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scritto da Miss Green⁵ il 17 giugno 2010 alle 13:39
Questo Mondiale mi è insopportabile. Davvero non lo reggo. Sono circondata da vuvuzelas, che la GALP (l’AGIP portoghese) ha deciso di regalare con ogni pieno di benzina, ma che vende anche senza benzina da mesi.
Infatti qui ci avavamo ‘ste c%##0 di vuvuzelas anche per l’ultima di campionato del Benfica (ovviamente lavoro a 100 metri dallo stadio…).
Insomma, impossibile inventarsi pause pranzo alle 3 del pomeriggio per andare a sbirciare almeno un pezzo di partita al bar. Tra l’altro i primi tempi delle partite di questo mondiale sono davero di una noia mortale. Nessuna eccezione.
Quindi per sopravvivere a questo Mondiale, bisogna cercare di trovarne il lato positivo. Il Marketing, la caccia all’ultimo gadget, nella giungla della creatività. Le grandi marche si sono date da fare, come sempre. Qui trovate solo una selezione delle idee più carine.
Come al solito, la Coca Cola ha creato un packaging dedicato al Mondiale 2010. L’idea non è male, un cofanetto con lattine da collezione con le immagini di 12 giocatori rappresentativi nel momento delle loro esultanze dopo in goal. Ma… c’è un ma. A quanto pare esiste solo per la Francia.

La Budweiser (quella che non è birra e che fa causa alle olandesi in festa) ha creato una bottiglia in alluminio amica dell’ambiente, infatti basta portarla a uno dei banchi birra per il refill. Immagino le migliaia di inglesi all’intervallo, serenamente in fila…

La Nike ha creato 11 Promotion Boxes esclusivi per la campagna Write the Future. Ogni confezione in legno contiene, oltre a materiale Nike, 6 pastelli a cera Crayola scolpiti: Robinho, Cristiano Ronaldo, Cannavaro, Rooney, Drogba e Ribery in colori metallici.


La Nike ha anche aperto un Nike Stadium a Milano, un negozio high profile “a forma di stadio”, dove si può anche giocare il calcio balilla 11:11. Geniale. Per me non ci sono altre parole.

Ma il Pallone d’Oro del gadget è sempre loro… delle Arance Meccaniche. Le maglie da goal arancioni:

p.s. Qui trovate le istruzioni per eliminare il vuvuzela sound dall’audio delle partite…
scritto da Mr Sarasa il 16 giugno 2010 alle 1:09
Ieri Branca ha lasciato aperto non uno spiraglio, ma proprio una voragine, alla cessione del nostro numero 13:
“Diego (Milito) è incedibile, Maicon forse no”
 Maicon che imita Ronaldinho
Bene, allora è il caso di ricordare che cos’è Maicon Douglas Sisenando. Ma non oggi (terzino risolvi-partite del brasile al Mondiale), bensì da almeno 3 anni.
E cosa verosimilmente continuerà ad essere per un periodo compreso tra i 3 ed i 5 anni a venire.
IL
PIU’
FORTE
TERZINO
DEL
MONDO
Non solo, è un vero e proprio “schema”. Palla a Maicon, appoggio su un centrocampista, palla di ritorno e slalom nella difesa avversaria stile coltello caldo nel burro.
A volte questo diventa un gol suo, altre un assist, altre ancora il segnale che da la sveglia ad una squadra solidissima ma a volte un po’ contratta.
Anni fa ne cedemmo un altro, di terzino brasiliano. Era abbastanza sconosciuto, cercammo di riprenderlo almeno 2-3 volte, col Real sempre a rispondere “picche”. Si dirà che Roberto Carlos era molto più giovane, ed è vero, però lo stesso non stiamo parlando di un giocatore in fase calante…
Maicon è arrivato nell’estate 2006, in questi 4 anni è cresciuto moltissimo tatticamente, ha imparato anche a difendere, magari a volte non è impeccabile nelle chiusure ma la difesa Julio-Maicon-Lucio-Samuel-Zanetti (o Chivu) è qualcosa che si vede raramente. Un mix fantastico di solidità difensiva e pericolosità nell’area avversaria.
La difesa (dicono) è la prima cosa che va registrata in una squadra, se non si hanno i Messi, per diventare vincente: bene, noi l’abbiamo impostata quando il Real pensò bene di “bocciare” Samuel, l’abbiamo messa a punto con Maicon e Julio ed in parte rinnovata con Chivu e Lucio in seguito.
Per quale motivo va smantellata in una delle sue colonne portanti? La risposta è semplice, dal punto di vista tecnico: NESSUNO.
Allora proviamo a considerare l’altro aspetto, che viene messo sempre sul piatto della bilancia, quello economico.
Una plusvalenza di una ventina di euro, in primis.
Niente male, si, ma per prendere il sostituto quanti ne verranno spesi? anzi, rettifico, per prendere un sostituto DI QUESTO LIVELLO.
Intanto bisognerebbe capire chi è il sostituto di pari livello a Maicon. Attualmente, nessuno, bisogna prendere un giocatore “di prospettiva”, o almeno una buona riserva di Santon, se davvero si vuole puntare sul giovane ferrarese reduce da una stagione ottima (la prima) ed una deludente (anche prima dell’infortunio). Mi permetto di dubitare di quest’ultima ipotesi, non credo che ora l’Inter voglia diventare il regno dello “speriamo bene”.
