scritto da il 30 luglio 2010 alle 12:18

Che le strade si dividano

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So di tifosi dell’Inter così folli da pensare che sarebbe bello se fallissero le cessioni di Maicon e Balotelli. Senza la minima diplomazia, mi permetto di sostenere il contrario: sarebbe una catastrofe, l’Inter entrerebbe in un incubo segnato da sconfitte in serie e dalla deflagrazione dello spogliatoio.

Al punto in cui le trattative sono arrivate, dopo le parole inequivocabili di Moratti e sapendo che Caliendo e Raiola busserebbero a denari, in caso di fallimento con Real e City, spero che la doppia partenza avvenga nel più breve tempo possibile.

Anche perché solo con i soldi incassati dalle cessioni, giustamente, Moratti intende portare a casa qualche acquisto: siano Mascherano, Kuyt, Candreva, Vargas o altri ancora.

La corda si è spezzata, riannodarla sarebbe impossibile: Maicon e Balotelli – non esattamente due tipi umili e con propensione all’autocritica – diventerebbero mine vaganti, e il pubblico ne farebbe il bersaglio polemico. Al primo errore, nessuna pietà.

Caliendo e Raiola guadagnano a ogni cambio di maglia: è evidente che il prezzo (e l’ingaggio) di Maicon non sarà mai più quello dell’estate 2010; scommetterei anche sul fatto che le potenzialità di Balotelli possano alzarne il valore di mercato, di qui a un paio d’anni, ma a quel punto lui vorrebbe un ingaggio ancora superiore a quello che lo sceicco pare disposto a concedergli (sempre ammesso che fra due anni lo sceicco non si sia già stancato di questo giocattolo).

Aspetto con ansia buone notizie – l’ufficialità delle cessioni – prima possibile.

scritto da il 27 luglio 2010 alle 11:13

Profezie.

Cit.

Cit.

“Robben e Sneijder approfittano di un errore del portiere (già ex?). Il peggior Brasile del dopoguerra affondato da Julio Cesar che dalla sera dell’incidente in auto (ma anche da altro…) non sembra più un portiere. L’Inter farebbe bene a pensare ad un possibile problema portiere”.

Queste le rassicuranti parole del primo web giornalista sportivo (cit.). Rassicuranti, ovviamente, non in senso ironico. Come testimoniano alcune perle di rara precisione cartomantesca.

“Il presidente dell’Inter ha capito che non potrà mai diventare come il padre e per averne la certezza si sarebbe lasciato convincere da Mourinho a svendere Ibra al Barcellona. Nel 2002 piazzò Ronaldo in cambio di Solari e soldi: farà lo stesso con Eto’o scartato da Guardiola?”.

In questa frase spiccano quattro parole su tutte: “mai”, “certezza”, “svendere” e “scartato”. Un inizio confortante, non c’è che dire.

Sullo scambio Ibra (svenduto, cit.) + contropartita tecnica queste le domande:

“Operazione avallata da Mourinho, ormai diventato il vero factotum della società, esautorando di fatto Branca. Resta l’incognita Eto’o, uno che ha già dato, che Guardiola aveva già scaricato l’anno scorso per condotta non propriamente professionale. L’ennesimo grande pacco in arrivo dalla Spagna?”

Colui che con una condotta non propriamente professionale aveva fatto una quarantina di reti, non riuscendo a far ricredere chi lo voleva via da Barcellona. L’operazione, in questo caso è solo “avallata” da Figaro Mou e non “suggerita”.

Non possono mancare le chicche di mercato.

“Mourinho è convinto che lo svedese resterà all’Inter e Moratti cercherà in ogni modo di accontentarlo, ma la richiesta dello svedese è da primato mondiale (30 mln). Eto’o per ora rifuta l’Inter [...]. Entro una settimana l’Inter prenderà Carvalho e Deco, mentre Ancelotti dall’Italia vorrebbe solo Burdisso. Manchester e Chelsea pronte ad investire centinaia di mln, così come il City”.

Ricapitolando, Mourinho prima vuole trattenere Ibrahimovic e convince Moratti ad accontentarlo, poi è proprio Mourinho a far svendere (repetita iuvant) Ibrahimovic convincendo di nuovo Moratti che già si era lasciato convincere una volta. In mezzo c’è un Moratti che convince Mou a dare il suo avallo. Convincente, no? Carvalho e Deco sono bloccati in una finestra spazio-temporale, mentre il Manchester ed il Chelsea lo scorso anno hanno fatto il mercato più parsimonioso degli ultimi 10 anni. Ora che Mou non c’è più, Branca, tornato in sella, potrebbe chiamare Carletto per far pagare la tirchia Rosella.

Andiamo sulle previsioni di debacle. Commento post Inter-Juve.

La vittora dell’Inter sulla Juve è una pietra importante sulla costruzione dello scudetto, ma se doveva essere un test per le due partite col Barcellona, il test è fallito. Troppo macchinosa la partita dell’Inter, nonostante sia stata per tanto tempo in 11 contro 10 [...] Maicon ha segnato con l’ingenua complicità di Amauri, ma non ha mai dato l’impressione di poter affondare.

Cross dalla trequarti come chi non ha la gamba per arrivare sino al fondo, mentre Milito è stato sconcertante nella continuità di errori, anche i più elementari. Sneijder a svolazzare senza costrutto ed Eto’o ormai ridotto a centrocampista e le uniche note positive sono arrivate (guarda caso) da Balotelli“.

Ah, il titolo “Pessimo test in preparazione del Barcellona, Balotelli resta l’unica speranza di salvezza”, dovrebbe rendere l’idea.

