzione delle indicazioni di Robson dall’inglese al catalano (imparato per l’occasione), nessun paragone è possibile con il tecnico che ha vinto tutto alla guida dell’Ajax, ma appunto, continua ad imparare.

E le loro strade, finalmente, si incrociano nell’estate del ’97: Sir Bobby promosso General Manager, Louis alla guida dei Blaugrana, Josè ancora nello staff tecnico, alle statistiche; in tre anni sono due Campionati, una Supercoppa Europea ed una Coppa del Re, con una squadra schierata con un singolare 2-3-2-3, pienamente integrato nella filosofia olandese-catalana del Club, votato allo spettacolo ed alla massima copertura del terreno di gioco.
Certo, la presenza di campioni come Figo, Rivaldo, Kluivert, Guardiola, Luis Enrique, e tutti i nazionali olandesi importati (i fratelli De Boer, Cocu, Zenden, Reiziger), non fu un dettaglio, ma è sempre la stessa discussione: bastano i buoni giocatori, per vincere e dare spettacolo, o è anche il caso di affidarli a tecnici che ci mettano del loro? Io personalmente sono per la seconda ipotesi, non so voi, resta il fatto che quel Barça era uno spettacolo da vedere.

Il secondo posto dietro ad un non irresistibile Deportivo la Coruna nella stagione 1999-2000, ma soprattutto la mancata ripetizione dei buoni risultati nazionali anche in Europa mentre contemporaneamente i rivali del Real vincevano due Champions League, segnano la fine della presidenza Nunez nonchè del triennio di convivenza tra i due protagonisti di questa storia, non senza un curioso epilogo scoperto l’altro giorno sulla Gazzetta dello Sport: a fine stagione, in pieno clima di smobilitazione generale, Louis lascia a Josè, nel frattempo promosso guida tecnica del Barça “B”, il compito (ma chiamiamola pure seccatura, per l’affermato tecnico in procinto di diventare CT Olandese) di guidare la squadra in una competizione minore semi amichevole come la Coppa di Catalogna; torneo solitamente giocato con solo riserve e primavera, è il primo vero banco di prova per il futuro Special One, che convoca giovani canterani già nel giro della prima squadra come Xavi e Thiago Motta, ma soprattutto vince.

Il suo primo titulo, nonchè l’unico di quella stagione disgraziata del Barça.

Le loro strade si dividono, ma la ruota del Destino, della Sorte, di Eupalla, chiamatela come volete sta girando, impercettibile ai più quanto un bambino che nasce in una mangiatoia in un posto senza acqua, luce e gas. Il tecnico affermato, diventa Comissario Tecnico, il giovane allenatore inizia a camminare con le proprie gambe, cominciando dal Club più seguito del suo paese, il Benfica, e dopo pochi mesi per dissidi con la dirigenza passando all’Uniao de Leiria, che porta all’inaspettato 5° posto. A Gennaio 2002, lascia il Leiria perchè chiamato sulla più prestigiosa panchina del Porto, che conduce al terzo posto in quindici partite di cui ben undici vinte, promettendo di vincere lo scudetto l’anno seguente.
Nel frattempo in Olanda Van Gaal subisce l’onta, da CT, di non riuscire la qualificazione degli Oranje ai mondiali del 2002, ed abbandona per dissidi fortissimi con i giocatori, molti dei quali già da lui allenati all’Ajax ed al Barça, sui metodi di lavoro.

E’ la stagione 2002-2003 a lanciare definitivamente il razzo-Mou in orbita, mentre l’astronauta alla deriva Louis tenta un ritorno al Barça che però dura mezza stagione, lontano parente della squadra di due anni prima e soprattutto senza Figo, Rivaldo e Guardiola e con molti giocatori del suo precedente ciclo ormai sul viale del tramonto.
Il Porto di Josè invece mantiene la promessa fatta dal suo tecnico 12 mesi prima, cioè di vincere il campionato, ma non si limita a questo: Coppa di Portogallo ma soprattutto Coppa Uefa consegnano agli annali del Porto una stagione memorabile, se non fosse per quanto avviene l’anno seguente: Supercoppa di Portogallo, conferma in Campionato ed addirittura vittoria della Champions League, dopo aver eliminato tra l’altro il Manchester united.