Allora in prospettiva chi ci mettiamo? Van Der Wiel non costa poco, ridurrebbe di molto gli effetti positivi della plusvalenza, con ciò riportando tutto il discorso su un binario squisitamente tecnico: lo scambio ne varrebbe la pena? Altro nome che gira è Aguirregarray… che però sarebbe da verificare in qualche club piccolo in Italia, prima di affidargli proprio quell’eredità. Almeno costerebbe relativamente poco, ma è appunto una scommessa. Bale è stato dichiarato incedibile dal Tottenham, il che rende la sua valutazione più vicina ai 20 che non ai 10. Ed è Bale, non Maicon.
Insomma, potremmo vedere altri nomi, di destri o mancini (ma Johnson mi fa ridere), ma non vedo nell’operazione nel suo complesso (cessione-plusvalenza-costo di sostituzione-differenza tecnica) un vero vantaggio economico, o anche quando c’è, è spropositato il rischio di flop.
Allora andiamo con la prossima favola che gira: “eh, ma l’anno scorso con Ibra ci è andata di lusso”. Certo, con tutti i distinguo del caso però: Ibra era potenzialmente visto come un rompipalle, in campo ed in spogliatoio, in più voleva andarsene lui. Ma soprattutto il Barça oltre ad offrire i soldi necessari per comprare Lucio, Sneijder, Motta e Milito, dava in cambio un certo ETO’O. Ad avere in cambio, per Ibra, solo denaro, ci sarebbe stata la corsa al rialzo del prezzo di ogni nostro obiettivo in attacco. Non sono dettagli.
Altro distinguo: non è che se ti va bene una volta, devi per forza sempre dar via qualcuno. O quantomeno, non i migliori. Non si può fare cassa con il pur simpaticissimo Muntari, per le esigenze che abbiamo? Anche perchè magari tra 12 mesi ci si trova come Ibra la sera del 28/04 o del 22/05.
A pensare cioè “avrò mica fatto la scelta sbagliata?”
Ecco, per tutti questi motivi, io che non ho fatto alcuna barricata contro il passaggio di Ibra al Barça (anche se mi dispiaceva eccome) ritengo di potermi idealmente stagliare davanti alla platea degli interisti, ma soprattutto rivolto verso Massimo Moratti e Marco Branca, fino a quest’anno impeccabili, e come novello Fantozzi pronunciare riadattata la mitica frase…
Non è necessario fare altrettanto casino dopo, però, sia chiaro, che nonostante tutto, non sarà “Crisi Inter”.
Sarà solo una cagata pazzesca.
scritto da Vujen il 15 giugno 2010 alle 15:37
Ci siamo. Da oggi, Martedì 15 Giugno 2010, ore 12.00, è iniziato ufficialmente il nuovo corso della società nerazzurra. Dal Magnifico e Tripletiano Mourinho, il testimone passerà in mano a Rafa Benitez, ex allenatore del Liverpool e del Valencia, e personaggio molto molto diverso dal vulcanico tecnico lusitano.
Ma come sarà strutturata la nuova Inter? Possiamo per ora, all’inizio della sessione estiva di calciomercato, fare delle ipotesi più o meno probabilistiche. In ogni caso credo sia intelligente separare l’aspetto più tecnico/tattico dall’aspetto mediatico, nell’analizzare le probabili novità nerazzurre per l’anno 2010/2011.
Per quanto riguarda l’Inter sul campo, iniziamo subito col dire che un allenatore più indicato di Benitez, per proseguire le caratteristiche di gioco che Zanetti e compagni hanno utilizzato nell’ultima parte della scorsa stagione, non si poteva trovare. Il perché è presto detto: il marchio di fabbrica del combattivo L’Pool che eravamo abituati a vedere è proprio quel 4-2-3-1 tanto dolce ai colori nerazzurri. È ovvio quindi che l’input iniziale di Benitez sarà l’input finale di Mourinho, nel segno di quella continuità tattica tanto voluta dai vertici dirigenziali nerazzurri (ed a ragione, credo di poter dire a nome di tutti).
Proprio questo sarà l’aspetto principale che andremo ad analizzare: sebbene il credo tattico rimanga pressappoco immutato, ci sono alcune differenze tra il gioco “mourinhiano” e quello “beniteziano” che vale la pena sottolineare: per prima cosa la principale differenza che salta all’occhio è la mentalità di squadra: l’Inter di Mourinho è stata un gruppo di calciatori che ha avuto, oltre ad un grandissimo sacrificio collettivo, anche l’istruzione precisa di non soffocare la genialità, l’individualità, la fantasia del singolo. Basti pensare alle azioni di Balotelli, ai dribbling di Eto’o ed alle discese di Lucio. Ecco, Benitez in questo è molto “sacchiano”, e molto distante dal portoghese. Lo spagnolo non lascia nulla al caso, e lo scopriremo presto, alle prime partite. Se già siam rimasti sorpresi (in positivo, ovviamente), dalle attenzioni di Josè, rimarremo ancora di più colpiti dalla profondità dei giudizi e degli ordini di Rafa. Proprio a causa di questo “soffocamento tattico” la nuova Inter sarà una squadra se possibile ancora più solida di quella precedente, ma d’altro canto perderemo qualcosa per quanto riguarda l’imprevedibilità in attacco. Diciamo, semplicisticamente, che forse ci annoieremo un po’ di più il prossimo anno, e che presumibilmente le nostre coronarie soffriranno leggermente meno.
