“A testa alta” sembra diventato il lèitmotif dell’esclusione dalla Champions. Ma è anche vero che ci sono squadre che escono più a testa alta di altre. Forse dipende dal numero di legnate prese.
In effetti secondo il teorema della Prostituzione Intellettuale: schiaffeggiando ripetutamente le chiappe a una persona, questa tende ad allungare la spina dorsale. Il risultato finale è quello di una bella schiena arcuata e la testa altissima. Sono immagini bellissime.
“
Trova le differenze. Il ritorno della rubrica più amata dalle PI. Credits: Immagine da Internet
Io preferisco “testa bassa e pedalare” che è quello che deve fare l’Inter ora, soprattutto a livello societario. Ma questo, come al solito, non significa non ascoltare, non vedere, non notare il marcio che ci circonda da anni.
E io, che si vinca o che si perda, le differenze le continuerò a vedere. E continuo a stupirmene…
scritto da Miss Green⁵ il 16 gennaio 2012 alle 7:20
Io giuro che a un certo punto ho anche provato a dormire, ma poi mi sono svegliata nel mezzo della notte e, ancora sotto gli effetti della goduria post derby, ho buttato giù un paio di pensieri. Perché secondo me dopo un derby non si possono scrivere post tecnico-tattici, dopo un derby vinto così da “sfavoriti” ancora meno. Cioè seriamente, come si fa a razionalizzare una gioia infinita che dura una vita? Io ancora non lo so, ma un paio di cosine da dire le avrei.
Curva Nord: uno sforzo coreografico straordinario, appena trovo un video lo posto, perché l’alternata è una cosa che va vista. Per la cronaca, il web sta impazzendo di complimenti. Bravi. E ricordatelo sempre: cantate, stronzi!
Coreografia alternata, a contrastare un muro incolore "diversamente fantasioso".
Julio Cesar: una prestazione perfetta, una sicurezza finalmente ritrovata. Un paio di parate che hanno salvato il risultato e che ci hanno fatto godere come al goal. Ciao Julione, ben ritrovato.
Maicon: non c’è niente da fare, è lui che decide SE e QUANDO. È inutile che gli si gridi tutti di saltare l’uomo. Lo farà solo se e quando gli sembrerà opportuno. E se ne avrà voglia. Oggi ha fatto anche un bel lavoro difensivo.
Lucio: ieri sera incredibilmente pulito e diligente. Le volte che si è spinto oltre la linea di centrocampo lo ha fatto senza compromettere la fase difensiva. E per questo le mie coronarie ringraziano sentitamente.
Samuel: boh, ecco, se uno lo chiamano The Wall tutta la carriera un motivo ci sarà. Ibra magari l’inglese non lo mastica, allora lui -gentilissimo- gli fa i disegnini: da qui non si passa.
Nagatomo: parte timidissimo, a dire il vero non può fare altrimenti, visto che i primi 10-15 minuti si gioca praticamente solo sul lato opposto. Cresce nel corso della partita, fa un paio di cappellate che non si vedevano dai tempi di Gasperini, ma tutto sommato prova anche a buttarla in rete.
Zanetti: ormai con ieri sera le ho viste tutte. Zanetti. Cross. Milito. Goal. Lucida, non credo ci siano altre parole per la prestazione del Capitano. Quello bollito, quello della gang, quello che ormai entra in campo solo perché lo ha deciso Cambiasso. Eh, già…
Tiago Motta: io solitamente devo farmi forza per sopportarlo. Lo so, lo so “è un giocatore della madonna”, “meno lo noti, meglio sta giocando”, blablabla. Io non riesco ad amarlo. Ma ieri sera, Fonz mi è testimone, non ho avuto niente da dire. Anzi. Son cose.
Cambiasso: prestazione sottotono rispetto alle ultime partite, meno attento in difesa e qualche errore di troppo. Però è in un periodo positivo e non me la sento di pensare che sia tornato nell’abisso.