Il maestro è in una più o meno forzata vacanza, l’allievo ha offerte da tutta Europa… il mondo si è capovolto in soli 4 anni.

La saga di Mou continua in Inghilterra, al Chelsea di Abrahmovic, la sfida è semplice: completare l’opera che il bizzoso magnate russo ha iniziato a colpi di acquisti milionari l’anno prima, ma con un esito diverso dalle sconfitte del perdente di successo Ranieri.
L’operazione riesce al primo colpo, il Campionato Inglese 2004-2005 è del Chelsea così come la ciliegina della Coppa di Lega (battendo in finale il Liverpool di Benitez), la squadra di Mou si riconfermerà campione l’anno seguente mentre nel 2006-2007 si dovrà accontentare del secondo posto dietro al Manchester United e dell’accoppiata Coppa di Lega – Coppa d’Inghilterra.

Per il Chelsea è un periodo incredibile, per tre anni nessuno riesce ad espugnare Stamford Bridge in campionato, e la stanza dei trofei del Club ha praticamente raddoppiato il proprio contenuto; anche in Champions le continue sfide con il Liverpool (e le conseguenti eliminazioni) sembrano solo un rimandare qualcosa di inevitabile, cioè una vittoria di questa squadra magari non spettacolare ma incredibilmente solida, in cui le punte fan salire la squadra prima ancora di esserne i terminali offensivi, le ali allargano il gioco ed i centrocampisti trovano frequentemente la via del gol sugli inserimenti propiziati dalla manovra di squadra. Che si giochi col 4-4-2 o col 4-3-3, non cambia nulla.

Il calcio non si è però dimenticato di Louis Van Gaal, che ricomincia ad allenare in Olanda nell’estate del 2005 da una realtà non conosciutissima in Italia come l’AZ Alkmaar, e sembra essere tornato il tecnico rivelazione degli anni ’90: secondo e terzo posto, nei primi due anni, pur senza talenti particolari in squadra. Per un vincente come lui, non certo trionfi da festeggiare, ma un modo appunto di ricominciare un discorso che sembrava tranciato di netto, irrevocabilmente.

E’ il 2007-2008 a livellare nuovamente la condizione di entrambi: i dissidi in fatto di campagna acquisti e di gestione di alcuni giocatori (su tutti Shevcenko e Ballack) incrinano il rapporto tra Mourinho ed il suo presidente, causandone la fine già a Settembre, mentre Van Gaal dopo le due stagioni positive, chiude all’undicesimo posto; per entrambi tuttavia si tratta di un passaggio a vuoto solo momentaneo, l’occasione del riscatto si ripresenta già nella stagione seguente, il Mou con i nostri colori (non servono approfondimenti, giusto?) mentre l’Olandese volante portando ad un successo clamoroso proprio l’AZ, che gli consente di essere individuato come il tecnico del Bayern per il 2009-2010.

La loro storia prosegue in parallelo pure quest’anno, entrambi inizialmente o nel corso della stagione criticati al minimo errore o sbavatura, entrambi campioni nazionali e di Coppa nazionale, entrambi alla ricerca del successo che li proietterebbe in un Olimpo ristretto, ovvero quello degli allenatori riusciti a vincere il massimo trofeo continentale alla guida di due squadre differenti; ed almeno uno dei due riuscirà a realizzare da assoluto outsider (di nuovo) quello che aveva invano tentato al Barça o al Chelsea, con rose ancora più ampie/ricche.

Ancora una volta, l’allievo ed il maestro (che in realtà non si sono mai affrontati in competizioni ufficiali, ma forse – non sono sicuro – nemmeno in amichevoli) nello stesso stadio, anche se non il Camp Nou che li ha visti insieme ma il Bernabeu dei rivali di ieri… e magari dei tifosi di domani, penserà almeno uno dei due.