Detto questo, voglio sottolineare che non dovremo aspettarci sicuramente un’Inter modalità “soldatini coreani”. Il gioco di Benitez è comunque funzionale ai giocatori in squadra, chiaramente, ed il Liverpool di questi ultimi anni non aveva grandi interpreti per quanto concerne il dribbling e la fantasia. Quindi, proviamo ad immaginare una squadra tatticamente simile ai Reds, ma chiaramente di stampo molto più mediterraneo, com’è normale che sia.
Ad esempio, il ruolo che negli anni è stato di Steven Gerrard, idolo ed icona di Anfield, sarà nella nostra squadra impersonato da Wesley Sneijder. Capite già come i due giocatori, oltre alla zona di campo in cui gravitano di solito, non hanno molto in comune. Roccioso, freddo, trascinatore il primo, sgusciante, fantasioso, imprevedibile il secondo. La funzione di Steven è sempre stata quella (quando è stato impiegato dietro le punte e non da interno di centrocampo) di “elastico” tra il centrocampo e l’attacco. L’inserimento e la facilità di tiro la sua dote principale, lo strapotere fisico una sua caratteristica. Wesley (per quanto abbia un gran bel tiro) ha nell’assist e nella visione di gioco i suoi punti di forza, e conseguentemente in fase di possesso palla il nostro gioco sarà obbligatoriamente diverso da quello visto precedentemente in Inghilterra. Anche in virtù del fatto che ci troveremo di fronte squadre chiusissime per lo più, e non, come nel Regno Unito, sempre disposte a giocarsela. Il Kuyt dell’Inter presumibilmente sarà Pandev (secondo me è un giocatore che farà impazzire di gioia Benitez), sempre ligio agli ordini tattici dettatigli dai propri tecnici. L’altro esterno, presumibilmente uno tra Eto’o e Balotelli, sarà invece più spiccatamente fantasioso ed offensivo. E fin qui nulla di nuovo rispetto all’Inter Mourinhiana. Il problema, se così vogliamo definirlo, è proprio la teorica (perché poi c’è da vedere) riluttanza del camerunense nel passare un altro anno a sbattersi sulla fascia al servizio della squadra. Tutto questo, chiaramente, al netto di eventuali cambiamenti di mercato di cui dovremo discuterne al momento opportuno (penso a Milito, ma anche a Mario ed Eto’o).
A centrocampo ci saranno invece delle piccole differenze rispetto al passato. Se Mou amava una coppia centrale dedita a metà tra l’interdizione e la proposizione, Benitez invece propende nettamente per una coppia di mediani che sia sbilanciata nella prima caratteristica. Due tipici medianacci mordi caviglie, che abbiano però anche medie abilità di palleggio (un po’, per capirci, la coppia Mascherano – Xabi Alonso). Proprio il possibile arrivo del capitano albiceleste servirebbe per formare, insieme a Cambiasso, una coppia centrale di assoluto affidamento. Con Motta e Deki (i cui spazi, in teoria, sarebbero molto ridotti) avremmo un reparto di primo livello, in relazione a quelli che sono i suoi compiti.
In difesa tutto dipenderà dall’eventuale partenza di Maicon. Se il terzino più forte del mondo rimanesse (secondo me, ad ora, c’è massimo un 25-30% di possibilità che ciò avvenga) tutto resterebbe inalterato. Se però il brasiliano partisse, dovremo obbligatoriamente affidarci al mercato per prendere un nuovo terzino di spinta, meglio se di prospettiva. I miei consigli in tal senso sarebbero due, a seconda della fascia in cui decideremo di intervenire: Bale del Tottenham a sinistra, e Van del Wiel (visto positivamente anche nell’ultima partita della nazionale olandese) a destra. Entrambi giovani, e con ottimi margini di miglioramento. Anche qui, comunque, non ci rimarrebbe che confidare nell’ottimo Branca.
Questo per quanto concerne l’aspetto tecnico-tattico. Poi (e con Mourinho abbiamo avuto l’esempio migliore che possa esserci) un tecnico moderno, un tecnico da Inter deve svariare ed essere quadrato anche al di fuori del campo di gioco. E qui a mio avviso il paragone con Mou è un po’ impietoso (ma lo sarebbe stato indipendentemente da Benitez o meno). Ma il problema principale, secondo me, è proprio nella natura dialettica dello spagnolo. Rafa non è molto un tipo da “opposizione”, come invece era (ed è) Josè (ed infatti ho moooolti dubbi sul suo futuro operato madrileno), è più un tipo da “squadra cullata e tranquilla”. Onestamente non ho visto molte conferenze stampa di Rafa in passato, lo ammetto, ma quelle in cui ho avuto la fortuna di imbattermi non mi son rimaste impresse per la profondità delle sue dichiarazioni. Per carità, si può vincere anche senza fare fuoco e fiamme in sala stampa ogni settimana, ma io credo (è la mia personalissima opinione, non di certo una verità assoluta) che nel caso dell’Inter è un pelo più facile vincere avendo l’aiuto verbale di un uomo che tuteli i propri tifosi ed i propri giocatori, oltre che chiaramente il proprio operato.