Álvarez: anche lui un po’ spento come Cambiasso, ma d’altra parte gli avete rotto talmente tanto i cabbassissi, che il derby era la partita giusta per farsela un po’ sotto. Vi farei anche notare che non “si è mangiato un goal a porta vuota”, ma ha tentato di far filtrare la palla sotto le chiappe di Abbiati (probabilmente sa che è uno che si fa uccellare in questo modo) ma Abbiati stavolta è abilissimo a portare avanti a terra il ginocchio destro e a evitare la figura di merda. Si chiama grande parata. Ah no, scusate, cancellate tutto. Álvarez è una pippa clamorosa.
Milito: per la seconda partita consecutiva riesco a far partire il coro “…ed è la Nord che te lo chiede, Diego Milito facci un goal” con l’orgoglio di chi dal carro non è mai scesa, nemmeno per prendere i Grisbì alle soste in Autogrill. Fatevi un’esame di coscienza e dopo aver detto la frase di rito “eh ma le parole dopo la finale di Madrid” ditemi se non sia perfetto aver vinto un derby con un SUO goal. Si sbatte talmente tanto per tutta la partita che è ovvio che sia tornato IL Principe. Quello scemo che va in giro con scritto Prince sulla maglia cambi subito il nome.
IL Principe Milito
Pazzini: per me la nota stonata. Io non ce la faccio più e no, non salirò su nessun carro. Cerca in maniera irritante falli come se fosse Inzaghi, ma è meno convincente. Anzi, più ci prova, più si innervosisce e reagisce. Il fallo ormai lo fa lui, quando non perde palla. Più lento del solito, appesantito, anche un po’ triste. Le vacanze di Natale ce l’hanno ridato con un culone-zavorra di cui farei volentieri a meno. Per me ora è da panchinare. Nonno, fallo lottare per la titolarità. Male non gli può fare.
Ranieri: Nonno, hai ragione tu. Punto.
Gasperini: sì, ecco, non posso tagliarlo fuori perché scrivendo mi sono resa conto che i momenti di sfiducia in Julio Cesar, i cali di Cambiasso e Zanetti, l’involuzione di Nagatomo, corrispondono al suo periodo. Il suo periodo ci ha anche “regalato” un Milito spento, quando non era infortunato, proprio lui che in teoria doveva tirare fuori il meglio grazie al “suo” allenatore. Non so nemmeno come sia possibile averlo fatto ed è ovvio che non si possa tornare indietro, ma ci tengo che ci sia anche lui qui a ricordare alla società che Ranieri era libero quando Gasperini il gobbo è stato ingaggiato.
chi non salta rossonero è
scritto da Miss Green⁵ il 9 dicembre 2011 alle 15:06
Adesso va di moda fare il post col video della puntata di Inter_Net per incensarsi un po’, però stavolta ho deciso che lo carico io, per bassare un po’ i toni (cit.) se no tocca sopportare strane richieste da parte di certi redattori che sarebbero capaci di candidarsi addirittura al Pulitzer.
Va anche di moda intervenire a Inter_Net con la webcam, svelando la propria identità reale: Andrea Stramaccioni in realtà è Nk.
Andrea, ce lo potevi dire che eri Nk e viceversa, io davvero non capivo tutto quell’interesse morboso per la NextGen Series, pensavo fosse una crisi di mezza età o un momento “così” e invece eri tu. Tutte quelle informazioni sui nostri giovani, tutto quel tempo speso a vedere partite della Primavera in orari assurdi e proibitivi per chiunque. Mister, anche se in veste di Nk cerchi di limitare l’accento romano e usi una R contraffatta, sei stato scoperto.
Buon lavoro con la Primavera, carica i ragazzi. Probabilmente prima o poi ci converrà entrare in campo con la TUA squadra.
Un fermo immagine dal video: Monzani intervista Nk.
scritto da Miss Green⁵ il 11 novembre 2011 alle 11:34
Nella stagione 1925-1926 nell’Inter giocava un certo ungherese di nome Árpád Weisz. Questa dì per sé non è una notizia straordinaria, all’epoca i nostri campionati erano pieni di ungheresi, come dimostrano le statistiche della RSSSF a riguardo.
Árpád era nato dalle parti di Budapest e dopo aver giocato al Törekves (Ungheria), al Makkabi Brno (Cecoslovacchia) e all’Alessandria era approdato all’Inter. Ma il giocatore che fu non ci interessa, infatti la sua carriera fu interrotta da un grave infortunio.
