scritto da il 22 maggio 2011 alle 6:23

22 Maggio

Quelli che vivono di ricordi non li ho mai sopportati. Quelli che vivono di ricordi sono quelli che “sono sempre 29″, quelli che “eh ma siamo i più titolati del mondo”, quelli che passano l’esistenza a subanalizzare ogni sputazzo e scaccolamento dei giudici del processo calciopoli e così via. Quelli che vivono di ricordi perché il presente non è all’altezza del passato, o anche perché, semplicemente, il presente è una merda.

Però oggi è il 22 Maggio.
Il 22 Maggio per noi sarà sempre La data. Sarà sempre quel puntino sul calendario che ci farà fantasticare con un bel sorrisone da ebete stampato sulla faccia. E questo a prescindere da quelli che saranno (e sono) i risultati dell’Inter, perché quella sera, quel 22 maggio 2010, la nostra squadra ha toccato l’apice della sua storia, ed anche se in futuro dovesse (sèh) (sgrat) ricapitare un triplete, quello del 22 Maggio 2010 rimarrebbe comunque il primo ed unico per una lunga serie di motivi.

Perciò, oggi mi sento autorizzato a vivere di ricordi. Anzi, mi sento in dovere di vivere di ricordi, dei ricordi di quella nottata epica. Anche se il presente non è male, anche se non siamo costretti ad assistere passivamente alle vittorie degli altri ed a rosicare tirando in ballo i trionfi passati, anche se tra una settimana l’Inter giocherà una finale, oggi non posso non fermarmi un attimo e dirmi, cazzo, l’anno scorso in questo momento ho toccato uno degli apici della mia esistenza, senza vergognarmi di aver raggiunto tale vetta grazie ad una partita di calcio. Non posso, non possiamo  non soffermarci sulle foto, sui video, sui ricordi che portiamo dentro di noi. Ognuno ha un aneddoto, una o più situazioni particolari vissute quel giorno a cui è legato ed a cui sarà legato per l’eternità, perché il 22 Maggio è parte di noi e, nel 2011 come nel 2060, sarà sempre un giorno nel quale riesumeremo un po’ di quella gioia immensa che ci pervase nella sera della conquista della Champions e della tripletta.

E’ già passato un anno e, sebbene i sei mesi di Asciugaman e la settimana terribile di Leo abbiano rappresentato un duro ritorno sulla Terra, io non sono ancora completamente disincantato. Quella sera è un po’ come se tutto (calcisticamente parlando) si fosse fermato, quella sera è il punto di rottura di una “serie”, diciamo, che durava da quando ho iniziato a seguire l’Inter con coscienza. Da quella sera in poi, tutto è proseguito quasi per inerzia, sulla scia di ciò che è successo. Credo sia per questo che il tempo è passato così velocemente, perché la spinta ricevuta dalla stagione 2009/2010 è stata talmente forte che tutto quel che è successo dopo l’abbiamo visto sfilare quasi passivamente, dal finestrino di un treno in corsa. Quest’anno abbiamo, ho vissuto di ricordi, ma a differenza di ciò che ho sempre pensato non ci trovo niente di patetico. Ci stava.

Ci stava a patto di essere coscienti che domani, 23 Maggio 2011, si traccerà un confine tra il vivere di ricordi “autorizzato” e quello “biancorossonero style”. La serie che era stata interrotta un anno fa dovrà, per forza di cose, ricominciare. E’ ora che tutti si azzeri, e che si riparta senza attenuanti e futili autoconvincimenti di essere i più fighi anche se la realtà è un’altra cosa. Che si riparta senza vivere nel passato.

Oggi, però, è il 22 Maggio. Oggi è ancora ieri. Oggi è il primo di una lunga, infinita serie di 22 Maggio che trascorreremo celebrando il Trionfo. Oggi, come tra un anno, o due, o trenta, fissando la data sul calendario tutto attorno a noi scomparirà. Ovunque saremo e qualsiasi cosa faremo, almeno per qualche minuto tutto sparirà e resteranno solo piazza del Duomo stracolma, il Bernabeu nerazzurro, la doppietta di Milito,  l’incredulità di Zanetti con la coppa in testa, il pianto di Josè sulla spalla di Materazzi, l’ingresso allo stadio alle due di notte, l’alba a San Siro, Arnautovic che aizza la folla ed un sacco di altre cose che ognuno di noi, in un modo o nell’altro, ha vissuto e ricorderà per sempre.

(ecco, sarebbe bello se ognuno condividesse qualcosa di quella serata, anche un ricordo non necessariamente legato alla partita come, per esempio, la colazione a suon di salamini Beretta della quale parlai tempo addietro. Raccontiamoci le storie e poi piangiamo come pischelle di terza media, che oggi possiamo).

Quindi, insomma, tutto questo per augurare un

buon 22 maggio a tutti.

Godiamocelo, prima di tornare (stavolta per davvero) alla realtà.

scritto da il 20 maggio 2011 alle 20:04

Tante buone cose

Piccolo appunto: le ultime squadre allenate da Delneri sono retrocesse immediatamente dopo che lui le ha lasciate.
Auguri ad Antonio Conte.

scritto da il 2 aprile 2011 alle 23:15

Il silenzio della palla

Possiamo tirare in ballo tutto quel che vogliamo, il 4-2-3-1 che a priori si è dimostrato scelta sbagliata, il gol subito dopo quaranta secondi che stravolge tutta la preparazione della partita, l’espulsione inventata (sulla quale non mi sento però di criminalizzare l’arbitro più di tanto, ed alla quale comunque non voglio aggrapparmi perché dopo un 3-0 sarebbe assurdo), l’incredibile errore di Eto’o eccetera. Possiamo farlo, ma dopo aver fatto i complimenti a chi ha vinto stasera. Perché eravamo e restiamo più forti, più concentrati, pronti, cazzuti e via dicendo, ma non lo siamo stati stasera. E stasera contava parecchio.

