scritto da il 31 agosto 2010 alle 16:10

Debutto con rimpianto

Scegliamo di non parlare di mercato e non partecipare al folle gioco di queste ore, che più che una cronaca sembra una gara a chi la spara più grossa. Ieri sera in 10 minuti ci hanno dato “per certo” l’arrivo di Fabregas, Schweinsteiger, Marko Marin e Inler: segno fin troppo evidente che chi parla in queste ore lo fa completamente a caso. L’unica cosa certa, questa per davvero, è che Moratti e Branca stanno lavorando attivamente su nomi più o meno grossi per completare all’ultimo minuto la rosa a disposizione di Benitez. Poi il fatto che ci siano delle trattative in piedi non rende automatico l’arrivo di qualcuno: tutto quello che possiamo fare, onestamente, è solo aspettare fino alle 19 di stasera. E limitarci a parlare di ciò che sappiamo: Bologna-Inter, per esempio.

Come in Supercoppa Italiana contro la Roma, ci troviamo a giocare due partite diverse fra primo e secondo tempo. La capacità di far cambiare atteggiamento alla squadra durante l’intervallo è sicuramente una grande dote -e non è neanche una sorpresa per l’allenatore che ha alzato la Champions League a Instanbul- ma lascia sempre il dubbio sul perchè l’atteggiamento giusto non si veda sin dall’inizio della partita.

L’Inter del primo tempo è veramente poca cosa. Troppo chiusa al centro, con Eto’o e Pandev poco coinvolti, Sneijder prevedibilmente chiuso (e picchiato) tra Mudingayi e Portanova, e Zanetti e Chivu rintanati dietro. Ci vuole qualche discesa di Lucio e qualche lampo di Sneijder, unite a un Milito parzialmente ritrovato e in grado almeno di far salire la squadra, per creare qualche sprazzo di gioco. Il risultato è una partita bloccata, bruttina, con il Bologna che ad un certo punto quasi ci crede (due nitide occasioni di Gimenez) e l’Inter che, come già a Monaco contro l’Atletico, dà la strana impressione di essere sostanzialmente legata, troppo poco organizzata per andare a colpire delle difese che nonostante questo sembrano decisamente vulnerabili. La squadra è corta e cerca -riuscendoci- di fare tantissimo possesso palla ma, come fa notare anche Cambiasso fra primo e secondo tempo, manca il classico “ultimo passaggio”, la capacità di mettere un uomo davanti alla porta o di liberarsi al tiro. Nonostante comunque qualche occasione (soprattutto con Sneijder e Mariga) si riesca a creare.

Nel secondo tempo la partita cambia completamente faccia. Per caso o, più probabilmente, su indicazioni di Benitez, la squadra risponde alle due strettissime linee di centrocampo e difesa del Bologna allungandosi per aprire più spazi in mezzo al campo e, allo stesso tempo, sposta il possesso di palla dal centro agli esterni. Il risultato è un Bologna preso in mezzo (non supererà praticamente più la metà campo) e un’Inter finalmente padrona del campo, che riesce a farsi vedere con regolarità e pericolosìtà dalle parti di un Viviano in serata di grazia. Milito si riscopre assist-man e, a turno, Pandev, Sneijder, Eto’o e Lucio cercano invano di sbloccare il risultato. Invano passano anche l’ingresso di Coutinho, insieme a un suo cross che Eto’o prima e la faccia di Viviano poi stampano sulla traversa, e quello di Biabiany, in un assalto all’arma bianca di un’Inter che fino all’ultimo minuto (punizione di Sneijder deviata in angolo da Portanova) cerca i tre punti senza riuscire a trovarli.

Al netto della forza dell’avversario, i passi avanti rispetto a Monaco sono notevoli sia nel gioco che, soprattutto, nei singoli. Milito ha partecipato molto di più (e meglio) alla manovra della squadra, Sneijder è stato il più pericoloso (costringendo Viviano a un mezzo miracolo), Eto’o sul suo lato riusciva costantemente a creare la superiorità numerica necessaria per mettere in difficoltà una squadra che di fatto difendeva in 9. L’assenza di Maicon, fra l’altro, ha indirettamente lasciato spazio a un Mariga che, in forza di un’ottima prova sia in fase difensiva che in appoggio agli attaccanti, dimostra di potersi ritagliare un ruolo importante in questa squadra. Un buon numero di minuti sulla fascia destra anche per il giovanissimo Coutinho, che in un primo momento sembra portato ad accentrarsi perdendo la posizione e risultando quasi anonimo, mentre col passare dei minuti riesce a spostarsi sempre più sull’esterno mettendo in mezzo alcuni palloni pericolosi e mostrando buone qualità. Tecnica e classe sembrano essercene in abbondanza, e in definitiva il debutto in Serie A può essere archiviato con soddisfazione.

Meno soddisfazione c’è sicuramente al fischio finale, quando ci si ritrova davanti ad uno 0-0 che non rende giustizia all’andamento del match. Ci si consola con la scaramanzia, pensando che da tre anni si vede un pareggio al debutto in campionato (e com’è andata a finire lo sappiamo tutti), ci si consola -soprattutto- con dei passi avanti evidenti rispetto alle ultime uscite e con i quindici giorni di allenamenti da mettere sulle gambe che, si spera, non potranno che migliorare le cose.

