Il calcio è di chi lo ama

Prima di qualsiasi scuola calcio, prima di qualsiasi campionato provinciale, regionale, dilettanti.
Prima di qualsiasi maglia con un numero sulle spalle.
Prima di iniziare a giocare a calcio, avevo 10 anni.

A 10 anni giocavo a pallone. Ogni pomeriggio, dopo aver fatto (velocemente) i compiti a casa, schizzavo come un razzo alla villa comunale di una piccola cittadina del Cilento per il torneo della vita. Si giocava 2 contro 2, su un piccolo palco in marmo di quelli da piccola orchestra. Il palchetto aveva due entrate, perfette per fare da piccole porte rigorosamente senza traversa. Anche la palla era piccola. Una pallina. Misura 2. Su quel palco non c’erano bambini di 10 anni a sfidarsi ma campioni della serie A, fuoriclasse del Mondiale che stava per iniziare. Su quel palco eravamo tutti professionisti ed i numeri sulla schiena erano stampati con un inchiostro fantastico: la fantasia.

Io ero Baggio, avevo anche il codino. Poi c’era Ronaldo, c’era Maldini, Recoba, c’era Maradona e c’era anche Van Basten. Perché su quel palco il tempo era inesistente e tutti i campioni potevano giocare assieme.

La regola era quella del “chi perde esce” e dopo i gol si esultava mandando baci alla curva, ricordo che c’erano milioni di spettatori che vedevamo con gli occhi dell’immaginazione. Chi riusciva a restare di più sul quel palco diventava la squadra da battere. A volte si formavano coppie che duravano per giorni.

Poi arrivò la scuola calcio e diventammo troppo grandi per quel palchetto di marmo sul quale mi frantumai la rotula sinistra.

Alla scuola calcio si immaginava poco ma si sognava tanto. Volevamo tutti diventare grandi calciatori. Diventare professionisti. La verità è che imparammo solo a simulare, a cadere “bene”, a procurare un rigore, tenere palla e a restare imbrigliati in schemi orribili dettati dal mister di turno.

Da quel primo giorno di scuola calcio ad oggi sono passati 18 anni, sono passati campionati e tornei, maglie e numeri sulle spalle. Sono passate tante cose ed il risultato è che sono tornato a giocare a pallone, abbandonando il calcio.

Sabato 10 maggio era una bella giornata di sole a Milano. Una giornata ideale per giocare a pallone con gli amici. Degli amici interisti ai quali, da juventino, ho dovuto restituire uno scudetto (e probabilmente dovrei restituirgliene anche un altro: quello del fattaccio “Iuliano-Ronaldo”) ma pur sempre degli amici con una passione in comune: il Pallone.

E allora dite tutto quello che volete, che era fuorigioco e che c’era rigore; chiamateli Bilanisti, Merdazzurri e Rubentini; gridatelo che il Vesuvio esploda, che Romammerda. Dite quello che vi pare che a noi frega una sega.

Noi giochiamo a pallone.

Uno juventino, interista per un giorno.

Da juventino dico che la commozione vale di più. Che la standing ovation è di cuore.
Che far finta di essere interista, per un giorno, è stato un onore al cospetto di una leggenda così.
Era il momento Javier. Grazie per le sfide, grazie per l’esempio. 

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