Pregasi compilare il modulo.

Proprio così, sembra che il calcio (o meglio, i problemi dell’Inter) sia diventato una mera questione tattica, avulsa dagli altri mille dettagli che, nell’arco di una stagione, fanno da sempre la differenza.
Fu proprio quell’Inter-Siena 0-2 del 23 settembre 2012 a far cambiare idea a Stramaccioni, convinto dalle troppe imbucate difensive, dall’assenza di Sneijder e dalla scoperta di Juan Jesus a ridisegnare la squadra secondo un modulo che potesse nascondere al meglio i difetti di una rosa incompleta e garantire maggiore sostanza ed equilibrio.
Per molti rischiosa, per altri addirittura destinata a peggiorare la situazione, sta di fatto che quella soluzione portò un filotto di vittorie convincente ed ingannevole, rimasto ormai un opaco ricordo fagocitato da prestazioni negative e da un perenne stato confusionario.

C’è voluta un’altra funesta partita contro il Siena per aprire definitivamente gli occhi di fronte ad un nuovo incubo, perfettamente descritto da quella impietosa immagine sulla quale Sport Mediaset ha ovviamente calcato la mano a più non posso: il volto stremato di uno Stramaccioni non abituato alla centrifuga-Inter, oggi più che mai in balìa dei venti di tempesta, di giocatori che sembrano non rispondere neppure alle più elementari esigenze tattiche, di una società che sembrava averlo appoggiato sul mercato, seppure in extremis, ma che al momento fatica a dare confortanti segnali di fiducia totale nel proprio tecnico.

Non ci sono dubbi sul fatto che l’allenatore romano stia vivendo un momento a dir poco caotico, tra scelte di formazione più che discutbili (Schelotto, fermo da dicembre, subito titolare in uno schema che non gli appartiene e con Zanetti ad evidenziarne tutte le lacune possibili in fase di contenimento), una problematica gestione delle assenze che vanno ad accentuare i già evidenti buchi nella rosa a disposizione e una scarsa capacità di lettura della partita a gara in corso, con correttivi spesso tardivi ed allenatori avversari fin troppo agevolati nel loro compito.

Ma non può essere soltanto questo: molti hanno visto un Inter fisicamente in difficoltà contro la Robur.
Beh, io no. Concordo invece con chi, come Luciano Davite, afferma che la nostra corsa sia totalmente casuale, un moto più o meno perpetuo senza alcun costrutto, che ci espone costantemente alle offensive avversarie e non ci consente di costruire una sola azione da gol degna di tal nome.
A questo si aggiunge l’anarchia di giocatori come Guarin, ripiombato nel tunnel del “ghe pensi mi” dal quale dovrà uscire quanto prima per evitare di passare da risorsa fondamentale a problema irrisolto, la mancanza di un leader difensivo capace di guidare al meglio Juan Jesus e Ranocchia e, soprattutto, un potenziale offensivo ridotto al lumicino, che paga a carissimo prezzo l’assenza di Milito e l’incapacità soggettiva di Palacio di fare ciò che non ha mai fatto parte del suo tipo di gioco.

Sulla partita in sé preferirei non dilungarmi oltre. Il solo ricordo è già abbastanza frustrante, e fatico molto a salvare il salvabile (Kuzmanovic e Kovacic, comunque) o a nascondermi dietro il dito dei soliti errori arbitrali.
Concedere campo ed errori macroscopici all’ultima in classifica non può essere spiegabile con semplici questioni di modulo o di condizione fisica, soprattutto quando i soliti ignoti, stavolta all’anagrafe col nome di Sestu e Emeghara, hanno la possibilità di fare più o meno tutto ciò che vogliono senza che nessuno sia in grado di porvi rimedio.
E’ la sconfortante sensazione di caos a rendere esibizioni come quella di domenica davvero disarmanti, con reparti sfilacciati, movimenti basilari costantemente falliti, giocatori senza palla incapaci di assimilare un qualsiasi movimento.
La squadra è più completa di quella vista nel match di andata, eppure ha sfornato una prestazione persino peggiore, culminando con veri e propri deliri tecnici come Gargano a battere i calci da fermo, roba che neanche i videogiocatori più coraggiosi azzarderebbero sulle loro console.

La domanda che più o meno tutti i blog interisti si fanno in queste ore è una soltanto: come uscirne vivi?
Io sono soltanto un povero pirla che scrive di Inter (e qui vedo partire la ola in numerose abitazioni dei lettori che ci seguono) e non ho la ricetta perfetta. Anche perché se l’avessi avuta l’avrei tirata fuori già un paio d’anni fa.
Di una cosa però sono abbastanza certo: in questi casi, dove tutto sembra andar storto e dove ogni singolo errore viene amplificato, analizzato ed evidenziato fino alla nausea, serve far gruppo, stringersi attorno all’allenatore, smetterla con i proclami, i “ci siamo ancora” e i “lotteremo fino alla fine” e, soprattutto, fare le cose più semplici.

E servirà coraggio, ed in tal senso mi aspetto molto da parte di Stramaccioni: cacciarlo sarebbe l’ennesimo fallimento di un progetto morto sul nascere, un vero e proprio suicidio tecnico collettivo.
Non ho mai nascosto la mia stima per il romano, così come non ho mai lesinato in critiche ogni qual volta ce ne fosse la necessità: continuo però a ritenerlo l’uomo ideale per guidare la nuova Inter, quella che, tra cessioni eccellenti e massima attenzione al bilancio, ha cominciato a metter qualche pietruzza per gli anni a venire seppur con tempistiche alquanto discutibili (e snobbando colpevolmente il reparto offensivo).

Serviranno scelte nette, a costo di far storcere la bocca a qualcuno, servirà non perder tempo con altri esperimenti, individuando un undici che offra le maggiori garanzie in termini di affidabilità, qualità e logica nella disposizione sul campo, evitando tentennamenti legati all’età, smettendola con le mezze misure, cercando di utilizzare il materiale umano a disposizione nel segno della semplicità, anche a costo di sembrare scolastici o scontati.
Serve, più di ogni altra cosa, una dirigenza che, da subito, faccia sentire il suo peso a favore dell’allenatore e che imponga ai giocatori di dare il massimo per la squadra, non per se stessi e non soltanto a parole.
Una responsabilizzazione totale che metta il tecnico nelle condizioni di tornare a scegliere con la mente sgombra dalle nubi che ne offuscano la lucidità: l’aspetto psicologico, in periodi di magra come questo, è più importante di qualsiasi modulo perché consente allo spogliatoio di ritrovare quel senso di appartenenza e quella coralità che permette di nascondere i propri limiti e di gettare il cuore oltre l’ostacolo, come altre Inter hanno già fatto in passato.

Un allenatore con lo sguardo perso nel vuoto, incapace di reagire e di scuotersi, vorrei non vederlo mai più. Soprattutto quando si tratta di un uomo che ha dimostrato di saper fare il suo lavoro e di saper donare il giusto entusiasmo ad un ambiente che adesso ne ha dannatamente bisogno.

Andrea+Stramaccioni+AC+Siena+v+FC+Internazionale+TYwyAELl54Al

 

About NicolinoBerti

Nasco meritatamente in provincia di Livorno e capisco immediatamente di non voler fare nulla nella vita. Ci sono brillantemente riuscito fino ad ora. Amo l'Inter dal 1987. Walter Samuel mi ha lasciato senza neanche un bacio d'addio. Spalletti è più sopportabile di Mazzarri e Lippi come toscano. Odio il 352.