Troppo poco comunque, anche in attesa di (eventuali) sviluppi dall’ATA Executive…

scritto da il 30 agosto 2010 alle 17:49

Tornano in campo i Campioni

Con il mercato ancora in piedi, con questo mercato ancora in piedi, risulta difficile disegnare un quadro d’insieme della prossima Serie A e fare valutazioni complete. Gli eventi ci superano però e, nonostante possano cambiare ancora molte cose ad Appiano Gentile (e speriamo che cambino, perchè no), ci ritroviamo a dover fare i conti con la partenza ufficiale del campionato.

Dopo aver visto avversarie più o meno convincenti e altre più o meno imbarazzanti, stasera al Dall’Ara di Bologna scendiamo in campo contro i padroni di casa nel primo Monday Night della storia della Serie A, evento simbolo del campionato-spezzatino cui assisteremo quest’anno e negli anni a venire.

Il Bologna, con in panchina il tecnico della primavera Magnani a causa del recente esonero di Colomba, giocherà con il modulo che è valso la salvezza nello scorso torneo, un 442 solidissimo al centro (Britos-Portanova coperti da Mudingayi) e più offensivo sugli esterni (Andrea Esposito-Casarini a destra, Rubin-Garics a sinistra) guidato in regia dall’ex-Juve Ekdal (autore di un gol nel rocambolesco Inter-Siena 4-3 della scorsa stagione) per la finalizzazione di Di Vaio e, probabilmente, Meggiorini.

In porta il “nostro” Viviano dovrà fare i conti con un’Inter ferita e -speriamo- vogliosa di riscatto dopo la bruciante sconfitta in Supercoppa Europea di venerdì scorso. La situazione tattica potrebbe favorire il 4231 e il gioco sugli esterni di Benitez: se le cose sembrano essere effettivamente complicate per Sneijder e questo Milito -verosimilmente chiusi nella morsa di centrocampo e difesa rossoblu- potrebbero invece trovare vita più facile i due attaccanti esterni contro avversari che non hanno caratteristiche marcatamente difensive.

Pagheremo, in quest’ottica, l’assenza di Maicon soprattutto se Santon non dovesse essere ancora pronto per partire dall’inizio: con Zanetti e Chivu in difesa saremmo costretti di fatto a rinunciare alla spinta dei terzini lasciando il campo ai centrocampisti bolognesi e diventerà ancora più importante il lavoro degli attaccanti che dovranno costringere Esposito e Rubin a tenere la posizione e a non andare in appoggio in fase offensiva. Diventa fondamentale, quindi, capire chi giocherà sulla linea di Sneijder: sicuro del posto Eto’o -che sembra fra l’altro essere uno dei più in forma-, mentre per l’altro posto Pandev potrebbe essere a sorpresa escluso in favore del giovanissimo Coutinho, che sente odore di debutto da titolare già alla prima di campionato.

Per i restanti posti, data per scontata la presenza di Lucio, Samuel e Cambiasso, tutto ruota intorno alla sostituzione di Maicon: con Zanetti in difesa dovremmo vedere Stankovic o Mariga in mezzo al campo insieme al Cuchu per un centrocampo probabilmente più tecnico e propositivo anche in fase offensiva, mentre schierando come terzini Santon-Chivu ci sarà la coppia Zanetti-Cambiasso già vista contro l’Atletico.

Il risultato della prima partita di campionato non è indicativo (abbiamo pareggiato le ultime) e instaurare paesaggi da “ultima spiaggia” al 30 di agosto non è un’idea particolarmente brillante. E’ vero però che la squadra è chiamata come minimo ad una prova di orgoglio e di riscatto, non tanto per l’ultimo risultato ottenuto sul campo ma per le modalità con cui è stato ottenuto. Modalità che, onestamente, ci auguriamo tutti di non rivedere.

Lunedì 30 agosto 2010, Monday Night. Ricomincia il nostro campionato, ci re-incontriamo con il compagno di una vita. Comincia la caccia ad un leggendario sesto scudetto consecutivo, comincia la scalata a un nuovo livello della storia della Serie A, un livello mai toccato prima da nessuno.

Noi possiamo raggiungerlo.

scritto da il 28 agosto 2010 alle 17:17

Asciuga-man

La partita di ieri sera, la prima sconfitta dopo mesi di vittorie e copponi alzati, non può far altro che scatenare, nell’umorale popolo interista, il consueto disfattismo che da sempre accompagna le sconfitte della squadra. Questo perchè ogni volta rivediamo i fantasmi del passato, ogni volta rispuntano le vecchie paure, e ciò nonostante gli ultimi e, soprattutto, l’ultimo anno di grandi trionfi. E’ così, c’è poco da fare, e gli spiragli per poter sperare in una crescita, da questo punto di vista, dei tifosi, non ci sono. E ok.

