La fatal Verona. No.

È stato bello ritrovare l’Inter smarrita da un bel pezzo, diciamo da novembre 2013.

Perché una prestazione come quella di Verona mi permette innanzitutto di non prendermela con Mazzarri, accusato spesso di scarsa capacità tattica o di decisioni discutibili prima e durante la partita: il mister è stato indubbiamente facilitato dal fatto di avere a disposizione un Hernanes in più, che fa la differenza anche senza segnare, ma al Bentegodi si è finalmente vista una certa insistenza su un assetto propositivo, dettaglio che mancava davvero da troppo tempo.

Le due punte son rimaste al loro posto fino allo scadere, dimostrando un affiatamento notevole ed evitando a Palacio l’ennesima giornata di sbattimento inutile e controproducente per la sua forma fisica. Icardi ha smaltito le fatiche recenti e con il fisico che si ritrova fa a sportellate con due difensori alla volta come il Vieri dei tempi migliori, aprendo spazi al compagno di reparto e costringendo gli avversari ad una attenzione costante che ci consente di non dover abbassare di venti/trenta metri il baricentro, come accadeva in precedenza.

La sensazione è che Mazzarri stia cercando un compromesso tra il suo credo e le direttive della nuova proprietà: Thohir ha fatto trapelare neanche troppo velatamente precise volontà nelle scelte dei titolari, l’allenatore si sta lentamente adeguando e il prossimo passo potrebbe essere l’accantonamento (temporaneo?) di un Guarin ancora troppo caotico e istintivo a favore del Kovacic delizioso e ispirato ammirato nel quarto d’ora finale. La qualità non si discute e, come spesso accade tra gente che sa giocare a calcio, l’intesa con Hernanes è sembrata immediata: forse varrebbe la pena fare un tentativo in questa direzione, magari non da subito, aumentando il minutaggio di Mateo senza demoralizzare il colombiano e tenendo conto dell’avversario, ma dando segnali precisi per evitare di perdere altro tempo prezioso.

Laddove certi meriti di Mazzarri sembrano “dettati dall’alto”, c’è sicuramente un aspetto nel quale l’allenatore toscano ha indubbiamente doti personali indiscutibili: la capacità di motivare il singolo. Detto che questa qualità talvolta implode con certe dichiarazioni post-partita, è evidente che giocatori come Cambiasso, Alvarez (fin quando ha potuto dimostrarlo), Jonathan e Ranocchia abbiano tratto giovamento dai bestemmioni sparsi durante i 90 minuti, prevedibile marchio di fabbrica di un toscanaccio doc come il mister.

Il Cuchu abbina alla consueta intelligenza fuori dal comune una condizione fisica dimenticata dai più, agevolata anche dal solo impegno settimanale ma comunque sufficiente a garantirgli autonomia e lucidità per tutto il match, con risvolti positivi per tutta la squadra. Ranocchia ha fatto le veci di Samuel come meglio non avrebbe potuto, tra tackle vincenti, concentrazione massima e l’annullamento di un cliente difficile e viscido come Toni, pateticamente goffo nei tentativi di inventarsi un rigore a favore che, forse, neppure Rocchi sotto lsd avrebbe potuto fischiare.

Ma è Jonathan il simbolo di questa Inter spesso confusionaria, talvolta inconcludente ma comunque generosa: come ho scritto anche su Twitter, nel gol del terzino brasiliano c’è l’essenza di un giocatore letteralmente risorto dalle ceneri della scorsa stagione. Grande spinta sulla fascia, va a raccogliere l’assist al bacio di Hernanes, solo davanti a Rafael calcia nel modo più brutto ed antiestetico che abbia mai visto in serie A. E sbaglia. Ma non molla. Raccoglie la respinta del portiere, salta un paio di avversari con un’azione a metà tra la botta di culo e la grande giocata e deposita in rete con un sinistro tanto sgraziato quanto liberatorio.

Vola, Gabbiano.

Vola, Gabbiano.

In quelle movenze curiose e quel fisico un po’ così c’è la rivincita di un giocatore che non sarà mai un campione, ma che ha saputo raccogliere da terra la dignità perduta riproponendosi come interprete capace del ruolo. I suoi limiti non faranno mai dimenticare ai tifosi la sua generosità, anche quando arriverà un esterno più completo ed affermato a prenderne il posto. Perché Johnny, comunque andrà a finire, è uno che ce l’ha fatta. Veniva da un mese di appannamento quasi totale, eppure è ancora lì, a mettere in difficoltà le scelte del suo allenatore, a costringere D’Ambrosio a sudare sette camicie ed approfittare dell’infortunio a Nagatomo per esordire (prestazione da 6 scarso, gli schemi sono ancora in fase di assorbimento).

E noi siamo lì, con l’Europa League a portata di mano: con qualche cazzata in meno (nostra e altrui) la lotta per il terzo posto sarebbe stata ancora apertissima, ma se il Napoli disastroso e culone visto a Torino porta via comunque il bottino pieno, temo ci sia poco spazio per le recriminazioni.

Sarà importante ripartire dai novanta minuti di Verona, perché è dalla costanza e dall’atteggiamento positivo visto in campo che si ottengono i risultati. Quelli che a noi servono come il pane, per continuare a sperare e per avere qualcosa di veramente buono da cui ripartire e tornare Grandi.

About NicolinoBerti

Nasco meritatamente in provincia di Livorno e capisco immediatamente di non voler fare nulla nella vita. Ci sono brillantemente riuscito fino ad ora. Amo l'Inter dal 1987. Walter Samuel mi ha lasciato senza neanche un bacio d'addio. Spalletti è più sopportabile di Mazzarri e Lippi come toscano. Odio il 352.