Quindi, complimenti. Sinceri. Ora è quasi finita, serve un suicidio di chi è davanti e, al contempo, serve tenere altissima la concentrazione nelle partite che seguono, sebbene a questo punto la tentazione di puntare tutto sulla Champions ci sia sicuramente. Dico “quasi” perché, riflettendo freddamente, non si può affermare che sia davvero finita (paradossalmente, con una nostra vittoria in casa col Chievo ed una non vittoria del Milan a Firenze, la classifica sarebbe simile a quella prima di questa giornata), ma di sicuro la situazione è piuttosto compromessa.

Voglio concludere con un bel porca di quella troia.

scritto da il 2 aprile 2011 alle 4:32

La palla, le giostre, la storia

Questo derby è facile da presentare.

Siamo più forti. Più pronti. Più in forma. Più tranquilli. Più cazzuti.

E, fatemelo dire ancora una volta, più forti.

Sono due settimane che è chiaro che, in vista di questa partita, quelli che hanno paura non siamo noi. O forse è da più di due settimane, magari è da un paio di mesi, da quella splendida rimonta col Palermo, verso il termine della quale la palla parlò. Oppure, per allargare ancor più il discorso, diciamo che sono tre mesi che agli altri frizzano le terga e che, forse, il bruciore è cominciato al famoso terzo minuto di Inter-Napoli, dopo il gol di Motta.

Il Milan che affronteremo domani non è niente di diverso da quello che abbiamo strapazzato lo scorso anno. Anzi, per certi versi ha addirittura qualcosa in meno, visto che mancherà di una vera prima punta e dell’uomo che spesso e volentieri la mandava in rete, quella prima punta. In più hanno un buon Robinho, un ottimo Boateng ed una migliore organizzazione difensiva. Fine. Quindi, diciamolo: la squadra campione di tutto non può temere una roba del genere. Non può temere, in una gara secca, una compagine che è stata fatta fuori dalla Champions dalla quinta in classifica del campionato inglese. Non avrebbe dovuto temere un Milan al completo e tirato a lucido, figuriamoci questo Milan orfano di Ibra e, perciò, di una manovra offensiva.

La ricetta per vincere stasera è, quindi, molto semplice: giocare da Inter. Fare quel che va fatto. Mettersi a giocare a pallone e far vedere di essere più bravi. Ok, potrebbe sembrare semplicistico ridurre a questo il “segreto” per affrontare al meglio il derby di campionato più importante degli ultimi, boh, venti anni, ma credo fortemente che non ci sia molto altro da aggiungere. E non è per presunzione che scrivo questo, basta confrontare i valori delle due squadre: una ha scritto e sta scrivendo la storia, ha vinto tutto e gioca per rivincere tutto, praticamente con la stessa rosa che ha compiuto le imprese dell’anno scorso; l’altra viene da quattro anni di niente e quest’anno, per la prima volta dal 2003, si è fatta qualche giro di giostra al piano alto, mostrando però la sua pochezza in quasi tutte le prove del nove.

Visto che il giostraio manca, vediamo di toglierceli, da quelle giostre. Non è roba per loro, hanno già cominciato a sentirsi male.

E poi sotto ci siamo noi, non vorremo mica che ci vomitino addosso?

Libera il tuo grido

Per concludere, un pensiero per chi dovrà sorbirsi gli ululati di circa settantamila persone:

l’Inter è stata fondata da soci dissidenti del Milan: la storia è dalla nostra parte. Dalla tua parte.

Forza Leo, forza ragazzi, forza Inter.

scritto da il 16 marzo 2011 alle 6:22

L’Inter, Noi e la Sbornia

Erano passati quasi nove mesi dall’ultima sbornia. Se qualcuno si ricorda, l’anno scorso, dopo l’andata della semifinale col Barcellona, usai il termine “sbornia” per definire quell’estasi che continua a pervadere corpo e mente per ore ed ore dopo il fischio finale di una partita memorabile. Quell’estasi che ti costringe a rivivere le emozioni della serata appena trascorsa, a guardare sintesi in ogni tipo di linguaggio, a leggere gli articoli di tutti i giornali, a  farti un giro su Tuttosport per vedere come stanno i fegati. E non c’è storia, non c’è verso di dormire, di rilassarsi un attimo, di non pensare al trionfo. C’è da smaltire la sbornia.
Ecco, dicevo, di queste sbornie l’anno scorso ne abbiamo rimediate parecchie. Otto, per la precisione (Derby a/r, Kiev, Stamford Bridge, semifinale Barcellona a/r, Siena, Madrid), in un crescendo mourinhano culminato con una serata nella quale non c’era tempo per le sintesi o i commenti o i fegati, una serata nella quale c’era solo ed esclusivamente da festeggiare quello che è stato l’apice di 103 anni di storia interista.

Da quella sera, almeno come tifosi, abbiamo dovuto perseguire la strada della sobrietà. Ci sono stati momenti non piacevoli, e, ok, col tempo siamo tornati a sorridere ed a goderci delle belle partite, ma di sbornie no, nessuna. Ok, un paio di volte ci siamo un po’ avvinazzati, ma niente di che. Giusto qualche bicchiere. Roba che sei allegro per una mezz’ora, poi passa tutto.

E poi, ieri sera.

Ieri sera ci siamo andati giù pesante.

“Wine is fine, but whiskey’s quicker”, per citare il mio amico Hank (mentre cita Ozzy Osbourne). Ieri abbiamo alzato il gomito, pesantemente. Ieri, per la prima volta, ho ri-provato le emozioni della scorsa stagione, l’urlo incontenibile ai gol e al fischio finale, la sensazione di camminare ad un metro da terra nel tragitto fino a casa (sebbene mi poggiassi su due stampelle), la paresi facciale col sorrisone da ebete e, cazzo, un sincero, raro, indistruttibile buon umore. Momenti, ore di pura felicità. Felicità in cambio di partite di calcio (e qui sto citandomi per la seconda volta, ma ora la smetto).

E di nuovo dopo una partita col Bayern, contro gli stessi che ci avevano visto esplodere di gioia per l’ultima volta. Un cerchio che si chiude, o forse che ne apre un altro, magari cercando di comporre quello strano simbolo, quel ∞ che, per l’appunto, significa infinito (ok, la smetto di farei il poeta dei poveri).