Quel che mi preoccupa, oggi, è che per la prima volta, riflettendo bene sulle due partite finora giocate e sul lavoro fin qui svolto, ho pensato che stavolta un po’ di ragione ce l’hanno, i consueti disfattisti. Questo perché tutte le battute d’arresto degli ultimi due anni sono state le normali interruzioni di un progetto che, anche alla luce di queste, continuava ad appararire ben lineare e, soprattutto, definito (e parlo degli ultimi due anni perché, prima, qualche tentennamento nel progetto c’era stato). Ne prendiamo tre a Bergamo? Ok, ma non cambia niente: la strada è quella, l’allenatore ha in mano la squadra, si continua. Si perde a Manchester (peraltro, giocando quella che a mio avviso fu una grande partita)? Siamo inferiori, sappiamo cosa manca e ci mettiamo al lavoro per migliorare, fin da subito. E così via, con i passi falsi di Catania e simili. Per questo il disfattismo, allora, era ingiustificato: erano stop fisiologici, o comunque dettati da palese inferiorità tecnica, che facevano parte del percorso.

Il lavoro fin qui svolto dalla società e da Benitez, invece, mi preoccupa, proprio perché, ad oggi, non esiste nemmeno una parvenza di progetto. Fin dalle prime amichevoli si è visto che il tecnico non ha assolutamente le idee chiare su come la sua squadra debba stare in campo: i tentativi di improbabili 4-2-4 ed affini ne sono la conferma. Le situazioni su cui fare chiarezza sono molteplici, a cominciare dalle posizioni di Eto’o e di Sneijder, passando per il sistema di gioco da utilizzare e per le innovazioni tattiche che Rafa vorrebbe introdurre. Quel che è successo finora mi fa pensare a due cose:

1) Rafa intende accontentare sia Eto’o che Sneijder, avvicinando l’uno alla porta e non chiedendo all’altro di sacrificarsi, indietreggiando quando serve; così facendo, invece di imporsi sui propri giocatori, si mostra malleabile e consenziente, rischiando di perdere, se le cose andranno male, il controllo sui propri uomini e creando una situazione diametralmente opposta a quella di qualche mese fa. Se continuerà a non essere deciso nelle sue scelte e, quindi, a non sacrificare qualcuno, il “concetto” portante di questa squadra, ossia l’annientamento del singolo in funzione della squadra e il sacrificio di tutti per il risultato comune, finirà per sgretolarsi in nome delle bizze dei vari giocatori. E sappiamo benissimo cosa significa.

2) Rafa intende apportare delle modifiche, vuole metterci del suo, come è normale ed anche auspicabile. Ma quanto è determinato nel farlo? L’impressione è che, prendendo ad esempio il cambiamento più evidente, ossia la difesa più alta, lui non abbia fatto altro che proporla, come a dire, uhm, vediamo un po’ se funziona, tirando i remi in barca alla prima cattiva avvisaglia. Questo a me non va giù: se vuoi fare dei cambiamenti, li imponi, senza se e senza ma. E se non hai gli uomini per farlo, aspetti: non ha senso rimanere in un limbo nel quale in 45 minuti si ha un atteggiamento e negli altri 45 un altro.
Qui è necessario fare quel che non vorrei fare, ossia un confronto con Mourinho: quest’ultimo, appena arrivato, decise che la squadra avrebbe giocato col 4-3-3, ed impostò tutto il lavoro estivo su questo modulo e sulla nuova filosofia di gioco. Alla prima stagionale, la squadra sembrava convinta di quel che stava facendo, i giocatori avevano le idee chiare e non davano l’impressione di star improvvisando. Certo, poi la tattica non si rivelò giusta e Josè fece un passo indietro, ma il tentativo fu fatto: Benitez avrà la forza per imporre il suo credo o continuerà a lasciare la squadra nel limbo?

Ora che ho sfornato questo bel pippone, ci terrei a dire una cosa. La scorsa stagione è terminata, ed è stata indimenticabile ed irripetibile sotto molti punti di vista. Non so quando e, sinceramente, se mai rivivremo una simile, sconfinata, infinita scorpacciata di trionfi. Quindi, quel che voglio dire è: tagliamo i ponti, gettiamo i fazzoletti e mettiamoci bene in testa che quel che è successo l’anno scorso era possibile solo con quell’allenatore, con quei giocatori e, soprattutto, con quella fame. Ora, che è tutto finito, non ha senso rimpiangere chi se ne è voluto andare e non c’è più: servirà solo a mettere pressione alla squadra ed all’allenatore, che non ne hanno bisogno.
E’ iniziata un’altra stagione, sicuramente diversa, sicuramente difficile, difficilissima. Prendiamola per com’è, ossia diversa e difficilissima, tenendo bene in conto che ogni anno si riparte daccapo e che i trionfi passati, se pur di qualche mese, non significano necessariamente trionfi nel presente. E’ quello che speravo avesse chiaro la società, e che spero che dopo ieri sera e dopo questi quasi due mesi sia divenuto evidente.