Il bello viene dopo: nel 1927 torna all’Inter da allenatore e “scopre” il diciassettenne Giuseppe Meazza. Nella stagione 1929-1930 Árpád e l’Ambrosiana vincono finalmente il Campionato, Meazza è il capocannoniere e segna addirittura 31 goal segnati in 33 partite. Questo è il primo campionato che si gioca con la formula del girone unico a 18 squadre, 7 delle quali sono allenate da ungheresi.
Ma cosa distingue Árpád Weisz dai suoi colleghi dell’epoca? Cosa lo rende, secondo me, il primo Mourinho della storia del calcio?
Árpád Weisz è il migliore allenatore della sua epoca. Vince con l’Ambrosiana, che prima di lui non è certo la prima della classe, si permette di vincere lo scudetto con il Bologna per due anni di seguito (1936 e 1937) e poi di portare lo stesso Bologna alla vittoria Parigi nel 1937 della Coppa dell’Esposizione (chiamiamola “la Champions League dell’epoca”) contro il Chelsea. Gli inglesi, gli inventori del football.
Il Bologna vittorioso sul Chelsea.
Scopre il talento di un ragazzino che gioca nell’Inter e lo lancia in prima squadra a 17 anni, facendolo allenare con gli esercizi palla al muro per farne un giocatore ambidestro, creando il più grande giocatore italiano di tutti i tempi.
Giuseppe Meazza: l'inizio.
Giuseppe Meazza: la consacrazione.
Si allena con i giocatori, per la prima volta un allenatore si mette la tuta e scende in campo con i suoi ragazzi, pianificando la preparazione atletica come se non fossero gli anni ’30. I giocatori lo amano e lo rispettano. È un perfezionista, parla di schemi, di norme tecniche, di ruoli in campo, di metodologie di allenamento e scrive il manuale “Il giuoco del calcio”, un volume quasi introvabile che pone le basi della letteratura calcistica in campo tecnico.
La copertina e un estratto dal volume "Il giuoco del calcio".
Árpád Weisz purtroppo ce lo siamo perso per strada, complice un silenzio di più di 70 anni, finalmente interrotto dal bellissimo libro di Matteo Marani, direttore de Il Guerin Sportivo: Dallo scudetto ad Auschwitz, Aliberti Editore.
“Fatto sta che di Weisz, a sessant’anni dalla morte, si era perduta ogni traccia. Eppure aveva vinto più di tutti nella sua epoca, un’epoca gloriosa del pallone, aveva conquistato scudetti e coppe. Ben più di tecnici tanto acclamati oggi. [...] Sarebbe immaginabile che qualcuno di loro scomparisse di colpo? A lui è successo” Matteo Marani
Marani ha fatto un lavoro immenso, dato che di Weisz non si sapeva quasi nulla. Si è messo a girare mezza Europa per trovare vecchi giornali, foto e lettere. La sua inchiesta ha portato alla luce il mondo di questo grande allenatore, dai primi anni in Italia alla fuga dalle Leggi Razziali, alla prigionia e morte ad Auschwitz. Ma si tratta di una vera biografia che parla solo marginalmente di calcio, leggendolo scopriamo un uomo colto, che ha viaggiato tra Argentina e Uruguay per studiare il calcio, che ha trovato in Italia una seconda casa e ha creduto fino alla fine che la sua posizione l’avrebbe in un certo modo esentato dalla persecuzione nazista. Ci ha creduto fino all’ultimo, Árpád Weisz l’allenatore ebreo, rifugiandosi in Olanda, a Dordrecht proprio vicino al nemico.
“Visto da lontano, Arpad Weisz non è alto e non è basso. Non è bello e non è brutto. E’ un uomo normale, nelle forme fisiche quanto nel volto. Eppure basta osservarlo qualche istante per non staccargli lo sguardo di dosso. Ha qualcosa di misterioso e insieme di magnetico, una faccia simpatica e intelligente, che si scopre lentamente. Il sorriso è vago e indefinito, ma possiede anch’esso una strana magia…E’ il momento più bello della sua vita e dista appena nove mesi dalla fuga dall’Italia, meno di quattro anni dall’inferno di Auschwitz, meno di sei dalla fine di tutto.”
