L’Inter, Noi e la Sbornia

Erano passati quasi nove mesi dall’ultima sbornia. Se qualcuno si ricorda, l’anno scorso, dopo l’andata della semifinale col Barcellona, usai il termine “sbornia” per definire quell’estasi che continua a pervadere corpo e mente per ore ed ore dopo il fischio finale di una partita memorabile. Quell’estasi che ti costringe a rivivere le emozioni della serata appena trascorsa, a guardare sintesi in ogni tipo di linguaggio, a leggere gli articoli di tutti i giornali, a  farti un giro su Tuttosport per vedere come stanno i fegati. E non c’è storia, non c’è verso di dormire, di rilassarsi un attimo, di non pensare al trionfo. C’è da smaltire la sbornia.
Ecco, dicevo, di queste sbornie l’anno scorso ne abbiamo rimediate parecchie. Otto, per la precisione (Derby a/r, Kiev, Stamford Bridge, semifinale Barcellona a/r, Siena, Madrid), in un crescendo mourinhano culminato con una serata nella quale non c’era tempo per le sintesi o i commenti o i fegati, una serata nella quale c’era solo ed esclusivamente da festeggiare quello che è stato l’apice di 103 anni di storia interista.

Da quella sera, almeno come tifosi, abbiamo dovuto perseguire la strada della sobrietà. Ci sono stati momenti non piacevoli, e, ok, col tempo siamo tornati a sorridere ed a goderci delle belle partite, ma di sbornie no, nessuna. Ok, un paio di volte ci siamo un po’ avvinazzati, ma niente di che. Giusto qualche bicchiere. Roba che sei allegro per una mezz’ora, poi passa tutto.

E poi, ieri sera.

Ieri sera ci siamo andati giù pesante.

“Wine is fine, but whiskey’s quicker”, per citare il mio amico Hank (mentre cita Ozzy Osbourne). Ieri abbiamo alzato il gomito, pesantemente. Ieri, per la prima volta, ho ri-provato le emozioni della scorsa stagione, l’urlo incontenibile ai gol e al fischio finale, la sensazione di camminare ad un metro da terra nel tragitto fino a casa (sebbene mi poggiassi su due stampelle), la paresi facciale col sorrisone da ebete e, cazzo, un sincero, raro, indistruttibile buon umore. Momenti, ore di pura felicità. Felicità in cambio di partite di calcio (e qui sto citandomi per la seconda volta, ma ora la smetto).

E di nuovo dopo una partita col Bayern, contro gli stessi che ci avevano visto esplodere di gioia per l’ultima volta. Un cerchio che si chiude, o forse che ne apre un altro, magari cercando di comporre quello strano simbolo, quel ∞ che, per l’appunto, significa infinito (ok, la smetto di farei il poeta dei poveri).

Mi sono sentito nuovamente come in quella indimenticabile notte di Milano, quando, a San Siro, guardavo sbalordito coloro che, dopo una serata del genere, erano riusciti ad assopirsi. O come nel post-remuntada fallita, una notte insonne a riguardare la partita, leggere articoli turchi, vedere e sentire centinaia di volte Josè che dice che è il momento più bello della sua carriera. O come in una qualsiasi di quelle altre sei notti interminabili e bellissime.

Ieri abbiamo avuto tutto, il dramma e il sogno, la disfatta e il trionfo, (continuate voi con tutti gli opposti che vi vengono in mente, io ne aggiungo solo un altro), la Juve ed il gioco del calcio. Ieri abbiamo rispolverato il whiskey, e ci è salita una sbornia colossale. Di quelle che servirà un giorno, forse due, per farsela passare un po’.
Il vantaggio immediato. Il miglior portiere del mondo che replica (peggiorandola) la papera dell’andata, gli eroi del triplete in ambasce, presi a pallate proprio da coloro che avevano dominato nove mesi prima. Metà squadra con la bombola d’ossigeno, mentre gli avversari volano. Una palla che danza sulla nostra linea e si schianta sul palo dopo un rimpallo folle. La necessità di metterne due in un tempo, senza più subirne. Un cazzuto dramma.

E poi, la rinascita, l’apoteosi di un secondo tempo giocato sui nervi, sul cuore e sulla classe. Un secondo tempo dove le due contendenti sono rientrate nei ruoli che gli competono, l’Inter in quello del protagonista ed il Bayern in quello di chi ha le mutande ripiene e non incrocia lo sguardo. Un secondo tempo che ci ha portato all’apoteosi dell’88esimo minuto, con il pallone decisivo nel sacco e mezza Inter ammucchiata sopra un Leo estasiato.

E allora ecco che al gol di Sneijder ho rivisto il gol del pareggio contro il Barça a San Siro, firmato dallo stesso, vero, Pallone d’Oro. Ecco che, per tutto il secondo tempo, ho rivisto la voglia, la rabbia di Kiev, quando tutto poteva finire ancor prima di iniziare. Ho rivisto crescere di minuto in minuto la convinzione di poter centrare l’impresa, come in quella sera a Stamford. Ho rivisto quel giocatore che era scomparso da circa nove mesi gonfiare la rete con un gol bellissimo e pesantissimo; l’ho rivisto togliersi la maglia (come aveva fatto la prima volta che ha segnato con la nostra maglia, dopo la punizione del 2-0 nel più bel derby di sempre) facendoci esplodere in un urlo simile a tanti altri, simile a quelli per i prodigi del Principe a Madrid, a Kiev, a San Siro (faccio prima a dire “ovunque abbia giocato”), a quelli per i gol di Maicon o di Cambiasso, a quello devastante dopo il rinvio di Lucio al 94esimo di Barcellona-Inter, con Josè che parte col dito puntato verso il settantesimo anello dove cinquemila persone stavano impazzendo.

Stanotte, nove mesi dopo l’ultima volta, sto rivivendo le emozioni di quelle notti indimenticabili. E, sarà per gli avversari, sarà che è il ricordo più fresco, ma le emozioni sono simili a quelle del 22 maggio. Poi ci penso un attimo e realizzo che non è esattamente la stessa cosa, che non ho appena visto l’alba a San Siro, che non farò la miglior colazione della mia vita, ridendo con un amico mentre ci gustiamo l’accoppiata salamini Beretta-succo alla pesca (che volete, quello c’era in casa), che tra qualche ora non mi sentirò dire da quella che era la mia ragazza “si vede che sei felice, non ti ho mai visto così..così VIVO” pur essendo reduce dalla nottata più emotivamente e fisicamente provante della mia vita ed avendo “dormito” solo poche ore su un divano. No, questo è il passato. Ed è bellissimo, ma è il passato.
La sbornia c’è lo stesso, però. Ed è la prima dell’anno, dopo un periodo nel quale mi ero (ci eravamo) disabituati, dopo un’astinenza che ce l’ha fatta apprezzare di più. Un’astinenza che ci ha fatto pure bene, magari.

L’anno scorso ce ne sono volute otto, di sbornie, per tagliare tutti i traguardi possibili ed immaginabili. L’anno scorso, il sedici marzo arrivava la quarta, quella di Stamford Bridge, ed altre quattro stavano per arrivare.

Dal prossimo 3 aprile al 28 maggio ci sono circa due mesi. Fanno una sbornia ogni due settimane.

Io sono pronto.

Voi?

About Grappa

Il mio sogno è vedere Klopp a San Siro con una tutaccia nerazzurra che si fa espellere ad ogni partita per aver staccato la testa al quarto uomo. Passo il mio tempo a ciarlare di santoni calcistici o presunti tali, ma in realtà mi ispiro a Fassone. Inoltre faccio una carbonara che te dico fermate.