Quel che merita l’Inter, dopo il grande lavoro di questi anni, è tifo e gratitudine, senza vedovismi, per quanto sia difficile, ed isterismi.
Per cui, forza Moratti, forza Branca e, soprattutto, forza Rafa, che non è esattamente l’ultimo degli stronzi e merita tempo, fiducia ed asciugamani, anche e soprattutto dopo i primi non confortanti segnali.

Altro che sogno, Mou ci ha lasciato un bel groviglio.
E lo sa.

scritto da il 28 agosto 2010 alle 10:52

Quattro su cinque

Non si può sempre vincere. E’ una banalità, una frase fatta, forse solo una scusa. Non è vero: si può sempre vincere. L’Inter poteva farlo, e non ci è riuscita.

La Supercoppa Europea prende la strada di Madrid, sponda Atletico, alla fine di una partita vinta dai Colchoneros per 2-0. Meritatamente. Onore agli avversari, per prima cosa: Quique Sanchez Flores prepara una squadra cortissima, chiusa bene in difesa e pronta a ripartire con l’arma migliore dei biancorossi, la velocità. Di conseguenza viene fuori un primo tempo bruttino, con poche occasioni da entrambe le parti: l’Inter dà l’impressione di poter essere pericolosa abbastanza facilmente, arrivando anche vicina al gol con Milito, Eto’o e Samuel, l’Atletico non si scopre anche a costo di rinunciare a farsi vedere dalle parti di Julio Cesar. Nel secondo tempo l’Inter cala fisicamente e l’Atletico prende il sopravvento: i costanti raddoppi su Sneijder spengono la principale fonte di gioco nerazzurra mentre Simao e Reyes, schierati larghissimi, allargano le maglie degli uomini di Benitez creando buoni spazi per le due punte e costringendo Zanetti e Cambiasso a un superlavoro che si sentirà nel corso della partita. Una grande parata di Julio Cesar su Reyes è il preludio al gol dell’1-0 dello stesso spagnolo, raddoppiato nel finale da Aguero con De Gea che a due minuti dalla fine para anche un rigore a Milito, chiudendo di fatto la partita.

Detto dell’ottima prova dell’Atletico, però, l’attenzione si deve necessariamente fermare anche sui limiti visti nell’Inter. Sarebbe ridicolo far partire le critiche a Benitez dopo due partite (di cui una vinta con tanto di Supercoppa portata a casa, fra l’altro): stasera nei nerazzurri c’erano troppe cose che non andavano.

I singoli, innanzitutto, con Milito e Chivu a contendersi la poco invidiabile palma di peggiore in campo. Inesistente il Principe, che anche se servito poco e male non è mai riuscito a tenere un pallone, far salire la squadra o dettare uno scambio ai compagni d’attacco. Preoccupante il rumeno o, meglio, preoccupante l’idea che possa essere lui il titolare designato per la fascia sinistra: non è il suo ruolo, risulta assolutamente poco incisivo in fase offensiva e impreparato in quella difensiva, in un festival di svarioni tecnici ed errori tattici (ma non è colpa sua se si trova in mezzo a due avversari) degni del peggior Burdisso. Stankovic fa quel che può in un ruolo non suo, Maicon si tiene sulla coscienza il secondo gol ma in attacco fa ciò che gli chiedono, Sneijder si accende ad intermittenza anche e soprattutto a causa dell’asfissiante marcatura madrilena. Senza infamia e senza lode gli altri, con l’unica piacevole eccezione di Eto’o che sembra essere l’unico in grado di saltare l’uomo e inventare qualcosa.

Poco da dire sulla tattica, in fondo, e non potrebbe essere diversamente dopo due partite. Il solito 4231 non basta, evidentemente, se disinnescato Sneijder non c’è un altro centrocampista (Thiago Motta?) in grado di dettare i tempi di gioco. Maicon ed Eto’o sugli esterni, per quanto devastanti, non possono essere una fonte di gioco credibile in alternativa all’olandese. Stankovic non ha (più) il passo e i tempi per giocare esterno, ma il Pandev visto contro la Roma non aveva fatto meglio. Il quadro che ne viene fuori è quello di una squadra inadeguata nella rosa prima per le scelte tattiche che sembra voler fare Benitez: Biabiany, Coutinho e Obi non possono (ancora) essere alternative credibili in partite importanti a Eto’o e Pandev, soprattutto in mancanza di un ulteriore schermo davanti alla difesa che permetta agli esterni di partecipare di meno alla fase difensiva. Serve (serviva, magari prima del 27 agosto) un centrocampista, insomma: un Mascherano, che permetta di sgravare di responsabilità i tre giovani di cui sopra, o un centrocampista più tecnico capace di sostituire Thiago Motta quando -sempre più spesso, probabilmente- la marcatura su Sneijder dovesse farsi troppo pesante. E Chivu, come detto prima, non può essere l’uomo su cui puntare sulla fascia sinistra se non offre nè le proiezioni offensive di Maicon nè, spesso, una adeguata copertura in difesa.

La quadratura del cerchio non sembra lontana però, nonostante il desolante spettacolo offerto ieri sera (che in una partita secca può starci). L’importante è avere le idee chiare sulla strada da intraprendere: sui compiti degli esterni, sulla posizione in campo dei difensori, sul tipo di gioco richiesto ai centrocampisti. Avere le idee chiare possibilmente già da oggi, regolarsi di conseguenza in questi ultimi giorni di mercato e lavorare, duro e bene, come fatto fino a ieri.

