scritto da il 24 maggio 2010 alle 2:09

AMIAMOLA!

scritto da il 23 maggio 2010 alle 13:43

Bentornata!

scritto da il 23 maggio 2010 alle 4:33

La notte ha colori meravigliosi

Cielo nerazzurro

Spero che l’Autrice della foto mi perdonerà per quest’uso forse non autorizzato, ma sicuramente appropriato.

Grazie, Inter.

scritto da il 22 maggio 2010 alle 23:02

Siamo nella Leggenda!

…A colori!!!…

scritto da il 22 maggio 2010 alle 16:30

Sogno e ossessione

E’ stato Josè Mourinho a usare per la prima volta queste due parole a proposito della finale di Champions. Ve lo ricordate? Il sogno dell’Inter contrapposto all’ossessione del Barcellona. La loro disperazione, la loro assoluta necessità di vincere, la loro ossessione di alzare la Coppa nel cuore di Madrid, nella tana dei rivali di sempre. E dall’altra parte noi, divertiti, tranquilli, quasi rilassati, consapevoli di aver fatto già tutto il nostro dovere e all’inseguimento di un sogno che fino a pochissimi mesi fa chiunque avrebbe catalogato sotto la voce “utopia” senza pensarci un attimo. E invece eravamo lì, e ci siamo ancora.

Sogno e ossessione. Ancora una volta la contrapposizione si ripropone. Ci siamo sempre noi, con il nostro Sogno Europeo, mai così concreto, mai così leggero, mai così onirico. Ci siamo noi, travolti e stravolti dall’aura di Josè Mourinho e trasformati dal suo lavoro. Maledettamente competitivi, tremendamente convinti dei nostri mezzi. Ancora inebriati dal dolce sapore delle vittorie conquistate contro Chelsea e Barcellona, e nonostante questo pronti a giocarcela alla pari con un Bayern Monaco che sta vivendo probabilmente le nostre stesse emozioni. Noi e il nostro Sogno Europeo, noi e il nostro Sogno di fare un altro passo nella sala dei gioielli della Storia del football. Da una parte ci siamo noi, il Sogno è ancora il nostro. E dall’altra ci sono loro.

Dall’altra c’è il cameriere romanista che ti accoglie canticchiando “forza Bayern” con la voce tremante. C’è il tifoso juventino che mentre festeggiavi lo Scudetto iniziava a ripeterti ossessivamente “tanti, tantissimi auguri per sabato” (e ancora non ha smesso). C’è l’amico milanista che con gli occhi pieni di terrore fa “tanti complimenti all’Inter per aver vinto la Champions”. E guardandoli capisci. Capisci che dall’altra parte ci sono loro e la loro ossessione. La loro paura, il loro terrore. Un tarlo logorante. Non è come al solito, non credete: non lo fanno per esultare in caso di sconfitta, stavolta no. Stavolta sono decisamente oltre il classico ruolo da gufi. Stavolta sono terrorizzati.

Non saprebbero più cosa dire: sono passati da “non vincete mai” a “non vincete mai sul campo”, da “non vincete mai all’ultimo minuto” a “in Europa non fate una partita decente da anni”, da “in Europa comunque non contate niente” a “non ve la giocate da quarant’anni”. Ora gli è rimasto l’ultimo baluardo e non saprebbero come superarlo. Davvero, sono spaventati.

Sono disorientati: ci vedono al cospetto della Storia, in una partita che loro non hanno mai giocato e chissà se mai giocheranno. Non è una finale di Champions: è il biglietto di ingresso nell’Olimpo del football. Sono sgomenti al pensiero di vederci esultare ancora, e stavolta in maniera definitiva. Dall’altra parte ci sono loro e la loro ossessione.

Rieccola la dicotomia: Sogno e ossessione.

Il loro terrore e la nostra leggerezza. Il loro terrore è la nostra leggerezza.

Forse troppa leggerezza: è questo l’unico appunto che mi sento di fare ad un tifo interista che sta vivendo la settimana più esaltante di oltre 100 anni di storia. L’esaltazione per ciò che potrebbe essere si trasforma, inconsciamente ma pericolosamente, in esaltazione per ciò che è. Senza pensare che ancora non è nulla. Siamo “solo” Campioni d’Italia per la quinta volta consecutiva. Siamo in Finale di Champions ma non l’abbiamo già vinta, siamo a Madrid ma dobbiamo passare dal campo prima di poter salire nella Tribuna d’Onore del Bernabeu. E per salire in quella Tribuna dovremo sputare ogni briciolo di energia, dovremo lottare su ogni pallone, dovremo sudarci la vittoria prima ancora di conquistarla. Contro una squadra che non ci è certo inferiore, anzi: è come minimo al nostro livello.

Il Bayern Monaco si trova nella nostra stessa identica situazione. Ha vinto tutto quello che poteva, ha eliminato in maniera esaltate una strafavorita alla vittoria, si ritrova in finale un’avversario che non ritiene (a torto? a ragione?) essere il peggiore possibile: la nostra stessa, identica situazione. Eppure la Coppa al cielo la alzerà soltato uno. Mark Van Bommel o Javier Zanetti: uno dei due sarà in trionfo, l’altro avrà clamorosamente sbagliato a ritenere l’avversario più abbordabile di altri.

E’ la partita di Louis Van Gaal e Josè Mourinho, la partita di due Squadre che hanno vinto tutto e che vanno incontro al loro destino: dolcissimo per una, inevitabilmente amaro per l’altra. E’ una partita strana, irreale dal nostro punto di vista, perchè non abbiamo niente da perdere ma dovremo superare i nostri limiti. Dovremo superare la nostra pancia piena, dovremo superare quel muro che fermò anche la Grande Inter. E’ come noi dovrà superare i suoi limiti Josè Mourinho: lui, che il treble l’ha solo sfiorato; lui, imprigionato in una percentuale dorata ed inquietante. Una partita nella quale la forza assoluta dell’avversario conta solo relativamente, perchè in 90 minuti qualsiasi risultato è possibile, qualsiasi singola giocata può cambiare la storia del match, della Coppa, del Football.

