Ci sono i posti e i momenti per le polemiche, ci sono quelli per il tifo. Non ci dovrebbe essere posto per il tifo becero ma tant’é, la natura umana è fatta anche di beceraggine e quindi meglio che si sfoghi nel calcio piuttosto che altre cose. Però il rispetto per i morti, per il loro ricordo, dovrebbe essere più importante di tutto il resto, visto che il rispetto per la Morte é un fatto culturale talmente importante ed antico da dover prendere il sopravvento su tutto il resto. Se viene a mancare, vuol dire che siamo di fronte ad una situazione estrema, contro la quale ci vuole una forte presa di posizione prima di tutto di tipo educativo e culturale prima che un intervento di polizia.
Però la prima cosa da fare è fare i conti con la realtà. Rendersi conto che sì, siamo di fronte a una situazione estrema.
Prendiamo un paio di immagini dalla cerimonia di sabato:
- Prima scena: la Chiesa strapiena di esponenti della società. Era presente persino tutta la primavera: solo un’operazione di facciata o vera partecipazione al dolore? Dal momento che per far posto a tutta quella gente sono stati lasciati fuori dalla Chiesa i familiari delle vittime, la risposta può essere una sola
- Seconda scena: Michel Platini che rilancia la sua teoria secondo la quale “quando i trapezisti cadono si fanno entrare i clown”. Lo spettacolo doveva andare avanti per motivi di ordine pubblico. Probabilmente vero, verissimo. Il momento in cui il signor presidente dell’UEFA perde tutta la sua credibilità, però, è quello in cui dice che lui non voleva giocare, che è stato costretto. Le immagini dicono altro, signor presidente: la sua gioia incontenibile dopo il rigore realizzato, la vergognosa esultanza del suo compagno polacco per il rigore procurato, l’esultanza alla fine della partita, non sono reazioni di chi distrutto dal dolore non voleva giocare. E neanche il giro di campo fatto da lei e alcuni suoi compagni dopo la consegna della Coppa avvenuta negli spogliatoi è una reazione giustificabile per chi “non voleva giocare”. Ancora più grave, perchè il fatto che la Coppa non fosse stata consegnata in campo ma low-profile nel privato dello spogliatoio è il segno inequivocabile che sapevate. Sapevate tutto, caro presidente, come lei stesso ammette quando dice -mentendo- che non avrebbe voluto giocare: bastano queste sue dichiarazioni -unite alla non-cerimonia finale- a sbugiardare suoi compagni di allora che ancora sostengono di essere stati ignari di ciò che era successo. Sapevate tutto fin dal primo momento. Il suo compagno polacco sapeva tutto mentre esultava per il più farlocco dei rigori, lei sapeva tutto mentre correva roteando il braccio per il gol segnato, il compagno entrato al suo posto sapeva tutto mentre si prendeva il suo “cinque” carico di gioia, tutti i suoi compagni sapevano tutto mentre esultavano alla fine della partita. Il suo capitano sapeva tutto, e nei dettagli, quando il giorno dopo scese dall’aereo con la Coppa in mano. Una Coppa pesantissima, che ancora oggi non riuscite a trascinare.
Non è un atto d’accusa, signor presidente, è semplicemente il preambolo per una domanda: perchè continuare a mentire? Perchè continuare a violentare la memoria di quelle 39 persone e il dolore dei loro parenti, usati come fantocci in una operazione di immagine e privati persino di un posto a sedere durante un rito funebre?
- Terza scena: il discorso del nuovo presidente della Juventus. Al giovane Agnelli (qualunque sia il suo nome) va senz’altro il merito di essere stato il primo, a mia memoria, a “rinnegare” quella Coppa. Merito non da poco, anche se tardivo. Però vedere che per riempire 10 minuti di discorso non trova niente di meglio da fare che iniziare a cantare le meraviglie del “nostro nuovo stadio, che sorgerà dov’era il Delle Alpi” fa un po’ pena. Fa un po’ pena e lascia il retrogusto amaro, ancora, di una cerimonia messa su più per dovere che per reale convinzione, più per forma che per partecipazione al dolore, più per buttare fumo negli occhi che per ricordare realmente.