Mi sono sentito nuovamente come in quella indimenticabile notte di Milano, quando, a San Siro, guardavo sbalordito coloro che, dopo una serata del genere, erano riusciti ad assopirsi. O come nel post-remuntada fallita, una notte insonne a riguardare la partita, leggere articoli turchi, vedere e sentire centinaia di volte Josè che dice che è il momento più bello della sua carriera. O come in una qualsiasi di quelle altre sei notti interminabili e bellissime.

Ieri abbiamo avuto tutto, il dramma e il sogno, la disfatta e il trionfo, (continuate voi con tutti gli opposti che vi vengono in mente, io ne aggiungo solo un altro), la Juve ed il gioco del calcio. Ieri abbiamo rispolverato il whiskey, e ci è salita una sbornia colossale. Di quelle che servirà un giorno, forse due, per farsela passare un po’.
Il vantaggio immediato. Il miglior portiere del mondo che replica (peggiorandola) la papera dell’andata, gli eroi del triplete in ambasce, presi a pallate proprio da coloro che avevano dominato nove mesi prima. Metà squadra con la bombola d’ossigeno, mentre gli avversari volano. Una palla che danza sulla nostra linea e si schianta sul palo dopo un rimpallo folle. La necessità di metterne due in un tempo, senza più subirne. Un cazzuto dramma.

E poi, la rinascita, l’apoteosi di un secondo tempo giocato sui nervi, sul cuore e sulla classe. Un secondo tempo dove le due contendenti sono rientrate nei ruoli che gli competono, l’Inter in quello del protagonista ed il Bayern in quello di chi ha le mutande ripiene e non incrocia lo sguardo. Un secondo tempo che ci ha portato all’apoteosi dell’88esimo minuto, con il pallone decisivo nel sacco e mezza Inter ammucchiata sopra un Leo estasiato.

E allora ecco che al gol di Sneijder ho rivisto il gol del pareggio contro il Barça a San Siro, firmato dallo stesso, vero, Pallone d’Oro. Ecco che, per tutto il secondo tempo, ho rivisto la voglia, la rabbia di Kiev, quando tutto poteva finire ancor prima di iniziare. Ho rivisto crescere di minuto in minuto la convinzione di poter centrare l’impresa, come in quella sera a Stamford. Ho rivisto quel giocatore che era scomparso da circa nove mesi gonfiare la rete con un gol bellissimo e pesantissimo; l’ho rivisto togliersi la maglia (come aveva fatto la prima volta che ha segnato con la nostra maglia, dopo la punizione del 2-0 nel più bel derby di sempre) facendoci esplodere in un urlo simile a tanti altri, simile a quelli per i prodigi del Principe a Madrid, a Kiev, a San Siro (faccio prima a dire “ovunque abbia giocato”), a quelli per i gol di Maicon o di Cambiasso, a quello devastante dopo il rinvio di Lucio al 94esimo di Barcellona-Inter, con Josè che parte col dito puntato verso il settantesimo anello dove cinquemila persone stavano impazzendo.

Stanotte, nove mesi dopo l’ultima volta, sto rivivendo le emozioni di quelle notti indimenticabili. E, sarà per gli avversari, sarà che è il ricordo più fresco, ma le emozioni sono simili a quelle del 22 maggio. Poi ci penso un attimo e realizzo che non è esattamente la stessa cosa, che non ho appena visto l’alba a San Siro, che non farò la miglior colazione della mia vita, ridendo con un amico mentre ci gustiamo l’accoppiata salamini Beretta-succo alla pesca (che volete, quello c’era in casa), che tra qualche ora non mi sentirò dire da quella che era la mia ragazza “si vede che sei felice, non ti ho mai visto così..così VIVO” pur essendo reduce dalla nottata più emotivamente e fisicamente provante della mia vita ed avendo “dormito” solo poche ore su un divano. No, questo è il passato. Ed è bellissimo, ma è il passato.
La sbornia c’è lo stesso, però. Ed è la prima dell’anno, dopo un periodo nel quale mi ero (ci eravamo) disabituati, dopo un’astinenza che ce l’ha fatta apprezzare di più. Un’astinenza che ci ha fatto pure bene, magari.

L’anno scorso ce ne sono volute otto, di sbornie, per tagliare tutti i traguardi possibili ed immaginabili. L’anno scorso, il sedici marzo arrivava la quarta, quella di Stamford Bridge, ed altre quattro stavano per arrivare.

Dal prossimo 3 aprile al 28 maggio ci sono circa due mesi. Fanno una sbornia ogni due settimane.

Io sono pronto.

Voi?

scritto da il 10 marzo 2011 alle 2:44

Luci spente

Perlomeno, al Milan sembrano aver fatto passi da gigante in tema di sportività: al momento del fischio d’inizio, un lampione bello grosso si è improvvisamente spento, rimanendo inattivo per tutto il resto della gara, ma stavolta nessuno ha detto un cazzo.

scritto da il 18 febbraio 2011 alle 17:54

Qualcuno dica a Berlusconi che non è lui a compiere 25 anni

Proseguono, in casa Milan, le celebrazioni per i 25 anni di presidenza Berlusconi. Dopo l’annuncio della maglia griffata dal presidente in persona, con la quale i rossoneri scenderanno in campo domenica contro il Chievo, si moltiplicano le iniziative in omaggio del premier. Favalli, che terminata la carriera deve rifarsi una vita, riceverà una valigetta con dentro tre milioni di euro da Uzzu u’frati, un tizio basso, baffuto, con la coppola ed uno stecchino fra i denti, che dopo la consegna gli sussurrerà, dandogli un paio di leggeri schiaffetti, “e òora, tttiràli su quèggli èdifììci”.
Bobo Vieri, esperto d’affari, recuperato alla vita sociale dopo anni passati con la testa sotto le coperte a sudare freddo temendo i pedinamenti di Moratti, curerà l’articolazione in 89 holding panamensi della società che Favalli costituirà immediatamente dopo aver ricevuto il contante.