Il sogno dei sei titoli è svanito, ma non per questo la squadra è da buttare. E’anzi il momento di mettersi al lavoro come e più di prima, per affrontare una stagione che per molti non è ancora neanche iniziata.

Oggi festeggiano milanisti, juventini e romanisti. Festeggiano perchè abbiamo vinto “solo” 4 coppe su 5, festeggiano le nostre sconfitte impossibilitati a fare lo stesso per le loro vittorie. Festeggiano oggi come avrebbero voluto fare nell’ultimo anno, festeggiano oggi non sapendo quando -e se- potranno farlo la prossima volta.

Iniziamo una nuova stagione, contro tutto e contro tutti. Come al solito.

Forza Inter, oggi più di ieri.

scritto da il 27 agosto 2010 alle 15:21

L’ultimo atto, prima di dicembre

Roma, Chievo Verona, Siena, Bayern Monaco, Roma. Questi i nomi delle ultime cinque avversarie affrontate in partite ufficiali. In quattro di queste cinque partite, il dopogara ha visto Javier Zanetti alzare una coppa al cielo.

Oggi arriva la conclusione di questo leggendario miniciclo a cavallo tra due stagioni. Coppa Italia, Scudetto, Champions League e Supercoppa Italiana in un crescendo di difficoltà che ci porterà, stasera, sul Louis II di Monaco davanti all’Atletico Madrid vincitore dell’Europa League.

Aguero e Forlan, Reyes e Simao, Filipe Luis e Ujfalusi sono gli avversari che cercheranno di riuscire dove hanno fallito Totti e De Rossi, Robben e Ribery: mettere i bastoni tra le ruote all’Inter del Triplete. Interrompere una serie di vittorie impressionante, spegnere sul nascere le velleità di vincere tutto in un anno solare, lasciare in esclusiva agli amici del Barcellona il record dei sei titoli.

Dall’altra parte, noi.

Quelli di Roma, quelli di Siena, quelli di Madrid, quelli di Milano. Ora attesi a Monaco.

Inter-Atletico Madrid è l’ultima partita con un trofeo da alzare prima di una lunga pausa. Inter-Atletico Madrid è l’ultimo passo da fare per tenere vivo il sogno dei sei titoli fino a dicembre. Inter-Atletico Madrid è l’ultima di una serie di cinque finali.

Inter-Atletico Madrid è la nostra prima volta al cospetto della Supercoppa Europea.

Non c’è più niente da dire ai ragazzi che scenderanno in campo, non c’è più niente da spiegargli. Un Capitano che ha alzato al cielo 14 trofei e un gruppo che ci ha portato le gioie che tutti conosciamo non hanno bisogno di istruzioni, non hanno bisogno di indicazioni.

Hanno bisogno di fame.

Ne hanno giocate tante di partite come questa e ne hanno giocato anche di più difficili. Vincendole. Gli basta volerlo, gli basta pretenderlo. Gli basta scendere in campo con la voglia e la rabbia di chi sa che deve portare a casa la vittoria a tutti i costi, di chi sa che ancora il suo percorso non è compiuto, di chi sa che il grande traguardo è ormai a due passi, e sarebbe assurdo lasciarselo scappare proprio adesso.

Il Triplete è la Leggenda, il Triplete è Storia per il calcio italiano, il Triplete ti fa sedere nel Gotha del calcio europeo.

I sei titoli sono tutto ciò che una squadra di calcio può ottenere. Senza nei, senza sbavature. Senza margini di miglioramento.

I sei titoli sono la perfezione, e noi possiamo raggiungerla.

Ci siamo presi l’Italia, ora ci aspetta l’Europa, poi il Mondo intero.
Solo altre tre partite.
Da vincere.

Si comincia stasera a Monaco, Stadio Louis II.

Non possiamo fermarci adesso.

scritto da il 26 agosto 2010 alle 16:06

La rimettiamo in palio

Champions

L’appuntamento è alle ore 18 al Grimaldi Forum di Montecarlo. L’inizio dell’operazione Supercoppa Europea coincide con il sorteggio dei gironi per la prossima Champions League. Ci si mette in marcia verso Wembley, con l’Inter Campione d’Europa che, in prima fascia, non potrà incrociare sul campo Arsenal, Barcellona, Bayern Monaco, Chelsea, Lione, Machester United e Milan, oltre naturalmente alla Roma (seconda fascia) per la regola secondo la quale fino ai quarti non si possono incontrare due squadre della stessa nazione. Quali saranno dunque le tre società che contenderanno i primi due posti del girone ai Campioni in carica?