Finito di leggere la biografia di Árpád Weisz, ho chiuso il libro e ho riletto il retro. “Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo e chi sa come è finito.” Enzo Biagi.
Dopo aver parato il rigore, ti sei alzato e hai esultato, sembravi Fonz che a momenti mi ribalta il tavolo del pub addosso. Il rigore non c’era e l’hai annullato. Una specie di legge del taglione.
Col piede poi, un gran gesto di cui nessuno parla oggi. Vuoi perché sono tutti più che giustamente incazzati, delusi e angosciati, vuoi perché ogni tanto ci fai traballare. A me però non sembra giusto non parlarne, visto che quando capita che tu ti esibisca in qualche cappellata ti crocifiggiamo per benino.
E poi ecco, volevo ringraziarti per quell’esultanza, perché anche nello sconforto che ci avvolge vedendo tutte quelle strane casualità, ho visto quella grinta. Non perderla, non dimenticarla a casa e se ne hai che avanza distribuiscila ai tuoi compagni. Quest’anno sarà durissima e quella grinta serve eccome. Bravo Luca!
Miss: "Se non entrano tutti in area lo para. Vedrai."
scritto da Miss Green⁵ il 9 settembre 2011 alle 11:33
La carenza di calcio può essere rapportata a determinate cause, le quali vanno prese in seria considerazione, se si vuole procedere all’adozione degli adeguati rimedi per risolvere questo problema caratterizzato anche da sintomi specifici. Se la carenza di calcio non viene risolta, sono diverse le conseguenze in cui si può incorrere.
Non sfugge a nessuno l’importanza del calcio nella nostra salute in tutte le età, la carenza di calcio è una delle più dannose e comuni ai giorni d’oggi. Il calcio è indispensabile per la regolazione dei battiti del cuore, per mantenere allenato il cervello, per prevenire e curare la noia, per sfogare l’adrenalina. Inoltre, la carenza di calcio associata al calciomercato è la causa principale dei comunissimi ed invalidanti stati di ansia, di paure immotivate, di coliti, della stitichezza, dei comuni mal di testa, di dolori pseudo-reumatici e di molti altri disturbi fastidiosi, come la caduta dei capelli, la fragilità delle unghie, ecc.
All’inizio del Campionato, il tifoso entra in trance agonistica e l’assunzione di calcio lo reinserisce in una routine a lui familiare. Ma il Campionato non basta, nell’organismo tutti gli elementi sono legati l’un l’altro, proprio per completarsi a vicenda: occorre dunque fornire sempre dei gruppi sinergici e non degli elementi isolati, perché altrimenti possono insorgere seri problemi. In particolare al Campionato è legata in molti casi la partecipazione della propria squadra anche alla Coppa Italia e, in casi più rari, alla Champions League.
Anche qui bisogna seguire l’esempio della Natura che accomuna sempre gli elementi che devono agire in sinergismo: l’Interista non soffre di sovradosaggio in casi di assunzione ravvicinata di Campionato, Coppa Italia e Champions League. Non possiamo però portare ad esempio altri tifosi, per mancanza di prove.
Manca poco, dai.
Detto questo, stasera gufo perché ogni tanto fa bene alla salute.
scritto da Miss Green⁵ il 3 settembre 2011 alle 2:55
In anteprima su BausciaCafé, una bella sorpresa per il ritorno al calcio giocato.
Questo lo trovate sotto la tribuna verde.
Grazie Cipe. Sempre al nostro fianco.
Per dovere di cronaca, segnalo che i corridoi dipinti sono 6 (al primo anello verde e blu), ma anche che quelli dipinti a tema Milan erano decisamente inferiori. Tocca essere superiori in tutto. Ma proprio tutto eh?
