Un’emozione da poco

C’è disaffezione nell’aria ed è quasi fisiologico che sia così, arrivati a otto giornate dalla fine di un campionato che ci vede con la bellezza di dieci sconfitte sul groppone e sette, pesantissimi punti da quel terzo posto diventato fin troppo presto la “nuova ossessione” nerazzurra.
Una disaffezione che ha radici lontane nel tempo, figlia di una smobilitazione globale che ha investito una rosa diventata improvvisamente troppo costosa da mantenere, tra olandesi separati in casa, promesse mai mantenute e cedute forse troppo a cuor leggero, acquisti cervellotici e fondamentalmente inutili, giocatori strapagati rispetto al rendimento effettivo, trattative durate in eterno e finite in bolle di sapone somiglianti ad una sostanziale presa per i fondelli nei confronti di chi segue l’Inter da fuori, con passione e col timore di non sapere quando la magra avrà fine.

Che la situazione sia grave ormai l’hanno imparato anche i muri, tra una Saras in evidenti difficoltà finanziarie, un bilancio che continua a soffrire i mancati piazzamenti Champions e la totale mancanza di entrate alternative. Discorsi ormai noti, in attesa dei nuovi soci (se ci saranno, non mi permetto di fare previsioni in quanto non informato sui fatti) e del nuovo stadio: due pilastri indispensabili, vitali per l’Inter che sarà, senza i quali le recenti frustrazioni saranno realisticamente destinate a protrarsi nel tempo, a meno di colpi di mercato low-cost clamorosamente azzeccati e congiunture astrali incredibilmente favorevoli.

L’Inter di Genova ha cambiato per l’ennesima volta pelle, rinnegando la difesa a 3 vista contro la Juventus (in evidente difficoltà non soltanto per l’inconsistenza del centrocampo ma sia per l’incapacità di Chivu di leggere situazioni tutt’altro che complicate che per la svagatezza di Ranocchia, distratto nonostante la presenza di zio Wally al suo fianco) e riproponendo una formula tanto anti-estetica quanto pratica ed efficace.
Nonostante la fastidiosa inconsistenza di Guarin, assente ingiustificato per gran parte del match,  gli uomini di Stramaccioni hanno raccolto forse più di quanto seminato ma senza demeritare, complice una Samp audace ma raramente incisiva dalle parti di Handanovic.
Ed è così che quel poco entusiasmo rimasto lo riaccendono gli uomini che non ti aspetti, quel Jonathan che, tra scivoloni imbarazzanti e una perpetua incapacità nell’appoggiare l’azione, ci mette comunque l’anima per farsi perdonare ogni singolo errore, non molla e alla fine dalle sue parti i blucerchiati faticano a sfondare.
O quel Pereira fin troppo bistrattato per i miei gusti, terzino d’assalto dalle labbra enormi e dalle movenze dinoccolate, tecnicamente rivedibile eppure moto perpetuo capace di infilare un cross al bacio per il vantaggio di Palacio. Poco per un giocatore pagato oltre 10 milioni di euro? Può darsi, ma credo che le sue prestazioni debbano essere “contestualizzate” tenendo conto delle sue caratteristiche e del fatto che l’Inter odierna non è in grado di sfruttarne le capacità di corsa, costringendolo ad un tipo di gioco che non è nelle sue corde.
Io, a costo di espormi al pubblico ludibrio, continuo a difenderlo ed a credere che il ragazzo sia molto meglio di quanto fatto vedere finora. E che meriti pazienza e fiducia, a meno che non si pretenda una qualità alla Bale. In tal caso consiglierei di spegnere la Playstation. Chiamatemi talebano. O pirla, se preferite.

"E mantienimi in forma!" (no)

“E mantienimi in forma!” (no)

L’entusiasmo lo riaccende anche il giocatore che invece ti aspetti, salvo costringerti all’ennesimo bestemmione purificatore il giorno seguente: è di ieri sera la notizia dello stiramento di secondo grado per Palacio.
Un infortunio che richiede pazienza nel recupero e che ci costringe di fatto a giocare le prossime 5/6 partite senza un attacco.
Inutile ripetere per l’ennesima volta quanto la scelta di proseguire con gli uomini contati là davanti sia diventata una vera e propria condanna: per quanto imprevedibili fossero infortuni del genere, l’idea di una coppia Cassano-Rocchi o del doppio trequartista a sostegno del barese somiglia a quel momento in cui se tutto va bene siamo nella merda.