Quindi, Maicon in gol e ottima prestazione, Milito due assist e un gol e Balotelli che gioca la partita peggiore della sua (breve) carriera all’Inter. I più maliziosi potrebbero pensare che questo articolo fosse stato scritto in funzione del risultato (positivo per il Barça) delle semifinali, partendo dall’assunto che Mou non avrebbe schierato Mario (sacrilegio, per chi ha scritto più volte “Balotelli ed altri 10″) e che quindi il nostro web giornalista avrebbe scritto un artcolo con incipit “come facilmente prevedibile”. Ma serebbe, chiaramente, un processo alle intenzioni.

Noi preferiamo credere che le cose scritte le pensasse veramente. Anche perché sarebbe la conferma che il nostro Julione (il quale, dopo l’incidente incriminato, ha giocato le 3 partite più importanti della sua carriera contro Barcellona e Bayern sfoderando prestazioni super) ci regalerà ancora parecchie soddisfazioni.

Ps: chiedo scusa al Presidente (Vitarob), doveva essere un articolo su Julio Cesar, Toldo, Pagliuca e Zenga, ma mi sono fatto prendere la mano. Non mancherà occasione.

scritto da il 21 luglio 2010 alle 10:54

Non mi siete affatto mancati

Mi sarebbe piaciuto dedicare qualche minuto del mio tempo allo spettacolino di cabaret gentilmente offerto ieri dal Presidente del Milan, che ha toccato vette di comicità francamente mai raggiunte prima. Credo sarebbe venuto fuori un bel post, divertente, dissacrante (ammesso che ci sia rimasto qualcosa da dissacrare), leggero, goliardico. Ecco, sì: goliardico. Come dovrebbe essere tutto ciò che riguarda il calcio, tutto ciò che riguarda quello che possiamo chiamare in mille modi: sport, spettacolo, show, business…ma che nasce come un gioco, e che merita il peso di un gioco.

Un cretino

Un cretino (cit)

E invece no. Niente Berlusconi, niente “Ronaldinho è il migliore di tutti i tempi”, niente silenzio imbarazzato di Allegri. Niente di tutto questo, perchè nella stessa giornata il solito cretino con lampi di imbecillità (cit) ha nuovamente spalancato le porte degli abissi del calcio italiano, facendoci risalire in un attimo tutto quel disgusto, quel senso di nausea, quel fastidio e quella stanchezza che credevamo accantonati, ma che evidentemente erano solo sopiti da un mesetto di calcio vero.

Francesco Totti, sì, parliamo di lui. Quello che per l’ennesima volta ha tolto ogni dubbio. La conferenza stampa di ieri è una rara accozzaglia di luoghi comuni, falsità, vittimismo, sospetti, cattiveria e malafede. Potremmo discutere parola per parola tutto ciò che ha detto. Potremmo smontare anche le virgole, a cominciare dall’antipatia nei suoi confronti “perchè sono romano” (anche De Rossi lo è. Farsi qualche domanda no?), passando dall’Inter “tutelata” (in che modo? Giocando in 9 per esempio?), per finire ai due scudetti che “ci hanno rubato” (ci sfugge quale sia il secondo: quello in cui sei arrivato a -21 o quello chiuso a -22?). Potremmo facilmente mostrare la falsità di quelle parole e la stupidità di chi le ha pronunciate, ma non è questo il punto.

Il punto è che, francamente, non sentivamo proprio il bisogno di tutto questo. Ci siamo goduti il calcio dei mondiali, eravamo immersi nelle solite vuote chiacchiere di calciomercato, con un pensiero alla panciera di Benitez e un altro alla paperella che ci aspetta in spiaggia, e credevamo onestamente che lo scoramento e l’indignazione provati al termine della stagione scorsa fossero definitivamente scomparsi, per lasciare spazio a un po’ di calcio vero. E invece no. E invece al cretino (sempre cit) di cui sopra è bastato aprire bocca per far riaffiorare tutto in un attimo.

Che senso ha, Francesco? Che senso hanno quelle parole? Che cosa vogliono ottenere, che cosa vogliono denunciare, a cosa vogliono portare? Perchè, maledizione, PERCHE’ prima ancora di giocare mezza amichevole dobbiamo ritrovarci a parlare di scudetti rubati, di arbitraggi di parte, addirittura di paragoni con sistemi para-mafiosi? PERCHE’? Che cosa hai da guadagnarci? Non capisci (no che non capisci, ovvio) che siamo stufi? Che ci siamo stancati? Non ne possiamo più di polemiche prefabbricate, di sospetti, pregiudizi e addirittura -gran passo avanti, il tuo- di pregiudizi sui sospetti. Ci avete stufato. E non parlo di noi tifosi dell’Inter: parlo di tutti. Guardati intorno, o meglio ancora: fai guardare intorno una delle tue “persone importanti” e poi fatti spiegare cosa vede, magari con un mms. Se vuoi te lo anticipo io: vedrà un ignobile carrozzone -il tuo mondo, quello distrutto soprattutto da quelli come te- completamente allo sfascio. Vedrà gente disamorata, senza più passione, senza più la gioia di guardare il calcio, senza più la minima conoscenza tecnico-tattica (e in compenso preparatissima su polemiche, regolamenti, leggi e tribunali). Vedrà gente attaccata allo squallidissimo campionato di Serie A più per abitudine che per altro. Vedrà un malato terminale incapace di vivere sulle proprie gambe e costretto ad appoggiarsi al bastone della rivalità, delle polemiche precostituite, della provocazione gratuita e del sospetto eletto a sistema.

Un lampo di imbecillità

Un lampo di imbecillità

Grazie a te e a quelli come te, Francesco.

Grazie a chi, in un caldo martedì di luglio, non trova niente di meglio da fare che cianciare di furti, aiutini e complotti. Grazie a chi pone le basi per un’altro campionato schifoso, peggio del precedente che a sua volta era stato peggio di quello prima e così via negli anni. Grazie a chi ancora una volta soffia sul fuoco delle polemiche.