Eppure tutto quello che dobbiamo fare è giocarla, questa partita. Semplicemente, con leggerezza. Dare il 100% di quello che abbiamo, non lasciare niente di intentato, cercare di portarla a casa e sperare di riuscirci. Giocando a calcio. Senza chiacchiere, senza polemiche, senza sospetti. Semplicemente giocando a calcio. Con la leggerezza di chi sa di aver fatto tutto quello che poteva. E senza ossessioni.

Quelle, ormai, sono tutte dall’altra parte.

scritto da il 22 maggio 2010 alle 3:22

L’importanza della Coppa Italia

Lo dico senza problemi e senza paura: sono uno di quei “pazzi” che ha sempre voluto lo Scudetto. Anche a finale di Champions conquistata, anche quando sembrava meglio risparmiare energie preziose per l’Europa: io volevo lo Scudetto. Le motivazioni? Varie, e tutte molto valide: per esempio il fatto che vincendo il quinto Scudetto consecutivo questa Squadra meravigliosa si è presa un posto d’onore nella storia del calcio italiano, un posto che nessuna Champions, nessuna Intercontinentale, nessuna impresa singola può darti. Un posto meritato, quasi doveroso. Un altro motivo? Il fatto che, vincendo, questa fantatica serie è rimasta aperta e può essere ancora -incredibile a dirsi- migliorata. C’era anche, marginale, il gusto di mettere in riga tutta la corte dei miracoli del calcio italiota, un calcio che mai come quest’anno ho sentito lontano da me e dalla nostra Inter, un calcio mai così ridicolo e privo di credibilità. C’era, soprattutto, la convinzione e la consapevolezza di aver già fatto abbondantemente il nosto dovere in Europa, di essere andati oltre le più rosee aspettative, di aver guadagnato una oggettiva aurea di non-criticabilità da questo punto di vista, Vittoria o no. “La Champions sarebbe solo una meravigliosa ciliegina su una torta ancor più bella”, dicevo.

E invece.

E invece è arrivata la Coppa Italia. La stupida, piccola, insignificante (solo quando la vincono gli altri) Coppa Itala. E’ arrivata quella furiosa partita di Roma, condita da uno dei soliti gol del Principe, a stravolgere tutto. Non sono state solo le mie emozioni e i miei pensieri a subire le conseguenze dell’ennesimo Portaombrelli (sempre quando la vincono gli altri) messo in bacheca: è stato tutto. Il senso di una intera annata semplicemente rivoltato dalla conquista della Sesta. Una stagione che poteva essere solo meravigliosa, solo fantastica, solo indimenticabile e che adesso, grazie a quella Coppa lì, rischia di diventare storica.

Bayern Monaco – Inter non è più solo una Finale di Champions League. Non è solo una partita che aspettiamo da quasi quarant’anni, non è solo l’ultimo atto di un trofeo che non alziamo al cielo da quasi cinquant’anni. Bayern Monaco – Inter è una partita che le nostre rivali storiche non hanno mai giocato e, forse, mai giocheranno. Bayern Monaco – Inter è un appuntamento con la Storia.

Quella stessa Storia con la quale in Italia viaggiamo sottobraccio ormai a qualsiasi livello, quella stessa Storia nostra compagna fedele, ora ci aspetta fuori dagli abituali confini. Niente più Italia, niente più Europa: ci sta chiedendo di dimostrare se meritiamo davvero di entrare a far parte dell’Olimpo.

Il treble.

Solo cinque Squadre nella Storia del football sono state capaci di completarlo. Solo cinque Squadre sono riuscite ad affiancare a Campionato e Champions anche la tanto bistrattata Coppa Nazionale. E poi noi.

Era il 1965, era la Grande Inter di Angelo Moratti e Helenio Herrera. Campioni d’Europa sul Benfica di Eusebio, Campioni d’Italia sul Milan di Rivera. E lei. Quella Coppa Italia persa solo in finale, quella Coppa Italia oggi già in bacheca. Quella Coppa Italia che fa la differenza fra l’eccezionale e la Leggenda.

Oggi, 45 anni dopo, ci è concessa una seconda opportunità. Molti non hanno avuto neanche la prima, pochissimi hanno avuto l’onore di un secondo appuntamento. Noi sì. Lo affrontiamo con consapevolezza e leggerezza, con il peso della Storia che incombe e con la tranquillità di chi sa di aver dato sempre e comunque tutto per questa maglia. Lo affrontiamo ben sapendo che tutto questo rientra nell’imponderabile del calcio, ben sapendo che per quanto forte potrà mai essere un’altra Inter non è detto che avrà una nuova opportunità. Il terzo appuntamento non c’è mai stato per nessuno.

E allora perdonami, Scudetto. Perdonami, Campionato. Perdonami, compagno fedele e fidato di cinque anni di successi e di trionfi. So che è solo grazie a Te che sto giocando questa partita. So che Tu per primo mi hai permesso di arrivarci, e Tu per primo godresti di un mio Trionfo. E quindi so che capirai.

