Impressioni di ottobre

Ventunesimo minuto di gioco del primo tempo di una partita incolore: Tissone scodella un pallone apparentemente innocuo in area di rigore nerazzurra, Ranocchia interviene in modo maldestro e anche un po’ sfortunato, la carambola finisce sui piedi di Munari che, in tutta tranquillità, porta in vantaggio la Sampdoria.

Un mese fa sarei sbiancato in volto e, tra una bestemmia e l’altra, avrei seguito il resto del match con bruttissimi pensieri e sgradevoli sensazioni: ma non mercoledì sera.

Mercoledì infatti è ricomparsa, quasi magicamente, quella magnifica serenità che accompagnava tutti i tifosi nerazzurri durante l’epopea targata Mourinho. La certezza che, in un modo o nell’altro, con pazienza e fiducia, l’avremmo comunque portata a casa, perché in campo si avvertiva chiaramente la voglia da parte di ogni singolo giocatore di fare il massimo per ottenere i tre punti: lo si vedeva dagli sguardi, dalla corsa, dalla tranquillità nella gestione del pallone. Tutto questo nonostante un nuovo cambio di modulo, azzardato sì ma fino ad un certo punto, e a dispetto di una indiscutibile fatica nel far male ad una catenacciara Sampdoria nei primi 45 minuti. Niente mi turbava, neppure quando il bell’inserimento di Pereira si schiantava sulle mani protese di Romero e la successiva ribattuta di Guarin a porta vuota finiva di poco a lato, in una delle poche occasioni vere costruite dall’Inter nel primo tempo.

Già, Pereira e Guarin: eccolo qui, l’ennesimo passo avanti dell’Inter.

Non capisco l’accanimento critico contro l’esterno uruguagio, davvero. Ha spinto con continuità, si è reso pericoloso, ha sfornato almeno due cross perfetti sui quali avremmo potuto far male alla Sampdoria; unica macchia un brutto intervento su Berardi, da “arancione”.

Guarin da una parte, Zanetti dall’altra: è crisi Inter.

E poi il Guaro. Giocatore che adoro, perché ha quell’irruenza e quell’agonismo tipico di chi vorrebbe sempre spaccare il mondo ma poi, sovente, finisce con l’autoannullarsi, in preda ad una trance psicofisica capace di offuscarne la mente. Mercoledì però abbiamo ammirato il Guarin che ci piace, quello disciplinato, straripante nei recuperi ed incisivo nelle proiezioni offensive: quando si libera di un uomo, lo fa come quando chiedi permesso al tizio che ti sta davanti e, nel farlo, lo spintoni via con decisione. Il gol è la giusta ricompensa per una partita giocata finalmente con la giusta attenzione tattica, segno evidente che Stramaccioni, conscio del suo valore, sta lavorando sodo per renderlo a tutti gli effetti un punto di riferimento e non più un portatore sano di confusione.

Nella vittoria di mercoledì c’è anche la gioia del calcio di quei tre là davanti, che anche in serate apparentemente contrassegnate da una insolita mole di errori banali, sanno rappacificarti con il nostro gioco preferito con azioni come quella del 2-1: un contropiede che mi ha letteralmente stordito per rapidità di esecuzione e perfezione nei tempi, nei passaggi e nella finalizzazione. Cassano parte palla al piede ad una velocità folle, ed è lucidissimo nell’assist a Palacio: la pippa ex Genoa (cit.) si conferma tale e la mette là dove si annidano i nemici dell’igiene (e qui ringraziamo Roberto Scarpini) con una semplicità disarmante.

Ma la cosa più bella della serata, forse sfuggita ad alcuni, è quel gesto fraterno, affettuoso, da vero capitano del buon Javier Zanetti: Guarin segna il terzo gol e lui se ne va in panchina per un gimme five con Mudingayi e Pereira. Un episodio che racchiude, in pochi secondi, la vera forza di questa Inter: l’unità di intenti, gregari (di lusso, concedetemelo) e fuoriclasse insieme per un unico obiettivo, quello di fare tutto il possibile per provare a vincere, sempre. Sabato potrebbe essere proprio questo a fare la differenza, a casa dell’Impero del Male.

Un vero peccato quel brutto gol preso a partita finita: Stramaccioni è un perfezionista e si sarà incazzato quanto se non più del sottoscritto. Un errore ininfluente sì, ma legato ad un calo di concentrazione che questa squadra, per considerarsi davvero grande, non può concedersi: esagero?

About NicolinoBerti

Nasco meritatamente in provincia di Livorno e capisco immediatamente di non voler fare nulla nella vita. Ci sono brillantemente riuscito fino ad ora. Amo l'Inter dal 1987. Walter Samuel mi ha lasciato senza neanche un bacio d'addio. Spalletti è più sopportabile di Mazzarri e Lippi come toscano. Odio il 352.