Vedrete, ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di dire anche a Benitez che “bisogna abbassare i toni”.

Grazie a te e a quelli come te, Francesco, che stanno facendo di tutto per dare il colpo di grazia a quello che una volta era un bel giocattolo. Lo avete usato, lo avete sfruttato e adesso fate di tutto per distruggerlo. Beh, tranquillo, basta solo un altro piccolo sforzo: ci siete quasi riusciti.

Sappiamo che a lavoro ultimato avrete anche la faccia e il coraggio di incolpare altri, e magari ci riuscirete anche. Conta poco comunque, perchè il danno sarà ormai fatto e irreparabile. Ma noi mangeremo anche senza calcio.

Consola in tutto questo, Francesco, venire a conoscenza del fatto che dopo l’ignobile gesto dell’Olimpico (cerca di capire da solo a quale dei tanti mi riferisco) per un attimo hai pensato di ritirarti. Consola sapere che per una voltà c’è stato anche un lampo di intelligenza, in quella tempesta di imbecillità

E’ poco, ma è qualcosa.

Forse.

PS: neanche tre mesi fa, Josè Mourinho veniva deferito ”per aver messo in dubbio la regolarità del campionato”. Sappiamo benissimo che chi parla di campionati “rubati” e squadre “tutelate” fa esattamente la stessa cosa e in maniera decisamente più esplicita di quanto non fece Mourinho. Sappiamo anche che ieri era Josè Mourinho e oggi è Francesco Totti, quindi non ci aspettiamo nessun provvedimento. Non fatelo. Non deferitelo. Non multatelo. Non squalificatelo.
Date un altro colpo alla vostra credibilità.
Fate vedere una volta di più a tutto il mondo quanto siete ridicoli.

scritto da il 19 luglio 2010 alle 14:53

Un brasiliano nella gang argentina

Julio Cesar, Maicon, Lucio, Thiago Motta. Due difensori, un centrocampista di costruzione, addirittura un portiere: non proprio il profilo del calciatore brasiliano tipico. E forse è proprio per questo che sono loro i brasiliani dell’Inter, deputati a tenere alta la bandiera verdeoro in mezzo alla storica gang albiceleste.

Cosa ci fa in questo quadro un giovane fantasista gracilino, tutto piedi buoni e fùtbol bailado?

coutinho2Philippe Coutinho Correia nasce a Rio de Janeiro il 12 luglio del 1992. E già questo basterebbe a chiedersi cosa ci faccia in una calda mattinata di luglio ad Appiano Gentile, prima di scendere in ulteriori dettagli.

Cresciuto nelle giovanili del Vasco da Gama, Coutinho viene acquistato all’età di 16 anni dall’Inter costretta a giocare d’anticipo per battere la concorrenza delle principali squadre europee (firmerà prima con l’Inter che con la Nike, caso più unico che raro). I 3,8 milioni di euro pagati per assicurarsi -a distanza di due anni- le prestazioni di un adolescente fanno scalpore, ma chi ha visto giocare il giovane Philippe con i pari età non ha dubbi: il tocco di palla, l’imprevedibilità, la personalità, la capacità di essere decisivo…tutto fa pensare a un futuro luminoso per quel ragazzino.

I regolamenti brasiliani non consentono però il trasferimento all’estero prima di aver compiuto 18 anni, quindi Coutinho deve restare in patria, nel suo Vasco da Gama. Con il club di Rio fa il suo debutto tra i professionisti a 16 anni, nel campionato di Serie B brasiliana: 12 presenze e tante difficoltà, che addirittura fanno storcere la bocca a qualche osservatore (tifoso?) d’oltreoceano. Il Vasco ottiene la promozione, però, e l’anno successivo Coutinho si trova a calcare i campi del Campionato Carioca, della Serie A brasiliana e della Coppa del Brasile: 17 anni, 28 presenze e 5 gol gli aprono le porte della Nazionale U17, con la quale parteciperà al Campionato Sudamericano. La maglia numero 10, le 5 presenze e i 3 gol (oltre a svariati assist) con i quali trascina alla vittoria i verdeoro segnano la consacrazione del giovane Philippe in patria, tanto da spingere il Vasco a chiedere più volte all’Inter la possibilità di tenerlo in prestito almeno un altro anno.

Richiesta respinta e arrivo ad Appiano Gentile, giorni nostri, oggi. Anzi: ieri, l’altro ieri e il giorno prima ancora. Perchè Coutinho ha già fatto un paio di allenamenti con la squadra mettendosi in luce soprattutto nelle partitelle, chiuse anche da migliore in campo.

phillippe_coutinhoCerto ad uno che pronti-via e si prende il lusso di dribblare Zanetti, la personalità non fa difetto. Sarebbe un errore però immaginarsi un ragazzo già pronto per i grandi palcoscenici, un simil-Pato che arriva, si presenta con due gol e non lascia più il campo. Coutinho non avrà una maglia da titolare tra i Campioni d’Europa, e probabilmente non è pronto neanche per il ruolo di vice-Sneijder. Le sue prime apparizioni saranno forse deludenti o forse no, ma sicuramente non troppo indicative sull’effettivo valore del ragazzo. Un ragazzo che ha pagato lo scotto del debutto nella Serie B brasiliana e che con ogni probabilità pagherà anche quello europeo, ben più difficile da sostenere. Coutinho è un ragazzo di 18 anni con doti tecniche fuori dal comune e tanta strada da fare per diventare un giocatore vero e decisivo ai massimi livelli. Dovrà trovare in questa Inter l’ambiente ideale per crescere e portare a termine questo percorso, e avrà bisogno di tutto il tempo e l’appoggio del mondo da parte della società, da parte dei compagni e da parte nostra.