Galliani, invece, offrirà a Luciano Moggi il posto di stalliere della sua tenuta brianzola, e subito dopo si sottoporrà al rito del carotone per essere iniziato ad una loggia presieduta da un pistoiese.

Ma il vero piatto forte dei festeggiamenti verrà servito sabato sera, con la rievocazione, in (non) costumi originali dell’epoca, del mitico Bunga Bunga successivo al rilascio di Ruby da parte della questura di Milano. Nel tono più solenne, la vicenda verrà rivisitata con minuzia di particolari. Sono già trapelati i nomi degli interpreti dei protagonisti principali: Tinto Brass vestirà i panni di Silvio (per prepararsi al ruolo, eviterà di deglutire e di sputare per due giorni, per accumulare sufficiente bava) e Bondi quelli di Lele Mora. La De Filippi completerà la triade impersonando Emilio Fede, mentre un provocante Maurizio Costanzo interpreterà il ruolo di Nicole Minetti ed Ibrahimovic quello di Ruby, che al termine della serata, da brava scappata di casa, piscerà nei vasi e ruberà l’argenteria.

Si segnalano anche iniziative di contorno: Abate&Antonini si imbucheranno ad un diciottesimo al Limelight, dove prenderanno la botta a suon di Bacardi Breezer e concluderanno la serata limonandosi le piske. Jankulovski e Braida, invece, partiranno per l’estero: il primo si recherà nella sua terra natia con l’obiettivo di provocare, in qualche modo, un persistente durello al successore di Topolanek, mentre il secondo intraprenderà un viaggio tra Africa ed Asia per omaggiare le nipoti dei maggiori dittatori arabi.

Per concludere la serata, Gasparri prenderà a testate il Duomo di Milano, e Bruno Vespa pubblicherà un altro libro di merda.

scritto da il 18 febbraio 2011 alle 1:34

L’impermeabile bianco

Come saprete, ieri Adriano Galliani si è lasciato sfuggire un’autentica perla: parlando della prossima sentenza Uefa riguardante il prode patriota Gattuso, Adrianone ha fatto intendere di aspettarsi un trattamento di riguardo, visto che, come da lui dichiarato,

“Venticinque anni di storia milanista, da quando Berlusconi è diventato presidente della società, testimoniano comportamenti ineccepibili”

E, in effetti, se c’è una parola che è davvero perfetta per descrivere la condotta della stimabile società rossonera in questi ultimi 25 anni, sia in Europa che in Italia, questa parola è INECCEPIBILE. O inapputabile. O inattaccabile. E che gli vuoi dire, a questi, sarebbe come processare Nonna Papera.

Udite queste parole, a molti di voi saranno venuti in mente alcuni episodi che potrebbero confutare (ma giusto un attimino, eh) la tesi di Adriano. A proposito di uno, il più importante, ho scritto un articolo il 14 settembre 2009. Si tratta della vicenda dei riflettori dello stadio Velodrome di Marsiglia, vicenda che i più giovani ed i più distratti vedono ogni tanto tirata in ballo senza sapere esattamente di cosa si tratti: è per questo che mi sono documentato ed ho scritto il seguente articolo (pubblicato alla vigilia di un nuovo Marsiglia-Milan) (qui l’originale), che mi sembra adeguato riproporre all’indomani di certe esilaranti dichiarazioni.

Ecco qua:

*****

MALPENSA (Varese), 14 settembre 2009 – Si ricomincia. Riti appaganti che al Milan piacciono da morire. Dopo un anno di purgatorio i rossoneri tornano nell’Europa che conta. Prima tappa: Marsiglia. Esordio al Velodrome che rievoca una notte poco edificante. Ma Adriano Galliani, con elegante ironia, ha ricordato che “lo stadio è stato rifatto e ora l’impianto di illuminazione dicono che funziona bene”, aggiungendo poi di avere intenzione di scrivere un libro in cui racconterà “un po’ di cose” anche su quella serata del 1991. Alle nuove generazioni ricordiamo che il Milan lasciò il campo prima della fine della partita dopo un guasto nell’impianto di illuminazione dello stadio sul risultato di 1-0 per i francesi.

Galliani, 18 anni dopo quella notte, pensa di potersela cavare così. E pensa bene.
Pensa bene perchè, come ben si sa, in questo paese le persone hanno la memoria corta. Pensa bene perchè di quel che è successo quel 21 marzo del 1991, non se ne parla appunto dal 21 marzo 1991.

Sulle ragioni di tutto questo, siamo sempre lì. Sono le stesse che fanno sì che Berlusconi sia a capo del governo: disinteresse, ignoranza e assuefazione della gente, oblii e censure mediatiche ad opera del coraggioso ed impavido avversario dei cattocomunisti. Dunque, ricapitolando: chi c’era, ha rimosso; chi non c’era, non può sapere, perchè nessuno glielo racconta. Ora che si avvicina un altro Marsiglia-Milan, però, credo che sia appropriato rinverdire un po’ i fasti di quella serata.

So che gli utenti di questo blog non hanno bisogno di essere indottrinati e probabilmente sanno già tutto quello che si deve sapere su quella serata, ma questo articolo lo voglio scrivere lo stesso; un po’ perchè mi diverto, un po’ perchè mi gira il cazzo. Sì, è un ossimoro un po’ strano, ma vi assicuro che mi sento così.
Inoltre, chi, come me, al tempo andava sul triciclo, difficilmente sentirà parlare di questo argomento (a meno che non vada personalmente in cerca di notizie), quindi tutto questo qualche utilità potrebbe pure averla.

