Le verità di un impegnativo

Proprio mentre si diffondeva la notizia di un suo tentativo in extremis -fallito- di restare un giocatore dell’Inter per un altro anno, l’altro ieri, Marco Materazzi rilasciava una lunga intervista ad Andrea Elefante pubblicata sulla Gazzetta dello Sport in edicola (e in molti altri posti che permettono di leggerla senza comprarla) ieri. Mai banale e come al solito sincero, Matrix racconta le sue verità e le racconta a modo suo, permettendoci forse di capire qualcosa in più su certe dinamiche. Si comincia parlando del suo addio all’Inter, anticipato di un anno rispetto alla scadenza del contratto.

Perché, Materazzi?
«Perché alla fine della scorsa stagione mi è stato detto che non rientravo più nei piani del vecchio allenatore, che fosse stato per lui non avrei fatto parte neanche della lista Champions: una specie di “minaccia”, ma il motivo vero non lo conosco»

Lo immagina?
«Pare che io sia stato definito “impegnativo”. Non può essere perché sono uno che se non gioca si incazza: non ho mai, neanche una volta, fatto casino per non aver giocato, perché arrivato ad un certo punto avevo accettato il fatto che una o 50 partite non mi avrebbero cambiato la vita: essere affrontato guardandomi negli occhi invece sì, me la cambia»

E perché impegnativo, allora?
«Forse perché io, se vedo che una cosa non è giusta, lo faccio presente»

E cosa aveva fatto presente a Leonardo?
«Il vecchio allenatore diceva sempre che io davo tutto, in campo e fuori, no? Bene: senza fare casino e senza incazzarmi, ho fatto notare che nonostante questo alla fine non avevo giocato neanche la “mia” Coppa Italia. E che forse con un po’ di turnover in più l’Inter avrebbe fatto ancora meglio. Mica turnover solo pro Materazzi: pro tutti quelli che, se erano all’Inter, evidentemente erano da Inter»

E cosa le è stato risposto?
«Quasi sempre che avevo ragione, ma a casa mia si dice che la ragione si dà agli scemi. Un po’ mi sono sentito tradito, sì, ma tutte queste cose le ho già dette a lui, perché io non sono uno che parla alle spalle. ’Sta cosa mi ha sempre fregato, è stata la mia condanna»

Ma poi il vecchio allenatore se n’è andato: e il nuovo?
«Forse anche Gasperini ha fatto scelte diverse rispetto a una mia conferma, ma io non ho mai avuto la fortuna di conoscerlo e lui non mi conosce: è meno grave. Una cosa mi interessa che sia chiara: lasciare l’Inter un anno prima non è stata una mia decisione. Mi sono adeguato e a Moratti come ultima cosa ho detto: “Avrei rinunciato a tutti i soldi dell’ultimo anno di contratto per poter vincere i quattro troferi che l’Inter potrà vincere quest’anno”»

E di questa Inter di Gasperini cosa pensa?
«Penso che è nuova, ma ha un allenatore che hanno chiamato Gasperson anche se non ha mai avuto i giocatori che ha avuto Ferguson. Adesso li ha: una bella bici Pinarello e la deve pedalare, per far vedere che quel soprannome lo merita davvero»

Ora che lei non c’è, cosa le manca?
«Non l’affetto dei compagni e dei tifosi: ogni giorni mi arrivano 3-4 telefonate da Pinzolo, ho il telefonino pieno di sms, la gente mi incontra e mi dice che senza di me non è la stessa Inter. E’ stato per lo stesso affetto nei confronti di tutta l’Inter che non ho puntato i piedi: se lo avessi fatto, magari sarei stato un indesiderato per qualcuno, ma non certo per la maggioranza».

Un rimpianto?
«Non aver avuto Mourinho comeultimo allenatore: lui quelli forti di carattere li affrontava, anche a brutto muso, e li faceva crescere»

Non aver giocato una partita d’addio, no?
«Magari sarebbe bastato essere più chiari prima della finale di Coppa Italia e avrei chiesto di salutare i miei tifosi contro il Catania, all’ultima di campionato. Ma forse mi sarei emozionato troppo e avrei fatto una figuraccia: meglio così».