In futuro potrà diventare una bandiera dell’Inter, potrà fallire il grande salto come tanti altri o semplicemente potrà lasciare Appiano dopo 3 anni a 40 milioni. In futuro.

Oggi, Philippe Coutinho è una grande scommessa. Vinciamola insieme.

scritto da il 14 luglio 2010 alle 11:20

Die Meister, die Besten, les Meilleurs Equipes: The Champions

Sembrava essere un evento da ammirare una volta ogni dieci anni. 1967, 1972, 1988, 1999, 2009. E poi siamo arrivati noi a scompaginare tutto, a scrivere una pagina imprevista e imprevedibile di Storia. Anche qui. Ancora una volta.

Lions1967: i Lisbon Lions - I Leoni di Lisbona: nome curioso per una squadra composta interamente da giocatori nati entro 50km da Glasgow, eppure tributo dovuto a dei ragazzi che proprio a Lisbona mettono il sigillo su quello passato alla storia come Year of Triumph, l’anno del Trionfo. 4 sconfitte in 65 partite, primo club britannico (e unico scozzese) ad alzare al cielo la Coppa dei Campioni, primo club della storia a vincere nello stesso anno Coppa Nazionale, Campionato e Coppa dei Campioni. Conditi dalla Coppa di Lega. Il Celtic Glasgow. Ancora oggi, in ricordo di quella impresa, una gradinata del Celtic Park è dedicata proprio ai Lisbon Lions. L’altra? A Jock Stein, allenatore di quelle annate favolose. Annate che portarono nella bacheca dei Bhoys la bellezza di 9 campionati consecutivi, dal 1966 al 1974, e il ricordo fantastico di quell’annata trionfale e di quella torrida giornata portoghese, quando strapparono la Coppa dalle grinfie della Grande Inter -che due anni prima aveva sfiorato lo stesso trionfo, perdendo solo la finale di Coppa Italia- mettendo la parola fine sul ciclo di Herrera e ufficializzando il passaggio di consegne fra il calcio europeo e quello britannico. Una vittoria ottenuta dopo un dominio assoluto grazie ad oltre 40 occasioni da rete nonostante lo svantaggio iniziale, una vittoria impronosticabile. La vittoria di Jock Stein, dei suoi uomini e del calcio totale “alla scozzese”. Il primo nome scritto nell’Albo d’Oro della Storia.

- Lisbona, 25 maggio 1967 – CELTIC GLASGOW – Simpson, Craig, McNeill, Clark, Gemmel, Murdoch, Auld, Johnstone, Lennox, Wallace, Chalmers. Allenatore: Jock Stein.

Cruijff1972: il Calcio Totale – Rinus Michels ha appena lasciato Amsterdam per andare a Barcellona dopo la doppia accoppiata Campionato-Coppa d’Olanda (nel 1970) e Coppa d’Olanda-Coppa dei Campioni (nel 1971) non immaginando cosa sta per succedere. Al suo posto, sulla panchina dell’Amsterdamsche Football Club arriva Stefan Kovacs. E’ la consacrazione assoluta. Il tecnico rumeno continua a seguire la filosofia del suo predecessore e porta l’Ajax dove non era mai arrivato: Coppa d’Olanda e Campionato come due anni prima. E poi lei, in una finale casalinga troppo ghiotta per non essere sfruttata. A Rotterdam c’è di nuovo l’Inter fra una squadra straniera e la Leggenda. Finale con meno storia di quella del 1967, se possibile: i lancieri guidati dal solito Johann Cruyff fanno un solo boccone della squadra di Invernizzi issandosi lì, quattro stagioni dopo, fianco a fianco con il Celtic. E’ un trionfo totale, il punto più alto di una parabola che comprende anche la Coppa dei Campioni precedente e quella successiva. Tre di fila, per incastonare meglio questo Diamante. E’ la consacrazione finale. La consegna del Calcio Totale alla Storia del football.

- Rotterdam, 31 maggio 1972 – AJAX AMSTERDAM – Stuy, Suurbier, Blankenburg, Hulshoff, Krol, Neeskens, Haan, Muhren, Swart, Cruyff, Keizer. Allenatore: Stefan Kovacs.

Hiddink1988: Doppietta Oranje - E’ il turno del Philips Sport Vereniging di Eindhoven, è il turno di Guus Hiddink in una annata che resterà, va da sè, storica per quella che è sempre stata considerata la seconda squadra d’Olanda. Eppure anche al PSV di Ronald Koeman è concesso di arrivare al Vello d’Oro. Quattro Campionati consecutivi, tre Coppe d’Olanda di fila. In mezzo, l’Olimpo. Conquistato in realtà in maniera particolare: nonostante sia alla terza affermazione consecutiva in patria (raggiunta con sole due sconfitte), il PSV non è certo una delle grandi d’Europa e tenta, anzi, un assalto a una Coppa dei Campioni che sembra tutt’altro che concreto. Rimarrà l’unico successo della squadra olandese nella storia della competizione: un successo…senza vittorie. Dopo aver sconfitto 2-0 il Rapid Vienna negli Ottavi di Finale, infatti, il PSV mette in fila quattro pareggi contro Bordeaux e Real Madrid, superando il turno ogni volta per i gol segnati in trasferta. Sarà pareggio anche contro il Benfica nella finale di Stoccarda: 0-0 nei tempi regolamentari e partita decisa ai rigori grazie a una serie perfetta degli olandesi e all’unico errore di Veloso al sesto tiro. Resta l’ultimo Grande Slam che vede protagonista la Coppa dei Campioni. Resta la pagina più luminosa della storia del club: come per il Celtic, come per l’Ajax, come per i pochi che seguiranno.