Dopo aver visto solo la conferenza stampa di presentazione, comunque, ad oggi abbiamo solo una cosa da dire: Benvenuto nella tua nuova casa, Rafa.
scritto da Grappa e Vinci il 15 giugno 2010 alle 4:13
Come diceva Agenore Stalking, noto poeta e drammaturgo che mi sono appena inventato, “la cacca per alcuni è solo un puzzolente scarto del nostro organismo, mentre per altri è l’ingrediente fondamentale per far crescere ortaggi robusti e saporiti”. L’esordio dell’Italia al mondiale viene accolto dai disadatti ai lavori con discreta soddisfazione, sebbene almeno tre giocatori dell’undici titolare non siano praticamente scesi in campo e i tre subentrati abbiano avuto un impatto sulla partita pari a quello che avrebbe Biscardi su un’orgia tra superdotati. Ma andiamo con ordine.
Lippi, novella Penelope, attende ancora Pirlo, il suo Ulisse. Nel frattempo, al posto della mitica tela, disfa la squadra: mostrando coraggio da leone, lancia il temibile trio Pepe-Marchisio-Iaquinta dietro alla bocca di fuoco Gilardino. La batteria di trequartisti della Juve del futuro spaventa i paraguaiani, gentaccia che si permette di tenere in panca un signore dal cognome nobile come Rodolfo Gamarra.
Sulla sinistra, Iaquinta è come il Pd: non fa niente, non affonda mai e, appena può, rientra verso destra e spara un paio di cazzate. Dall’altra parte, Pepe perde praticamente ogni pallone che tocca, ma fa un tale casino che nessuno se ne accorge, e anzi, alla fine passerà anche per uno dei migliori. Al trentesimo, Cannavaro rilascia un’intervista all’Independent dove dichiara che “Rocky IV” ha parlato solo degli aspetti negativi dell’URSS, accusando Stallone di aver lucrato sul popolo sovietico. Distratto dalle consuete brillantissime dichiarazioni, sulla prima pallonata giunta nella sua area concede ad Alcaraz – che con questo nome vuole evidentemente ricordare al capitano quale sarebbe il posto giusto per lui – quei quattro-cinque metri che gli servono per prendere la rincorsa, mirare ed appoggiare comodamente in rete.
Il Paraguay è in vantaggio, ma basta ascoltare per un minuto Civoli (chiamato misteriosamente “Bruno” per tutto il tempo) e Bagni per accorgersi di come in realtà l’Italia stia ben giocando, nonostante l’occasione più nitida sia stata uno sputazzo di Iaquinta finito di poco a lato.
Finisce il primo tempo, e nella geniale mente del guru Lippi cominciano a intrecciarsi schemi, varianti tattiche e sostituzioni risolutive. Dopo quindici minuti di intensa concentrazione, il mister sforna la mossa che manderà in bambola i paraguayani e l’intero Sudamerica: giunto faccia a faccia con i suoi, ordina a Pepe e a Iaquinta di scambiarsi di fascia. Sconvolti dalla pensata di Marcello, gli uomini di Martino, osservando i due frombolieri mentre invertono i loro ruoli, strabuzzano gli occhi e spalancano la bocca, palesando meraviglia mista a terrore. Disperati, si girano verso il loro commissario tecnico, che però li guarda sconsolato, come a dire “ragazzi, è un genio, mi ha fregato”. Buffon, fermato dal cagotto, viene sostituito da Marchetti.
Inizia la ripresa, ma nessuno se ne accorge: per una buona ventina di minuti, infatti, non succede niente. A casa, sono tutti convinti che stiano andando in onda gli highlights del primo tempo, mentre allo stadio sono troppo impegnati a suonare le trombe, a battere le mani e a guardare per aria. Finalmente, Lippi scuote la folla dal torpore con un’altra mossa micidiale: dalla panchina si alza lo scattante Camoranesi, reduce da una stagione da iradiddio nella Juve di MaraDiego. D’altra parte, il pareggio bisogna trovarlo, e chi meglio di uno che sente fortissimamente la maglia come Mauro per andare alla riscossa?
 "Usain" Camoranesi: corre i 9,58 metri in 100 secondi netti
La mossa sorte subito gli effetti sperati: Pepe calcia un comodo angolo destinato sulle mani del portiere paraguayano, che però in qualche modo riesce a cannare l’uscita permettendo a De Rossi di mettere dentro il pareggio. A questo punto, ci si attende che la gara si accenda: i sudamericani potrebbero sfruttare il loro paventato grande potenziale offensivo, mentre gli azzurri dovrebbero cercare la vittoria sfruttando l’inerzia della gara, tornata dalla loro parte. Le attese, però, vengono smentite: i quattro centravanti paraguayani mettono insieme, sì e no, un paio di corse a vuoto e migliaia di bestemmie in guaranì, mentre l’Italia continua nel suo sterile possesso palla, affidandosi alle litigate col pallone e col campo di Pepe e a Camoranesi che insegue fiducioso il secondo giallo. Cannavaro, approfittando della fase di stallo, attacca duramente “Pocahontas”, colpevole di raccontare una verità parziale e diffamatoria sui coloni inglesi.
Dopo un lento trascinarsi, scosso solo da un bel tiro di Montolivo – che risulterà l’unico italiano ad aver tirato in porta – arriva il fischio finale. I commentatori sono soddisfatti, il ct è soddisfatto, i giocatori sono soddisfatti, manca un po’ di cattiveria, la prima partita è la più difficile, e via così.
I campioni del mondo in carica dimostrano così di non essere delle colossali merdacce, soddisfacendo i propri tifosi. Tutti contenti, quindi, anche se gli azzurri non tirano mai in porta e prendono un gol da gonzi sull’unica palla entrata nella loro area durante i novanta minuti, pareggiando contro una squadra che faticherebbe a qualificarsi in qualsiasi altro girone.