Ti chiedo ancora scusa, però. Ti chiedo ancora perdono, ma io stavolta e per una volta sola…sì: io voglio la Coppa.

scritto da il 21 maggio 2010 alle 17:30

Settecento in uno

Per arrivare a giocare una Finale di Champions occorrono 12 partite. Ma c’è chi ne impiega 700.

zanetti2Anzi, 699. Ricordo benissimo quel pomeriggio estivo del 1995: ero nel salotto della mia vecchia casa (ne ho cambiate due da allora, e mi sono spostato di circa 500 chilometri) ad ascoltare distrattamente la televisione quando mio padre entrò nella stanza. Io, che avevo appreso la notizia qualche minuto prima, gli dissi “Abbiamo preso Rambert e Zanetti”. Mi chiese spiegazioni, gli risposi che il primo era un giovane attaccante argentino di cui tutti parlavano benissimo e che il secondo boh, non lo sapevo, forse un terzino…

Boh, non lo sapevo, forse un terzino. Ancora mi viene da ridere quando ripenso a quella scena. Il giovane attaccante argentino si rivelò un gran bluff, uno dei tanti, ma l’altro…Quello che a tutti gli effetti fu il primo acquisto per l’Inter di Massimo Moratti, si è rivelato per certi versi il più azzeccato. Inutile discutere di doti tecniche, disposizioni tattiche ed evoluzioni nel gioco. Ancora più inutile elencare tutti gli sconvolgenti numeri messi in fila in anni di Inter e tutti i record infranti. Quella che raccontiamo oggi è la storia di un uomo. La storia di Javier Aldemar Zanetti.

Una storia lunga 15 anni, una storia lunga una vita. Iniziata da semi-sconosciuto in un’Inter-Vicenza, con una partita che lo portò dritto dritto ad una maglia da titolare indossata in quell’agosto del 1995 e mai più tolta. Una vita in Italia per Javier, per la sua famiglia, per i suoi bambini. Così orgogliosamente argentino, così orgogliosamente attaccato alla sua nazione da non riuscire proprio a identificarsi nel paese in cui ha vissuto ormai metà della sua vita…e allora eccolo riversare tutto quell’attaccamento sui colori che indossa, ormai come una seconda pelle.

Prese la fascia di Capitano direttamente da Bergomi, Zanetti, e la tenne stretta sull’onda di una Coppa UEFA vinta anche grazie a un suo gol in finale. Fu costretto a lasciarla per un periodo brevissimo sul braccio di Ronaldo e ne soffrì da cani. Così come soffrì al termine della stagione 1999-2000, quando le cose non andavano, quando l’allenatore non lo vedeva, non lo voleva, non lo sopportava. Piovevano offerte da mezza Europa sul tavolo del suo agente. Offerte a cui è difficile dire di no. Un giorno chiama la Casa Blanca, chiama la più prestigiosa Società del mondo: vuole portare Javier a Madrid. Come negarsi? Come rifiutare? Impossibile.

zanetti3Era pronto a partire, Zanetti. Era pronto a lasciare la sua casa, aveva il contratto già firmato. Ma una maglietta puoi toglierla, la pelle no: fu al momento di sfilarsi definitivamente di dosso i Sacri Colori che Javier capì di non poterlo fare. Una telefonata, delle scuse sentite: “Perdonatemi, non posso farlo. La mia casa è l’Inter”. Un accordo tra galantuomini e un contratto strappato.

Inizia il periodo più duro per Javier, il periodo della responsabilità. Prima poteva passare come uno dei tanti, adesso non più. Aveva superato l’ultima prova: adesso lui e l’Inter erano una cosa sola, ed era chiaro che lo sarebbero stati per sempre. Il 2001, il 2002. Anni di sofferenza indicibile, anni di sconfitte e umiliazioni, anni di prese in giro. Anni in cui sembra di vivere un destino segnato e irrinunciabile, un destino contro il quale non si può lottare.

Anni in cui viene fatto oggetto di scherno e contestato dai suoi stessi tifosi. “Porta sfiga”, “è il simbolo di quest’Inter perdente”, “sonotuttefinali e non ne vince mai una”. Anni in cui continua a lavorare in silenzio, come al solito. Basta una considerazione per comprendere il ruolo di Zanetti in campo e fuori: dato sempre sistematicamente come riserva nelle formazioni estiva, finisce sempre con l’essere titolare inamovibile. Da 15 anni. Indipendentemente dal modulo, indipendentemente dall’allenatore, indipendentemente dai compagni.

Poi arriva il 2005. Quella Coppa Italia alzata al cielo dopo anni di digiuno. Non da lui: da Ivan Cordoba. Lui era stato costretto a saltare la finale da una convocazione della sua Nazionale, alla quale non ha mai detto di no. Il collegamento telefonico da Buenos Aires durante la premiazione è stato uno dei momenti più emozionanti della storia recente dell’Inter: in quella telefonata c’era tutta la commozione, tutta la gioia, tutto l’orgoglio di un Capitano che finalmente vedeva la luce. Finalmente vedeva tutti i suoi sforzi prendere senso, ed andare in una direzione ben precisa.

zanetti1Da allora non si è fermato più, Pupi: altre 2 Coppe Italia, 3 Supercoppe e la bellezza di 5 Campionati uno di fila all’altro, senza soluzione di continuità. 5 campionati da titolare, 5 campionati da Capitano con le partite saltate che si possono contare sulle dita di una mano. Passando per un record di presenze storico, 634 come Giacinto il Grande, per arrivare fino ad oggi.

699 partite disputate e una al termine della stagione. Un girone eliminatorio lungo 699 partite per arrivare alla sua prima Finale di Champions League.

Ci sarà un tempo per elencare i numeri, ci sarà un tempo per fare la conta dei record, ci sarà un tempo per ricordare. Oggi è il tempo di giocare.

Ci hai già dimostrato di sapere affrontare queste ricorrenze, Javier. La settecentesima ti aspetta, ed è la più importante. Vorremmo farti i complimenti, ma qualcosa ci trattiene. No, i complimenti non bastano: è un’altra la cosa che vogliamo dirti.

