Neri per caso

Tra un’intervista da marciapiede di Moratti ed il toto-allenatore che già impazza, sembra passato sotto silenzio un episodio (l’ennesimo) che avrebbe meritato ben altro risalto sulle pagine dei quotidiani, sportivi e non: parlo ovviamente dei cori razzisti contro Balotelli durante Milan-Roma del 12 maggio scorso.
Gli opinionisti di turno si sono precipitati a stigmatizzare l’accaduto, a colpi di slogan effimeri e vane promesse di porre fine allo scempio che rovina lo sport preferito dagli italiani; anche il buon Giancarlo Abete ha subito alzato i toni, come già in altre occasioni, invocando la chiusura dei settori dello stadio interessati dall’attegiamento razzista, poiché le multe sono provvedimenti inutili che non risolvono il problema.
Due giorni dopo è infatti arrivata la tremenda sanzione di 50mila euro contro la Roma, incapace di ammutolire i subumani che ne popolano la curva per evidenti problemi di natura politica e di sicurezza comuni ad altre società, quando si tratta di dover “mediare” con la parte più oltranzista dei propri ultras.
Subumani che continueranno imperterriti ad utilizzare le domeniche calcistiche per sfogare tutta la loro ignoranza becera, utilizzando la partita come mero veicolo mediatico per dare risalto alla loro demenza, dal momento che a distanza di anni nessuno si è degnato di adottare politiche convincenti per affrontare il problema una volta per tutte.

Un problema che va ben oltre il discorso legato al calcio, un problema che si intreccia col tessuto culturale di un paese che continua imperterrito a mostrarsi razzista nel quotidiano, con l’italiano medio prigioniero della sua xenofobia becera, quella che al semaforo ti fa chiudere il finestrino e la porta della macchina perché “con questi negri non si sa mai”.
Oppure perché “io non sono mica razzista eh, ma questi negri sono ovunque, andassero a lavorare”. E magari lo dice un disoccupato.
Si sottovalutano i micromessaggi provenienti dagli eventi di tutti i giorni, ognuno di noi si nasconde dietro un dito, salvo redimersi per la giornata del razzismo o per gli episodi che magari toccano la propria squadra del cuore: una sorta di moralismo a comando che rende ancor più grottesca l’incapacità di affrontare con coraggio la multietnicità che ci circonda.

Difficile altresì aspettarsi qualcosa di diverso quando i primi a dover dare l’esempio e, puntualmente, ad evitare accuratamente di farlo sono quelli che dovrebbero forgiare l’opinione pubblica, i politici ma anche i calciatori.
E allora via con le offese al neo-ministro Kyange, anch’esse criticate giusto perché era doveroso farlo ma senza alcun tipo di provvedimento, via con Borghezio a rappresentarci indegnamente al Parlamento Europeo, via con i titoloni a quattro colonne dedicate agli “ASSASSINI NERI”. Tutto intorno un silenzio assordante.
Tornando ai fatti di Milan-Roma, fa amaramente sorridere constatare come ancora una volta le promesse di qualche mese fa si siano rivelate fumo negli occhi per i molti che avevano creduto, ad esempio, alla buona fede di Boateng durante la famigerata amichevole Pro Patria-Milan. Ve la ricordate? In quel caso i rossoneri non ci pensarono su due volte, e al persistere degli ululati razzisti avevano abbandonato il campo in preda al disgusto.
Il centrocampista ghanese aveva poi dichiarato alla CNN:”Non mi importa di che partita si trattava – amichevole, campionato italiano o Champions League – l’avrei fatto ugualmente.”
Evidentemente era sottointeso che una partita decisiva per il terzo posto e la qualificazione a quella stessa Champions per la quale Boateng abbandonerebbe il campo sarebbe stata da escludere, giusto? Il dubbio, per inciso, è venuto anche a Firicano, attuale DT della Pro Patria.
Ci è voluto il buon senso dell’arbitro Rocchi per dare un timido segnale di rifiuto verso quel costante atteggiamento denigratorio, ancora una volta davvero troppo poco.

Sì, credici.

Sì, credici.

Dopo i fatti di Busto Arsizio molti si precipitarono a sottolineare come sarebbe improbabile uscire sistematicamente dal campo per ogni episodio simile, perché significherebbe partita persa per la squadra che protesta. La rinuncia ai tre punti evidentemente è qualcosa che il calcio non può permettersi, di fronte a “i soliti cori di qualche imbecille”.
Tutti continueranno quindi a sottovalutare il problema, perdendo ogni volta una grande occasione per riabilitare il tanto vituperato calcio italiano, che dovrebbe e potrebbe diventare colossale veicolo di protesta e di rifiuto verso ogni atteggiamento di stampo razzista, anche a costo di subire penalizzazioni in termini di punteggio.
E continueremo ad aspettare leggi e provvedimenti che non verranno, perché tanto il razzismo a comando è fin troppo comodo per esser messo da parte: pensate a quelli come Roberto Renga, che qualche anno fa chiedevano il Daspo per quelli come Balotelli, simulatori e provocatori nati, mentre adesso, dopo quanto accaduto durante Milan-Roma, si limitano a qualche frasetta di circostanza, senza approfondire troppo, ci mancherebbe.
Oppure ripensate alle dichiarazioni di Seedorf, che dopo i “se saltelli muore Balotelli” di Juventus-Inter del 2009, si precipitava a chiedere al buon Mario un comportamento migliore, bollando certe frasi come semplici dimostrazioni di ignoranza, alle quali non dare troppo risalto. Perpetuando, di fatto, la connivenza col problema.

Impossibile chiedere allo sport di farsi carico di una questione che chiunque si ostina a minimizzare, spesso contribuendo a svalutarla mezzo stampa con titoli volgari e ben più gravi di un qualsiasi ululato da stadio.
Impossibile chiedere al calcio di farsi carico di un difetto che l’italiano medio sembra non soltanto non voler affrontare, ma nel quale sguazza volentieri, convinto di non far parte di esso, pronto ad indignarsi se il proprio idolo di colore viene fischiato ma altrettanto pronto a girare il viso dall’altra parte se un senegalese che chiede l’elemosina viene apostrofato volgarmente dal passante di turno. L’odio è odio, con o senza cassa mediatica.
Dovrebbe essere un dovere civico combatterlo quotidianamente, per contribuire nel nostro piccolo ad abbattere l’assioma “è solo ignoranza, non razzismo”.
Il razzismo si ciba di ignoranza, lauti pasti con i quali si ingrassa rafforzando il proprio disgustoso metabolismo. Mettiamolo a dieta.

About NicolinoBerti

Nasco meritatamente in provincia di Livorno e capisco immediatamente di non voler fare nulla nella vita. Ci sono brillantemente riuscito fino ad ora. Amo l'Inter dal 1987. Walter Samuel mi ha lasciato senza neanche un bacio d'addio. Spalletti è più sopportabile di Mazzarri e Lippi come toscano. Odio il 352.