- Stoccarda, 25 maggio 1988 – PSV EINDHOVEN – Van Breukelen, Gerets, Koeman, Nielsen, Van Aerle, Heintze, Liskens, Vanenburg, Lerby, Kieft, Gillhaus (Janssen). Allenatore: Guus Hiddink.

United1999: il Treble - Siamo ai giorni nostri, o quasi. La Premier League è nata da poco e a Manchester, sponda United, arrivano scudetti come se piovesse: 1993, 1994, 1996, 1997. L’annata precedente è stata terribile però, conclusa senza vittorie. Ad Alex Ferguson non sta bene: serve un riscatto immediato. Il primo successo in ordine di tempo arriva nella solita Premier League, amica fedele: una battaglia punto a punto con l’Arsenal vede lo United dei Calipso Boys passare in testa solo alla penultima giornata, ora serve una vittoria all’ultima per non vanificare tutto. Il Tottenham però passa in vantaggio. E’ l’ultimo attimo di buio nella stagione dei Red Devils: rimonta imperiosa, 2-1 e quinto Campionato messo in bacheca in 7 anni. Una settimana dopo tocca alla FA Cup, tocca al Newcastle United di Shearer e Gullit. Un altro 2-1, è già storia: lo United diventa la prima squadra inglese a conquistare il double -l’accoppiata scudetto/coppa- per tre volte. Ma non è finita: si vola a Barcellona. Dopo un cammino di difficoltà incredibile, che ha visto l’Old Trafford teatro di sfide con Bayern Monaco, Barcellona, Inter e Juventus, al Camp Nou ad aspettare i freschi Campioni d’Inghilterra c’è di nuovo il Bayern Monaco di Lothar Matthaus, vittima sacrificale della finale più incredibile che si ricordi. La caccia è aperta, ma la partita sembra essere un bagno di sangue per gli inglesi. Il Bayern passa in vantaggio dopo 5 minuti grazie a una punizione di Basler, poi il dominio dello United è totale ma la porta difesa da Kahn sembra essere stregata. Passano i minuti, arriva il turno di Sheringham, 10′ alla fine, tocca anche a Solskjaer, ma l’incredibile assedio sembra ormai destinato a concludersi con un nulla di fatto. Scocca il 90′, la festa bavarese è pronta a partire. Pierluigi Collina, arbitro della finale, concede 3 minuti di recupero. A quel punto gli dèi del football decidono di dare la propria benedizione allo United. Inizia il recupero, calcio d’angolo da destra, lo batte Beckham, anche Peter Schmeichel si butta in avanti all’inseguimento di quei tempi supplementari che renderebbero giustizia all’incontro. La palla è nella mischia, respinta fuori area dalla difesa bavarese. Arriva Giggs con la forza della disperazione, tiro dal limite diretto verso la porta. Dal nulla spunta Teddy Sheringham: 1-1. Giustizia è fatta, lo spettacolo è accontentato: saranno dei supplementari di fuoco. Invece no. I tedeschi sono frastornati, passa un minuto, ancora calcio d’angolo. C’è sempre Becks sulla palla, ma stavolta Schmeichel non si muove dal suo posto. Il piede fatato del numero 7 diventa letale, la palla spiove in area, la difesa del Bayern è in bambola. Arriva Ole Gunnar Solskjaer: 2-1. Come in Premier, come in FA Cup. La disperazione tedesca è inferiore solo al tripudio inglese, lo United è sul tetto d’Europa per la seconda volta nella storia. I tabloid inglesi mettono la ciliegina: passare dal double al treble è un attimo. Qualsiasi tifoso inglese ricorda questa come la più esaltante delle stagioni vissute a Manchester, e questo capolavoro frutterà a Ferguson, il 21 luglio del 1999, il titolo di “Sir” concesso direttamente dalle mani della Regina Elisabetta. La Supercoppa Europea persa contro la Lazio è un male accettabile, la Coppa Intercontinentale alzata a Tokio un grazioso abbellimento: quello che conta veramente è questo tris, il primo nella storia della Champions League, 11 anni dopo il PSV. L’onore britannico non poteva essere lasciato in mano agli scozzesi, ed è proprio uno scozzese -sponda Rangers, ovvio- a portarselo via.

- Barcellona, 26 maggio 1999 – MANCHESTER UNITED – Schmeichel, G.Neville, Stam, Johnsen, Irwin, Giggs, Beckham, Butt, Blomqvist (Sheringham), Cole (Solskjaer), Yorke. Allenatore: Alex Ferguson.

