Il Ministero degli Esteri di Bausciacafè

Mentre il mondo si interroga sul bene e sul male, su come ci si comporti allo stadio e su che misure di sicurezza adottare, ci sono un paio di persone che vi vogliono raccontare la loro esperienza. Oddio, vogliono è una parola grossa, Siavoush di SempreInter è stato gentilissimo e disponibile, per Gigidibiagio ho dovuto scomodarmi personalmente e minacciarlo attraverso vari canali, ma alla fine ho avuto un racconto stupendo.

Dicevamo, siamo fratelli del mondo, ci troviamo Ogni benedetta domenica per l’Inter e succedono cose meravigliose, come queste.

Milano – Sembra passata una vita da quando ho scritto questo post sui problemi di un interista non italiano, ma ora posso dire di aver vissuto il vero significato dell’espressione fratelli del mondo, quando sono stato a Milano con i miei amici svedesi per Inter-Juventus.
Innanzitutto i nostri amici di Bausciacafè ci hanno aiutato a prendere alcuni biglietti in vendita libera per una parte del gruppo, poi siamo riusciti a farli direttamente dal sito, sena problemi e senza Tessera del Tifoso. Una figata, era ora! L’Inter ha anche sistemato quel problemino del cambio nome degli abbonamenti. Ma questo è solo l’inizio, non è solo questo che ci ha fatto sentire fratelli nerazzurri stavolta.
Prima della partita siamo stati invitati a un pranzo con un gruppo di interisti di Facebook (il gruppo Serinasco), siamo arrivati per primi e abbiamo messo subito la nostra bandiera di Giacinto Facchetti alla parete. Dopodiché sono arrivati tutti gli altri, uno per volta e l’atmosfera era stupenda. Abbiamo mangiato, bevuto e riso e perfino i miei amici svedesi che non capiscono l’italiano si sono sentiti a casa. Dopo pranzo siamo andati tutti verso lo stadio, anche Miss Green e Sullina ci avevano raggiunti, abbiamo bevuto un paio di birre fuori e poi siamo entrati. La partita si sa com’è andata, ma la giornata non era finita: siamo stati in un pub e lì abbiamo continuato.
Ci siamo sentiti a casa, fratelli del mondo, nel vero significato dell’Internazionale.

danny tatueringar

La schiena di Danny, anche lui svedese.

Nel frattempo a Jakarta il nostro eroe GigidiBiagio diventava un’icona pop. Tra l’altro credo che adorerà essere chiamato icona pop, e mi minaccerà delle peggio cose privatamente e non.

Jakarta – È cominciato tutto il giorno del sorteggio del calendario di serie A. Di fronte al monitor stringo in una mano il biglietto aereo che mi avrebbe aperto le porte di una trasferta di dieci giorni a spasso per il sud est asiatico. Nell’altra invece impugno cornetti, teste d’aglio, ferri di cavallo e quanto di meglio l’esoterismo di casa nostra avrebbe potuto mettere a disposizione: bisognava scongiurare l’irreparabile. La trasferta infatti avrebbe incluso oltre al weekend dell’inutile partita della nazionale di Padre Prandelli anche quello della terza di campionato. Se proprio dovevo perderla che almeno fosse un partita poco importante (come se ce ne fossero).
Insomma una neo promossa o comunque un incontro di seconda o terza fascia. Una tipo, chessò, il Sassuolo.
O il Milan.

Insomma tutto ma non loro, tutto ma non la j**e. Che infatti mi si staglia davanti puntuale come le tasse o l’ennesima dichiarazione strappalacrime del geometra circa l’amore incondizionato (e mai provato altrove) che circonda chiunque si affacci dalle parti di Milanello.
Ovviamente parto lo stesso pensando che in un modo o nell’altro avrei trovato una soluzione. Stiamo pur sempre parlando del derby d’Italia, dell’eterna sfida tra il bene e il male! Oltretutto alloggio in un’albergo il cui conto al ritorno mi costerà una phonata dal mio capo che nemmeno un Sir Alex Ferguson in formato deluxe, vuoi che non la trasmettano negli sport bar disseminati ovunque nei dintorni?
Vuoi.

Una sequenza tanto cortese quanto incorruttibile di dinieghi mi conferma che da quelle parti preferiscono sciropparsi i frizzi e lazzi di un qualsiasi inutile incontro di Premier League piuttosto che gustarsi la madre di tutte le rese dei conti alle nostre latitudini. Valli a capire ‘sti asiatici…
Stremato e quasi rassegnato annuncio che non sarò in grado di seguirla e colgo l’occasione per implorare qualcuno di aggiornarmi almeno telefonicamente, pronto a vivere il remake di un match della Roma nell’indimenticato capolavoro “Vacanze in America” nella solitudine della mia lussuosissima camera prendendo d’assalto il minibar.
Ed è a questo punto che fa la sua comparsa telematica una quanto mai opportuna Miss Green in uno slancio a metà tra una pietas per il sottoscritto degna di Madre Teresa e una determinazione sconosciuta anche al più indomito dei rappresentanti Folletto. In quattro e quattr’otto smuove tutte le sue conoscenze (come le abbia resta ad oggi un mistero sul quale non ho la minima intenzione di investigare) di fede nerazzurra in quel di Jakarta: tempo venti minuti e ho il telefono intasato di proposte da parte del mio personalissimo Settimo Cavalleggeri Indonesiano. Anche chi vive a centinaia di chilometri dalla capitale fornisce contatti di amici, parenti, idraulici e persino un poliziotto di provata fede nerazzurra affinché mi diano una mano.
Vado a dormire rincuorato: il giorno dopo sarò l’ospite d’onore dell’Inter Club Indonesia per assistere con loro alla partita. Mancano solo i dettagli, ma questa volta per davvero.

