13 Anni

Non so se a qualcuno di voi sia mai capitato di essere un tredicenne. Sì? E per caso qualcuno lo è stato all’inizio degli anni settanta? Perché in quel periodo, tredicenne, ho assistito alla mia ultima (e unica) finale di Coppacampioni tifando per una delle squadre in campo (escludendo il tifo ‘contro’…).

1972.  Inter Milano – Ajax Amsterdam. Amsterdam? “Capitale dei Paesi Bassi, stato dell’Europa confinante a est con la Germania e a sud con il Belgio. Abitanti tredicimilioni, superficie trentatremila chilometri quadrati, densità 390 abitanti per chilometro quadrato. L’economia si basa…”. (Non è Wikipedia, è V.M., il Primo della Classe, uno dei pochi tredicenni del 1972, quasi tutti PdC, a sapere dove caspita si trova Amsterdam. Niente coffee shop, fumo libero, signorine in vetrina. In compenso studiavamo il concetto fondamentale della densità.)

In finale c’eravamo arrivati battendo i Celtic Glasgow, che mi er”Glasgow, città della Scozia, nazione appartenente al Regno Unito, abitanti…” V.M., vaffanculo. Dicevo Celtic Glasgow, che mi erano risultati simpatici per via della maglia che sembrava un maglione di lana fatto dalla nonna.

Vidi la partita in casa degli zii, su un divano sul quale poi dormii prima di partire per il mare la mattina seguente. Cavi di Lavagna (V.M. chiudi quella bocca, se proprio ci tieni a crescere e diventare ingegnere). Un’avventura per me incredibile (la settimana al mare senza i miei ma anche dormire su quel divano).

Lo zio. Mio zio, il mio zio interista, la persona alla quale, tra le altre cose, devo il fatto di amare questi bellissimi colori, quello che piccolissimo mi portava allo stadio (ma purtroppo non me ne ricordo) e che se ne è andato troppo presto, prima del 5 maggio ma anche prima di calciopoli, delle nostre vittorie e di Mourinho, che gli sarebbe piaciuto di sicuro. Ciao zio.

Solo che per un tredicenne del 1972 in procinto di partire per il mare quella partita non era poi così carica di attese: ne avevamo già vinte due, avevamo giocato un’altra finale, i mezzi di informazione (sic!) non la caricavano di quel significato vitale come ora. E quella mancata vittoria non mi ha tolto il sonno (al mare! Al mare!), sicuramente avremmo avuto innumerevoli altre possibilità.

E invece…

E invece basta. Zeru tituli. Anni e anni di sofferenza, con quelli là che vincevano a raffica, chi in Italia chi in Europa.

[ Ecco perché adesso, quando penso a cosa stanno per fare i nostri ragazzi, a cosa potrebbe succedere, quando il pensiero si spinge a sbirciare un mese di maggio stratosferico… Spugna nello stomaco, salivazione azzerata, battiti a 200, testa che gira. E retromarcia immediata, pensiamo ad altro, distraiamoci, il lavoro (ma dai!), vediamo cosa scrivono su Bauscia, o madonna, meglio chiudere, sì ma figurati, tanto non può succedere, complotto, ventre molle, Balotelli in pizzeria, Mou che se ne va, ansia, pessimismo e fastidio.

No, non ci si riesce. Anche perché è troppo bello esserci, in questa situazione. Comunque vada, era un bel po’ che non ci capitava.

Mio zio, negli anni della sofferenza, mi diceva: “Quando c’è di mezzo l’Inter, tu pensa che andrà male: se si perde, tanto lo sapevamo, ma se si dovesse vincere…”. ]

Fino a qui, quello che avevo scritto il 28 aprile, prima della partita di Barcellona. Ma adesso gli ultimi tre capoversi, a rileggerli, mi suonano strani, estranei.

Perché vedi, zio, sarai felice di sapere che non è più così: adesso abbiamo una Squadra, un gruppo che difficilmente tradisce le attese dei suoi tifosi, sempre concentrato e compatto verso la vittoria. Adesso abbiamo delle certezze, due titoli già vinti e una finale che fino ad aprile sembrava irraggiungibile, conquistata eliminando i campioni d’Inghilterra e i campioni del mondo (uscenti, per merito nostro).

E proprio quella partita che mi aveva spinto a scrivere quelle righe, per cercare di attenuare la tensione, proprio questo mese di maggio, dove la nostra Squadra ha vinto lo scudetto rimontando e la coppetta in trasferta, mi hanno cambiato. Adesso sono sereno, soddisfatto comunque da questa stagione, felice di questa Squadra e di questa Società; e lo sono perché, dopo tantissimo tempo, sento la tranquillità che viene dalla consapevolezza di essere forte. Certo l’ansia arriverà, sabato, prima della partita, ma adesso più del timore di perdere sento la gioia di esserci.

Oggi non ho bisogno di assicurarmi contro una probabile delusione e penso che possiamo vincere, completando una tripletta storica che in Italia non è riuscita a nessuno; e se vinceremo sarò a festeggiare in piazza (di nuovo!) con migliaia di altri interisti. E possiamo perdere, e se perderemo andrò a Malpensa a salutare e ringraziare la nostra Squadra e il nostro Allenatore.

Perché questo è  lo sport, e chi segue lo sport deve saperlo: si può perdere anche se si è forti, più forti dell’avversario. Ma se si è forti, e se ne è consapevoli, si vincerà.

Adesso le nostre vittorie non arrivano più per caso. Adesso siamo forti.

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