Ma questa è un’altra storia, che potrà raccontare qualcun altro un’altra volta, la mia si ferma qui ed è solo un tentativo di omaggio alle carriere fuori dal comune  e tutt’altro che prossime alla conclusione di due tecnici coraggiosi, che non temono le sfide nè di essere impopolari.

E che a dispetto dei propri detrattori, sanno essere spettacolari, oltre ad aver entrambi insegnato Calcio ovunque siano andati. Partendo dal concetto comune che le partite si vincono nella testa dei giocatori prima ancora che non sul rettangolo verde.

E che sanno fare di tutto per spostare l’attenzione dalla sfida di sabato. Perchè non penserete mica che sia un caso, no, se stiamo a parlare da giorni noi del futuro di Mourinho, ed i tedeschi della presuntà maggiore spettacolarità del loro gioco?

Dialettica pura e semplice.

L’allievo ed il maestro, appunto.

scritto da il 10 maggio 2010 alle 8:48

E oggi chi si vergogna?

Presidente Sensi, si vergogna Lei questa settimana?

In fondo, non c’è molta differenza tra l’atteggiamento in campo della Lazio di domenica scorsa e quello del Cagliari su cui avete in pratica passeggiato… ho visto solo la sintesi, sia chiaro, che prima ero al Meazza con tanti altri vergognatissimi tifosi della beneamata, a tifare e soffrire contro un Chievo che su 4-1 non ha esitato a metterla dentro 2 volte, mica dei Jeda qualsiasi…

Ma lo so, pretendo troppo, Lei non si è vergognata dopo Bari-Roma, perchè dovrebbe farlo oggi?

Forse, ma neanche su questo punterei un euro, si sarà vergognata per l’ennesima mistificazione retorica di cui avete (come ambiente-Roma, società + tifosi) dato ampia dimostrazione ieri, con gli striscioni che giustificavano l’ingiustificabile gesto di violenza pura compiuto dal troglodita a cui da anni concedete tutto?

Si è vergognata nel vedere coinvolti in questa buffonata pure i figli di detto troglodita, in un’esposizione pubblica non dissimile come escamotage psicologico dai mafiosi che vanno alle processioni sacre? Se non si è vergognata lei di questo, spero che almeno l’abbia fatto la signora Ilary Blasi in Totti, brillante e simpatica showgirl che ciclicamente deve vedersi ridotta, nell’immaginario collettivo del Vostro ambiente, alla donna del maschio-alpha…

Si vergogna, signora (?) presidente, per le BUGIE di cui da sempre riempite i giornali con dichiarazioni tipo quelle del vostro allenatore su Mourinho (come se fosse il portoghese a guastare il clima in questo campionato di M####) o dei vostri giocatori (Juan: “Il problema Totti è stato creato all’esterno della Roma”; Pizarro: “basta con i moralismi, in questo ambiente non è il caso di farli, perché certe cose possono capitare a tutti…”)?

Mi indigno, altro che vergogna, in quanto contribuente RAI, nel sentire Galeazzi dire “è un peccato che un giocatore come Totti non vada al mondiale, però dopo l’episodio con Balotelli è inevitabile”: ma come, stiamo parlando di un giocatore FI-NI-TO, che cammina in campo (gli unici scatti recenti li ha fatti a palla distante mercoledì, prima su Milito e poi su Mario), che è umanamente parlando molto prossimo ad un escremento, e si sarebbe meritato di andare dove??? Ma mi faccia il piacere mi faccia…

Sempre a 90° minuto il cronista di Roma-Cagliari, il milanista Bizzotto, tutto raggiante, chiude il servizio snocciolando i numeri di Totti, a quanti gol dai 200 è arrivato, e sentenzia qualcosa del tipo “sono queste le uniche cose di cui parlare di Totti oggi”. Bravo, aggiungici pure il numero di cartellini rossi in carriera (14), caro numerologo.

Chi altro si potrebbe essere vergognato dopo le partite di ieri?