Vabbè, finite le menate, comincio con una panoramica della serata. Come già detto, è il 21 marzo del 1991. Al Velodrome di Marsiglia si gioca il ritorno dei quarti di finale di Champions League, tra Olympique e Milan.
A Milano la partita è finita 1-1. I francesi, quindi, partono già in vantaggio per il gol segnato in trasferta, e ai rossoneri serve l’impresa. La partita è nervosa, maschia, e vede il Marsiglia prevalere.
Nonostante il predominio francese, risultato si schioda dallo 0-0 solo al 75′, quando Waddle batte Rossi e porta in vantaggio l’Olympique. Il Milan a questo punto è scoraggiato, e può solo sperare di acciuffare i supplmentari.
I quindici minuti che separano dal 90′ corrono via veloci, e la squadra di Sacchi non riesce nella rimonta. I tifosi e i giornalisti francesi sono già pronti a far festa, il trionfo è ad un passo. C’è anche un’invasione di campo da parte dei reporter, ingannati da un fischio dell’arbitro che pensavano fosse quello della fine.
Ma non è finita, c’è ancora da giocare il recupero. Si prosegue allora, ed accade l’imponderabile.
Mentre ancora Waddle si beve mezza difesa milanista e poi ciabatta a qualche metro dalla porta, il riflettore posto sopra il settore riservato ai tifosi milanisti si spegne. In campo c’è un po’ di confusione, non si era mai vista una roba del genere; una zona del campo non è illuminata a dovere, il gioco si ferma.
L’arbitro, ritenendo che si potesse continuare, fischia per segnalare la ripresa del gioco, e di nuovo si pensa che la partita sia finita. Gullit, che doveva essersi proprio rotto le palle, va a scambiare la maglia con Papin.

A questo punto, Paolo Taveggia, responsabile organizzativo del Milan, fiuta la grande occasione e corre ad indottrinare i giocatori del Milan, Baresi in primis, spiegando loro come, con una furbata degna di Luciano Moggi, avrebbero potuto vincere la partita a tavolino.
E’ semplice: un riflettore si è spento, la partita non può più svolgersi regolarmente, il Milan si ritira dal campo e vince d’ufficio, visto che l’irregolarità si è verificata nello stadio avversario. Baresi, il capitano a cui la curva gonza inneggiava il giorno dell’addio di Maldini, ovviamente non si fa problemi e si fa portavoce della genialata di Taveggia, che comunque continua ad aggirarsi per il campo evidentemente compiaciuto dalla bontà della sua pensata.

Intanto, il riflettore riprende lentamente a funzionare. La visibilità è buona, non c’è assolutamente alcun impedimento alla ripresa della partita. Il coraggioso Marco Francioso, inviato a bordo campo della scuderia Mediaset capeggiata da un mai così prostituito Bruno Longhi, trotterella per il terreno di gioco alla ricerca di pareri indignati dei rossoneri, ma trova Tassotti che, onestamente, dice “Non c’è nessun problema, non è che non vogliamo giocare perché stiamo perdendo. Ecco, vedete, ora si è riacceso. Giochiamo“.

L’arbitro, accertata la buona visibilità, prende allora il pallone, galoppa fino all’area del Milan e lo posiziona per il rinvio del portiere: si ricomincia.
Baresi, però, non pare d’accordo. Nonostante l’illuminazione sia pressochè perfetta, fa chiaramente cenno all’arbitro di non vederci bene. Si porta le mani agli occhi, mima un paio di occhiali e dice “non ci vedo, non ci vedo” . L’arbitro, infastidito, lo invita per ben tre volte a tornare in campo, ma il prode Franco proprio non se la sente. Non ci vede.
La confusione è tanta, Baresi tocca punti di ignobilità ancora inesplorati. Il mondo intero, oltre a tutti i presenti allo stadio, giocatori compresi, vede chiaramente che il campo è correttamente illuminato, ma lui prosegue nella recita, mostrando di essere il degno capitano della squadra rossonera.

A questo punto, un signore in impermeabile bianco, in tribuna, capisce che è il suo momento e parte dritto verso il campo, deciso a prendere in mano la situazione. Ha appena sentito Silvio Berlusconi, ed ha in serbo la mossa geniale che serviva per sbloccare il tutto. E’ Adriano Galliani.
Arrivato sul terreno di gioco, inizia ad urlare come un ossesso, con un’espressione visibilmente indignata, “via, via, andiamo via!” . La sua candida veste ondeggia per il campo, mentre spiega l’inghippo ai suoi giocatori che, capitano in primis, non battono ciglio e si avviano verso gli spogliatoi.

All’arbitro viene quasi da ridere, i francesi non capiscono bene cosa stia succedendo. Galliani ormai ha preso le redini, Taveggia è al settimo cielo, Gullit già pregusta la serata con una moglie insoddisfatta, non sua.

Adriano ce l’ha fatta: ha ritirato la squadra da un quarto di finale di Champions League, a tre minuti dalla fine, perchè un riflettore ha smesso di funzionare per qualche minuto.
L’arbitro fischia la fine, i francesi fanno giustamente festa. I milanisti, invece, sono già nel tunnel verso gli spogliatoi, convinti di aver dato scacco matto al sistema e di aver avuto la pensata del secolo. Galliani annuncia tronfio (ma, al tempo stesso, disgustato) che presenterà ricorso, ed ha l’espressione compiaciuta di chi pensa “li abbiamo fregati”. Longhi annuncia che “non finisce qui”, mentre Ancelotti si guadagna la panchina di dieci anni dopo commentando “La realtà è che è andata via la luce e non è ritornata”.

Franco Arturi della Gazzetta dello Sport, il giorno dopo, commenterà così la telecronaca della partita:

Quanto a perdita di faccia il Milan di Marsiglia non ha voluto essere secondo a nessuno. Ebbene, le sue prodezze alla rovescia sono state accompagnate da una voce come quella di Bruno Longhi (ma anche di Marco Francioso, telecronista a bordo campo), che definire faziosa è ancora poco. Su questo versante c’è una situazione professionale e umana tutta particolare e da tener presente prima di formulare un giudizio: chi paga lo stipendio ai telecronisti è il presidente del Milan. Ma è impossibile tacere una serie di autocensure talmente lunga da cadere nel ridicolo. C’era un’impotenza tecnica del Milan mai sottolineata, ci sono stati dei falli di rossoneri puntualmente denunciati dalla moviola e “perdonati” con una rapidità sconcertante, c’era un’accusa tambureggiante e fuori luogo all’arbitro e ai giocatori francesi, c’è stato poi l’episodio del ritiro della squadra e delle concitate frasi finali, commentati in modo inaccettabile sotto tutti i punti di vista, a partire da quello cronistico. Il Milan sarà sempre croce e delizia per le reti televisive di Berlusconi. Ma se il suoi dipendenti non sono in grado di garantire almeno una parvenza di imparzialità, la reazione del pubblico non potrà che essere molto negativa alla lunga. Mettiamoci in mente (Rai e Fininvest) che a ciascuno spetta soltanto il proprio ruolo: al tifoso di sostenere più o meno ciecamente la propria squadra, al giornalista di raccontare ciò che vede. Se invertiamo le parti ci perderemo tutti.