E con la maglia numero 23 come la mettiamo?
«La diamo a Ranocchia. Lui ha paura che sia un po’ pesantina, ma io ho preteso che sia così, perché sono sicuro che per almeno dieci anni la onorerà e sono orgoglioso che la porti un ragazzo di Perugia che io ho spinto per avere all’Inter. Anche i tifosi devono essere orgogliosi che continui ad esserci un 23 in campo: come lo sono stati, lo siamo stati, che un solo numero, l’unico possibile, il 3 di Facchetti, fosse ritirato»

Una cosa di cui si è pentito, che non rifarebbe?
«Troppo comodo dire: non dare un cazzotto a Cirillo. Invece no: rifarei tutto, perché ho sempre fatto tutto con orgoglio, sono sempre stato io anche negli errori»

La cosa di cui è più orgoglioso, allora?
«Sono l’unico giocatore della storia dell’Inter ad essere diventato campione del mondo due volte, da interista: sia con la nazionale che con il club»

La partita giocata con l’Inter che ricorderà come la più bella (non vale dire la finale di Champions)?
«Siena: il primo scudetto sul campo, con due gol miei. Mi scoppiava il cuore»

La più brutta (non vale dire il 5 maggio 2002)?
«Partita scudetto con il Siena in casa, con il mio rigore sbagliato »

L’allenatore Inter a cui si sente più legato (non vale dire Mourinho)?
«Ma io ho legato quasi con tutti, faccio prima a dire quelli con cui ho legato di meno»

E dire Benitez vale?
«Guardi, le rispondo con le parole che Jamie Carragher ha scritto nella sua autobiografia: “Benitez è uno di quelli che sanno talmente tutto loro che se lo incontri un sabato sera al pub, dopo cinque minuti gli tiri un cazzotto”»

Il compagno più forte con cui ha giocato?
«Ronaldo infortunato. Ma anche Eto’o: ogni volta che l’ho implorato di farmi vincere una partita, lui me l’ha fatta vincere »

E quella volta, a Liverpool, che Ibrahimovic disse di chiedere Materazzi perché l’Inter aveva perso?
«Acqua passata: io poi la Champions l’ho vinta»

Il compagno più amico?
«Dico Massimo Della Casa: perché è amico mio come lo è stato dei miei muscoli, e anche per non fare torto agli altri 5-6 che dovrei elencare. Tanto loro lo sanno, chi sono…»

Può scegliere di dire un grazie: a chi?
«A Massimo Moratti, perché per lui andrebbe benissimo il prossimo tatuaggio che mi farò: “Don’t judge a book by its cover”. Mai giudicare un libro dalla copertina, perché l’apparenza inganna, e lui non si è mai fidato di quello che gli dicevano di me tutti quelli che non mi vogliono bene»

E invece l’ultimo tatuaggio fatto?
«Lo stemma dell’Inter, sul cuore: avevo lasciato il posto, adesso che non sono più un giocatore dell’Inter potevo farlo senza rischiare che nessuno mi desse del ruffiano»

Ora che non è più un giocatore dell’Inter, cosa farà?
«Mi sono dato tempo fino a fine agosto: se arriva un’offerta che mi gratifica gioco un altro anno, altrimenti c’è già un accordo per iniziare a lavorare in società»

Con che ruolo?
«Si definirà con il tempo, ma inizierò collaborando con Piero Ausilio: settore giovanile e scouting di giocatori»

E allenatore no?
«Magari il patentino lo prendo, ma penso sia un ruolo troppo impegnativo: anche per uno impegnativo come me…»

1) Pare, dunque, che la “dismissione” di Materazzi sia stato l’ultimo atto voluto da Leonardo. Situazione abbastanza evocativa, a voler fare una battuta, ma che ci dice alcune cose.
Ad un primo livello potremmo soffermarci alla considerazione di cui Leonardo godeva agli occhi di Moratti: tale e tanta da convincere il Presidente ad ammainare una delle bandiere storiche. Vero? Probabilmente no. Soprattutto perchè l’addio di Leonardo è arrivato prima della rescissione di Materazzi, e quindi i tecnici a mettere il “veto” su una permanenza dell’ex 23 sarebbero stati almeno due. Possibile che Gasperini, appena arrivato, potesse già permettersi un gesto tanto forte nei confronti di uno dei leader dello spogliatoio? No, neanche questo.