Grazie, Capitano.

scritto da il 21 maggio 2010 alle 1:53

Le vite parallele di Josè Mourinho e Louis Van Gaal

Josè Mourinho e Louis Van Gaal, nonostante le schermaglie dialettiche iniziate dal tecnico olandese da un paio di settimane, hanno molto più in comune di quanto non si creda.
Un percorso professionale a tratti simile, per esempio, e più in generale due carriere che ne testimoniano il carattere, la voglia di mettersi in gioco, la lettura delle situazioni contingenti ma soprattutto il loro essere VINCENTI.
Oppure, partendo dal principio, una carriera da giocatori che non è certo passata agli annali, per entrambi.
Il loro destino, nel football, non poteva essere legato a nomi quali “Royal Antwerp” (in Belgio), “Telstar”, “Sparta Rotterdam”, “Az Alkmaar”, “Rio Ave”, “Belenenses” o “Sesimbra”.
Certo, l’Olandese ci mette un po’ di tempo in più a capire la cosa, visto che giochicchia a medi livelli per 16 anni, contro i soli 7 del Portoghese.
Nel 1990, Mourinho inizia la carriera di tecnico in un club minore portoghese, l’Estrela da Amadora, sebbene non ancora come primo allenatore; più a nord, ad Amsterdam, l’ex calciatore Louis fa parte dello staff tecnico dell’Ajax.
Louis scatta, gli riesce un allungo: nel 1991 l’allenatore dei Lancieri Beenhakker, autentico giramondo del pallone, gli libera la panchina ed ha l’occasione di dimostrare la sua bravura come tecnico, e lui non se la lascia sfuggire. In 6 anni arricchisce la bacheca più prestigiosa d’Olanda con tre Campionati, una Coppa d’Olanda, tre Supercoppe, una Coppa Uefa ma soprattutto riporta L’Ajax sul tetto d’Europa, nel 1995, contro i campioni in carica rossoneri di Capello, con una banda di ragazzi terribili.
L’anno dopo, vinta pure l’Intercontinentale, riesce a ritornare in finale, perdendola contro la juventus ai rigori.
Nel frattempo, in Portogallo, abbiamo lasciato un giovane vice-allenatore in una squadra appena retrocessa, che proprio come il buon Louis non si fa sfuggire il treno che gli passa davanti nel 1992, anche se in confronto all’Eurostar biancorosso la sua occasione è al massimo un Intercity: un altro tecnico con la valigia, Sir Bobby Robson, allenatore dello Sporting, ha bisogno di un traduttore che però capisca qualcosa di calcio.
Questo giovane amante del calcio, con umiltà e lavoro si conquista il rispetto del tecnico Inglese, tant’è che quando inopinatamente lo Sporting licenzia Robson, lo segue al Porto (due campionati ed una Coppa di Portogallo) e poi, nell’estate del ’96, al Barça.
Quel Barça che targato Sir Bobby (con un certo Ronaldo in attacco) vincerà Supercoppa di Spagna, Coppa del Re e Coppa delle Coppe… il giovane tecnico Josè è l’addetto alle statistiche ed alla traduzione delle indicazioni di Robson dall’inglese al catalano (imparato per l’occasione), nessun paragone è possibile con il tecnico che ha vinto tutto alla guida dell’Ajax, ma appunto, continua ad imparare.
E le loro strade, finalmente, si incrociano nell’estate del ’97: Sir Bobby promosso General Manager, Louis alla guida dei Blaugrana, Josè ancora nello staff tecnico, alle statistiche.
In tre anni sono due Campionati, una Supercoppa Europea ed una Coppa del Re, con una squadra schierata con un singolare 2-3-2-3, pienamente integrato nella filosofia olandese-catalana del Club, votato allo spettacolo ed alla massima copertura del terreno di gioco. Certo, la presenza di campioni come Figo, Rivaldo, Kluivert, Guardiola, Luis Enrique, e tutti i nazionali olandesi importati (i fratelli De Boer, Cocu, Zenden, Reiziger), non fu un dettaglio, ma è sempre la stessa discussione: bastano i buoni giocatori, per vincere e dare spettacolo, o è anche il caso di affidarli a tecnici che ci mettano del loro?
Io personalmente sono per la seconda ipotesi, non so voi, resta il fatto che quel Barça era uno spettacolo da vedere.
Il secondo posto dietro ad un non irresistibile Deportivo la Coruna nella stagione 1999-2000, ma soprattutto la mancata ripetizione dei buoni risultati nazionali anche in Europa mentre contemporaneamente i rivali del Real vincevano due Champions League, segnano la fine della presidenza Nunez ma soprattutto del triennio di convivenza tra i due protagonisti di questa storia, non senza un curioso epilogo scoperto l’altro giorno sulla Gazzetta dello Sport: a fine stagione, in pieno clima di smobilitazione generale, Louis lascia a Josè, nel frattempo promosso guida tecnica del Barça “B”, il compito (ma chiamiamola pure seccatura, per l’affermato tecnico in procinto di diventare CT Olandese) di guidare la squadra in una competizione minore semi amichevole come la Coppa di Catalogna; torneo solitamente giocato con solo riserve e primavera, è il primo vero banco di prova per il futuro Special One, che convoca giovani canterani già nel giro della prima squadra come Xavi e Thiago Motta, ma soprattutto vince.
Il suo primo titulo, nonchè l’unico di quella stagione disgraziata del Barça.
Le loro strade si dividono, ma la ruota del Destino, della Sorte, di Eupalla, chiamatela come volete sta girando, impercettibile ai più quanto un bambino che nasce in una mangiatoia in un posto senza acqua, luce e gas. Il tecnico affermato, diventa Comissario Tecnico, il giovane allenatore inizia a camminare con le proprie gambe, cominciando dal Club più seguito del suo paese, il Benfica, e dopo pochi mesi per dissidi con la dirigenza passando all’Uniao de Leiria, che porta all’inaspettato 5° posto.
A Gennaio 2002, lascia il Leiria perchè chiamato sulla più prestigiosa panchina del Porto, che conduce al terzo posto in quindici partite di cui ben undici vinte, promettendo di vincere lo scudetto l’anno seguente.
Nel frattempo in Olanda Van Gaal subisce l’onta, da CT, di non riuscire la qualificazione degli Oranje ai mondiali del 2002, ed abbandona per dissidi fortissimi con i giocatori, molti dei quali già da lui allenati all’Ajax ed al Barça, sui metodi di lavoro.
E’ la stagione 2002-2003 a lanciare definitivamente il razzo-Mou in orbita, mentre l’astronauta alla deriva Louis tenta un ritorno al Barça che però dura mezza stagione, lontano parente della squadra di due anni prima e soprattutto senza Figo, Rivaldo e Guardiola e con molti giocatori del suo precedente ciclo ormai sul viale del tramonto.
Il Porto di Josè invece mantiene la promessa fatta dal suo tecnico 12 mesi prima, cioè di vincere il campionato, ma non si limita a questo: Coppa di portogallo ma soprattutto Coppa Uefa consegnano agli annali del Porto una stagione memorabile, se non fosse per quanto avviene l’anno seguente: Supercoppa di Portogallo, conferma in Campionato ed addirittura vittoria della Champions League, dopo aver eliminato tra l’altro il Manchester united.
Il maestro è in una più o meno forzata vacanza, l’allievo ha offerte da tutta Europa… il mondo si è capovolto in soli 4 anni.
La saga di Mou continua in Inghilterra, al Chelsea di Abrahmovic, la sfida è semplice: completare l’opera che il bizzoso magnate russo ha iniziato a colpi di acquisti milionari l’anno prima, ma con un esito diverso dalle sconfitte del perdente di successo Ranieri.
L’operazione riesce al primo colpo, il Campionato Inglese 2004-2005 è del Chelsea così come la ciliegina della Coppa di Lega (battendo in finale il Liverpool di Benitez, la squadra di mou si riconfermerà campione l’anno seguente mentre nel 2006-2007 si dovrà accontentare del secondo posto dietro al Manchester e dell’accoppiata Coppa di Lega – Coppa d’Inghilterra.
Per il Chelsea è un periodo incredibile, per tre anni nessuno riesce ad espugnare Stamford bridge in campionato, e la stanza dei trofei del Club ha praticamente raddoppiato il proprio contenuto; anche in Champions le continue sfide con il Liverpool (e le conseguenti eliminazioni) sembrano solo un rimandare qualcosa di inevitabile, cioè una vittoria di questa squadra magari non spettacolare ma incredibilmente solida, in cui le punte fan salire la squadra prima ancora di esserne i terminali offensivi, le ali allargano il gioco ed i centrocampisti trovano frequentemente la via del gol sugli inserimenti propiziati dalla manovra di squadra. Che si giochi col 4-4-2 o col 4-3-3, non cambia nulla.
Il calcio non si è però dimenticato di Louis Van Gaal, che ricomincia ad allenare nell’estate del 2005 da una realtà modesta come l’AZ Alkmaar, in Olanda.