Eppure io ho esultato lo stesso: l’ho fatto quando El Trenza ha messo dentro quel pallone di Pereira e ho poi tirato un sospiro di sollievo al 2-0 finale. Non tanto perché questi tre punti ci permettano chissà quali sogni di gloria, ma perché non riesco a farne a meno. Di esultare, intendo. E di avere una giornata un pò più serena perché l’Inter ha vinto, anche se serve a poco, anche se lotti per il Nulla, anche se magari sarebbe stato meglio fosse andata male perché almeno si ricomincia da subito (o forse no?) La situazione sarà critica quanto volete e forse ci sarebbe davvero bisogno di arrivare addirittura fuori dall’Europa League per fare un punto e a capo definitivo, ma a che scopo?
Cacciare Stramaccioni dopo aver cominciato ad acquistare giocatori che corrispondono alla sua idea di Inter? Buttare via tutto e ricominciare da zero, continuando di fatto a sbagliare?
Io non ho voglia di arrendermi, di gridare vendila!, di mandare affanculo tutto e tutti pensando a quanto mi divertissi con Orrico o quando i terzini avevano nomi come Brechet, Centofanti, Gresko, Tramezzani, Pistone e compagnia brutta, perché credo che anche le vittorie inutili consentano di farsi un’idea su cosa salvare e cosa buttare.

Non ho neanche voglia di spegnermi, di rassegnarmi ai troppi errori commessi ancora una volta, alle talpe, agli spifferi del toto-allenatore, agli infortuni a catena, a Rocchi che dimagrisce ma non si regge in piedi, all’ennesimo secondo portiere in rosa perché Belec non è affidabile.
Non perché sia impazzito o perché l’Inter mi paghi un tot mensile per sorridere al mondo tentando di convincere che sì, vedrete che arrivati alla fine di questo calvario ci alzeremo e cammineremo spediti come un Lazzaro in gran forma. Semplicemente perché sono convinto che ci sia già una struttura base dalla quale ripartire, anche senza i 30 milioni della Champions, almeno per restituire la giusta competitività a questa Inter confusa, stanca ed opaca.

E’ evidente che il mio non sia un sogno bagnatissimo e proibito: senza lo stramaledetto socio che metta sul tavolo qualche quattrino fresco, nomi come quelli che circolano in questi giorni saranno l’ennesimo specchietto per le allodole per l’interista sotto l’ombrellone. E non saranno Laxalt, Botta, Andreolli, Campagnaro o persino lo splendido prospetto Icardi a fare dell’Inter acciaccata di Stramaccioni una corazzata o una squadra capace di trovare come per magia la continuità che manca da troppo tempo.
Eppure vedo Handanovic, autore di una stagione strepitosa, vedo Ranocchia e Juan Jesus, Nagatomo, Guarin e Pereira (sì, ce lo metto, odiatemi!), un Kovacic che cresce partita dopo partita nonostante mille difficoltà, un Palacio a livelli mondiali nonostante lo scetticismo di troppi espertoni del ciufolo, vedo Duncan e Benassi, a mio avviso tranquillamente “coinvolgibili” nella nuova Inter, i rientri di Livaja e Longo (le nostre fortune future passeranno soprattutto dalla capacità di ricostruire l’attacco, anche considerando la tragedia sportiva di Milito) e un sorrisetto vago ed ingenuo riesco a conservarlo.

Perché odio terribilmente sparare a zero su tutto e su tutti, perché credo che Stramaccioni sia quello dell’Inter al completo del girone d’andata e non degli orrori di Siena e Firenze e perché mi piace vedere come andrà a finire.
Al limite potranno girarmi le palle per un altro anno, forse due, magari tre o quattro, ma non morirò per questo: mi accontenterò di capire quello che accadrà e in quanto tempo riusciremo a rialzare la testa, a completare la rosa con quei 5/6 giocatori fondamentali per dare all’allenatore materiale vero sul quale lavorare senza essere costretto a copiare i moduli altrui o fare di necessità virtù. E quando sul monitor vedo Samp-Inter 0-2 mi viene difficile pensare “ommioddio ci puppiamo MorattiBrancaZanettiSamuelCambiassoStankovic per chissà quanto tempo ancora”. Mi viene molto più facile sorridere timidamente. Nonostante tutto.

About NicolinoBerti

Nasco meritatamente in provincia di Livorno e capisco immediatamente di non voler fare nulla nella vita. Ci sono brillantemente riuscito fino ad ora. Amo l'Inter dal 1987. Walter Samuel mi ha lasciato senza neanche un bacio d'addio. Spalletti è più sopportabile di Mazzarri e Lippi come toscano. Odio il 352.