SECONDA FASCIA – Benfica, Olimpique Marsiglia, Panathinaikos, Real Madrid, Roma, Shaktar Donetsk, Valencia, Werder Brema. Detto della Roma, c’è una possibilità su 7 di incontrare subito il Real Madrid e di riproporre il classico scontro fra Josè Mourinho e la sua ex squadra. Sarebbe sicuramente il bussolotto peggiore pescato da un’urna piena di squadre di buon livello ma più che abbordabili: oltre al Real, Valencia e Werder Brema potrebbero procurare qualche grattacapo più per il campionato di provenienza che per altro, così come il Marsiglia. Benfica, Panathinaikos e Shaktar sono un gradino più in basso.

TERZA FASCIA – Ajax, Basilea, Braga, Copenaghen, Rangers Glasgow, Schalke 04, Spartak Mosca, Tottenham. Alla larga dal Tottenham a tutti i costi, vero scoglio della terza fascia. Poi i soliti problemi di differenza di preparazione con lo Spartak Mosca e tutto il blasone -e poco altro- di Ajax e Rangers Glasgow. Ancora meno problemi dovrebbe portare lo Schalke, terza forza della Bundesliga. Basilea, Braga e Copenaghen sono figlie delle nuove regole volute da Platini: in terza fascia sono un regalo.

QUARTA FASCIA – Auxerre, Bursapor, Cluj, Hapoel Tel Aviv, Partizan Belgrado, Rubin Kazan, Twente, Zilina. Rubin Kazan, Twente, Auxerre, in rigoroso ordine di difficoltà. Il Cluj difficilmente potrà ripetere a Milano i risultati ottenuti contro la Roma due anni fa, le altre quattro probabilmente non sarebbero capaci di ottenere neanche quelli.

IL GIRONE PEGGIORE – Inter, Real Madrid, Tottenham, Rubin Kazan.
IL GIRONE MIGLIORE – Inter, Benfica, Copenaghen, Juventus

scritto da il 26 agosto 2010 alle 12:05

Disguidi anche da Greenticket?

Riceviamo e pubblichiamo la lettera che un utente di Bauscia Cafè ha inviato all’Inter a causa di una brutta situazione creatasi con Greenticket nella procedura di acquisto dei biglietti per la finale della Supercoppa Europea.

Da Jakala a Greenticket, la situazione non sembra migliorata. Solo un caso isolato?

Buongiorno, vorrei segnalarvi la gestione della vendita dei pochissimi biglietti per la finale di Montecarlo.
Gli ultimi giorni di Luglio scopriamo che verranno venduti su Greenticket previa pre-registrazione, a partire dal 1 agosto. Registro me e mio padre (devo fare 2 registrazioni perchè la vendita è di 1 biglietto a persona) ed a mezzanotte in punto sono pronto col pc per provare a portarlo a vedere questa finale (dopo non essere riuscito nè con Madrid nè con Siena…). Ebbene, completo l’acquisto del suo biglietto ma quando tocca al mio, i biglietti sono esauriti (in 10 minuti!). Poi vengo a sapere che a fronte di 9.300 registrazioni, sono stati venduti circa 1.000 biglietti.
Oggi, 23 agosto, Greenticket mi comunica che “La notte del 1 agosto visti gli innumerevoli utenti connessi qualcosa nel circuito dei pagamenti e’ andato in tilt. Quindi solo chi ha ricevuto nostra mail di conferma d’acquisto con numero fila e posto ha veramente acquistato il biglietto e mi creda erano veramente pochi quelli a disposizione.”
Morale della favola, il biglietto per mio padre non esiste nonostante sia stato pagato € 45 + 15 di spedizione e 4 di prevendita (chiaramente Greenticket rimborsa il biglietto).
Non è tutto, l’hotel che avevo prenotato ora mi chiede la penale, chi me la rimborsa?
Cronaca dell’ennesima mala-gestione della vendita dei biglietti.

Saluti, Roberto.

scritto da il 24 agosto 2010 alle 15:28

La saga dei lupacchiotti

“La Supercoppa è un evento speciale, si può soprassedere -commentava giovedì una fonte interna al Viminale a proposito della decisione di non richiedere la famigerata Tessera del Tifoso per l’acquisto dei biglietti per Inter-Roma- il Ministero vuole approfondire il tema con la Lega. Lo farà presto, ma l’intenzione è di concedere ai romanisti quella che definiscono una linea di credito”. “Sarà una prova di maturità -spiegava un importante funzionario del Viminale- in caso di incidenti, le ripercussioni sarebbero pesanti”.

20mila euro di multa.

Tifosi RomaQuella che più che una ridicola linea di credito (su quali basi, poi?) era -evidentemente- l’ennesimo regalo a una delle tifoserie che negli ultimi anni più si è distinta per intemperanze e inciviltà, ha avuto gli ovvi esiti che chiunque si sarebbe aspettato: prima della partita incidenti alla Stazione Centrale di Milano che hanno richiesto l’intervento della Polizia, dopo la partita incidenti, danni e furti negli autogrill con l’identificazione di 300 tifosi giallorossi. In mezzo, tristemente, la partita. Sospesa per una manciata di minuti a causa del lancio di oggetti di ogni tipo sul terreno di gioco, dalle bottigliette ai fumogeni, e a causa del lancio di un “petardo ad alto potenziale” (definizione riportata nel comunicato del Giudice Sportivo Tosel) in un settore occupato dai tifosi dell’Inter.