Così, a occhio, direi che dovrebbero vergognarsi i dirigenti della Pisella, per la quattordicesima sconfitta condita dal solito codazzo di petardi e disordini scatenati dai suoi beceri tifosi, quelli che inneggiano a Moggi, sugli incolpevoli sostenitori del Parma… magari a non dargli corda, “educandoli” diversamente, non si sarebbe arrivati a questo? chissà…

Mi vergogno io, come italiano amante del calcio, per il fatto che a quasi 20 anni di distanza, ancora ci sono tifoserie pronte a scannarsi per l’omicidio di un genoano, quindi spero che lo facciano anche tutti i responsabili di questa situazione: ma in tutto questo tempo, organizzare un amichevole, far chiarire le due tifoserie… sono cose così difficili?2

Chiudo con un uomo, ma che dico uomo, di più, un pagliaccio, che in questo clima così sereno la settimana scorsa ha espresso le seguenti parole misurate “auguro alla Lazio di marcire in serie B” da una platea modesta, con scarso seguito televisivo senza dubbio, un signore passato senza vergogna da Lotta Continua a Craxi, per poi approdare alla corte berlusconiana in qualità di buffone moggiano.

Caro pirla, ai gol della Lazio ho esultato anche (soprattutto) pensando alla tua faccia di c####, gli anatemi mettili nel c###.

P.S.: l’Atalanta è matematicamente terzultima, il Siena infatti non è andato oltre il pareggio con la Fiorentina. A meno di sconvolgimenti non certo preventivabili oggi, al pari della scoperta di marziani vivi nella prossima settimana, non è pronosticabile alcun ripescaggio multiplo. Il premio salvezza, promesso in caso di arrivo al terzultimo posto, dovrebbe essere ufficialmente svanito. Attendiamo trepidanti il nuovo escamotage per far transitare soldi (e motivazioni) dalla società Siena (e chi vi è dietro) ai suoi giocatori, in vista di domenica prossima.

scritto da il 30 aprile 2010 alle 10:11

El Kann ed altri animali

C’era una volta il 2003, sette anni fa, ma sembra una vita.

Di questi tempi, il mio prof di Finanza Aziendale subiva la beffa degli studenti milanisti, dopo l’Euroderby di ritorno in semifinale (da noi giocata dopo più di vent’anni dalla precedente), ed a Manchester andavano Milan e Juventus.

In quell’esportazione di trofeo Berlusconi, andava in scena in realtà molto di più, cioè la certificazione su scala europea della forza e del potere di due club che in Italia avevano dominato il decennio appena conclusosi.

Nell’altra semifinale tra l’altro i bianconeri avevano eliminato il Real Madrid, campione d’Europa ed Intercontinentale in carica, in una delle sue ultime interpretazioni da protagonista su scala europea prima di perdersi tra ali, punte, punticine e trequartisti.

Il confronto con oggi, è qualcosa di assolutamente godurioso, inimmaginabile per chiunque: il Real a parte i quarti di finale col Monaco dell’anno seguente (purgata dall’ex Morientes) ha collezionato una serie di SEI eliminazioni consecutive agli ottavi, ha cambiato radicalmente la sua intelaiatura almeno altre due-tre volte, a cifre folli, ma sono Milan e Juve le squadre su cui intendo maggiormente soffermarmi, nel day after della partita storica del Camp Mou.

Si, perchè laddove una volta il calcio italiano era controllato (direttamente, indirettamente, o comunque da protagoniste) da due società che magari usavano metodi discutibili (con i distinguo del caso, che non ho voglia nè tempo di fare) ma di sicuro erano il paradigma dell’efficenza e dell’organizzazione (a delinquere – magari – ma comunque organizzazione), ora siamo di fronte a due “bande dell’Ortica” composte però da soli “pali” sul modello della famosa canzone di Jannacci, vista la serie di mosse susseguitesi nel giro di 24 ore che definire “fuori tempo” è un eufemismo…

Da prima, nel giorno della radiazione del signor Moggi Luciano (che non gonverma e non sbendisce), il nuovo presidente Fiat John Elkann non trova di meglio che piazzare il cug-inetto Andrea Agnelli (universalmente considerato l’esponente familiare più vicino alla pluricondannata triade) alla presidenza della mefitica squadra di famiglia.

