Si può fare

Scrivere in modo lucido e distaccato di quanto accaduto tre serate fa allo Juventus Stadium è impresa ardua, almeno  quanto la stessa vittoria della nostra Inter: una sfida del genere non è mai una mera questione calcistica, porta con sé una quantità enorme di sentimenti contrastanti, dubbi, paure, timori. Il sempiterno spettro della fregatura è lì, accoccolato dietro un angolo, pronto a sbucar fuori quando meno te lo aspetti per ricordarti che nulla è cambiato, che la restaurazione è compiuta, che cambiano facce e parrucche ma la sostanza è sempre la stessa.

Si respirava, nei blog, su Twitter e nei forum, un’aria stranamente euforica alla vigilia di Juventus-Inter: il filotto di vittorie e le tante certezze che Stramaccioni ed i suoi uomini sono riusciti a portare sul campo settimana dopo settimana avevano contribuito a fiutare la preda, a pregustare la voglia di rovinare una volta per tutte i loro piani di imbattibilità. Al tempo stesso però, tutti noi sapevamo che nulla ci sarebbe stato concesso senza consegnare ai posteri l’ennesima, straripante prova di forza: una dimostrazione puramente sportiva che, tuttavia, ha connotazioni anche extra-calcistiche; non è un caso che, quando si tratta del derby d’Italia, mi venga spontaneo parlare di eterna lotta del Bene contro il Male.

Passano la bellezza di diciotto secondi, mentre tu sei lì a sognare di fare lo sgambetto a quella cialtrona della Vecchia Put…ahem, Signora, ad immaginare vittorie epiche, facce tristi in bianconero, Prandelli che incorona Ranocchia re d’Italia, e quel buontempone di Tagliavento decide di ignorare l’esistenza della regola numero 11 del mai abbastanza consultato Regolamento del Giuoco del Calcio, lasciando che lo shampoo Vidal insacchi a porta vuota dopo essere partito in leggerissima posizione di fuorigioco. Diciamo delle dimensioni tipo Rocco Siffredi (cit.)

Tu sei ancora lì, a sistemarti sul divano, a toglierti la giacca al bar con uno sguardo sempre rivolto verso lo schermo della tv quasi in modalità Marotta, ed il Male ha già colpito: è sempre la stessa storia, non è possibile, non ce la faremo mai, ecco lo sapevo son tornati, arbitrodimerda, guardalineesooka ed altri, fantasiosi epiteti.

Scoraggiarsi è davvero facile in questi casi, si sa.

Fortunatamente per noi quell’uomo in panchina, quello che non ha fatto la gavetta, che straparla nel tentativo di voler imitare Mourinho, che ha soltanto riportato serenità psicologica nell’Inter ma non un gioco, decide di fregarsene altamente di una terna arbitrale che ha appena reso ancor più labile il sottile confine tra incapacità e malafede: conferma il tridente, e soprattutto conferma la propria impostazione di gioco, non rinnega il suo credo, non si rintana né decide di correre ai ripari perchè l’avversario è forte già di suo ma affrontarlo in 11 contro 14 diventa davvero improbabile.

Niente di tutto questo. L’Inter è lì, barcolla ma non molla, proprio come il suo allenatore, si incazza, resiste per un po’ (grazie Samir, ancora una volta garanzia di affidabilità assoluta), e torna a fiutare l’odore del sangue. E lo fa con i propri mezzi, lo fa con la stessa unità di intenti ammirata nell’ultimo mese contro qualsiasi avversario, aggiungendo quell’onestà sportiva che non è più soltanto questione di vincere sul campo: è questione di farlo senza contraddire i propri principi, battendo la Juventus sul proprio terreno di gioco con una attitudine offensiva costante e con un atteggiamento tattico studiato fin nei minimi dettagli.

Lo fa con una abnegazione quasi metodica, nonostante qualche errore di troppo da parte di alcuni interpreti: il simbolo della vittoria di sabato sera è Nagatomo, il suo spirito, il cuore oltre l’ostacolo. Un samurai che rimbalza tra i colossi juventini e offre giocate sontuose ed un moto perpetuo che sfianca l’avversario sui 90 minuti. E mentre Alessio farfuglia le solite menate, il condottiero Stramaccioni sbanca Torino con una lectio magistralis di Calcio Applicato che sancisce la fine di un’era e ne segna, probabilmente, l’inizio di un’altra: allo Juventus Stadium forse il cantiere Inter ha chiuso definitivamente i battenti per dar vita ad una nuova, esaltante seconda fase.

Non voglio lasciarmi cogliere dalla facile euforia, anche se di repliche del match ne ho viste almeno una decina (tutte con commenti diversi, epico come sempre il nostro Roberto Scarpini), ma la sensazione che questa squadra abbia adesso una nuova consapevolezza nei propri mezzi c’è e sarebbe sciocco negarla. Come scriveva un eccellente Roberto Torti, l’Inter deve ora decidere cosa fare da grande. Con umiltà, con la stessa voglia di affrontare ogni partita come se fosse l’ultima, proprio come ha fatto Milito a Torino.

Credo si possa fare, anche con un pizzico di spensieratezza.

Nel frattempo non finirò mai di ringraziare la mia Inter per essere capace di regalarci serate del genere.
Ribadendo una volta di più quanto sia bello essere Onesti e, soprattutto, Interisti. Non vedo contraddizione in termini.

 

About NicolinoBerti

Nasco meritatamente in provincia di Livorno e capisco immediatamente di non voler fare nulla nella vita. Ci sono brillantemente riuscito fino ad ora. Amo l'Inter dal 1987. Walter Samuel mi ha lasciato senza neanche un bacio d'addio. Spalletti è più sopportabile di Mazzarri e Lippi come toscano. Odio il 352.