2) E allora evidentemente c’è dell’altro. Lo stesso “altro” a cui fa riferimento Stefano Olivari, ma probabilmente meno grave di come si potrebbe credere dalle sue righe. C’è, su tutto, quella parolina riportata da Matrix nell’intervista: “impegnativo“. Impegnativo per chi? Impegnativo per cosa? Non certo per l’allenatore e per le sue richieste di scendere in campo (che comunque c’erano eccome, e lo stesso Materazzi ne parla nell’intervista: perchè avrebbe dovuto necessariamente giocare nella “sua” Coppa Italia?). Molto più probabilmente “impegnativo” nella gestione dello spogliatoio. Che non significa necessariamente litigi, cazzotti e i famosi “malumori”, ma una certa pressione eccessiva per alcuni suoi comportamenti sopra le righe all’esterno dello spogliatoio e per alcune sue frequentazioni probabilmente sì.

3) Ed ecco che Materazzi diventa “impegnativo” per tutta una serie di motivi: voleva giocare la “sua” Coppa Italia, suggeriva “un po’ di turnover”, voleva “salutare i tifosi” in Finale di Coppa Italia o in Campionato, “ha preteso” che il 23 andasse a Ranocchia, “è l’unico giocatore nella storia dell’Inter che…”, dà qualche brutta risposta ad Ibrahimovic eccetera eccetera. Troppo, per un giocatore. Troppe convinzioni che ha maturato nei suoi 10 anni di Inter: per il suo essere a lungo il giocatore italiano più rappresentativo di una squadra interamente o quasi Internazionale, per la sua pretesa di diventare l’anello di congiunzione tra il campo e la curva, per i suoi numerosi “consigli” ai giovani e agli allenatori e per le sue uscite “in nome della Società” che a tratti sono state viste -probabilmente a ragione- come vere e proprie ingerenze indesiderate. Anche (ovviamente, visto che santi non ce ne sono) perchè dare minuti a lui significava toglierne ad altri senatori non ancora 38enni.
E insomma, Materazzi non ha avuto problemi con nessuno e non era mal sopportato da nessuno: era semplicemente “impegnativo” per troppi.

4) Però un “grazie” per Moratti non manca mai. Come al solito i maligni ci vedranno una assicurazione sulla vita e gli adoratori parleranno “dell’immenso cuore e della grande umanità del Signore Moratti”. E come al solito la verità starà nel mezzo. Di certo veniamo a sapere che se anche non dovesse giocare altrove un’altra stagione, il posto in Società è già pronto: collaboratore di Ausilio per il settore giovanile. Solo chi ha di Materazzi la percezione superficiale che arriva all’esterno può stupirsi del fatto che vada in un settore così “delicato”, soprattutto per uno come lui. La verità è che lui -come Eto’o- per i giovani ha sempre avuto un occhio di riguardo (e a proposito di Balotelli: le intemperanze di Mario sono state spesso placate da Matrix, piuttosto che fomentate). Il problema, semmai potrebbe riguardare il rischio che certe “ingerenze” figlie di questo suo malinteso senso di essere un rappresentate della squadra possano continuare anzichè sparire. Ma il punto, in fondo, è sempre lo stesso: è proprio necessario trovare un posto in Società a tutti i giocatori che hanno scritto la storia dell’Inter sul campo? Certo Materazzi non sarà l’ennesimo improbabile ambasciatore, forse, ma forse è anche peggio: una Società -con la maiuscola- ha bisogno di grandi giocatori e grandi dirigenti, e non di grandi giocatori e ex-grandi giocatori.

5) Resta comunque, sopra a tutto questo, un ragazzo “vero”, generoso e sincero anche e soprattutto nel suo amore per l’Inter. Un ragazzo senz’altro “impegnativo“, ma che sul campo ha sempre dato tutto per la sua squadra e che ha, casomai, il torto di non sottolinearlo mai abbastanza, di restare troppo spesso vittima del nuovo ruolo di “mascotte” che si è costruito negli ultimi anni portando le persone a dimenticare ciò che è stato il Materazzi giocatore.

Quello che è certo, a questo punto, è che nonostante l’addio e un eventuale ritiro non smetteremo di sentir parlare di lui.
Purtroppo o per fortuna.

About Nk³

Il calcio è uno sport stupido, l'Inter è l'unico motivo per seguirlo. Fermamente convinto che mai nessun uomo abbia giocato a calcio come Ronaldo (ma anche Dalmat non scherzava). Vedovo di Ibrahimovic, ma con un Mourinho in panchina persino i Pandev e gli Sneijder possono sembrare campioni. Dategli un mojito e vi solleverà il mondo.