20mila euro di multa.

Le “pesanti ripercussioni” sono quantificabili in 20mila euro di multa.

In un clima sempre più oppressivo per i tifosi di tutta Italia, stretti fra controlli di ogni tipo; in un momento in cui in alcuni stadi (e in alcuni settori) è fatto divieto di entrare anche solo con un ombrello, anche solo con una bottiglietta d’acqua, anche solo con un tappo di plastica; in un periodo in cui si vietano le trasferte a tifoserie intere (vedi Inter-Juventus) con assurdi provvedimenti restrittivi che prendono origine da presunti “scambi di insulti su internet” (!!); in un’ottica nella quale si chiudono interi settori di uno stadio (Giuseppe Meazza, stagione 2008/2009) a causa di uno striscione ritenuto “razzista”;

in una situazione ambientale del genere, non si muove un dito contro quella che, ormai da anni, si qualifica come la più incivile delle tifoserie italiane.

Perchè?

Non passa partita casalinga della Roma senza che si registri almeno un accoltellato, non passa trasferta a Milano senza che si verifichino incidenti più o meno gravi, non si contano più le manifestazioni di ignoranza e incivilità di una tifoseria intera coerentemente guidata sul campo da psicopatici in preda a raptus di follia (Totti su Balotelli) o da bulletti di periferia che approfittano delle pause di gioco per insultare i tifosi avversari (De Rossi nell’ultima Supercoppa).

Eppure nessuno muove un dito.

20mila euro di multa è tutto quello che sanno fare.

Mai una trasferta vietata, mai una giornata a porte chiuse, mai una squalifica del campo, mai un provvedimento vero.

Io non posso entrare allo stadio con un tappo di plastica, e a loro è permesso di entrarci con petardi e coltelli. E di usarli.

Non voglio fare supposizioni, vorrei solo una risposta a una domanda semplicissima:
perchè?

scritto da il 22 agosto 2010 alle 4:42

Accipicchia

Come Wile Coyote e Beep Beep, come Tom e Jerry, come la letteratura e Fabio Volo, riecco il perdente e il vincente, uno davanti all’altro, pronti a recitare lo stesso, scontato episodio. C’è lotta, c’è battaglia, ma ancor prima che parta la sigla sappiamo come andrà a finire: i ruoli sono stati assegnati, ormai è così. L’ennesima puntata di Inter-Roma segue, in sostanza, il consueto plot della pluripremiata serie: illusione iniziale per fomentare i pacati tifosi al seguito, telecronaca surreale e visionaria, poi tre mazzate e Zanetti che allena le graciline braccia con il quarto sollevamento stagionale. Per calcioni, sputazzi e pianti si dovrà attendere ancora qualche mese, quando la squadra sarà più rodata.

Ranieri sceglie di rimandare l’esordio dal primo minuto della coppia Adriano-Totti, il paracarro e il paraculo. Il brasiliano, seduto in panchina, appare un po’ pallido: tutta colpa delle solite abitudini. Di giorno, sudando nei campi, si abbronza, di sera si sbronza. Nell’Inter, nessuna novità rispetto a Madrid, a parte il fisico di un Mourinho che sembra aver ceduto di schianto allo stress.
Il commento tecnico è affidato al fegato di Beppe Dossena, grande maestro della fantascienza pronto a trasportarci nel suo universo fatato con commentoni che faranno rimpiangere addirittura il letale Bagni.

Nel primo tempo, Inter e Roma hanno più o meno le stesse occasioni, anche se i giallorossi si fanno preferire sul piano del gioco: Beppe, in piena trance allucinogena, comincia ad entusiasmarsi e vede un’Inter che uhhhm, mentre la Roma mmm, gnam gnam. Arriva il gol di Riise, ed ecco che la squadra di Ranieri “può colpire da un momento all’altro”, con un’Inter “in chiara difficoltà”. Poco dopo, infatti, la Roma colpisce:  Vucinic trova il pertugio giusto e regala la palla del pareggio a Pandev, che segna e poi allarga le braccia come a dire “oh, io non c’entro, non è colpa mia, è la Roma che ha colpito”. De Rossi, ormai esausto, collassa. Sulla panchina nerazzurra, il mister fa ripetutamente uso di un malcapitato panno per asciugarsi le cascate di sudore che gli permeano il viso: tutta colpa della moglie, che lo obbliga ad indossare sei completi uno sopra l’altro, nella speranza di fargli bruciare quei due-tre chiletti di troppo.
Prima della fine del primo tempo, Dossena vede Cassetti che decolla sulla fascia, fa tripletta su punizione, salva un bambino in una sparatoria e ruba ai ricchi per dare ai poveri, narrando il tutto con enfasi. Il doppio fischio di Bergonzi ci desta da una prima frazione in cui l’Inter uhm, maluccio, mentre la Roma ci prende a pallate grazie ad una perfetta preparazione della gara.