Barca sei2009: la Stagione Perfetta - La Barcellona-mania che aveva invaso l’Europa solo due anni prima, vittima delle magie di Ronaldinho e Deco e di una organizzazione societaria all’apparenza perfetta, sta ormai scemando. Il Barça conclude la stagione precedente senza vittorie e tenta un ultimo colpo di coda per risollevare le cose: rivoluzionare tutto dall’interno, affidando la panchina all’esordiente Pep Guardiola, finora allenatore della cantera. Fuori Ronaldinho e Deco insieme a Zambrotta, Edmilson, Oleguer e Thuram, dentro i semisconosciuti Keità, Piquè, Dani Alves, Cacères e Hleb, largo ai giovani nati e cresciuti con il blaugrana addosso (7 titolari su 11 verranno fuori dalla primavera). La critica inizialmente mostra più di un dubbio, poi si deve piegare davanti alla potenza di un Barcellona leggendario. Nella prima parte della stagione non ci sono trofei da alzare, ma 50 punti su 57 disponibili, record assoluto nella Liga, sono ben più di un semplice campanello d’allarme per gli avversari in Spagna e in Europa. Esplode la stella di Messi, che si prende anche il lusso di segnare il gol numero 5000 nella storia del club (anzi, del Clùb), ma soprattutto esplode la stella del Barça. Quando il Real inizia a farsi sotto in campionato, riducendo a “sole” 7 lunghezze il distacco dagli inarrivabili catalani, si assiste ad uno scontro diretto imbarazzante per la differenza di valori in campo: 6-2 per i blaugrana e centesimo gol segnato nel corso della stagione. Al 2 di maggio. Il resto è la passeggiata di una Liga ingiocabile e della venticinquesima Coppa del Re portata a casa liquidando l’Athletic Bilbao con un 4-1 senza storia, perchè la Storia dev’essere tutta del Barcellona. Il cammino in Champions parte dai preliminari e prosegue spedito eliminando Lione, Bayern Monaco e Chelsea in una partita non senza polemiche, vinta grazie a un tiro disperato di Iniesta in pieno recupero. La finale, in una splendida scenografia romana, mette il Manchester United di fronte a questa superfavorita squadra delle meraviglie. Bastano 10 minuti a Samuel Eto’o per mettere dentro l’1-0, poi ordinaria amministrazione fino a quando Leo Messi decide di mettere al sicuro il risultato. 2-0, e benedizione dello United per l’ingresso nel club del treble. Anzi, del triplete. L’anno solare non è ancora finito però, e alla Stagione Perfetta manca qualche pezzettino. Eccoli messi in fila, da maggio a dicembre: Liga, Coppa del Re, Champions League, Supercoppa di Spagna, Supercoppa Europea, Coppa Intercontinentale. Pallone d’Oro e FIFA World Player per Leo Messi. Serve altro?

- Roma, 27 maggio 2009 – BARCELLONA – Valdès, Puyol, Tourè, Piquè, Sylvinho, Busquets, Xavi, Iniesta (Pedro), Messi, Henry (Keita), Eto’o. Allenatore: Pep Guardiola.

2010: la Nuova Grande Inter - No, questa storia la conoscete voi meglio di chiunque altro. E i vostri ricordi possono raccontarvela meglio di mille parole.

Champions

- Madrid , 22 maggio 2010 – INTER – Julio Cesar, Maicon, Samuel, Lucio, Chivu (Stankovic), Zanetti, Cambiasso, Pandev (Muntari), Sneijder, Eto’o, Milito (Materazzi). Allenatore: Josè Mourinho.

scritto da il 7 luglio 2010 alle 15:26

Germania-Spagna: vedo rosso

Purtroppo «gli imbucati alla festa» – definizione di Tabarez – non ce l’hanno fatta, gli astri proteggono l’Olanda, gratificata dal terzo autogol.

Un anno fa nessuno sapeva chi fosse, Thomas Müller. Oggi, dopo una stagione fantastica nel Bayern Monaco e 4 gol segnati ai Mondiali, la sua assenza fa pendere la bilancia a favore della Spagna. Sostituirlo è impossibile, Loew deve decidere come gestirne l’assenza: fosse Trochowski, il preferito, credo che la Germania verrebbe snaturata, prima o poi il palleggio ipnotico degli spagnoli troverà un pertugio e sull’1-0 – con quel meraviglioso, insopportabile «possesso palla» – la vittoria sarebbe in cassaforte. Se, invece, Loew avrà il coraggio di osare, inserendo Toni Kroos, forse la sua nazionale continuerà a offrire il miglior calcio di squadra – quello dalle accelerazioni scintillanti, capace di segnare 4 gol ad Australia, Inghilterra e Argentina – e potrebbe essere la Spagna a perdere l’equilibrio.

Dopo la vittoria in Euro 2008 – gol di Torres proprio ai tedeschi – la storia del calcio spagnolo ha girato pagina. Prima, erano gli sconfitti predestinati, l’amalgama mal riuscita [come dice D’Alema del Pd] fra le tre grandi scuole [castigliana, catalana e basca]. Nelle ultime cinquanta partite ufficiali, le Furie Rosse hanno perso solo due volte, guidati prima da Aragones e ora da Vicente Del Bosque, silenzioso e arguto, placido volto da borghese che sarebbe piaciuto a Buñuel.

Torres non ha ancora segnato, ma Del Bosque insisterà a coinvolgerlo, convinto dell’ineluttabile: il Niño è destinato a sbloccarsi.

Ai Mondiali, nei tre precedenti, la Spagna non è mai riuscita a battere la Germania. Stasera finirà anche questa serie.

scritto da il 6 luglio 2010 alle 16:29

Olanda-Uruguay: vedo arancio

Siamo alla vigilia di un evento storico: solo l’Uruguay si frappone alla prima vittoria di una nazionale europea fuori dal proprio continente. Per quanto la Celeste sia già andata oltre i propri limiti, senza il cannoniere Suarez – immolatosi per impedire il gol del Ghana al minuto 120 – è difficile immaginare soluzione diversa da una finale tutta europea.
L’ultima volta che gli uruguagi hanno incrociato l’Olanda, ai Mondiali, era il 1974. La squadra di Cruyff e Neeskens dominò il confronto: segnò due volte Johnny Rep; lo marcava Pablo Forlan, il padre di Diego.
Oltre allo squalificato Suarez, potrebbe mancare il leader della difesa, Diego Lugano. Assenze molto più pesanti di quelle annunciate fra gli olandesi [il centrocampista De Jong e l’ottimo terzino Van der Wiel]. Il ct Bert Van Marwijk dirà ai suoi di fare attenzione a una giovanissima mezzapunta, Nicolás Lodeiro. Punto di forza si sta rivelando Stekelenburg, il portiere: negli anni Settanta due Mondiali furono compromessi a causa di Jongbloed e Schrijvers, portieri impresentabili, non di rado ridicoli…

La critica specializzata ondeggia fra gli stereotipi: ai Quarti, quattro sudamericane su otto, e tutti a parlare del dominio latinamericano, pronosticando una «finale inevitabile» [Brasile-Argentina]: qualcuno ha sentenziato fosse «l’evidente volontà della FIFA». Ora, con tre europee su quattro semifinaliste, tutti si affannano a ripiegare sulla «tradizione del Vecchio continente».