P.s. La notte bianca a San Siro: una cagata pazzesca. Con quella faccia un po’ così, da Oktoberfest dei poveri…
scritto da Miss Green⁵ il 22 luglio 2011 alle 2:27
«Tra i tanti trofei che ha conquistato, ce n’è uno di cui era particolarmente orgoglioso. Non una Coppa dei Campioni, non una Coppa Intercontinentale: no. Una targa che teneva nel salotto di Villa Giovanna. [...] Nel salotto di Villa Giovanna c’è una targa che l’UNESCO ha voluto consegnare a Facchetti come riconoscimento per il suo grande fair-play, per la sua correttezza esemplare. Sul premio c’è scritto: “Meglio di una vittoria”. In 600 partite giocate, Giacinto è stato espulso una sola volta. E sai perché? Non per un fallaccio o una parolaccia, ma per un applauso ironico rivolto all’arbitro, tale signor Vannucchi, che poi diresse poche altre partite in serie A. Troppo scarso. Uno che espelle Facchetti è nato per fischiare ai passeri. E anche da dirigente, da presidente dell’Inter, Giacinto è sempre stato degno della targa dell’UNESCO. Negli anni è diventato una luce, un faro alto e biondo: nei giorni di tempesta e di confusione, in Italia e all’estero, tutti gli uomini di calcio guardavano a lui, ai suoi comportamenti retti e sapevano riconoscere immediatamente la rotta da seguire: la più onesta, la più limpida. Solo un tipaccio ha cercato di imbrattare il nome di Facchetti, senza riuscirci. Un ex ferroviere, anche lui a capo di una squadra di deviatori, come il papà di Giacinto: solo che l’Ammazzacristiani deviava i binari, il tipaccio deviava gli arbitri. Meno male che è finito su un binario morto. Il dirigente Facchetti annotava i suoi pensieri su un diario e una sera scrisse: “Bisogna fare in modo che gli ideali sportivi abbiano sempre la meglio sulle considerazioni finanziarie. Difficile in un mondo dove l’egoismo tende a far dimenticare gli ideali”. Un’altra sera ha scritto una frase del Tolstoj: “Non si può essere buoni a metà”. Giacinto lo è stato per intero. Ora sai perché c’era tanta gente l’altro giorno in Sant’Ambrogio.»
«E perché hai pianto, nonno. È stato peggio di perdere un dito, vero?»
Luigi Garlando “Ora sei una stella”
Non l’avete letto? Mollate quello che state facendo, uscite subito di casa e correte a prenderlo. E leggetelo. Subito. Non c’è storia più bella di un bambino che scopre l’interismo grazie alle parole di un nonno baüscia che sa di Peppino Prisco e racconta Giacinto Facchetti.
È dallo stile e dall'eleganza del cuore che si riconoscono gli interisti. Noi siamo Giacinto Facchetti.
Io il Cipe non l’ho mai visto giocare, ma sono cresciuta vedendo questa foto dietro il bancone del bar dell’oratorio a pochi metri da San Siro. I vecchietti della briscola ne parlavano sempre, dicevano che uomini così non ne nascono più, ma noi siamo stati fortunati perché “Il Giacinto sarà sempre nostro”.
Non l’ho conosciuto, ma non ho nemmeno mai sentito parlare male di Facchetti, il giocatore, l’uomo, il dirigente. MAI. Fino a quando un bel giorno un giovane presidente di una squadra allo sbando, ha deciso che per guadagnarsi la stima dei suoi tifosi l’unico modo era attaccare Facchetti. E quale modo migliore, proprio nel paese in cui i morti diventano automaticamente santi, che ribaltare questa simpatica usanza e reclamare uno scudetto colpevolizzando una persona che non può difendersi perché è morta?
Abbiamo assistito per settimane a uno schifo mediatico senza precedenti, fatto di attacchi gratuiti, di processi inventati, sempre con quell’odiosissimo obiettivo di far passare l’idea che “tutti colpevoli, nessuno colpevole” . Abbiamo seguito tutta la vicenda avvolti da uno strano silenzio societario.