(off topic: Queste parole, rilette oggi, sembrano lontane miliardi di anni. Al tempo, la Gazzetta poteva permettersi di criticare apertamente l’operato delle reti Mediaset e tacciarle di imparzialità: oggi si aprirebbero le voragini).

Il Milan ha dunque lasciato il campo per tentare di vincere a tavolino una partita che aveva strameritato di perdere, sfruttando un pretesto tragicomico come un riflettore che smette temporaneamente di funzionare. Non so davvero come queste persone abbiamo potuto pensare che un’idea del genere avrebbe potuto portare a dei risultati: è un po’ come se, durante una gara, venisse giù un super acquazzone e la squadra in svantaggio si ritirasse dal campo, rifiutandosi di tornarci a pioggia cessata invocando la non regolarità della partita. E’ una roba folle, una cosa che non sarebbe potuta venire in mente nemmeno al ferroviere o a qualcuno dei suoi scagnozzi.
E’ una roba da Milan, una roba da Berlusconi. E’ una delle più grandi vergogne del calcio italiano, sicuramente quella a cui è stato dato più risalto in Europa (tranne che in Italia, ovviamente).

Chiaramente, la furbata dei tre tenori Taveggia-Galliani-Berlusconi non ha avuto gli effetti sperati. Il Milan ha fatto una figura di merda storica ed è stato squalificato per un anno dalle competizioni europee, mentre è stato graziato Baresi che andava radiato da tutte le federazioni sportive mondiali.

In tutto questo, Berlusconi ha mostrato per una delle prime volte quelle peculiarità che lo avrebbero portato a diventare il miglior capo del governo italiano da 150 anni a questa parte: la smentita, il finto dissociamento dagli avvenimenti, l’attacco agli avversari e la teorizzazione del complotto alle sue spalle.
Dapprima prese le distanze dall’accaduto, dichiarandosi “dispiaciuto” e precisando che “Il Milan, peraltro, non presenterà alcun reclamo tendente a cambiare il risultato del campo, che riconosce ottenuto dall’Olympique Marsiglia con pieno merito”.
Quando poi la UEFA ufficializzò la sentenza, il non ancora Papi la mise prima su questioni di convenienza (“la Champions senza il Milan perde d’interesse!”), e poi si scagliò contro il perfido Tapie, allora presidente del Marsiglia, accusandolo di essere un poco di buono e di avere architettato tutto, oltre che di aver comprato l’arbitro (la storia ci ha poi rivelato che anche Tapie, come il buon Silvio, era solito dilettarsi nell’arte della corruzione, ma non in questo caso specifico).

Ecco qua, dunque, concluso il revival di quella serata. Chiaramente, non vedo l’ora che Galliani scriva “un po’ di cose su quella sera là”: ci spiegherà sicuramente come nasce un capolavoro di strategia come quello di cui si è reso partecipe.

Sono fatti come quelli narrati qui sopra che mi rendono orgoglioso di non avere niente a che fare con questa roba qua, o con quell’altra (che, si sa, è più o meno la stessa pasta). Tre, o anzi, quattro sono stati i vergognosi scandali che hanno riguardato il calcio italiano, nella sua storia recente: il calcioscommesse anni ’80, la notte di Marsiglia, la farmacia di Agricola e Calciopoli. Per non dimenticare la notte dell’Heysel e degli juventini che esultano mentre si consuma un dramma senza precedenti, anche se – credo – che in quel caso le responsabilità fossero principalmente dei giocatori (ma dovrei informarmi meglio).
Bene, in tutti e quattro questi avvenimenti (cinque, se si considera anche l’Heysel), gli attori sono loro: Milan e Juventus. Quando c’è qualcosa di torbido, sono loro i protagonisti assoluti, indiscutibili. Se c’è da mettersi all’opera per far fare ulteriori figure di merda a questo paese, che proprio non ne ha bisogno, loro sono in prima linea.
Sono questioni sportive, è vero, ma tutto è molto strettamente collegato: l’avidità, la meschinità e quella incontenibile voglia di fregare il prossimo e di barare sono le stesse che hanno causati disastri ben più gravi di qualche campionato falsato.

Eppure c’è chi riesce a far pensare alla gente che sia tutta colpa di Guido Rossi.
O dei cattocomunisti.


Aggiornamento:
mi ero dimenticato di citare la meravigliosa dichiarazione di Galliani prima della sentenza UEFA, nella quale spiega a cosa può andare incontro il Milan: un capolavoro di delicatezza e di classe.

“Si va dalla pena pecuniaria alla sospensione per l’ eternità. Se per 39 morti hanno dato cinque anni di squalifica, le conseguenze a due invasioni di campo dovrebbero costarci un po’ meno”

Fonti:

1) Articolo di Gianni Mura su Repubblica, 22 marzo 1992

2)Resoconto telecronaca Mediaset e dichiarazioni Berlusconi

3)Editoriale di Candido Cannavò, 22 marzo 1992

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In chiusura, mi sembra opportuno ricordare un’altra grande pagina di storia degli Ineccepibili: il rigore di Baresi nella semifinale di Coppa Italia contro l’Atalanta, una vicenda sulla quale, se possibile, l’oblio mediatico è caduto in misura ancor maggior che per quanto riguarda la notte di Marsiglia. Ecco qui narrate le mirabili gesta del Milan e del suo capitano:

(si ringrazia Vano per il contributo video)

scritto da il 16 febbraio 2011 alle 17:32

Heroes (letto con accento scozzese)