Nel secondo tempo, dopo una decina di minuti favorevoli ai giallorossi, esce Pizarro ed entra Taddei, un novantenne con la capigliatura di un bambino timoroso alla prima comunione. L’impatto del discutibile essere umano sulla gara è devastante: la Roma non esce più dalla propria trequarti e l’Inter spinge con maggior convinzione. Dossena, però, convinto che alla fine del primo tempo le squadre, oltre alla metà campo, si scambino anche le magliette, continua a tessere le lodi dei ragazzi di Ranieri e di un Menez “fenomenale”. Al 15esimo, le bevande degli spettatori presenti al Meazza cominciano ad oscillare nei bicchieri, ad intervalli regolari. I bambini guardano impauriti i propri padri, che rispondono con sguardi rassegnati: non c’è niente da fare, sta arrivando. Gli scossoni si fanno sempre più forti, i bicchieri tracimano, si sente anche il ruggito, un rutto alla caipirinha. Dalla panchina si alza  lui, Adriano, il giocatore più ampio di tutti i tempi, pronto a dare la svolta al match.

La svolta, infatti, arriva: nel giro di cinque minuti, Eto’o ne mette un paio e Milito si divora il 4-1. Adri però non ci sta, e tira fuori la grinta piazzandosi a destra con la gambe ben assestate al terreno, in attesa che qualcosa intorno a lui succeda.
A Dossena, ormai in crisi mistica, appare Bruno Conti che battezza Menez sulla riva del Gange. Benitez toglie tutti e piazza la difesa a sette con Mariga ad inventare, ma sorprendentemente non succede più niente: Supercoppa all’Inter, anche se è la Roma che l’ha regalata, gli spunti dei singoli, gli episodi, gli errori difensivi, le gambe ancora imball…bum!

La serata si chiude con un epico collegamento da “studio”, dove Collovati, il giorno 21 agosto, afferma che

“il campionato può perderlo solo l’Inter”.

Insomma, il campionato deve ancora cominciare, e già rischiamo di buttarlo via.

scritto da il 21 agosto 2010 alle 18:07

L’importanza della Supercoppa Italiana

5 finali di Coppa Italia e 3 di Supercoppa Italiana: la sifda di stasera sarà la nona finale tra Inter e Roma negli ultimi sei anni, a sottolineare il dominio assoluto sulla scena italiana da parte di queste due società senza neanche bisogno di contare le infinite lotte scudetto che tutti ricordiamo benissimo. Dominio assoluto che, al di là del tifo, ha avuto evidentemente una protagonista principale (5 scudetti, 3 Coppe Italia, 3 Supercoppe) e uno sparring partner o poco più. Eppure…

Eppure quella di stasera non è solo l’ennesima finale di Supercoppa Italiana (la sesta) cui abbiamo partecipato nelle ultime 6 stagioni. Non è solo l’ennesima ripetizione di quello che somiglia sempre più a un Trofeo Berlusconi in salsa nerazzurra (e giallorossa, a tratti).

Qualche mese fa -il 22 maggio scorso, per la precisione- scrivevo un post intitolato “L’importanza della Coppa Italia” nel quale spiegavo (o meglio, tentavo di farlo) quale fosse la differenza fra una “semplice” Coppa Italia e una Coppa Italia incastonata in quel Trilogy splendente che ci ha portato da Roma a Madrid passando per Siena. Ecco: la differenza fra la finale di stasera e le cinque che l’hanno preceduta sta tutta in quel post.

Oggi l’Inter inizia un nuovo cammino. La consapevolezza di aver portato a termine il leggendario triplete e di esserci seduti nell’Olimpo del calcio europeo insieme ad altre cinque squadre non può aver portato appagamento, non deve aver portato appagamento. Solo, paradossalmente, una nuova fame. Fame di Storia, fame di Leggenda. Voglia di scrollarsi di dosso la nobile compagnia di Celtic e Ajax, di PSV e Manchester United. Voglia di emulare il Barcellona nell’inarrestabile cavalcata della scorsa stagione. Voglia di completare il Grande Slam del calcio mondiale.

Coppa Italia, Scudetto, Champions League. Supercoppa Italiana, Supercoppa Europea, Mondiale per Club.

In 12 mesi.

Quella di stasera non è una finale. Non è una Coppa -l’ennesima- da sbattere in faccia alla corte dei miracoli del calcio italiota. Non è un’occasione -l’ennesima- per tirare fuori dal cassetto la chiave della bacheca e aggiungere una nuova gemma alla stanza del Tesoro. In condizioni normali molti scambierebbero una vittoria in Supercoppa con una prestazione decisa, chiara, convincente, come quella dello scorso anno contro la Lazio. In condizioni normali molti preferirebbero vedere una squadra solida e già ben avviata a proseguire il ciclo di vittorie aperto sei anni fa, Supercoppa o meno.

Oggi no.

Oggi ci troviamo davanti alla quarta tappa della nostra scalata al mondo. Oggi dobbiamo scendere in campo con la rabbia delle grandi occasioni.

Ci vuole l’Inter di Roma, l’Inter di Siena, l’Inter di Madrid. E’ l’unica occasione che abbiamo per farci vedere dal cielo di Milano. Per celebrare questa Nuova Grande Inter sotto le nostre stelle.

Non sprechiamola.