Il popolo interista però non ha voglia di stare zitto, ci sono innumerevoli articoli che potete leggere in rete a riguardo e arrivano tutti alla stessa conclusione, sintetizzata perfettamente da Sabine Bretagna nella sua ”Lettera aperta al Presidente”:
Quella gigantografia srotolata ci ha ricordato in che cosa abbiamo creduto e in che cosa continueremo a credere. Ma fissarla in silenzio non sarà sufficiente. Il Cipe avrebbe lottato e lo avrebbe fatto senza pensarci. Semplicemente perché era giusto farlo. Non esistono altri motivi per combattere questa guerra, Presidente. Non per uno scudetto, non per quella gente lì, non per un sacco di altre cose. Lo faccia semplicemente per lui. Vada fino in fondo, faccia ricorso, alzi la voce. Non si fermi fino a quando da quella gigantografia non sarà sparito l’ultimo schizzo di fango. Lo faccia perché noi non siamo come quella gente lì. Non lo siamo e non lo saremo mai.
E leggendo le parole di Sabine ho iniziato a chiedermi “Massimo che succede?”. Cosa vuol dire “Ma penso che a esserci rimasta più male sia stata la famiglia di Giacinto?”. NOI SIAMO GIACINTO. Tutti noi ci siamo rimasti male, tutti noi ci siamo stretti intorno al ricordo infangato del Cipe e abbiamo iniziato a ripulirlo, parola dopo parola, discorso dopo discorso, sempre contro tutti.
Massimo, è ora che ti svegli, che tu veda da che parte stiamo noi. Ci vedrai in giro con le maglie del Cipe, ci vedrai lottare come sempre perché la sua memoria non sia sporcata ancora una volta.
Massimo fatti sentire, vieni dalla nostra parte e alza la voce, per una volta.
scritto da Miss Green⁵ il 11 maggio 2011 alle 15:06
“Sono orgoglioso di arrivare a questa cifra, 1000 partite molto sentite tutte quante, e arrivare a questo traguardo è per me davvero importante. Finora ho collezionato 33 presenze con il Talleres, che è stata la mia prima squadra, 66 con il Banfield, 12 con l’Under 23, 140 con la Nazionale maggiore e 748 con l’Inter: totale 999. Se dovessi giocare contro la Roma arriverei appunto a 1000, un traguardo importante. Nella mia carriera ho fatto sempre tutto con passione, il calcio mi ha sempre dato tanto e io ho cercato sempre di rendermi utile ogni volta che ne ho avuto un’opportunità. Arrivare a questa cifra è anche importante perché non ci sono tanti giocatori che ci arrivano, sono solo nove*, io sarei il decimo, e i loro nomi sono tutti molto importanti. Essere fra loro è un motivo di orgoglio”. – Javier Zanetti, Inter Channel
*Peter Shilton, Ray Clemence , Pat Jennings, Alan Ball, David Seaman, Paolo Maldini, Andoni Zubizarreta, Roberto Carlos e Tommy Hutchinson.
scritto da Miss Green⁵ il 16 aprile 2011 alle 11:50
Questo il botta e risposta via sms che sanciva la partenza alla volta della Veltins Arena alle 15:00 di due giorni addietro del duo di ragionieri più celebre d’Italia.
Svariati km dopo il Duca mi aggiorna circa un possibile ritardo (scoprirò che ha polverizzato il precedente record mondiale di autogrill solo più tardi, molto più tardi) ma io ormai ero già passato in albergo a smettere i vestiti civili per la divisa d’ordinanza ad una velocità da far impallidire Nembo Kid nella cabina del telefono, ed essendo già per strada ho continuato l’avvicinamento.
Arrivato nei pressi dello stadio con irrisoria facilità e sorprendente gratuità lascio la fiammante Nubira SW a noleggio e attendo notizie del Duca, che nel frattempo veleggia tra Leverkusen e Bochum invocando pazienza e reclamando dritte sull’area parcheggio. Non resta che fare due passi (saranno molti di più alla fine) intorno allo stupendo impianto dello Shalke fino a raggiungere, dopo periplo completo, l’accesso al settore ospiti in attesa del Duca armato di biglietti. Si inganna l’attesa facendo due chiacchiere con i trasfertisti presenti, sorseggiando una birra, inneggiando a Figo che nel frattempo è entrato allo stadio e mostrando il dito medio ad un Raul che dal finestrino del bus rimane basito da tanto calore.
