Amarcord Weekend: The Special OneS 2

Voi forse non sapete cosa voglia dire stare così lontano dall’Inter, quando si è passato gli ultimi 5 anni allo stadio. Alcuni di voi nemmeno immaginano cosa voglia dire festeggiare una Coppa Italia al lavoro, spiando i risultati dal live della Gazzetta. E non immaginate cosa sia festeggiare lo scudetto davanti a uno streaming…

La decisione di andare a Milano è stata presa in, vediamo, 15 secondi netti. Più o meno il tempo che ci ho messo a dare uno sguardo al calendario e a fare i 4 passi che mi separano dal mio capo:
“José (c’è poco da ridere, si chiamano tutto José…) posso prendere il 21 maggio, che vado a Milano a vedere la finale di Champions?”
“Ehm, sì… Ma davvero vai solo a vedere la finale?”

“José… S-O-L-O? E quando mi ricapita?”.

La reazione della Uoma Mater al mio messaggio “Giovedì sono lì, stessa ora, stesso aereo” è stata prevedibile “ma sei scema?”. Le ultime parole famose di quella che incinta di 8 mesi andava allo stadio…

Il mio sabato inizia presto, troppo presto e tutta la tranquillità del giorno prima è svanita, sono in ansia e non riesco a stare ferma. Ho appuntamento alle 15:00 in Porta Romana con il resto della compagnia. Arrivo tassativamente in ritardo e riconosco Sarasa e la di lui sorella (cioè, non la riconosco, ma intuisco) e il veciét Vitarob, in formissima come sempre. Conosco per la prima volta antoniodaroma et figlio Francesco, Nino e Jerry. Nino mi guarda e mi dice “Sorella?” e pare che l’abbia detto un po’ a tutte.

Dopo un periodo di intense seghe mentali alla porta dell’Hotel, Vitarob ci abbandona per il sacro divano, non prima di lasciarci con una perla. Non sente una cosa che ho detto su di lui (per la cronaca si parlava della sua futura maglia di zanetti) e chiede “ma ti ha detto che sono culattone?”.

Ci avviamo verso il Duomo, a.k.a. piazza Tartaglia, Jerry vorrebbe una birretta fresca da subito, ma lo portiamo in giro per mezza Milano, prima che si possa abbeverare a un baracchino abusivo in centro. Per la cronaca, secondo Luis avremmo dovuto bere qualcosa in Piazza Bossi, al Bar dei Bossi. Il solito Separatista.

Da questo momento la nostra spedizione si dirige con una certa convinzione verso il Woodstock, vari chilometri dopo ci siamo. Entriamo nel locale e dal momento in cui sono seduta smetto di essere lucida. Sono allo stadio. Sono in partita.

Sono Esteban. Sono Giacinto. Sono Saverio.

Ci sono tanti momenti di questa notte che non mi appaiono a volte come un flashback e mi fanno realizzare che “Abbiamo vinto la Champions!”. Li scrivo qui, perchè ho paura che col tempo si sbiadiscano.

Sarasa: al replay della parata epocale di Julio Cesar e esplode in un “ma cazzooo, quante gliene concediamo?” salvo poi capire, insieme a tutti gli altri, che era una ripetizione. “E’ un replay” diventerà il tormentone della notte.

Jerry: dopo i deliri da festeggiamento per il secondo goal di Milito, compresa me medesima trasfigurata (cit.)  in piedi sulla panca, ci risiediamo tutti e lui “scusate tutti, vorrei un attimo di compassione per questi ragazzi”: la tavolata di gufi romanisti/gobbi e gonzi di fianco a noi, che ha abbandonato il Woodstock a 5 minuti dalla fine.

Sorella: è provatissima, non ce la fa e ci abbandona per fare compagnia all’Uomo sul Ponte (cit.).

Sergio: ti ho visto che la fine della partita te la sei fatto in piedi… non eri mica così tranquillo come volevi sembrare, come ad esempio dopo il secondo goal di Milito.

Dagola: finita la premiazione, fuori dal locale, con l’aria finto-rassegnata di chi sta andando a concludere intimamente la serata, “ci vediamo, non veniamo fino al centro“, con sua morosa che non è nemmeno interista a cazziarlo “ma sei scemo? ne vincete una ogni 45 anni e non festeggi?”

Fonz: ti vedo arrivare da lontano, sciarpa in testa e coppa all’elio… La tua faccia da Cumenda stravolta è indescrivibile. Rimane la promessa della maglia con scritto Cumenda!

Le due Coppe gonfiabili: costate uno sproposito al di cui sopra Cumenda, vengono saldamente tenute per tutta la notte, posizionate in vari modi, alcuni dei quali anche irripetibili.

La coda al Caffè del secondo blu: ovvero stare in piedi per 40 minuti doppiamente felici, per la circostanza e per aver trovato qualcosa da fare in attesa dell’arrivo dei Campioni, mentre la Miss smadonna per dover tenere tra sé e la Sorella una delle indisciplinatissime coppe all’elio.

Elisabetta, la milanista che non sapeva di essere interista: l’ho sentita bestemmiare per passaggi sbagliati ed esultare per l’Inter. L’ho vista cantare allo stadio, era seduta di spalle davanti a me, quindi non posso confermare, ma secondo me ha cantato anche Pazza Inter. Si è fatta trascinare da questo meraviglioso popolo e merita tutto il mio rispetto.

Chiara: la seconda volta a Milano, la prima a San Siro. Presenza silenziosa. Emozionata.

Antoniodaroma: ho iniziato a piangere sul serio quando ho visto te in lacrime, abbracciato a Francesco. Ho intuito ci fosse una storia intensa in quell’abbraccio e mi ha commossa. Poi sono scoppiata in lacrime ogni volta che inquadravano il Capitano, ma questa è un’altra storia.

ZioRinco: sulla strada per San Siro (al kilometro mille della giornata) passa un tram che sembra pienissimo, ci sfila sotto il naso mezzo vuoto. Continuiamo a camminare ma lui ci chiama per avvisarci del prossimo tram. Peccato non l’abbia sentito nessuno perchè era senza voce.

Luis: prima della partita, di pomeriggio, guarda Sarasa dicendo “maddai, non penserai mica che Nino davvero si faccia il GRA durante le partite?”
Poi ci ribecchiamo in Piazza Cadorna, gli raccontiamo del ponte, e non smette di ridere per 5 minuti…

E poi la dedica più importante di questo post la devo a Nino. Con il cuore a mille e un filo di voce strozzata dall’emozione.

Il momento più bello della mia serata è stato festeggiare con te il primo goal. Ho gridato come un’ossessa e sono felice di essermi persa 4 giorni di voce. Mi sono fatta una corsa fino al famoso ponte per venire ad abbracciarti e ribadisco il concetto: correrei mille volte ancora per un goal, perderei mille volte ancora la voce per gridare…

Prenderei quell’aereo mille volte ancora… perchè l’Inter è un sentimento.

E io sono innamorata pazza.

Alba al Meazza. E quando mi ricapita? (cit.)

Alba al Meazza. E quando mi ricapita? (cit.)

About Miss Green⁵

Sono nata e cresciuta all’ombra dello stadio, nel piazzale ho imparato ad andare in bici e in motorino. Da piccola dicevo che Malgioglio era mio padre, si somigliavano molto.