D’altra parte, ognuno il proprio bicchiere e/o la propria cacca se li vede come vuole.
scritto da Mr Sarasa il 14 giugno 2010 alle 11:06
Ecco a voi i miei personalissimi et insindacabili (facciona) 10 motivi per tifare Olanda:
1) Wesley Sneijder, che mi piacerebbe veder sollevare altri trofei quast’anno anche quando non indossa i sacri colori.
 Wesley con qualche capello in più e tre tituli in meno...
2) Robin Van Persie e Gregory Van Der Wiel, che magari un giorno, nei miei sogni calcistici…
3) Non è (più) allenata da ex giocatori del milan, quindi zero rischio di traslazione mediatica della vittoria da parte dell’astronave madre.
4) La traslazione di cui sopra non dovrebbe essere possibile nemmeno per Seedorf (a casa) ed Huntelaar (panchina). Ma se anche Huntelaar giocasse e segnasse, visto quante gliene han dette quest’anno, dovrebbero averci la faccia come il culo ad esultare con (per) lui.
5) Sylvie Meis e Yolanthe Cabau Van Kasbergen, rispettivamente moglie di Rafael Van Der Vaart e futura moglie del nostro Wesley.
 La coppia di fantasiste dell'Olanda.
6) Ellen Hidding (che poi è il motivo “5″ declinato al passato prossimo)
 La migliore commentatrice tecnica Oranje
7) in porta non c’è più Van Der Saar.
8) perchè hanno un gioco fantastico.
9) Per i quadri di Van Gogh.
10) …in Olanda xè legal… (cit.)
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…ed i 10 per cui tifare contro l’Italia (o almeno astenersi dal sostenerla):
1) Maaar-ceeel-looo-lippivaccagar…
2) il blocco juve (ampliato pure a PEPE, che non è un suono di brasilera memoria)
3) Capitan Caccavaro, le sue siringhe ed i suoi “consigli” di inizio stagione a Santon. E soprattutto per tutto il resto, telefonate incluse…
4) le esclusioni eccellenti, decise più per antipatia (o eccesso di riconoscenza verso altri) che non per meriti
5) Abete e le sue figure
6) perchè nella FIFA a rappresentare l’Italia sta ancora Carraro, ed è aggregato anche se informalmente alla spedizione azzurra.
7) perchè così Calderoli tace, anzichè sproloquiare pure dei premi Fifa, di cui verosimilmente non sa nulla.
8) perchè dopo aver esultato per una vittoria 4 anni fa, ho voglia di esultare pure per una sconfitta.
9) per quegli ani-mali che “non esistono negri italiani”
10) perchè “pooo-popopo-po-pooo-po” quattro anni fa mi ha rotto quasi quanto le vuvuzuelas ora. Quasi.
scritto da Nk³ il 12 giugno 2010 alle 15:18
Spesso si dice che il Mondiale rappresenta la vera essenza del calcio, assegnando a questa manifestazione un valore sportivo e morale forse superiore a quello reale. Eppure, mai come quest’anno, rischio di andare vicino alla comprensione di questa frase.

Premessa fondamentale del discorso: la dichiarazione di tifo. Anzi, di non tifo. Senza ovviamente mettere in discussione il fascino e l’importanza del Torneo per eccellenza, non posso nascondermi dietro a un dito. L’Italia è l’Italia, e non posso odiarla o addirittura gufarla. Sono cresciuto con un codino di riccoli neri che rimbalzava su quella maglia azzurra, e i ricordi che mi porto dietro sono di una intensità unica. Non riesco ancora a non emozionarmi nel vedere Gattuso (no, Cannavaro no) alzare al cielo di Berlino quella statuetta d’oro. D’altra parte, molto onestamente, gli uomini che oggi portano avanti questa squadra non possono avere il mio appoggio e il mio sostegno. Non tanto i calciatori (si, ok, Cannavaro a parte), quanto quel concentrato di spocchia, arroganza, nefandezze, affari personali e malcelato fastidio nel vedersi considerato semplice essere umano che siede, oggi, sulla panchina degli Azzurri. Ecco, senza andare ad elencare tutti i singoli motivi -dalla A di Andrea (Barzagli) alla Z di Zambrotta-, io ad uno così il mio appoggio non posso darglielo, in nessun caso. Niente gufaggio, dunque, ma soprattutto niente tifo per questa Nazionale.
E niente tifo, inevitabilmente, per nessun’altra squadra, perchè al di là di semplici simpatie (l’Inghilterra, l’Argentina, l’Olanda) la “scintilla” del tifo è qualcosa che si accende o no, che hai o no, e che non puoi decidere di mettere su a piacimento.
Un torneo, 32 squadre e totale assenza di tifo.
La situazione ideale per una introspezione di quelle vere. La situazione ideale per valutare, per capire, per vedere quanto calcio riesci ad assorbire senza essere trascinato dal cuore. Quanto riesci a interessarti, quanto riesci ad appassionarti, quanto riesci a seguire. La situazione ideale per riscoprire quanto ti piace il Football. Per apprezzarlo, per riavvicinarti, per provare a risposarlo dimenticando, per un attimo, le italiche porcherie.