Josè Mourinho e Louis Van Gaal, nonostante le schermaglie dialettiche iniziate dal tecnico olandese da un paio di settimane, hanno molto più in comune di quanto non si creda: un percorso professionale a tratti simile, per esempio, e più in generale due carriere che ne testimoniano il carattere, la voglia di mettersi in gioco, la lettura delle situazioni contingenti ma soprattutto il loro essere VINCENTI.

Oppure, partendo dal principio, una carriera da giocatori che non è certo passata agli annali, per entrambi: la loro storia calcistica, in fondo, non poteva essere legata a nomi quali “Royal Antwerp” , “Telstar”, “Sparta Rotterdam”, “Az Alkmaar”, “Rio Ave”, “Belenenses” o “Sesimbra”… certo, l’Olandese ci mette un po’ di tempo in più a capire la cosa, visto che giochicchia a medi livelli per 16 anni, contro i soli 7 del Portoghese.

Nel 1990, Mourinho inizia la carriera di tecnico in un club minore portoghese, l’Estrela da Amadora, sebbene non ancora come primo allenatore; più a nord, ad Amsterdam, l’ex calciatore Louis fa parte dello staff tecnico dell’Ajax.
Louis scatta, gli riesce un allungo: nel 1991 l’allenatore dei Lancieri Beenhakker, autentico giramondo del pallone, gli libera la panchina ed ha l’occasione di dimostrare la sua bravura come tecnico, e lui non se la lascia sfuggire. In 6 anni arricchisce la bacheca più prestigiosa d’Olanda con tre Campionati, una Coppa d’Olanda, tre Supercoppe, una Coppa Uefa ma soprattutto riporta L’Ajax sul tetto d’Europa, nel 1995, contro i campioni in carica rossoneri di Capello, con una banda di ragazzi terribili. L’anno dopo, vinta pure l’Intercontinentale, riesce a ritornare in finale, perdendola contro la juventus ai rigori.

Nel frattempo, in Portogallo, abbiamo lasciato un giovane vice-allenatore in una squadra appena retrocessa, che proprio come il buon Louis non si fa sfuggire il treno che gli passa davanti nel 1992, anche se in confronto all’Eurostar biancorosso la sua occasione è al massimo un Intercity: un altro tecnico con la valigia, Sir Bobby Robson, allenatore dello Sporting, ha bisogno di un traduttore che però capisca qualcosa di calcio.

Questo giovane amante del calcio, con umiltà e lavoro si conquista il rispetto del tecnico Inglese, tant’è che quando inopinatamente lo Sporting licenzia Robson, lo segue al Porto (due campionati ed una Coppa di Portogallo) e poi, nell’estate del ’96, al Barça. Una squadra che targata Sir Bobby (con un certo Ronaldo in attacco) vincerà Supercoppa di Spagna, Coppa del Re e Coppa delle Coppe… il giovane tecnico Josè è l’addetto alle statistiche ed alla traduzione delle indicazioni di Robson dall’inglese al catalano (imparato per l’occasione), nessun paragone è possibile con il tecnico che ha vinto tutto alla guida dell’Ajax, ma appunto, continua ad imparare.