E’, l’Agnelli Andrea, una figura che pare uscita da uno sketch di Rowan Atkinson, mixato con l’imitazione di Gasparri fatta da Neri Marcorè. Insomma, il prototipo di uno sfigato, che non ha ben chiaro cosa stia lì a fare (ma evidentemente non è piazzabile in altri ruoli nel gruppo). Infatti si è già prodotto in mirabili supercazzole del tipo che rafforzeranno sia la struttura societaria in Corso Galileo Ferraris, sia la struttura sportiva di Vinovo…

ECHEVVORDI’? Mettono quattro tiranti?

Mah… il cugino più famoso intanto mostrava segni di insofferenza. Eh si, perchè dopo aver in 4 anni cambiato 4 allenatori con la promessa di un quinto a breve, aver avallato l’acquisto di una serie di brocchi strapagati quali Thiago, Felipe, Melo, Salami Izzic, (G)Righeira, Amauri, Andrade… dopo aver scolpito incancellabili nella storia bianconera figure quali Blanc, Secco, Cobolli e Gigli, la prospettiva di farsi rubare la scena dal MrBean di famiglia deve essergli sembrata terribile.

E così, ecco la nuova sparata ad effetto: «Nei prossimi giorni sarà definito un esposto alla Federcalcio per chiedere la revoca dello scudetto 2005-2006. In coerenza con quanto abbiamo sempre sostenuto: le regole valgono per tutti».

Poco importa che finora non sia emerso proprio nulla che non dico parifichi, ma nemmeno avvicini, a ciò che faceva la Juventus, l’Inter.
Stupisce soprattutto il tempismo: l’ex D.G. viene radiato, per quanto faceva? bene, lo stesso giorno chiedo la revoca dello scudetto assegnato a chi l’aveva ricevuto dopo le prime condanne.

C’è un altro passaggio buffo, delle dichiarazioni di El Kann:“Chiederemo giustizia ma non la riapertura del Processo sportivo nonostante il coinvolgimento in Calciopoli di altre squadre”

Certo che non chiederete la riapertura del processo sportivo, non potete ottenere nulla! Anzi, peggio ancora, a riaprire il processo sportivo, potrebbero finire sotto la lente di Palazzi pure le SIM svizzere, non note nel 2006…

Mentre tutto ciò andava in scena a Torino, l’astuto premier tra un brindisi per la defenestrazione di Bocchino ed un altro per la finale raggiunta dall’Inter non si lasciava sfuggire l’occasione di silurare pubblicamente Leonardo, a tre giornate dalla fine con il terzo posto non ancora matematicamente certo.

Il quale tamblè, passa da giovane scoperta e brillante mossa societaria, pompata in estate come la svolta Guardiolista di Milanello, ad un Ferrara qualsiasi.

Mah!

Di sicuro, Leonardo, testardo o meno che sia, per quanti errori possa aver fatto quest’anno, si trova in buona compagnia: da Zaccheroni a Zoff, passando per Ancelotti senza dimenticare ovviamente Capello, l’elenco dei sacrificati all’altare della competenza tecnico-tattica dell’ex allenatore dell’Edilnord è degno di un monumento ai caduti in guerra.

Il tutto ad un giorno di distanza dall’outing di Marina Berlusconi, che nel nome dell’amore comunica urbi et orbi che han chiuso i rubinetti, e che di calcio non ne capisce molto, ma non se ne occupa in fondo.

Sette anni in Tibet, ed il mondo appare diverso.

P.S.: non ce ne siamo dimenticati. Siamo andati a Barcellona per una scampagnata a base di uova e schiamazzi notturni, ma vi pensiamo sempre cari De Rossi e Rosella.

BOJINOV, HERNAN, BIABIANY, JIMENEZ… SIAMO CON VOI, SABATO POMERIGGIO.

NON PER ALTRO, SOLO PER LA REGOLARITA’ DEL CAMPIONATO, L’IMPEGNO DEI PROFESSIONISTI, LA DIGNITA’ E TUTTE LE ALTRE SEGHE MENTALI CHE QUOTIDIANAMENTE CI VENGONO RIPETUTE…