L’indole degli uruguagi è quella di non sprecare nulla. La Grande Olanda, invece, fu definita «cicala». Se tornasse a cicaleggiare stasera, verrebbe punita dai maestri della praticità calcistica. Amati da Brera per la loro mirabile ragionevolezza.

scritto da il 3 luglio 2010 alle 14:00

Di 10 in 10

La Noche del Diez è stata una delle ultime trovate grottesche del Pibe de Oro prima di rinsavire (almeno parzialmente) e provare ad interpretare un ruolo diverso da quello di macchietta/ex-calciatore in disgrazia/tossico da recuperare/inviato di Fidel a far casino ai vertici sudamericani…

Al di là dell’esito non proprio trionfale del programma, il titolo ci stava, di solito i grandi “numeri 10″ griffano con una loro giocata spettacolare le partite in notturna, siano esse finali o comunque partite di Coppa… tra ieri ed oggi invece il caso bizzarro (con l’aiuto del calendario) si è divertito a programmare le partite con i tre più forti numeri 10 del mondiale in un orario insolito, le 16, lasciando la ribalta serale a partite meno di grido come Uruguay-Ghana e Paraguay-Spagna.

Ieri si sfidavano Kakà e Sneijder insomma. Presente e passato prossimo del Real Madrid, con l’Olandese costretto a fare le valige da una dirigenza decisamente miope (non serve tornare ad elencare tutti gli errori recenti delle mer(d)engues, no?) che sbarca a Milano in Agosto con una faccia monocromaticamente nera, tra occhiali e ed umore palese, e 9 mesi dopo si trova con tre medaglie, molte foto e pure il primo posto nella classifica degli uomini assist della Champions. Però la stagione non è ancora finita, c’è l’occasione di una vita, con la Nazionale Oranje.

Mr. “nonsivende” Kakà invece cercava riscatto in Sudafrica reduce da una stagione deludente, con una maglia importante per la prima volta sulle sue spalle al Mondiale, dopo due vissuti all’ombra del 10 Ronaldinho.

'Ho segnato di testa', segnala un incredulo Sneijder. Sullo sfondo, uno sconsolato Kakà. LaPresse

gol di testa da 1,70 abbassato...

La sfida era tra due squadre e non solo tra due giocatori, ovvio, però il confronto c’è stato, e Wesley l’ha stravinto. Non solo per la doppietta con aiuto decisivo della coppa Melo & Julio, ma soprattutto per il diverso impatto sulla gara: con l’Olanda in difficoltà, Wesley se l’è caricata sulle spalle, quasi ogni pallone passava per i suoi piedi, insomma una prova da vero leader.

Cosa che, nonostante il Pallone d’Oro già vinto, il pastore di sta minchia non è.

Certo è un vero peccato che la Seleçao non abbia tra i consiglieri Ivan Zazzaroni, sennò si portavano il giocatore giusto a cui affidare la “10″: Diego.

Altro che Wesley, giusto ballerino?

Tra poco va in scena il secondo “pomeriggio del 10″, protagonisti Maradona (che “10″ lo è a vita), Messi ed Ozil (che sarebbe il vero trequartista-rifinitore della Germania, anche se il numero “giusto” lo porta Podolski)… Tutti dicono Argentina, ma non ne sarei così sicuro. Soprattutto se gioca l’ex ministro degli Esteri in difesa al posto del Muro.

Sulla Gazza di oggi bella intervista a Branca, che mette in chiaro pure un altro “dieci”: il prezzo di Burdisso in Milioni di €. Con tanto di “Non facciamo sconti, anche perchè l’anno scorso siamo andati incontro ai Giallorossi in tutte le maniere possibili“.

Resta da vedere come impatterà sul nostro mercato la norma sugli extracomunitari cambiata a mercato in corso (una di quelle mosse da repubblica delle banane pure nel calcio che in Inghilterra o Spagna non succederebbero nemmeno dopo un botellon o un pub crawl istituzionale)… il contratto di Coutinho è stato depositato e quindi sarà lui l’unico extracomunitario tesserabile quest’anno. Per tesserarlo però un extracomunitario va comunque ceduto (se non sbaglio, ci sono anche uno o due della primavera con questo status), mentre non è utile liberare più di un posto da extracomunitario, visto che comunque ne puoi inserire solo uno di nuovo. Vedremo se ci sarà un qualche effetto anche sulla trattativa per Maicon (mentre Caliendo inizia a mostrare segni di scompensi da distanza tra le parti).

Ultimo “10″ di giornata: Del Piero.
E chec’azzecca coi mondiali direte voi? Nulla. Però per la nostra gioia, gigigeavolevoallenareilportodelneri ha subito messo le cose in chiaro: “Punto su Del Piero”.

Caroselli han bloccato la tangenziale Nord verso Torino per questo, ieri.

scritto da il 2 luglio 2010 alle 9:21

Le ultime otto

I quarti di finale che sono venuti fuori da questo Mondiale africano sono un mix perfetto di storia, sorprese, classe, tattica, grandi sfide e affascinanti outsider. Forse un mix troppo perfetto, ma tant’è.