Ecco cosa rappresenterà questo Mondiale per me, ecco cosa potrebbe essere: lo seguirò? Mi ci appassionerò? Sì, ovvio. Il punto è: quanto riuscirò a farlo? Mi fermerò al gossip sportivo, schernendo le improbabili gesta di discutibili attori come Cannavaro, Domenech e Maradona? Ricercherò solo il piacere degli occhi, la bellezza tecnica di Cristiano Ronaldo, la perfezione stilistica di Leo Messi? O magari andrò a un livello più approfondito e mentale, studiando il calcio di Capello e Dunga? O, infine, riuscirò a riconciliarmi con il Football, quello vero, quello di Svizzera-Honduras e Ghana-Australia?
Beh, i primi indizi vanno in una direzione ben precisa. Quell’auricolare nascosto sotto la camicia al lavoro per ascoltare la telecronaca di Sud Africa-Messico e l’ammirazione per le (rarissime) belle azioni viste in Uruguay-Francia sembrano segnali inequivocabili.
Il Football (no, di chiamarlo calcio non mi riesce). Il suo significato, la sua magia. La sua vera essenza, si diceva all’inizio.
Ecco cosa vedrò nel prossimo mese. Ecco cosa cercherò di capire.
Il Football.
Le bassezze del calcio di casa nostra, per una volta, aspetteranno.
Forse.
scritto da SNIS il 11 giugno 2010 alle 12:21
Come più volte ribadito, questa è stata una stagione absolutamente fantastica (cit.). Abbiamo realizzato un incredibile ed inedito “triplete”, abbinando alla conquista dei due titoli nazionali la vittoria della Champions League, trofeo che mancava nella nostra bacheca da troppi anni.
Personalmente, nonostante sia trascorso diverso tempo, non passa giorno in cui non riveda immagini o ripensi ad alcune delle partite della meravigliosa cavalcata a cui abbiamo assisto quest’anno. I due derby, la partita di Kiev, l’incredibile rimonta-sorpasso ai danni del Sie na nella diciannovesima giornata, la finale di Coppa Italia dell’Olimpico, il 3-1 al Barcellona, la vittoria casalinga con i goBBi in un inusuale match del venerdì sera, l’assedio del Camp Nou, l’ultima giornata a Siena, la finale di Madrid, sono solo alcune.
Normale direte voi, ma c’è una cosa però che più di tutto mi sorprende: inebriato dal sapore della vittoria, non sono ancora riuscito ad interessarmi al resto. L’addio di Mourinho, i mondiali imminenti, le possibili partenze di alcuni nostri giocatori, il paventato arrivo di altri, la ricerca del nuovo allenatore, mi lasciano quasi indifferente. Assisto agli eventi quasi da estraneo, come se tutto ciò non mi tangesse. Sono completamente assuefatto dalla stagione appena terminata e dai trofei conquistati. E se devo essere sincero, la cosa non mi dispiace affatto, visto che me la sto godendo, alternando cene e pranzi di festeggiamento. Il tutto alla faccia dei gufi-rosiconi.
Nella mia mente restano indelebili i ricordi e le emozioni legate ad alcuni di quei matches, vissuti sia davanti alle tv che dagli spalti di uno stadio. Ed ogni volta che ci penso mi viene la pelle d’oca e non posso fare a meno di emozionarmi. Rivivere le gioie, le ansie, le preoccupazioni, le esultanze per un gol o un rigore parato, adesso ha un sapore dolcissimo. Rendersi conto di aver, seppur indirettamente, preso parte a questa incredibile impresa, mi rende estremamente orgoglioso di essere interista. E, come me, tutti quelli con i quali l’ho condivisa. Perché tifare Inter, nel bene e nel male, ti segna per la vita. E’ qualcosa di inspiegabile, che viene da dentro, impossibile da reprimere. Quella maglia è una vera e propria seconda pelle, che ti condiziona e ti sconvolge, sino al punto di arrivare a programmare la vita di tutti giorni in funzione degli impegni della squadra. Spendere l’equivalente di uno stipendio per abbonamento, biglietti e trasferte, andare in ufficio dopo aver dormito poco più di due ore, rimanere sugli spalti di S.Siro ad una temperatura di –11, prenotare un volo da Lisbona a Milano semplicemente per vedere una partita in un pub, aspettare sino all’alba l’arrivo dei ragazzi allo stadio o davanti alla tv, ne sono la dimostrazione tangibile. Si, perché queste cose sono successe davvero. Se non fossi in buona compagnia sarei preoccupato per il mio stato mentale, ma in questi anni ormai ho potuto constatare che di malati come me ce ne sono tanti. Perchè c’è addirittura chi, dopo aver vinto sul campo uno scudetto atteso per diciotto anni, arriva a tatuarsi sulla pelle, indelebilmente e per sempre, il simbolo di questa incrollabile fede, per poi quattro anni dopo completare l’opera con l’aggiunta del tassello della Champions.
“Perché noi l’Inter l’abbiam dentro al cuore, è la mia vita, è l’unico mio amore!”. Proud to be Inter!
scritto da Nk³ il 9 giugno 2010 alle 10:05
Mancava solo l’ufficialità, ora si può dire che è arrivata anche quella: Rafael Benitez Maudes è il nuovo allenatore dell’Inter.