E le loro strade, finalmente, si incrociano nell’estate del ’97: Sir Bobby promosso General Manager, Louis alla guida dei Blaugrana, Josè ancora nello staff tecnico, alle statistiche; in tre anni sono due Campionati, una Supercoppa Europea ed una Coppa del Re, con una squadra schierata con un singolare 2-3-2-3, pienamente integrato nella filosofia olandese-catalana del Club, votato allo spettacolo ed alla massima copertura del terreno di gioco.
Certo, la presenza di campioni come Figo, Rivaldo, Kluivert, Guardiola, Luis Enrique, e tutti i nazionali olandesi importati (i fratelli De Boer, Cocu, Zenden, Reiziger), non fu un dettaglio, ma è sempre la stessa discussione: bastano i buoni giocatori, per vincere e dare spettacolo, o è anche il caso di affidarli a tecnici che ci mettano del loro? Io personalmente sono per la seconda ipotesi, non so voi, resta il fatto che quel Barça era uno spettacolo da vedere.

Il secondo posto dietro ad un non irresistibile Deportivo la Coruna nella stagione 1999-2000, ma soprattutto la mancata ripetizione dei buoni risultati nazionali anche in Europa mentre contemporaneamente i rivali del Real vincevano due Champions League, segnano la fine della presidenza Nunez nonchè del triennio di convivenza tra i due protagonisti di questa storia, non senza un curioso epilogo scoperto l’altro giorno sulla Gazzetta dello Sport: a fine stagione, in pieno clima di smobilitazione generale, Louis lascia a Josè, nel frattempo promosso guida tecnica del Barça “B”, il compito (ma chiamiamola pure seccatura, per l’affermato tecnico in procinto di diventare CT Olandese) di guidare la squadra in una competizione minore semi amichevole come la Coppa di Catalogna; torneo solitamente giocato con solo riserve e primavera, è il primo vero banco di prova per il futuro Special One, che convoca giovani canterani già nel giro della prima squadra come Xavi e Thiago Motta, ma soprattutto vince.

Il suo primo titulo, nonchè l’unico di quella stagione disgraziata del Barça.

Le loro strade si dividono, ma la ruota del Destino, della Sorte, di Eupalla, chiamatela come volete sta girando, impercettibile ai più quanto un bambino che nasce in una mangiatoia in un posto senza acqua, luce e gas. Il tecnico affermato, diventa Comissario Tecnico, il giovane allenatore inizia a camminare con le proprie gambe, cominciando dal Club più seguito del suo paese, il Benfica, e dopo pochi mesi per dissidi con la dirigenza passando all’Uniao de Leiria, che porta all’inaspettato 5° posto. A Gennaio 2002, lascia il Leiria perchè chiamato sulla più prestigiosa panchina del Porto, che conduce al terzo posto in quindici partite di cui ben undici vinte, promettendo di vincere lo scudetto l’anno seguente.
Nel frattempo in Olanda Van Gaal subisce l’onta, da CT, di non riuscire la qualificazione degli Oranje ai mondiali del 2002, ed abbandona per dissidi fortissimi con i giocatori, molti dei quali già da lui allenati all’Ajax ed al Barça, sui metodi di lavoro.

E’ la stagione 2002-2003 a lanciare definitivamente il razzo-Mou in orbita, mentre l’astronauta alla deriva Louis tenta un ritorno al Barça che però dura mezza stagione, lontano parente della squadra di due anni prima e soprattutto senza Figo, Rivaldo e Guardiola e con molti giocatori del suo precedente ciclo ormai sul viale del tramonto.
Il Porto di Josè invece mantiene la promessa fatta dal suo tecnico 12 mesi prima, cioè di vincere il campionato, ma non si limita a questo: Coppa di Portogallo ma soprattutto Coppa Uefa consegnano agli annali del Porto una stagione memorabile, se non fosse per quanto avviene l’anno seguente: Supercoppa di Portogallo, conferma in Campionato ed addirittura vittoria della Champions League, dopo aver eliminato tra l’altro il Manchester united.

Il maestro è in una più o meno forzata vacanza, l’allievo ha offerte da tutta Europa… il mondo si è capovolto in soli 4 anni.

La saga di Mou continua in Inghilterra, al Chelsea di Abrahmovic, la sfida è semplice: completare l’opera che il bizzoso magnate russo ha iniziato a colpi di acquisti milionari l’anno prima, ma con un esito diverso dalle sconfitte del perdente di successo Ranieri.
L’operazione riesce al primo colpo, il Campionato Inglese 2004-2005 è del Chelsea così come la ciliegina della Coppa di Lega (battendo in finale il Liverpool di Benitez), la squadra di Mou si riconfermerà campione l’anno seguente mentre nel 2006-2007 si dovrà accontentare del secondo posto dietro al Manchester United e dell’accoppiata Coppa di Lega – Coppa d’Inghilterra.

Per il Chelsea è un periodo incredibile, per tre anni nessuno riesce ad espugnare Stamford Bridge in campionato, e la stanza dei trofei del Club ha praticamente raddoppiato il proprio contenuto; anche in Champions le continue sfide con il Liverpool (e le conseguenti eliminazioni) sembrano solo un rimandare qualcosa di inevitabile, cioè una vittoria di questa squadra magari non spettacolare ma incredibilmente solida, in cui le punte fan salire la squadra prima ancora di esserne i terminali offensivi, le ali allargano il gioco ed i centrocampisti trovano frequentemente la via del gol sugli inserimenti propiziati dalla manovra di squadra. Che si giochi col 4-4-2 o col 4-3-3, non cambia nulla.