“Beato il paese che non ha bisogno di eroi”, diceva Bertolt Brecht. Ma noi gli eroi ce li abbiamo, che ci possiamo fare. Il nostro paese non avrebbe certo bisogno di essere difeso da alcunché, tale è la stazza etica, morale e sociale che lo contraddistingue. Però, nonostante questo, sul suolo italico continuano a svelarsi mirabili condottieri, coraggiosi guerrieri e valorosi paladini, pronti ad immolarsi pur di proteggerci e tenere alto l’onore della patria. Non c’è scampo per chi infanga il buon nome dell’Italia, per chi si azzarda a toccare il nostro popolo.
Come dimenticare il contributo dato alla nazione da messer Francesco da Roma? Non si è forse acceso in voi il fuoco patriottico, vedendo er Gabidano rispondere in quel modo, in punta di fioretto, ai deprecabili insulti rivoltigli da Poulsen, sette anni fa? L’eleganza italica di fronte alla sbruffonaggine scandinava, il principe contro il becero, il do di petto contro il rutto alla salsiccia. Non è certo comportandosi così che i nordici riusciranno a cancellare gli scontati cliché sul loro conto. Bravi, danesi, rinunciate a crescere, continuate così, con i vostri biscotti e le vostre zuppe di merda.
E che dire di quando il nostro sconfisse il fottuto negro, proprio nella finale della coppa che porta il nome della patria? Dite un po’, a voi non girerebbero ad elica se il primo scimmione appena sbarcato si azzardasse ad offendere l’intero popolo di Roma, la cazzuta città eterna? Quel popolo che, per dire, ai negri il culo glielo faceva già duemila e duecento anni fa, ad Annibale e tutta la sua banda di bingo bongo.
Non vi siete forse alzati in piedi avvolti in una bandiera targata SPQR, ciucciando latte dalle mammelle di una lupa incinta, quando dal destro di Frangè si è levato il calcione che cancella incubi e ingiustizie? Ha cancellato tutto, con quel destro, ha salvato la faccia di un’intera città, che infatti la domenica dopo è accorsa in massa per ringraziarlo, mentre saltellava giocondo attorniato d’infanti.

E tante altre ne ha fatte, il nostro eroe, ma mi sembra quasi irrispettoso dilungarmi troppo su di lui, togliendo spazio ad un altro straordinario arciere dell’italico orgoglio, la principale prova della bontà del lavoro di Darwin. Lo si aspettava al varco, GattuZoo (cit.): tutti noi sapevamo di cosa fosse capace, tutti noi sapevamo quanto fosse pronto a guadagnarsi un bel medaglione sul campo, ma ancora non ci aveva mostrato tutto quel che sapeva fare. Dico “aveva” perché, ieri, finalmente questo momento è arrivato: e quale occasione migliore, se non una partita in mondovisione, per giunta nell’anno del centocinquantenario dell’unità d’Italia, per mostrare al mondo il proprio virile patriottismo?
Stavolta, dopo il rozzo danese e il negro olezzoso, è toccato all’usurpatore albionico civettare fregnacce a sproposito riguardo il nostro paese. E Gennaro, che doveva fare? Starsene lì, fermo, mentre quello provocava e provocava?
Ringhio, noto saputello, ha addirittura cercato di mediare tramite l’uso dello scozzese, lingua che notoriamente mastica, ma niente, lo scimmione pelato ha rincarato la dose. Quando Gattuso ha cominciato a parlagli in gaelico, poi, Jordan ha sbroccato di brutto, dicendogli che a Corigliano Calabro le femmine hanno i baffi e che una volta si è scaccolato dentro ad una soppressata. Ed ecco che Gennaro, da degno capitano, si è tirato su le maniche e gli ha dato una bella lezione, salvandoci ancora una volta dall’onta di una figuraccia internazionale. E’ con immagini come quelle, con Ringhio nudo e schiumante rabbia dopo aver abbaiato verso un’intera panchina e menato un vecchio, che vorremmo che tutte le partite terminassero.

Dai e dai, l’avranno capito, ‘sti stranieri della mia fava, che a toccare l’Italia si finisce male. Cosa devono fare di più i nostri guerrieri, per tappargli la bocca?
Fortuna che ci sono ancora persone come Gattuso e Totti, che prima di ogni altra cosa mettono l’onore e lo spirito di appartenenza. E’ grazie a voi che, all’estero, posso permettermi di girare a testa alta e posso, senza alcun dubbio, imputare ai poco performanti breweries stranieri quel leggero sentore di urina nella mia birra.

Non per contraddire Brecht, ma finché ci saranno in giro eroi di questa risma, mi sentirò decisamente più tranquillo.

scritto da il 18 gennaio 2011 alle 2:17

Diciannove

E’ dal terzo minuto di Inter-Napoli che voglio dire una cosa. E me ne sbatto di scaramanzie varie, quindi iniziate pure a grattugiarvi lo scroto (per voi, signore, non so quale possa essere il succedaneo) perché non lascerò le frasi a metà.

Allora. Se il campionato di serie A venisse vinto dall’A.C. Milan, ossia da quella roba che sta in testa alla classifica da un paio di mesi a questa parte, l’UEFA dovrebbe togliere all’Italia quel poco di coefficiente che le resta e far sì che le prime classificate del nostro campionato, invece delle competizioni europee, giochino la Congo League a fianco del Mazembe. Quel che è grave per il movimento calcistico italico è che, se l’Inter giocasse in un altro campionato, lo scudetto andrebbe certamente al Milan, il che renderebbe davvero necessario il provvedimento pro-Congo. Ma questo è un altro discorso.

Ciò che mi preme dire è che, come ero certo che saremmo finiti in Duomo con le trombette quattro, e tre, e due, e un anno fa, lo sono anche quest’anno. Perché basta dare un’occhiata un attimino attenta a questo campionato per capire che è follia pura pensare che non possiamo vincerlo. Un campionato dove il Napoli (!!!!!!!) e la Lazio, il 18 gennaio, sono a quattro punti dalla vetta.

