Bisogna saper perdere, non sempre si può vincere

Visto che non la fa nessuno, lo faccio io.

Ragionerò su uno scomodo (per alcuni, di cui fra poco conoscerete l’identikit) parallelo: Lance Armstrong e la Juventus.

Il primo oggi dice chiaramente che, senza l’aiuto di sostanze dopanti, quindi illecite, non avrebbe mai potuto vincere i sette Tour de France dei quali è andato fiero per anni. La seconda ha sempre sostenuto l’infondatezza delle accuse di doping, puntellando la sua azione con la constatazione di quanto possano essere stati inutili simili (ed altri) aiutini, per una squadra già così palesemente la più forte del lotto.

Armstrong ammette come pur essendo (forse) stato il più forte, sia dovuto ricorrere a qualcosa che ne sancisse ed assicurasse in maniera inequivocabile la supremazia. La Juventus si barrica dietro quel presunto dogma per dipingere come irrazionale ed inutile ogni altra “spintarella”.

Lance Armstrong lo ha fatto pubblicamente, in TV, tornando in possesso, se non altro, della sua patente di “uomo”, già provato dalla durissima battaglia contro il cancro, a cui –alla fine- si può riconoscere la libertà d’essersi “lasciato andare” a commettere un peccato “umano”, giudicabile diversamente da quanto avviene sul piano strettamente sportivo. A quanto ha umanamente commesso risponderà alla sua coscienza, dell’illecito sportivo ha già pagato con la revoca del maltolto.

Alla Juventus, invece, hanno preso una strada differente.

Salvatisi per il rotto della cuffia grazie ad un sistema giudiziario civile e sportivo che fa acqua da ogni parte, hanno rimosso. Sommare una condanna per doping a quelle contemporanee per illecito di stampo mafioso, avrebbe forse voluto dire la fine; invece è andata bene, e chiudendo in un sacchetto concetti come l’onore, la dignità e l’onestà intellettuale, hanno rimosso il tutto alla stregua di un fastidioso granello di sabbia che avrebbe potuto inceppare il loro meccanismo di farneticante negazionismo di calciopoli e tutto quanto ne seguì.

Forse era vero: Armstrong era davvero il più forte, ma reputò opportuno doparsi. Lo vedemmo meritarsi giorno dopo giorno le sue tappe, i suoi Tour. Resta il fatto che oggi sappiamo che, molto probabilmente in mancanza di doping, non sarebbe entrato nella leggenda del ciclismo.

Forse anche alla Juve erano i più forti. In quella famosa finale del 2006 fra Francia e Italia, una buona metà dei giocatori in campo era bianconera. Resta il fatto però che ogni traguardo raggiunto da quei “campioni” prima di quella sera fosse stato conquistato con tali e tante “strutture di supporto”, da far nascere il sospetto che, in mancanza di esse, non tutto sarebbe andato liscio.

Una volta tanto, il fatto che nello sport non esiste la controprova, gioca a favore della tesi che si vuole dimostrare: intanto quei trofei furono vinti illecitamente; che li si sarebbe vinti ugualmente, è solo un’ipotesi. Strampalata, forse legittima, ma solo un’ipotesi, appunto. E le ipotesi non riempiono le bacheche, né sanano i bilanci.

Lance Armstrong restituisce i suoi trofei, fa pubblica ammenda, esce di scena, e probabilmente non sentiremo più parlare di lui. Torna ad essere un uomo che ha sbagliato, come ce ne sono miliardi, a questo mondo. La Juventus ringhia ancora ferocemente contro chi l’ha scippata dei suoi trionfi “sul campo”, contesta i giudici che pur magnanimamente l’hanno graziata, addita i comportamenti altrui, chiede la restituzione del bottino, le scuse, e addirittura un pingue risarcimento.

Conferma d’essere una entità fastidiosa ed esecrabile, come ce ne sono poche, a questo mondo.

Vincere, nello sport, come nella vita è difficile. Spesso non basta avere tutte le carte in regola, essere onesti, preparati, concentrati. E’ da uomini però accettare che ciò possa non bastare; è da lestofanti barare, togliendo così ad altri, pur onesti, preparati e concentrati, la meritata vittoria.

Tuttavia, anche fra i lestofanti c’è una gerarchia. C’è chi un giorno si pente, mette in piazza i propri panni sporchi, chiede scusa, rifonde il danno per quel che può, e silenziosamente lascia la scena.

E c’è chi no.

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