Finalmente il mio biglietto, costato come un villino in costa azzurra, arriva attaccato ai polpastrelli del mio compagno di (s)ventura. Lo saluto caldamente come si conviene a una fonte di calore da parte di un mezzo assiderato e passiamo i varchi senza il consueto triplice controllo carpiato proprio delle nostre latitudini. All’ingresso ci si para davanti un avveneristico bar fornito di ogni ben di dio. Avendo saltato a piè pari la cena mi ci avvento implorando bratwürst + birra (dandoci di gomito ci dicevamo : Se non qui, dove?).
A questo punto fa la sua comparsa la vera regina della serata, che ahinoi non sarà l’Inter. Scavallata la coda con italico ardore al momento dell’ordine mostro il contante, ma l’addetto mi risponde qualcosa come “Nein, Karte!”. Penso alla carta di credito che prontamente esibisco. “Nein, CLUBBE Karte”. Sarà il biglietto? Nein. Le proviamo tutte, dalla patente alla tessera della bocciofila della fidanzata del Duca. La clubbe karte scopriamo poi essere la famigerata “tessera del panino”, roba che Maroni se la sogna la notte. Dovete sapere che per acquistare generi alimentari alla Veltins Arena bisogna prima comprare una tessera ricaricabile, caricarla e solo allora ordinare. Il tutto sottoponendosi naturalmente a una seconda coda. Bestemmiando sanscrito desisto.
Prendiamo posto appollaiati nei pressi del corner a uno sputo dai tedeschi festanti. Complice qualche buco ne approfittiamo per avvicinarci ulteriormente fino ad essere praticamente in campo (il Duca sarà così più comodo nell’insultare Wesley al 15esimo corner barzotto della serata). Sorprendentemente siamo belli carichi, ci facciamo nei limiti del possibile sentire, trainati da un pazzo scatenato che ci siede di fronte e che elegge a vittima preferito un buzzicone tedesco coprendolo di improperi tra l’ilarità generale. Ma inevitabilemnte passa il tempo e le minime speranze dimuiscono fino a crollare al loro vantaggio. Cominciano i mugugni e molti dei presenti eleggono il loro personale responsabile (ad esempio a quello dietro di noi Maicon aveva presumibilmente trombato la moglie e rigato la macchina).
Nella pausa approfitto del credito residuo sulla tessera del panino dell’amico del pazzo che aveva appena acquistato, a peso d’oro, dei meravigliosi pop corn caramellati. I ripiego sull’agognato bratwürst. Finalmente rifocillato ci apprestiamo al secondo tempo: pronti via e pareggio. Speriamo di salvare almeno la faccia, e invece i crucchi spietati non concedono nemmeno quello. Fermo a stento il Duca che vuole attentare alla vita di Leonardo perchè non schiera l’arma risolutrice Mariga ed il match si conclude. Il capitano e pochi altri sotto lo spicchio a ringraziare noi e noi, nonostante tutto, a ringraziare loro. In questo abbiamo fatto davvero tanta strada in 5 anni.
Sciamando in mezzo ai tedeschi saluto il Duca come si conviene ad uno che ha condiviso con te una follia del genere. L’indomani sarebbe stato un giorno lungo per entrambi, ma nonostante tutto ne è valsa la pena. La prossima volta però Duca, i panini li portiamo da casa.
Un’immagine di Gigi di Biagio dopo il vantaggio tedesco.
Un doveroso saluto va ovviamente alla Miss, assente di lusso dell’ultima ora ma vicina con lo spirito.
P.S. “ducale”: un ringraziamento particolare a Gigi per aver condiviso la settimana di attesa, l’organizzazione Filini e la serata da “due uomini ed un wurstel” ed un saluto agli amici milanes/lussemburghesi del Gruppo Pise, miei compagni di viaggio, con i quali ho condiviso i 600 km ed i rischi della sosta in autogrill. Accerchiati da uno Schalke Clubbe e presi per il culo perfino da una commessa di Burger King (“ditemi una cosa, ma voi ci credete veramente???”).
Alla prossima trasferta!
Pubblicato da Miss Green on behalf of “il duo di ragionieri più celebre d’Italia”
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