Un campionato dove la capolista è potenzialmente in grado di soffrire contro chiunque, e solo in due-tre occasioni ha realmente dato l’impressione di avere la partita in pugno e di poterne disporre come meglio preferisce, mostrandosi in grado di chiuderla e talvolta di riposarsi a risultato acquisito come l’Inter degli anni scorsi. Ha vinto il derby contro la peggior Inter degli ultimi n anni solo grazie ad una follia del nostro amico Sceriffo, ed è in testa solo grazie all’ecatombe (irripetibile) di infortuni dei nostri giocatori ed ai sei mesi di gestione del Vigile Urbano Messer Ciccio. In panchina c’è uno che in vita sua, sommando le esperienze da giocatore e da allenatore, ha, a stento, raggiunto le semifinali della Coppa Konami. E che si dimostrerà senza dubbio incapace di tenere saldo un gruppo con personalità forti come quello del Milan quando le cose inizieranno ad andare male (come ora).

Da Ibra in giù, poi, in campo ci sono i soliti che l’anno scorso abbiamo preso a scudisciate come mai era successo prima. I soliti che, quando quella domenica a San Siro col Napoli potevano scavalcarci, sono entrati in campo con le mutande ripiene, e sono rimasti dietro. E possiamo dire quel che ci pare, ma l’innesto di un solo giocatore non può trasformare una squadra perdente in una in grado di dominare un campionato. Perché ok, sono arrivati anche altri giocatori, ma è ovvio che sia Zlatan l’unica vera differenza fino all’anno scorso (Cassano-Dinho è un cambio alla pari, tra Pato e Robinho ne gioca uno solo e non c’è più Inzaghi. Sì, hanno più ricambi, ed infatti faranno qualche punto in più). Ed è una differenza che porterà inevitabilmente dei punti, da scontare però con quelli che l’invecchiamento (anche se solo di un anno) di una squadra logora in molti punti cardine farà perdere.

Detto ciò, posso affermare con discreta sicurezza che il Milan non è una squadra in grado di oltrepassare gli 80 punti. Ed oltrepassare gli 80 punti è l’unico modo per tenerci al 100% fuori dalla lotta-scudetto.

Bene, adesso parliamo dell’Inter. Che è di gran lunga la compagine migliore del campionato (non che questa sia una grande scoperta, basta andare sulla pagina di Wikipedia dedicata alla nostra squadra e guardare in alto a destra), si è liberata di un fardello grasso e pesante e da una decina di giorni viaggia finalmente ai suoi ritmi. In più, “grazie” a Benitez, molti dei nostri uomini sono pressoché all’inizio della stagione, freschi come rose, avendo passato più tempo in infermeria che in campo. E, statisticamente, è davvero difficile che, da qui in avanti, gli infortuni possano di nuovo rappresentare un problema.

In più, il dolore del distacco dal Signore si è attenuato, per non dire dissolto, dal primo allenamento di Leonardo. Uno che, a differenza del predecessore, ha capito dopo dieci secondi ciò di cui ha bisogno questa squadra, uno che è entrato nelle teste dei giocatori fin dalla prima chiacchierata. Uno che, sapendo che è pura blasfemia discostarsi dalla parola del Sommo, ha restituito a questa squadra l’entusiasmo e la voglia di vincere, le uniche cose che servivano ad una corazzata come la nostra.

Portando a casa i due recuperi, partite non particolarmente difficili (ok, magari a Firenze non sarà semplice), ci ritroveremmo a soli tre punti dalla vetta. Tre. Punti. Se dovessimo pareggiare a Firenze, dando per scontata la vittoria col Cesena (se vuoi vincere il campionato DEVI battere il Cesena in casa), i punti sarebbero 5. Il che significa che, comunque vada, saremmo in scia. E in una volata tra Milan e Inter, su chi scommettereste?

Andiamo, è come quando Valentino partiva male, faceva i suoi novanta sorpassi ed arrivava all’ultimo giro col solo Biaggi da superare. Era chiaro come sarebbe finita. E’ sempre finita allo stesso modo. Biaggi non era certo scarso, ma quando sentiva che Rossi gli era vicino cedeva, sempre. Perché sapeva che Valentino avrebbe potuto superarlo in qualsiasi momento, sapeva che per vincere avrebbe dovuto essere più che perfetto e non ci riusciva, perché aveva paura.

Una squadra che è pronta per vincere il campionato, anche se con qualche difficoltà, di fronte ad un primo tentativo di rimonta dell’unico avversario credibile deve piazzare un paio di vittorie che spengano ogni altrui speranza. Vincere con Udinese e Lecce significava bloccare sul nascere l’entusiasmo dell’Inter, tenerla a tredici punti e dare al gruppo la sicurezza di cui si ha bisogno per arrivare in fondo ad un torneo di 38 partite. Ma pareggiarle, queste due partite, è come sbagliare l’entrata alla prima curva dell’ultimo giro, e guardarsi indietro preoccupati per vedere quanto vantaggio si è perso.

E poi, andiamo, vogliamo far vincere il campionato ad una squadra che è riuscita a perdere in casa contro la Juve di Sissoko ala destra e Pepe terzino? Contro la squadra che andava in tilt sulle scorribande di Giaccherini e Ceccarelli? Vogliamo umiliarci a tal punto?

Io ci credo. Io voglio il diciannovesimo. E so che la mia squadra se lo andrà a prendere.

Prima di chiudere, se i vostri scroti non sono ancora a brandelli e non necessitate di qualche ambulanza, vorrei aggiungere due cose (avrei anche voluto parlare un po’ di più di Leonardo ma sto andando veramente per le lunghe, magari lo farò in un altro post):

1) La dimostrazione che Mourinho ha pensato a tutto l’anno scorso sta nel fatto che, vincendo la Champions League, ci ha permesso di andare ad Abu Dhabi a dicembre, scampandoci così da altre due partite di campionato con Benitez in panchina. Quei sei punti, se presi, alla fine si riveleranno decisivi;

2) “Sono molto felice per Leonardo, per i ragazzi e per gli interisti perché mi sembra che la storia finirà uguale: scudetto all’Inter”. Non sono io a parlare. E’ Lui.
E se non vi fidate di me, fidatevi di Lui.

Ultimissima cosa: voglio segnalarvi l’articolo dell’anno.