Il calcio non si è però dimenticato di Louis Van Gaal, che ricomincia ad allenare in Olanda nell’estate del 2005 da una realtà non conosciutissima in Italia come l’AZ Alkmaar, e sembra essere tornato il tecnico rivelazione degli anni ’90: secondo e terzo posto, nei primi due anni, pur senza talenti particolari in squadra. Per un vincente come lui, non certo trionfi da festeggiare, ma un modo appunto di ricominciare un discorso che sembrava tranciato di netto, irrevocabilmente.

E’ il 2007-2008 a livellare nuovamente la condizione di entrambi: i dissidi in fatto di campagna acquisti e di gestione di alcuni giocatori (su tutti Shevcenko e Ballack) incrinano il rapporto tra Mourinho ed il suo presidente, causandone la fine già a Settembre, mentre Van Gaal dopo le due stagioni positive, chiude all’undicesimo posto; per entrambi tuttavia si tratta di un passaggio a vuoto solo momentaneo, l’occasione del riscatto si ripresenta già nella stagione seguente, il Mou con i nostri colori (non servono approfondimenti, giusto?) mentre l’Olandese volante portando ad un successo clamoroso proprio l’AZ, che gli consente di essere individuato come il tecnico del Bayern per il 2009-2010.

La loro storia prosegue in parallelo pure quest’anno, entrambi inizialmente o nel corso della stagione criticati al minimo errore o sbavatura, entrambi campioni nazionali e di Coppa nazionale, entrambi alla ricerca del successo che li proietterebbe in un Olimpo ristretto, ovvero quello degli allenatori riusciti a vincere il massimo trofeo continentale alla guida di due squadre differenti; ed almeno uno dei due riuscirà a realizzare da assoluto outsider (di nuovo) quello che aveva invano tentato al Barça o al Chelsea, con rose ancora più ampie/ricche.

Ancora una volta, l’allievo ed il maestro (che in realtà non si sono mai affrontati in competizioni ufficiali, ma forse – non sono sicuro – nemmeno in amichevoli) nello stesso stadio, anche se non il Camp Nou che li ha visti insieme ma il Bernabeu dei rivali di ieri… e magari dei tifosi di domani, penserà almeno uno dei due.

Ma questa è un’altra storia, che potrà raccontare qualcun altro un’altra volta, la mia si ferma qui ed è solo un tentativo di omaggio alle carriere fuori dal comune  e tutt’altro che prossime alla conclusione di due tecnici coraggiosi, che non temono le sfide nè di essere impopolari.

E che a dispetto dei propri detrattori, sanno essere spettacolari, oltre ad aver entrambi insegnato Calcio ovunque siano andati. Partendo dal concetto comune che le partite si vincono nella testa dei giocatori prima ancora che non sul rettangolo verde.

E che sanno fare di tutto per spostare l’attenzione dalla sfida di sabato. Perchè non penserete mica che sia un caso, no, se stiamo a parlare da giorni noi del futuro di Mourinho, ed i tedeschi della presuntà maggiore spettacolarità del loro gioco?

Dialettica pura e semplice.

L’allievo ed il maestro, appunto.

scritto da il 19 maggio 2010 alle 19:50

13 Anni

Non so se a qualcuno di voi sia mai capitato di essere un tredicenne. Sì? E per caso qualcuno lo è stato all’inizio degli anni settanta? Perché in quel periodo, tredicenne, ho assistito alla mia ultima (e unica) finale di Coppacampioni tifando per una delle squadre in campo (escludendo il tifo ‘contro’…).

1972.  Inter Milano – Ajax Amsterdam. Amsterdam? “Capitale dei Paesi Bassi, stato dell’Europa confinante a est con la Germania e a sud con il Belgio. Abitanti tredicimilioni, superficie trentatremila chilometri quadrati, densità 390 abitanti per chilometro quadrato. L’economia si basa…”. (Non è Wikipedia, è V.M., il Primo della Classe, uno dei pochi tredicenni del 1972, quasi tutti PdC, a sapere dove caspita si trova Amsterdam. Niente coffee shop, fumo libero, signorine in vetrina. In compenso studiavamo il concetto fondamentale della densità.)

In finale c’eravamo arrivati battendo i Celtic Glasgow, che mi er”Glasgow, città della Scozia, nazione appartenente al Regno Unito, abitanti…” V.M., vaffanculo. Dicevo Celtic Glasgow, che mi erano risultati simpatici per via della maglia che sembrava un maglione di lana fatto dalla nonna.

Vidi la partita in casa degli zii, su un divano sul quale poi dormii prima di partire per il mare la mattina seguente. Cavi di Lavagna (V.M. chiudi quella bocca, se proprio ci tieni a crescere e diventare ingegnere). Un’avventura per me incredibile (la settimana al mare senza i miei ma anche dormire su quel divano).

Lo zio. Mio zio, il mio zio interista, la persona alla quale, tra le altre cose, devo il fatto di amare questi bellissimi colori, quello che piccolissimo mi portava allo stadio (ma purtroppo non me ne ricordo) e che se ne è andato troppo presto, prima del 5 maggio ma anche prima di calciopoli, delle nostre vittorie e di Mourinho, che gli sarebbe piaciuto di sicuro. Ciao zio.

Solo che per un tredicenne del 1972 in procinto di partire per il mare quella partita non era poi così carica di attese: ne avevamo già vinte due, avevamo giocato un’altra finale, i mezzi di informazione (sic!) non la caricavano di quel significato vitale come ora. E quella mancata vittoria non mi ha tolto il sonno (al mare! Al mare!), sicuramente avremmo avuto innumerevoli altre possibilità.

E invece…

E invece basta. Zeru tituli. Anni e anni di sofferenza, con quelli là che vincevano a raffica, chi in Italia chi in Europa.