Nato a Madrid nel 1960, inizia a giocare da centrocampista nelle giovanili del Real a soli 12 anni e vi rimane fino a 21, senza riuscire mai ad arrivare in prima squadra. Matura la consapevolezza del fatto che non è il calcio giocato la sua strada e decide di dedicarsi all’Università, lasciando però lo spazio per due brevi esperienze a livello locale nel Parla e nel Linares. A 26 anni lascia definitivamente il calcio giocato e inizia la carriera da allenatore, ancora una volta nelle giovanili del Real, ancora una volta dedicandosi alla squadra della sua città per nove anni: nel 1995, poi, il tanto atteso debutto nella Primera Divisiòn. Una salvezza tranquilla conquistata con il Real Valladolid, poi un anno in Segunda Divisiòn alla guida dell’Osasuna e due anni e una storica promozione conquistata all’Extremadura. Dopo un anno di pausa un’altra promozione, stavolta con il Tenerife, lo porta all’attenzione dell’ambiente calcistico spagnolo e gli consente l’accesso alla prima grande chance della sua carriera: il Valencia.
Era difficile per Los Che immaginare risultati migliori di quelli ottenuti sotto la gestione Cùper, con due finali di Champions consecutive. Eppure Rafa Benitez porta tutti a ricredersi: dopo 31 anni la squadra torna a trionfare nella Liga. E per due volte: 2002 e 2004, anno in cui arriva anche il trionfo europeo che fa del Valencia l’unica squadra ad aver vinto sia la Coppa delle Fiere che la Coppa UEFA. Nell’albo d’oro del trofeo Benitez segue Mourinho, in un incrocio a quei tempi irrilevante ma che diventerà fonte di lunghe discussioni negli anni successivi.
Con il trasferimento di Rafa a Liverpool, infatti, gli scontri con il tecnico di Setubal diventano frequenti e ricchi di spunti polemici. Benitez diventa uno dei bersagli preferiti di Mourinho, che probabilmente non digerisce il fatto di trovarsi di fronte all’unico collega capace di batterlo per ben 5 volte, che su un totale di 57 sconfitte subite dal portoghese in carriera è un numero sufficiente per eleggere Rafa vera bestia nera del Vate di Setubal.
Il passaggio in Inghilterra rappresenta comunque la definitiva consacrazione nella carriera di Benitez. Dopo un inizio stentato che lo porta sull’orlo dell’esonero già a gennaio, il suo Liverpool decolla fino a conquistare un discreto quinto posto in Premier e soprattutto la vittoria della Champions League (di nuovo dopo Mourinho), in quello storico 25 maggio 2005 ad Instanbul che i tifosi italiani -chi per un verso chi per l’altro- non dimenticheranno mai. L’anno successivo arrivano la Supercoppa Europea e la Coppa d’Inghilterra, quello seguente c’è il Community Shield. Ma è dai piazzamenti che si può analizzare l’esperienza inglese di Benitez, è dai piazzamenti che prendono forza, paradossalmente, tanto i suoi sostenitori quanto i suoi detrattori.
Dopo la vittoria in Champions, infatti, Benitez subisce dapprima una brutta eliminazione agli ottavi ad opera del Benfica, salvo poi iniziare ad inanellare una serie di risultati di tutto rispetto: finale, semifinale e quarti, prima dell’ingloriosa eliminazione arrivata nell’ultima stagione addirittura ai gironi. La Premier, dall’altra parte: detto del quinto posto iniziale, arrivano poi due terzi, un quarto e un secondo posto (prima del settimo dell’ultimo anno) che portano il Liverpool a essere unanimamente riconosciuta come una delle “grandi” della Premier League senza però vederlo mai trionfare. Ed è questo il peccato che Benitez sconta agli occhi della Kop e dei (disastrosi) vertici societari: in una piazza “abituata” ai trionfi europei l’astinenza di una vittoria in patria lunga 20 anni non è ammissibile. Le partenze lente e le esplosioni primaverili tipiche delle squadre di Rafa non saranno mai digerite dai tifosi inglesi, che nell’estate appena iniziata si sono separati da lui con dolci e bellissimi ricordi e tanta riconoscenza, ma senza troppi rimpianti.
Inizia quindi oggi la stagione di Benitez all’Inter, il primo tecnico “normale” dopo anni di “speciali”.
Non c’è la fiamma della passione che brucia nei cuori nerazzurri e probabilmente neanche in quello del Presidente, ma forse è proprio questo il definitivo salto di qualità mentale fatto dalla squadra: non abbiamo più bisogno del condottiero, non abbiamo più bisogno del paladino. Ora ci basta un allenatore che sappia fare il suo mestiere e che sia cosciente del fatto che sarà lui a diventare grande con noi, che saremo noi a dare quel tocco in più al suo lavoro.
Restare tra le prime in Europa, continuare a vincere in Italia: questi sono gli obiettivi che è chiamato a raggiungere Benitez. Confrontarsi ancora una volta con il fantasma di Mourinho e ancora una volta non farlo rimpiangere.
E magari stavolta, con questa grande squadra ai suoi ordini, riuscire a batterlo definitivamente.
Benvenuto tra noi, Rafa.
scritto da Mr Sarasa il 7 giugno 2010 alle 15:56
 La... terza passione di Valentino...
Non ci ero abituato, o meglio, non potevo esserci abituato.
Seguendo il Motomondiale dal 1998 (quando ancora le classi si chiamavano 125-250-500 ed i piloti forti non erano solo italiani o spagnoli.. sembra una vita fa), una domenica di gare ma senza Rossi non l’avevo mai vista, perchè semplicemene non c’era mai stata.
Certo, ci sono state anche in passato giornate (poche) abbastanza amare per per il dottore, con cadute quando meno te l’aspetti (una su tutte: quella all’ultimo atto del mondiale 2006), malanni della moto o altri contrattempi… però così no, insomma.
