E’ stato un monologo

Mazzarri lo ripete da ieri sera: lo ha detto a caldo, lo ha confermato ad altri giornalisti nelle interviste del dopo-partita, probabilmente avrà continuato a ripeterlo a sè stesso durante la notte, in preda a sudori freddi e alle palpitazioni per  quelle cento occasioni (sic) non finalizzate.

Già, il Napoli è venuto a Milano ad insegnare calcio, con un folgorante possesso palla finale del 63% e la bellezza di una palla gol e mezzo costruita su azione, a dispetto di quanto raccontato da molti commentatori: il monologo che Mazzarri ha illustrato a chiunque, persino alla suocera, per ore è in realtà un secondo tempo fatto di molto rumore per nulla, soprattutto considerando come le migliori occasioni le abbia avute comunque l’Inter (ben tre, incluso il palo di Cassano) e che l’azione più pericolosa dei partenopei sia stato un clamoroso tentativo di autorete del redivivo Alvaro Pereira, finalmente ai livelli che gli competono e decisivo anche in occasione del raddoppio di Milito.

Chiunque fosse dotato di un minimo di distacco critico, senza la necessità di tifare Inter, avrebbe infatti facilmente potuto notare come lasciare il possesso agli ospiti fosse stata una scelta tattica precisa di Stramaccioni che, con uno schieramento previdente ma non troppo ed un Guarin finto trequartista a livelli giganteschi, ha dato una severa lezione al sopravvalutato collega toscano: soffocate le principali fonti di gioco napoletane ed evitata un’aggressività che avrebbe facilitato enormemente il compito di Insigne, Hamsik e Cavani, l’Inter ha vinto la sfida recuperando quello spirito operaio che aveva già fatto la differenza nelle altre sfide con le big del campionato.

Difesa attenta e sempre concentrata, ad eccezione di una distrazione di Juan Jesus su Cavani nel primo tempo (l’unica, in una prestazione maiuscola), guidata da un Cambiasso abilissimo libero moderno, centrocampo muscolare e un po’ confusionario, ma sorretto da un Guarin formato famiglia, ed attacco con gli sprazzi del Cassano che conosciamo e un Milito finalmente decisivo, nonostante la condizione fisica sia ancora lontana dal miglior rendimento.

Un po’ timido Nagatomo, frenato dalle scorribande di Insigne e Zuniga ma mai surclassato, mentre Alvaro Pereira faceva a fettine il malcapitato Maggio sulla fascia opposta, sfruttando al meglio la fiducia che Stramaccioni continua a tributargli anche nelle interviste.

Si è quindi vista di nuovo quell’Inter tutta sostanza e solidità protagonista del filotto di vittorie di un mese fa, una squadra dalla manovra non trascendentale ma difficile da trafiggere e capace di creare sempre qualcosa di importante in fase offensiva, soprattutto quando c’è la possibilità di sfruttare la genialità di Cassano, che si illumina sì a sprazzi ma risulta decisivo ogni volta che decide di farlo. Il corner sugli sviluppi del quale arriva il gol del vantaggio sarà anche stato favorito dalla colossale dormita della retroguardia napoletana, ma quel pallone calciato col contagiri dal barese è una delizia per gli occhi; meno deliziose le inusuali sviste del fedelissimo Rizzoli, solitamente impeccabile nei nostri confronti.

Passi l’offside di Pandev, non facile da vedere ma neppure impossibile (era fuoriggiocoooo, il guardalinee non vede! È un ingapace! – cfr. Marcozzi in Giulianova–Frosinone), ma il rigore solare di Britos su Cassano e la mancata espulsione di Behrami sono misteri da consegnare direttamente nelle mani di Roberto Giacobbo.

Episodi che il buon Mazzarri, ovviamente, ha pensato bene di omettere durante la pregevole narrazione del Monologo, dimenticando altresì un minimo di mea culpa per una fase difensiva costantemente difettosa, un difetto che si trascina da anni e che il vate (no, non c’è la erre, non fate i maliziosi) di San Vincenzo sembra non saper risolvere.

Ma capisco sia molto più semplice bollare il tutto con un “loro culoni e cinici, noi sfigati e spreconi”: peccato che la partita fosse di pubblico dominio, e che il torrente di lacrime non sempre trovi il favore di chiunque sia disposto ad ascoltarlo e sopportarlo.

E l’Inter quindi? Beh, sono tre punti vitali che ci permettono di restare aggrappati alla vetta e che ribadiscono come un atteggiamento meno spregiudicato e più accorto contro le squadre che amano attaccare ci permette, spesso e volentieri, di fare bottino pieno senza soffrire troppo.

Adesso la palla torna a Stramaccioni che, con tutti i limiti della rosa attuale, dovrà tentare di trovare un sistema di gioco ed un approccio che permetta di affrontare al meglio anche le tignose partite contro squadre di caratura inferiore, dove gli spazi languono e dove il cambio di ritmo o la fisicità dell’attacco (caratteristiche che non abbiamo) consentirebbero di fare la differenza e di non avere sul tabellino di marcia due sconfitte evitabilissime.

In attesa di gennaio, dei cinesi e della fiction su Antonio Conte.

Amala.

About NicolinoBerti

Nasco meritatamente in provincia di Livorno e capisco immediatamente di non voler fare nulla nella vita. Ci sono brillantemente riuscito fino ad ora. Amo l'Inter dal 1987. Walter Samuel mi ha lasciato senza neanche un bacio d'addio. Spalletti è più sopportabile di Mazzarri e Lippi come toscano. Odio il 352.