A Siena, quattro anni dopo.

Quello di Siena è uno stadio fortunato. Su sei presenze il mio personalissimo bilancio conta due pareggi, quattro vittorie e due scudi portati a casa. Quel 22 aprile 2007 mi è rimasto nel cuore. Tornare a vincere il tricolore dopo tanto tempo, in maniera quasi inaspettata, è stata un’emozione fortissima. E inevitabilmente temevo di rovinare un così bel ricordo, associato a quel luogo nel quale a fine partita avevo sciolto l’emozione piangendo di gioia. In quell’occasione fu una splendida, calda, giornata di sole, molto diversa da quella uggiosa e piovosa di domenica scorsa. E allora, in preda all’ansia, la  mente vaga nelle più disparate considerazioni: un segno del destino? O semplicemente un ripetersi del finale di stagione vissuto a Parma nel 2008? Nel dubbio si va comunque a sostenere i ragazzi, perché dopo una stagione così se lo meritano, comunque vada.

Il pre-partita è di quelli infiniti, trascorsi ad immaginare tutti i possibili finali e a indossare e togliere l’impermeabile ogni qual volta dal cielo comincia a cadere acqua. Poi finalmente i ragazzi entrano in campo per il riscaldamento: 4-2-3-1, con Mario e Matrix dall’inizio. Si arriva alle 15.00 e si parte. Lo stadio, nonostante si giochi in trasferta, è per tre quarti nerazzurro, ma la prima sorpresa non arriva dai 22 in campo, bensì nel vedere e sentire che incredibilmente, per contrastare lo strapotere a livello canoro dei nostri tifosi attesi a migliaia,  sono state piazzate alcune pile di altoparlanti sulla pista di atletica, che amplificano il tifo dei cento o poco più ultras della curva Robur. Il carnevale dura sino a quando dalla tribunetta del settore ospiti collocata dietro la porta, nella quale si assiepano anche alcuni tifosi laziali con tanto di bandiere e vessilli biancocelesti al seguito, qualcuno riesce a raggiungere e staccare il filo dell’alimentazione. Quello che Mezzaroma aveva messo a disposizione della causa giallorosa, viene, per una sorta di legge del contrappasso, tolto dalla rappresentanza dell’altra mezza Roma giunta alla Montepaschi Arena (con un nome così avessi detto il Maracanà).

Intanto, come previsto, in campo sono i nostri a fare la gara. Il Siena cerca di rispondere in contropiede e la prima occasione è proprio per un bianconero che da dentro l’area calcia malamente a lato. Pericolo scampato e si riparte. I ragazzi, seppur un’po’ contratti, riescono a creare alcuni pericoli, senza però trovare il gol del vantaggio. Un tiro di Milito di poco fuori, un paio di parate di Curci ed una traversa colpita con una splendida rovesciata di Super-Mario, ci negano il meritato vantaggio. In mezzo a tutto ciò, Julio Cesar è bravo a disinnescare un’ottima conclusione da fuori di Maccarone. Si arriva agli ultimi minuti della prima frazione e da Verona arrivano pessime notizie: la Roma è in vantaggio per 0-2. Per la serie “misteri del tifo”, ai gol dei giallorossi gli ultras del Siena esultano, per poi però intonare subito dopo un coro non proprio gentile nei confronti della squadra capitolina. Si va al riposo, col batticuore e la Roma virtualmente campione d’Italia.

Nell’intervallo qualcuno ipotizza che i ragazzi abbiano evitato di segnare, in modo da mettere dentro il pallone decisivo nella porta sotto il nostro settore. Scongiuri ed insulti vengono rivolti nei confronti dell’insano malcapitato.

Si ricomincia e la musica non cambia. Siamo sempre noi a fare la partita ed il Siena, con il pullman parcheggiato davanti alla porta (cit.), prova a ripartire in contropiede. Nei primi dodici minuti sprechiamo malamente un paio di opportunità, poi al minuto 13’, finalmente, la situazione si sblocca: il Capitano ruba palla a centrocampo e con una serpentina delle sue arriva al limite. Passaggio filtrante per Milito che controlla, protegge palla col corpo dal ritorno del difensore e con una puntata di destro indirizza il pallone nell’angolo basso. La rete si gonfia e nello stadio esplode il finimondo. All’improvviso mi ritrovo disteso sui seggiolini della curva, abbracciato ad un ragazzo mai visto e conosciuto. Intorno c’è il delirio e la gioia è immensa. Dopo trenta secondi buoni riesco a rialzarmi, avvolto dalla nebbia artificiale dei fumogeni: altro abbraccio prolungato con i soliti amici di trasferta, ma subito il pensiero torna alla partita. Adesso c’è da resistere e possibilmente chiuderla. Il canovaccio non cambia, ma adesso gli stati d’animo sono completamente ribaltati. Magicamente, dopo un’po’ di pioggia, esce il sole e l’ansia lascia il posto ad un misto di gioia e timore per quello che potrebbe o non potrebbe essere. I ragazzi attaccano, ma non riusciamo a raddoppiare. L’imprecisione, il portiere e i legni, come nella prima frazione di gara, ci negano ancora il gol. Passano i minuti e ormai c’è come la consapevole, dolcissima, angosciante rassegnazione di dover soffrire fino all’ultimo. Ad una manciata di minuti dalla fine arriva il brivido: Julio Cesar esce in presa alta su un pallone crossato da Rosi e lo tocca senza riuscire a trattenerlo, ma poi, dopo due interminabili secondi, felino, si getta sulla sfera abbrancandola. E’ un attentato per le nostre coronarie che comunque reggono, ma la tensione è ai livelli di guardia. Negli ultimi minuti gestiamo il possesso palla, sino a quando Milito decide di scaricare alto verso la porta difesa da Curci. L’ex(?) giallorosso, dopo essersela presa comoda per circa un’ora, corre a recuperare il pallone per affrettare la rimessa, come se stesse giocando la finale di Coppa del Mondo. Piovono insulti dalle tribune e Toldone pensa bene di soddisfare i desideri del collega senese, concedendogli l’imbarazzo della scelta e calciando nella sua direzione ben altre 2 sfere. La bravata costerà al nostro numero 1 un insolito giallo dalla panchina.

La sfera è di nuovo in gioco, ma è subito preda dei nostri, con Cambiasso e Pandev che, seguendo le mie indicazioni urlate a squarciagola, portano il pallone sulla bandierina, facendo venire l’ennesimo travaso di bile ad un indiavolato Rosi, che nel tentativo di recuperare la sfera, la fa terminare oltre il fondo. Neanche il tempo di battere l’angolo e, finalmente, Morganti fischia la fine! Esplode la gioia dei cuori nerazzurri. Ci si abbraccia, si gioisce, si esulta e si piange. Si, perché anche stavolta, come in quel 22 aprile del 2007, ho pianto. Abbracciato a Marco, amico e fedele compagno di trasferte, ho sfogato tutta la mia gioia, liberando finalmente la tensione accumulata in quest’ultimo mese, calcisticamente parlando, molto intenso. Marco andrà a Madrid e la speranza è di poter ripetere quell’abbraccio al suo ritorno dalla Spagna.

E, come sempre, un pensiero è andato anche a chi avrei ma non ho potuto abbracciare. Da lassù gioite con noi!

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