November Rain

Non amo l’autunno, complice l’abitare in una zona sulla costa tirrenica dove questa stagione coincide col grigiore assoluto, i locali chiusi per tutto il giorno, lo svuotarsi delle case-vacanza e tutto il resto.

Questo novembre, però, era cominciato davvero col botto: la vittoria di Torino, la fine dell’imbattibilità del Male, oltre tutto e tutti, aveva restituito ai tifosi nerazzurri un sorriso a trentadue denti e un futuro improvvisamente più roseo. Un’euforia contenuta, che aveva trovato la sua naturale continuità nella vittoria di Belgrado che garantiva all’Inter la qualificazione matematica alla fase successiva di Europa League; poi, il black-out. Improvviso, reso meno pesante da giustificazioni più o meno reali, ma comunque penalizzante in termini di punti e posizioni in classifica: prima Bergamo, poi il pareggio interno contro il Cagliari. Inutile citare la sconfitta contro il Rubin Kazan, pesante solo nel risultato (e nell’eventuale abbinamento nei 32esimi del torneo) ma dignitosa, soprattutto considerando la linea verdissima varata da Stramaccioni in quell’occasione.

Prestazioni non brillanti ma neppure scandalose, caratterizzate da errori difensivi, orrori arbitrali e da un’Inter che, nonostante le difficoltà, aveva comunque sempre messo in campo voglia di lottare, grinta, azioni da gol. Un’Inter viva, soffocata da qualche assenza di troppo, da rivedere tatticamente, ma presente e mai rinunciataria. Almeno fino a Parma.

Al Tardini è come se tutto quel substrato di brutti presentimenti avesse trovato una improvvisa valvola di sfogo, dando vita alla peggior prestazione di sempre della squadra sotto la guida di Stramaccioni.

Tralasciando i discorsi tattici, è proprio la vitalità la grande assente di ieri sera: l’inconsistenza di tutti gli interpreti in campo, ad eccezione degli incolpevoli Ranocchia, Samuel ed Handanovic (e di un Guarin ferito che si è dovuto sbattere da solo fino allo sfinimento), i clamorosi errori di misura in appoggi elementari e la costante sensazione di indolenza che accompagnava ogni giocata, hanno reso evidenti tutti i limiti della rosa e le difficoltà del mister nell’offrire una alternativa efficace al momento-no della sua squadra.

Sapete bene quanto apprezzi il nostro giovane allenatore, ma pur considerando la mancanza di interpreti, le tre sostituzioni effettuate in un momento di totale appannamento della squadra non sono state una scelta condivisibile. Tre giovani buttati nella mischia quasi per far numero, in un momento in cui le teste dei nostri erano chine da tempo e sembrava che tutti aspettassero soltanto il fischio finale per archiviare una bruttissima serata.

Nagatomo ci ha provato, come sempre, aiutato dal nulla più totale, ma è stato surclassato dalla premiata ditta Rosi-Marchionni ed ha evidenziato una condizione fisica palesemente deficitaria: davvero non si poteva concedere una chance a Pereira? Trovo invece ingiusto addossare colpe eccessive a Ricky Alvarez, schierato in una posizione “né carne né pesce” che lo ha obbligato alla solitudine eterna: anzi, nel primo tempo era stato forse il meno dannoso tra i centrocampisti.

Preoccupa piuttosto il costante scollamento visto tra i reparti e l’incapacità di ovviare alla superiorità numerica che il Parma riusciva a creare sistematicamente sulle fasce, spesso con irrisoria facilità. Il gol subìto, poi, fa rabbrividire: impossibile a questi livelli concedere, anche ad un Sansone qualsiasi, una corsa indisturbata di 60 metri verso il portiere, senza opporre la minima resistenza.

E’ l’emblema di una serata da dimenticare all’istante, ma da tener ben presente affinché non si ripeta.

Ciò detto, mi sembra stupido, controproducente e delirante aprire il capitolo primo del Manuale del Perfetto Disfattista: a Parma non ha funzionato nulla, lo abbiamo notato tutti. A preoccupare è soprattutto quella sgradevolissima idea di impotenza che mi ha accompagnato durante l’intera visione del match, un’impotenza mai vista finora, neanche nelle altre sconfitte subite.

Ma è chiaro che chi un mese fa insegnava calcio a quelli delle trenta stelle e un quarto di crema idratante difficilmente si sia rincoglionito nel giro di qualche settimana: questa rosa ha limiti noti a tutti, Stramaccioni incluso. Limiti ai quali si è cercato di ovviare attraverso un’idea tattica nuova, che ha dato buonissimi frutti fino a poco tempo fa. Limiti che, invece, tornano a riproporsi in tutta la loro evidenza adesso che la squadra sembra soffrire una temporanea crisi d’identità coincidente con una concatenazione di eventi nefasti, scelte cervellotiche e problemi tecnici ancora irrisolti, e difficili da colmare nel breve periodo: moriremo tutti? Ma anche no.

Si tratta semplicemente di ritrovare se stessi. E non è una mera questione di recuperare gli assenti. Dobbiamo recuperare la volontà di lavorare, nient’altro: nessuno rema contro, e Stramaccioni non si è certo fatto formattare per farsi installare il sistema operativo Windows Ranieri. La sconfitta di ieri sancisce un punto e a capo, impone a tutti di voltare pagina, senza proclami, senza tabelle, senza guardare la classifica.

Semplicemente dando tutto, per un solo obiettivo: essere l’Inter.
Quella che può vincere e può perdere, ma uscendo dal campo sicura di aver fatto tutto il possibile per strappare i tre punti.

About NicolinoBerti

Nasco meritatamente in provincia di Livorno e capisco immediatamente di non voler fare nulla nella vita. Ci sono brillantemente riuscito fino ad ora. Amo l'Inter dal 1987. Walter Samuel mi ha lasciato senza neanche un bacio d'addio. Spalletti è più sopportabile di Mazzarri e Lippi come toscano. Odio il 352.