Vecchie abitudini

Non poteva continuare troppo a lungo il digiuno di vittore. Non poteva o, meglio ancora, non doveva.

Torniamo da Roma con un 1-0 più importante per la testa che per la qualificazione (il ritorno si gioca fra tre settimane e nè noi nè la Roma -più volte letale a San Siro- potremo ragionevolmente essere ancora nelle imbarazzanti condizioni di ieri), un 1-0 che per qualche attimo ci ha risvegliato da un presente che sembrava troppo brutto per essere vero, un presente fatto di preoccupazioni per la partita di sabato, preoccupazioni per il terzo posto da difendere e occhi buttati sul quinto posto, su quel fantasma-Europa League che solo un filotto negativo come quello appena concluso poteva far apparire più concreto di quello che in realtà è.

Roma-Inter è la prima vittoria in trasferta di quest’Inter contro una “grande” (almeno sulla carta), una vittoria quasi inaspettata che su questi stessi schermi vedevamo come estremamente improbabile. Dato affascinante, per carità, come affascinante -bellissimo, inimmaginabile, stratosferico- è il gol di Stankovic che ci ha permesso di portarla a casa.

E noi la portiamo a casa con gioia e senza farci troppe domande, insieme a qualche possibilità in più di passare il turno e vedere poi, chissà, cosa potrà succedere in finale. Ma non siamo certo pronti ad esaltarci per una vittoria come quella di ieri e non possiamo -non vogliamo- correre il rischio che il capolavoro di Deki nasconda gli altri 90 minuti. 90 minuti che hanno messo in evidenza, ancora una volta, le difficoltà fisiche (e non solo) dell’Inter di questo periodo. Sì, perchè francamente Roma-Inter non ci è sembrata purtroppo così diversa da Parma-Inter: colpo del campione di Deki (gol a Roma, palo a Parma) e occasionissima per gli avversari (Vucinic troppo brutto per essere vero, Giovinco no). Ecco come si scrive la storia di una partita. Il resto è stato simile, tremendamente simile.

Vorremmo definirla stanca, questa Inter, ma abbiamo il sentore, il sospetto, l’evidenza, che stanca non sia il termine giusto. Non esaustivo, in ogni caso. Oltre che stanca l’Inter sembra svagata, sembra non avere ben chiaro ciò che deve fare -nè in fase difensiva nè in fase offensiva-, sembra, cosa ancora più grave, non avere propriamente la voglia nè la condizione per farlo. Svagata, mettiamola così. Di certo abbiamo visto -di nuovo- una squadra che dal minuto 70 ha esaurito le forze con gli attaccanti che non riuscivano più a rientrare dopo le azioni offensive e i difensori lasciati a sè stessi in una serie di 1contro1 che contro altre maglie sarebbero stati probabilmente letali. Abbiamo giovato della condizione di un avversario che se possibile stava ancor peggio di noi, ancora più sulle gambe, ancora più indisponenti, con problemi di compatibilità ancora maggiori (vedere un allenatore che quasi deve fare da ponte per la comunicazione tra le due punte -che non si parlano- è qualcosa di veramente imbarazzante). Possiamo dirlo senza problemi: l’Inter di ieri sera poteva portare a casa la vittoria -e alla fine poteva essere anche più rotonda di così, checchè ne dica un Montella visionario– solo contro questa Roma.

Ieri sera bastava questo, e come detto questo ci portiamo a casa. Però -senza voler indagare, per il momento, sulle cause della situazione attuale- di passi avanti ne son stati fatti pochi e possiamo solo sperare che questa vittoria serva in qualche modo da sveglia. Sveglia non certo per i soliti Lucio e Stankovic, due che per la propria squadra e per questa maglia sono sempre pronti a dare più del dovuto, a gettare il cuore oltre l’ostacolo e caricarsi sulle spalle tutti i compagni, due a cui aggrapparsi per davvero in questi giorni. E la sveglia non serve neanche a chi -penso a Ranocchia, Nagatomo, Obi, Pazzini e un insospettabile Pandev- ci mette comunque un impegno imprescindibile oltre a un entusiasmo infinito: avranno commesso degli errori, certo, per qualcuno saranno peccati di gioventù e per altri di inadeguatezza, ma loro in campo ci sono, corrono e sono pronti a dare il loro meglio per portare a termine questa stagione. La sveglia è per gli altri.

La sveglia è per chi vorrebbe strafare e invece dovrebbe solo limitarsi a fare il minimo indispensabile per far girare il pallone come sa, per portarlo in avanti e fare il bene di questa squadra. La sveglia è per chi deve riuscire a dare di nuovo -come è riuscito per lunghi periodi l’anno scorso- quello scatto d’energia e di orgoglio in più, per chi deve imparare di nuovo a fare un respiro profondo appena perde palla e iniziare subito a rincorrere l’avversario. La sveglia è per chi in questo momento deve farci capire se tiene davvero all’Inter o semplicemente adora atteggiarsi da protagonista, com’è facile fare quando va tutto bene. Per chi deve imparare a fare un passo indietro sia nei minuti giocati che nelle proprie convinzioni, per chi deve capire che in quest’ultima parte di stagione conta solo la maglia di chi corre di fianco a te e non il numero o la faccia. Giocare semplice, giocare bene, giocare soprattutto con l’unico obiettivo di far gol per l’Inter e di non far prendere gol all’Inter. Giocare insieme, da squadra. Giocare uniti.

E’ l’unica cosa che conta in quest’ultimo mese, è l’unico modo che c’è per fare il bene dell’Inter. I conti si faranno poi, alla fine.
Già sabato, invece, capiremo se la sveglia è servita o bisogna alzare ancora il volume.

PS: ci teniamo a rendere pubblici i doverosi applausi di Bauscia Cafè all’AC Filarete, che ieri ha battuto l’Arca nella finale CSI Categoria Open B di Calcio a 11. Guidata da un discepolo del Vate di Setubal e del Presidente di noialtri che arricchisce quotidianamente i nostri commenti, la neonata squadra milanese non poteva che ottenere questo risultato! Complimenti, campioni!

About Nk³

Il calcio è uno sport stupido, l'Inter è l'unico motivo per seguirlo. Fermamente convinto che mai nessun uomo abbia giocato a calcio come Ronaldo (ma anche Dalmat non scherzava). Vedovo di Ibrahimovic, ma con un Mourinho in panchina persino i Pandev e gli Sneijder possono sembrare campioni. Dategli un mojito e vi solleverà il mondo.