Una tra Uruguay e Ghana rappresenterà la sorpresa delle semifinali. Posto garantito tra le prime quattro del mondo per una fra due squadre che non hanno affatto questo “elemento sorpresa” come unico fattore in comune. Da una parte una Celeste che più concreta non potrebbe essere e che sin dalle prime giornate si è proposta come una delle più credibili outsider del mondiale. La solidità difensiva incentrata su un Lugano in splendida forma e l’esperienza ad alti livelli portata dai tanti giocatori che militano in Europa (di cui molti “italiani”) sono le due armi che hanno consentito a una Nazionale storicamente talentuosa ma poco solida di fare un grosso salto di qualità. Il solito talento celeste indossa quest’anno le maglie di Edison Cavani -il cui percorso di maturazione sembra portarlo sempre più in alto- e soprattutto Luis Suarez, scatenato in questo mondiale sia in fase di costruzione del gioco che sotto rete. Chiude il cerchio un Diego Forlan finalmente libero di esprimere tutto il suo potenziale anche in Nazionale. Limiti? Chi può parlare di limiti?
A fare i conti con i sudamericani terribili c’è l’unica africana rimasta in gioco nel Mondiale che doveva portare alla consacrazione del “calcio del(l’eterno) futuro”. Non è solo un caso che il Ghana sia la più “europea” tra le africane: tutta tattica, spirito di squadra e sacrificio, è la classica squadra che può imbrigliare chiunque e che, superato con troppa fatica lo scoglio USA, finirà probabilmente imbrigliata alla prima occasione. Del resto se Muntari si mette a fare la scheggia tutto genio e sregolatezza….

La vincente di questa sfida se la vedrà contro i vincitori del primo grande scontro in programma in Sud Africa: Olanda-Brasile. Gli Oranje, trascinati da Wesley Sneijder e da un attacco stellare e perfettamente calato nell’impianto tattico proposto da Van Marwijk non sono mai stati così concreti e competitivi. Il rientro di Robben non fa altro che innalzare ulteriormente la cifra tecnica e la pericolosità di una squadra che può potenzialmente battere chiunque. La difesa non sembra così sicura, ma più che altro contro questo Brasile potrebbe pagare la mancanza del classico bomber di razza. Di certo la doppia sfida sugli esterni di Robben e Kuyt (o Van der Vaart?) contro Bastos e Maicon promette di regalare scintille, non fosse altro che per la discutibile propensione alla difesa dei brasiliani. Brasiliani che, comunque, grazie alla criticatissima cura-Dunga si presentano quadrati e solidi come non mai. Lucio-Juan sono probabilmente la migliore retroguardia del mondo, e non è un caso se hanno subito un solo gol ciabattando al 90′ di una partita già vinta. Davanti Kakà sembra crescere in maniera preoccupante (per gli avversari) e Robinho e O Fabuoloso sono brutti clienti per chiunque. A maggior ragione per Heitinga e Mathjsen. La voglia di sognare dice Olanda, ma la missione, se non impossibile, è davvero molto difficile. Difficile anche pensare che la vincitrice di questo scontro non arrivi in finale, in realtà.

Dall’altra parte del tabellone quella che è già stata malignamente ribattezzata come “Adidas Cup”, anche per i clamorosi errori arbitrali che hanno avvantaggiato le due squadre negli ottavi. Da questo scontro francamente impronosticabile uscirà forse il nome dell’altra finalista. La Germania sta marchiando a fuoco questo Mondiale come non era riuscita a fare in casa propria 4 anni fa: i 4 gol all’Inghilterra sono un bigliettino da visita inquietante anche se ottenuto forse più per demeriti degli inglesi che per meriti propri. Come l’Uruguay, anche i tedeschi sembrano aver innestato nuove caratteristiche su un impianto storico, sicuramente anche per merito della nuova politica federale: di fianco alla classica solidità teutonica, infatti, troviamo un promettente controno di gioventù e fantasia: Muller-Ozil-Podolski è un trio che, alle spalle di Klose, teme davvero pochi confronti nel presente e nel futuro. Sottostimati come al solito alla vigilia, si trovano davanti a un quarto terribile. Ma l’Argentina non sarà certo contenta. L’Invencible Armada del Diez dalla metà campo in su non teme confronti in questo Mondiale, sia per la qualità degli uomini che per la varietà di soluzioni possibili. Resta qualche dubbio sulla difesa, i cui limiti sono stati portati sotto gli occhi di tutti soprattutto a causa dell’infortunio di Samuel, ma un solo gol subito fino ad oggi sembrerebbe zittire anche questa critica. Leo Messi non è ancora andato a segno in questo Mondiale, ma se qualcuno aspettava il Sudafrica per mettere in discussione un’assegnazione del Pallone d’Oro già scritta, può lasciar perdere sin da ora. Sembra la squadra ideale per mettere in crisi le certezze -soprattutto difensive- dei tedeschi.

Chiude il tabellone l’unico quarto dall’esito apparentemente scontato. Il Paraguay, per la prima volta nella sua storia ai quarti di un Mondiale, arriva a questo punto dopo aver ottenuto una sola vittoria (contro la Slovacchia). Ostinatamente priva di Cardoso ma con il ritrovato (?) gioiello (?) Ortigoza, la squadra di Martino sembra francamente non avere più niente da chiedere al Sud Africa ed è pronta a lasciare la semifinale ai Campioni d’Europa. In realtà la Spagna non sembra quello schiacciasassi ammirato in Austria e Svizzera due anni fa: “vittima” del mito del Barcellona di Guardiola non può fare a meno di affidarsi ad un granitico blocco blaugrana senza però avere Leo Messi. E così David Villa si trova a fare (ottimamente) l’Eto’o, e il ruolo della Pulce viene diviso fra le geometrie di Xavi (con Xabi Alonso in mezzo al campo) e i gol di Fernando Torres. Gol che mancano clamorosamente, insieme all’imprevedibilità dell’argentino. Il risultato è una squadra a cui piace molto specchiarsi e potenzialmente capace di un calcio di altissimo livello, ma poco concreta sottoporta. Un peccato che potrebbe rivelarsi fatale nelle ultime due partite del torneo, ma che comunque non dovrebbe mettere ulteriori ostacoli fra le Furie Rosse e la semifinale.