Peraltro, oltre al danno la beffa, la prima gara saltata in 14 anni di Mondiale è sulla pista di casa, l’incidente più grave sul circuito che lo ha visto vincere più volte…
Non c’ero abituato insomma, ma siccome anche oltre al dottore questo sport non fa venire esattamente il sonno, ho guardato lo stesso la gara del Mugello. Niente gara 125 e Moto 2, perchè avevo altro da fare, tv acceso direttamente alle 13:30. Toni dimessi, da parte di De Adamich, che inoltre prova a tutti i costi a guardare il bicchiere mezzo pieno, o comunque non del tutto vuoto: gli escono due perle degne di un semiprofano delle corse (“forse poteva andargli anche peggio” e “in fin dei conti, la gamba destra è l’arto meno importante per chi guida in moto”, come se si potesse correre facendo le pieghe col gesso, perchè tanto è la destra…), ed invece è la faccia storica di Gran Prix… segno che sta roba li ha mandati proprio per bene in pallone.
Fanno rivedere l’incidente, per fortuna non ho visto in diretta, meglio averlo letto prima penso.
Vari piloti con cartelli e messaggi allo “spettatore in più”… una dose di paraculaggine ci sarà di sicuro, però il 99% di questi ragazzi più o meno giovani deve fare un monumento a Rossi, per aver reso il motomondiale un fenomeno mediatico di massa, il restante 1% è Capirossi che può limitarsi ad una targa, visto che famoso lo era già prima di Vale, non mi stupisco insomma se quasi tutti hanno un pensierino. Certo qualcuno di pensierini già ne ha pochi normalmente, quindi non mi stupisco nemmeno della loro “non partecipazione”.
Chiama Rossi, e sono due telefonate che danno la dimensione del personaggio: la prima, quella a Meda & Reggiani (altri due “riconoscenti”, come minimo, per conto proprio e per conto dell’azienda…), mostra tutto il lato guascone di Valentino, pur bloccato a letto (“speriamo che non vinca nessuno” ed “ho un buon rapporto con la morfina”), la seconda invece, diffusa all’interno del circuito dagli altoparlanti, è semplicemente un momento collettivo: vedo gente che si commuove, chi cerca le telecamere per mandargli un bacio, un saluto, chi mostra la sua bandierina, il suo cartello…
Seppure magari non arrivo a certi eccessi, non sono del tutto insensibile, li capisco, c’è il grande rammarico per quanto successo sotto i loro occhi, il sollievo perchè comunque il Campione sta bene, e vuole tornare quanto prima, il desiderio di fargli sentire tutta la vicinanza possibile… in una parola, tifo.
Poi la gara finalmente parte, logicamente non riesco a tifare per qualcun’altro, quindi guardo semplicemente cosa succede.
C’è Pedrosa che sembra tornato il dominatore di qualche stagione fa (in un’altra categoria), Lorenzo e Dovizioso che dan vita ad un bel duello, Stoner e Melandri che confermano di non valere, tuttosommato, più dei semidebuttanti Spies e De Puniet… Hayden cade (e per un attimo credo che sia, come d’abitudine, il suo compagno di squadra…), Simoncelli esce di pista e poi fa una buona rimonta, due vecchie volpi come Capirex e Colin Edwards restano lontani dai riflettori.
Una gara stranissima nella sua normalità, insomma, quasi una gara da 250.
Quelle che di solito guardo dicendomi “si, bravi, però dopo c’è la Gara Vera…”.
Torna presto, valerossi, che questo sport di sicuro può continuare anche senza di te, ma perde un po’ di gusto. Un po’ tanto.
scritto da Nk³ il 7 giugno 2010 alle 10:37
E’ stato l’anno dell’infamia, per Giacinto. L’anno della vergogna, o meglio della non-vergogna di chi pur di scrostarsi di dosso qualche piccolo schizzo di fango, di importanza infinitesimale rispetto ai quintali di melma di cui è ricoperto, non ha esitato ad aggrapparsi a tutto, ad accusare tutti, ad infamare la memoria di chi, in confronto a questi nani, era un Gigante.
Non vogliamo rivangare quegli episodi, non vogliamo parlare delle reazioni, non vogliamo aprire l’ennesima discussione su calciopoli. Vogliamo solo dedicare un pensiero a Giacinto. Un pensiero d’amore, un pensiero commosso. Il pensiero che si rivolgerebbe ad un padre.
Un pensiero di gioia e di felicità.
Perchè non crediamo sia un caso che proprio quest’anno, proprio quando i “nemici” lo infamavano, l’Inter abbia ottenuto i risultati che conosciamo. Voi lo avete attaccato, lui vi ha risposto schierandosi ancora, come sempre, al nostro fianco. E noi schierati al suo, con gli occhi ancora gonfi di lacrime e il cuore colmo di gioia. Il triplete è la risposta di Giacinto. Questa è la sua rivincita.
Ottenuta sul campo, come piaceva a lui.
Queste vittorie sono tutte tue, Giacinto.

PS: le dediche e i ricordi che hanno scatenato queste vittorie sono state tante. Io, scusandomi per la maniera impropria, approfitto di queste due righe per mandare un saluto al Lupo, che ha deciso di lasciarci troppo presto pur di avere un posto in prima fila a Madrid. Eccola la nostra Inter, Lù. Goditela.
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