[ Ecco perché adesso, quando penso a cosa stanno per fare i nostri ragazzi, a cosa potrebbe succedere, quando il pensiero si spinge a sbirciare un mese di maggio stratosferico… Spugna nello stomaco, salivazione azzerata, battiti a 200, testa che gira. E retromarcia immediata, pensiamo ad altro, distraiamoci, il lavoro (ma dai!), vediamo cosa scrivono su Bauscia, o madonna, meglio chiudere, sì ma figurati, tanto non può succedere, complotto, ventre molle, Balotelli in pizzeria, Mou che se ne va, ansia, pessimismo e fastidio.

No, non ci si riesce. Anche perché è troppo bello esserci, in questa situazione. Comunque vada, era un bel po’ che non ci capitava.

Mio zio, negli anni della sofferenza, mi diceva: “Quando c’è di mezzo l’Inter, tu pensa che andrà male: se si perde, tanto lo sapevamo, ma se si dovesse vincere…”. ]

Fino a qui, quello che avevo scritto il 28 aprile, prima della partita di Barcellona. Ma adesso gli ultimi tre capoversi, a rileggerli, mi suonano strani, estranei.

Perché vedi, zio, sarai felice di sapere che non è più così: adesso abbiamo una Squadra, un gruppo che difficilmente tradisce le attese dei suoi tifosi, sempre concentrato e compatto verso la vittoria. Adesso abbiamo delle certezze, due titoli già vinti e una finale che fino ad aprile sembrava irraggiungibile, conquistata eliminando i campioni d’Inghilterra e i campioni del mondo (uscenti, per merito nostro).

E proprio quella partita che mi aveva spinto a scrivere quelle righe, per cercare di attenuare la tensione, proprio questo mese di maggio, dove la nostra Squadra ha vinto lo scudetto rimontando e la coppetta in trasferta, mi hanno cambiato. Adesso sono sereno, soddisfatto comunque da questa stagione, felice di questa Squadra e di questa Società; e lo sono perché, dopo tantissimo tempo, sento la tranquillità che viene dalla consapevolezza di essere forte. Certo l’ansia arriverà, sabato, prima della partita, ma adesso più del timore di perdere sento la gioia di esserci.

Oggi non ho bisogno di assicurarmi contro una probabile delusione e penso che possiamo vincere, completando una tripletta storica che in Italia non è riuscita a nessuno; e se vinceremo sarò a festeggiare in piazza (di nuovo!) con migliaia di altri interisti. E possiamo perdere, e se perderemo andrò a Malpensa a salutare e ringraziare la nostra Squadra e il nostro Allenatore.

Perché questo è  lo sport, e chi segue lo sport deve saperlo: si può perdere anche se si è forti, più forti dell’avversario. Ma se si è forti, e se ne è consapevoli, si vincerà.

Adesso le nostre vittorie non arrivano più per caso. Adesso siamo forti.

scritto da il 19 maggio 2010 alle 10:39

Se fossi un tifoso del Siena

La prima cosa da dire, onestamente, è che se fossi un tifoso del Siena mi sarei anche rotto le balle di vedere ogni anno da spettatore non interessato i festeggiamenti e i giri di campo dei Campioni d’Italia in nerazzurro.

Ma questa è davvero l’ultima cosa.

Perchè se fossi un tifoso del Siena, soprattutto, sarei incazzato nero con i giocatori della mia squadra: pecore senza fegato per un anno intero, virtualmente retrocessi dopo neanche un girone, e pronti a sguainare le palle quando è tutto finito in cambio di una manciata di euro. Questo non mi starebbe bene, davvero.

Un tifoso del Siena

Un tifoso del Siena

Se fossi un tifoso del Siena mi girerebbero non poco a vedere Alejandro Rosi sputare l’anima in campo nell’ultima mezz’ora dell’ultima partita. E solo in quella.

Se fossi un tifoso del Siena, francamente, non so cosa penserei nel vedere la mia curva tappezzata di microfoni e altoparlanti per dar voce a noi -un migliaio di persone contro 15mila tifosi avversari- quando ormai non conta più niente.

Se fossi un tifoso del Siena qualche domanda me la farei: perchè tutto questo? Per fare un favore a chi? Cosa c’è dietro?

Non so quanto accetterei, se fossi un tifoso del Siena, di piegarmi a logiche più grandi di me e fare il tifo per quella squadra i cui supporter ho allontanato neanche tre giorni fa, rifiutando una richiesta di gemellaggio.

No, non credo che tiferei per quelli se fossi un tifoso del Siena.

Di certo, se fossi un tifoso del Siena, non esulterei a un gol della Roma (dando voce agli altoparlanti di cui sopra) per poi mettermi a cantare un minuto dopo “Roma merda alè”. Questo lo farei se fossi schizofrenico, non certo se fossi un tifoso del Siena.

Se fossi un tifoso del Siena avrei un brutto pensiero. Penserei che la salvezza sarebbe stata tranquillamente a portata di mano, se avessi visto tante partite come quella di domenica.

Un tifoso del Siena. Forse.

Un tifoso del Siena. Forse.

Se fossi un tifoso del Siena oggi non mi tornerebbero tante cose. E avrei più di una domanda da fare. Al presidente, ai dirigenti, ai giocatori: dov’eravate quando i punti contavano davvero? Dov’era la vostra voglia di giocare, dov’era la vostra rabbia agonistica? Dov’erano le vostre palle?

Se fossi un tifoso del Siena avrei questi pensieri, ma i 5 minuti persi a immedesimarmi sono stati anche troppi. Perchè non sono un tifoso del Siena: sono un tifoso dell’Inter.

E oggi mi godo il mio Scudetto e l’ennesimo trionfo, lasciando il marciume di certe domande e di una meritatissima retrocessione ai tifosi del Siena e alle loro maglie bianconere.