A Giacinto

Ero nei Giovanissimi di una scuola-calcio locale quando, per la prima volta, qualcuno volle parlarmi seriamente del Giacinto Facchetti calciatore.

Non che non lo conoscessi già, ci mancherebbe: a quell’età però il tifo era fatto più di figurine, sfottò, risultati domenicali e calciomercato sotto l’ombrellone, mentre la componente storica della tua squadra del cuore veniva sostanzialmente snobbata in favore di un pragmatico “quest’anno siamo più forti/quest’anno facciamo pena” e poco altro. Soltanto anni dopo avrei capito quanto fosse importante questo aspetto, quando tifi Inter.
Nei Giovanissimi facevo il terzinaccio: buona gamba, tanto fiato, piedi così così, ma avevo un allenatore in su con gli anni che proveniva da esperienze importanti e curava molto la parte tattica dell’allenamento. Inoltre aveva la passione vera per il calcio e per le storie dei grandi campioni di sempre, oltre ad una simpatia personale per l’impegno che mettevo sul campo nonostante i miei limiti tecnici: Eraldo – così si chiamava – un giorno di aprile, dopo un allenamento pomeridiano, convocò me e gli altri difensori in rosa per visionare tutti insieme un filmato del passato.

Quella vhs conteneva l’essenza del Giacinto Facchetti calciatore: era impossibile non essere colpiti dalla straripante eleganza dei suoi movimenti, dalla potenza leggiadra delle sue falcate, dalla sua interpretazione moderna e futuribile del ruolo di terzino.
Giacinto Magno divorava il campo, era ovunque, tecnicamente esemplare, tatticamente fondamentale, eticamente impeccabile: un punto di riferimento per tutti, dai compagni di squadra a chiunque avesse potuto ammirarlo, dal vivo o anni più tardi sullo schermo di una piccola tv in un caldo pomeriggio primaverile.

24.04.1966 - Inter-Sampdoria 1-1Goal: 54' Frustalupi, 72' Facchetti

24.04.1966 – Inter-Sampdoria 1-1
Goal: 54′ Frustalupi, 72′ Facchetti

Un Bale ante-litteram, volendo fare azzardare un paragone ad ogni costo, tanto supremo da calciatore quanto schietto nel dichiarare che, da terzino, preferiva segnare piuttosto che impedire agli altri di farlo. D’altronde era nato attaccante.
Da quel giorno non smisi mai di pensare a quelle immagini, conscio che mai e poi mai nella mia carriera di terzino mediocre avrei potuto anche avvicinarmi a cotanta bellezza calcistica: mi bastava pensare che fosse esistito un calciatore del genere per credere che il tanto bistrattato ruolo di “fluidificante” (un termine veramente osceno, da idraulico liquido) fosse il più bello del mondo.

Una manciata di anni dopo appesi gli scarpini al chiodo, ma nel frattempo avevo seguito le gesta dirigenziali di Giacinto Facchetti, apprezzandone la costante correttezza nei ruoli ricoperti in casa Inter da direttore generale prima e sportivo poi, fino all’incarico da presidente nel periodo del Moratti dimissionario.
La stessa fierezza che in campo lo rendeva così unico, il Cipe adesso la mostrava a tutti rilasciando dichiarazioni a mezzo stampa o in televisione, con la voce soave ma ferma di chi sapeva il fatto suo e non aveva scheletri nell’armadio capaci di farlo tremare anche per un solo secondo. E poi c’era quel sorriso da galantuomo, a volte appena accennato, un sorriso di bontà che non potevi non adorare: una sorta di abbraccio, un “fidati di me” impossibile da non cogliere all’istante.

Giacinto Facchetti moriva il 4 settembre 2006, vinto dall’unico, vero nemico che aveva.
Nasceva a Treviglio settantuno anni fa e noi, ancora una volta, siamo qui a ricordare quanto ci manchi e quanto sia unico e meraviglioso tifare Inter e sapere che quel tifo si incarna in un Uomo del genere. Chi ha anche soltanto osato infangarne il nome o, ancor peggio, la lezione tecnica e morale regalata al popolo nerazzurro e ad ogni amante del calcio e dello sport, tra appellativi come “brindellone” e nauseanti quanto maligne relazioni federali, non merita insulti né considerazione.

Ci basterà raccogliere a piene mani la dignità mostrata da Gianfelice, uno dei tre figli del Cipe, che da anni si prodiga affinché il nome del padre possa essere protetto dalle più squallide volgarità istituzionali e mediatiche, con lo stile tipico dei Facchetti: sobrietà, serenità e purezza d’animo.

“… dolce, intelligente, coraggioso, riservato, lontano da ogni reazione volgare. Grazie ancora di aver onorato l’Inter, e con lei tutti noi” (dalla lettera di Massimo Moratti a Giacinto Facchetti)

About NicolinoBerti

Nasco meritatamente in provincia di Livorno e capisco immediatamente di non voler fare nulla nella vita. Ci sono brillantemente riuscito fino ad ora. Amo l'Inter dal 1987. Walter Samuel mi ha lasciato senza neanche un bacio d'addio. Spalletti è più sopportabile di Mazzarri e Lippi come toscano. Odio il 352.