Passo il sabato pomeriggio ciondolando nell’attesa e faccio cena con la voracità di un Girmi il cui selettore di velocità è rimasto incastrato su “max” prima di incontrare il mio accompagnatore ed angelo custode: Engel. Nerazzurro tutto di un pezzo cresciuto a Beneamata e riso al vapore e con un sorriso contagioso che mi tempesta di domande sull’Inter, lo stadio, Bausciacafè ed al quale non posso esimermi dall’offrire almeno una birra. Io ne prendo due. Che diamine, il paese sarà pure musulmano ma io no.
Nel nubifragio che segue saliamo in taxi e ci infiliamo in una di quelle code che solo Jakarta sa regalare (giuro su quanto ho di più caro al mondo che non mi lamenterò mai più del traffico ORA che ho capito cosa sia VERAMENTE). Io fremo perché temo di non arrivare in tempo, lui sfoggia una calma olimpica da fare invidia a Mourinho durante un’andata in casa degli ottavi di coppa Italia contro la Battipagliese e con sicumera indica al tassista svincoli sagaci che ci faranno arrivare per tempo. Il tutto ovviamente in indonesiano strettissimo, lingua della quale naturalmente ignoro anche i principi più elementari.

ICI Jakarta 1

Quello che io mi aspettavo essere una residenza privata per pochi amici, un bar con una TV o al massimo un improvvisato circoletto si rivela essere nientemeno che lo studio della TV locale dalla quale verrà trasmessa la gara. Capienza, che si rivelerà insufficiente, di 1500 persone circa stipate tra le tribunette e il palco di fronte al maxi schermo. Tutti rigorosamente in divisa d’ordinanza inclusa una commovente numero 3 di Giacinto e persino qualcuno che ricorda agli ovini la loro vera natura. La loro fama li precede davvero anche qui.
Intuisco subito che qualcosa non quadra quando avanzo tra due ali di folla festanti, salto la lunghissima coda per l’ingresso come ogni vip che si rispetti mentre Shakti, il presidente del club, mi abbraccia caldamente e mi mette tra le mani il biglietto di ingresso. Il dubbio diventa certezza quando rifiuta persino di farmelo pagare e anzi mi invita sul palco a lanciare i cori col megafono.
Si, perché c’era anche il megafono.
I ragazzi qui mica scherzano.

ICI Jakarta 2

Cortesemente declino anche perché nel frattempo sono circondato da gente che chiede di farsi fotografare col sottoscritto ed io non posso certo sottrarmi: se no che gente saremmo? Non manca proprio nulla, ci sono coreografie e bandieroni e persino i cori, lanciati in un discreto italiano e quasi sempre anche a proposito. Mi compiaccio quando parte un sentitissimo “Milano siamo noi” e sghignazzo sotto i baffi al primo “come la j**e, voi siete come la j**e” (e grazie al cazzo, nda). Ormai in preda ad un conclamato delirio di onnipotenza arringo la folla dal palco che contraccambia convinta prima e durante la partita.

ICI Jakarta 4

Sull’andamento della gara avete già detto tutto voi. Per quanto mi riguarda vi basti sapere che Il gol di Icardi di fatto non l’ho nemmeno visto; l’ultimo fotogramma è stato il pallone che partiva dal suo piede perché appena è stato evidente che si sarebbe infilato alle spalle di capitan Rolex sono stati solo abbracci e salti di gioia in un tripudio generale. A dirla tutta tale è stato il casino che non ho visto nemmeno i replay. Tripudio chetato di lì a breve, pagando a caro prezzo una delle pochissime leggerezze della serata. La partita in buona sostanza si trascina poi tra più di un brivido fino al fischio finale.

Prima di andare ringrazio tutti di cuore in un mare di abbracci e pacche sulle spalle per avermi fatto sentire molto più che a casa, mi “concedo” più che volentieri all’ennesima sessione fotografica (ancora non me ne capacito. Brad Pitt non sei nessuno) per poi riavviarmi in compagnia del mio angelo custode che, come non bastasse, è irremovibile nel pretendere addirittura di pagare il taxi.

Finita qui? Ma nemmeno per idea.
Due sere più tardi, giusto prima del rientro, colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente tutti ancora una volta per la grandissima esperienza, per l’accoglienza e il trattamento riservatomi e per avermi fatto sentire un ospite graditissimo. In tutta risposta Engel, ancora lui, in qualità di ambasciatore del club si presenta nel cuore della notte in albergo per omaggiarmi di due T-shirt ufficiali dell’Inter club Indonesia “Moratti” che fanno di me un socio a tutti gli effetti. Accetto di buon grado: la indosserò con orgoglio la prossima volta che andrò a vedere l’Inter, candidandomi di prepotenza al ruolo di Ministro degli Esteri di Bausciacafè.
Ora ditemi voi, non è proprio questo il significato di “essere fratelli del mondo”?

Ah, dimenticavo. Quel barbone di Thohir non si è mica fatto vedere

Gigi di Biagio (quello non analfabeta)

English version here

About Miss Green⁵

Sono nata e cresciuta all’ombra dello stadio, nel piazzale ho imparato ad andare in bici e in motorino. Da piccola dicevo che Malgioglio era mio padre, si somigliavano molto.