Piacere, Andrea da Roma

Quando a marzo, in un sonnolento pomeriggio lavorativo, mi ritrovai a leggere dell’addio di Claudio Ranieri e del concomitante arrivo di Stramaccioni sulla panchina dell’Inter, ebbi un attimo fugace di euforia paradossa, quella che provi quando ti liberi di un peso e accogli una qualsiasi novità come se fosse manna dal cielo.

Poi però cominciai a chiedermi chi fosse questo Stramaccioni: certo, avevo seguito la cavalcata vincente della sua Primavera in Next Gen Series, la straordinaria vittoria in finale, la capacità di rivoluzionare il sistema di gioco dei suoi ragazzi plasmandolo in un lasso di tempo relativamente molto breve, ne avevo apprezzato il curriculum ed i recenti successi raccolti con le giovanili della Roma, ma di fatto per me il buon Andrea restava un oggetto più o meno misterioso.

Ed è con questa capacità di entrare in punta di piedi nel mondo Inter con la sincera convinzione di poterci restare a lungo, rispettando tutto e tutti ma senza mai rinnegare le proprie scelte e idee calcistiche, che Stramaccioni ha saputo conquistare i cuori nerazzurri praticamente da subito: certo, l’hashtag #stramala, le imitazioni di Cassano, le controimitazioni nelle radio private, l’atteggiamento da guascone buono, da bravo ragazzo che sa quando è il momento giusto per parlare seriamente e quando ci si possa permettere una battuta sagace, lo hanno aiutato non poco, creando una sorta di “aura buona” attorno alla sua immagine da esordiente assoluto.

Mentre allenatori del presente e del passato sgomitavano per rivendicare il loro diritto all’esistenza, appellandosi a gavette, curricula, esperienza e patentini assortiti, Andrea lavorava sodo, prendendo in mano le redini di una squadra non sua, restituendole da subito una dignità, a dispetto di qualche inevitabile passo falso.

A sei mesi di distanza da quel giorno di primavera ritroviamo Stramaccioni nella tana del lupo, a chiacchierare amabilmente con la redazione di Tuttosport in una gradevolissima intervista a 360 gradi che racconta, una volta di più, di un ragazzo che non sembra aver perso un briciolo dell’umiltà che gli ha consentito di arrivare su una delle panchine più ambite di sempre partendo, come lui stesso afferma, da zero, senza neanche avere un passato da calciatore (quello che probabilmente avrebbe avuto, e a buoni livelli, senza il bruttissimo infortunio che subì durante la sua permanenza nella Primavera del Bologna).

Ne traspare una maggiore consapevolezza del proprio ruolo e di quanto sia complicato schivare i fendenti che arrivano da ogni lato quando si tratta di guidare l’Inter, soprattutto questa Inter, quella ripartita da zero, quella del vero post-Triplete, del “cantiere aperto”; non soltanto una notevole capacità di interazione con i media, ma anche l’intelligenza di non prendersi mai eccessivamente sul serio, smorzando i toni quando opportuno, e l’arguzia di sottolineare costantemente il suo rapporto positivo e quotidiano con il presidente Moratti, che se lo coccola ed è sempre pronto a difenderlo quando e se necessario.

Sotto questo aspetto, è indubbio che la tutela del leader Massimo giovi alla serenità del mister, che in cuor suo spera (ne sono certo) che tanto affetto si riverberi anche in fase di mercato.
Nell’intervista a Tuttosport sono arrivate risposte chiare, schiette, limpide, dettate da una capacità dialettica superiore a quella cui siamo abituati ad assistere ma anche da una indubbia conoscenza della materia: la svolta del 352, ad esempio, idea tattica accolta da molti con relativo scetticismo (me compreso, lo ammetto), ancora scottati dall’esperienza made in Gasperson, si sta rivelando efficace e, soprattutto, coerente. Quella coerenza di cui avevamo ormai smarrito ogni traccia.

Ma la vera peculiarità e la caratteristica credo più significativa di quello che rappresenta Stramaccioni in questo momento, è come sempre più frequentemente accada che l’idea volante del tifoso nerazzurro, quella del commento durante la partita, del “io metterei X e toglierei Y, spostando Z” o del “sì, 352 sì, ma soltanto in un certo modo” trova immediato riscontro nelle scelte che lo stesso Stramaccioni mette in pratica.
Una sorta di lettura simbiotica tra allenatore e tifoso, una specie di empatia involontaria che raramente ci fa esclamare “ma che minchia stai facendo?!”, mentre ben più frequenti sono gli “ooooh bravo, esatto! Bbenebbene Strama!” quando vediamo accadere sul campo quello che stavamo disperatamente tentando di suggerire urlando come ossessi verso la tivvù.
Sono convinto che questa praticità, unita ad una preparazione tattica di altissimo livello e ad un atteggiamento bonario sì, ma anche protettivo e aggressivo all’occorrenza (“sciacquatevi la bocca!”), faccia di Stramaccioni non il Messia, né il nuovo Mourinho, ma semplicemente l’uomo giusto al posto giusto nel momento giusto, guidato da una dose di buon senso che non ne edulcora il gusto per il bel calcio e la voglia di risultati.

Al bando quei paragoni inutili che lui stesso rifugge: è molto più bello immaginarsi Andrea al suo primo giorno di Inter, con i senatori che lo fissano straniti, chiedendosi, per citare lo stesso mister nel suo scherzoso aneddoto, “e mo questo chi cazzo è?

Sono Andrea da Roma, piacere mio.

About NicolinoBerti

Nasco meritatamente in provincia di Livorno e capisco immediatamente di non voler fare nulla nella vita. Ci sono brillantemente riuscito fino ad ora. Amo l'Inter dal 1987. Walter Samuel mi ha lasciato senza neanche un bacio d'addio. Spalletti è più sopportabile di Mazzarri e Lippi come toscano. Odio il 352.