Perchè? Perchè signor Agnelli, perchè signor Platini? Perchè l’onore e la gloria di una società -peraltro già storica, amata e idolatrata oltre ogni limite- devono venire prima di una tragedia di queste dimensioni? Perchè un ruolo istituzionale, la gloria personale e la propria leggenda devono essere talmente incontrollabili da non far trovare la forza, in 25 anni, di dire “ho sbagliato”, di chiedere scusa, di chiedere perdono? La vita continuerebbe forse con una medaglia in meno, sicuramente con la testa più alta e una coscienza più leggera. Perchè neanche 39 morti consentono di mettere da parte un pezzo di latta e di disconoscerlo, di rinnegarlo, di sputarci sopra come qualsiasi appassionato di sport dovrebbe fare? Ritengo che sarebbe ormai troppo tardi, che sarebbe ormai inutile: ma non mi spiego come si sia potuti andare avanti 25 anni in queste condizioni.
Parliamo del tutto, ovviamente, tacendo dei soliti quattro imbecilli che anche in un momento del genere non trovano niente di meglio da fare che alzare cori da stadio, contestare, sbeffeggiare, esporre strisiconi.
Sono sempre in difficoltà a parlare dell’Heysel e mai avrei immaginato di trovarmi a parlarne su queste pagine. Però la pseudo-cerimonia di sabato mi ha fatto capire che sì, siamo di fronte a una situazione estrema. Forse irrecuperabile, anche ai più alti livelli. Questo calcio schifoso e corrotto sta iniziando a corrompere e seccare anche i sentimenti più ovvi, più banali, più scontati e quindi più forti. Perchè il rispetto per i morti dovrebbe essere più importante di tutto il resto. Se proprio non si riesce ad onorarli, però, sarebbe meglio tacere.
Ecco, fateci questo favore per il futuro, signori Agnelli e Platini: tacete. Lasciateci ricordare certi momenti nel silenzio della nostra vita. Non continuate a sporcarli, nel goffo tentativo di ripulirvi la coscienza.
scritto da Miss Green⁵ il 30 maggio 2010 alle 16:58
Voi forse non sapete cosa voglia dire stare così lontano dall’Inter, quando si è passato gli ultimi 5 anni allo stadio. Alcuni di voi nemmeno immaginano cosa voglia dire festeggiare una Coppa Italia al lavoro, spiando i risultati dal live della Gazzetta. E non immaginate cosa sia festeggiare lo scudetto davanti a uno streaming…
La decisione di andare a Milano è stata presa in, vediamo, 15 secondi netti. Più o meno il tempo che ci ho messo a dare uno sguardo al calendario e a fare i 4 passi che mi separano dal mio capo: “José (c’è poco da ridere, si chiamano tutto José…) posso prendere il 21 maggio, che vado a Milano a vedere la finale di Champions?”
“Ehm, sì… Ma davvero vai solo a vedere la finale?” “José… S-O-L-O? E quando mi ricapita?”.
La reazione della Uoma Mater al mio messaggio “Giovedì sono lì, stessa ora, stesso aereo” è stata prevedibile “ma sei scema?”. Le ultime parole famose di quella che incinta di 8 mesi andava allo stadio…
Il mio sabato inizia presto, troppo presto e tutta la tranquillità del giorno prima è svanita, sono in ansia e non riesco a stare ferma. Ho appuntamento alle 15:00 in Porta Romana con il resto della compagnia. Arrivo tassativamente in ritardo e riconosco Sarasa e la di lui sorella (cioè, non la riconosco, ma intuisco) e il veciét Vitarob, in formissima come sempre. Conosco per la prima volta antoniodaroma et figlio Francesco, Nino e Jerry. Nino mi guarda e mi dice “Sorella?” e pare che l’abbia detto un po’ a tutte.
Dopo un periodo di intense seghe mentali alla porta dell’Hotel, Vitarob ci abbandona per il sacro divano, non prima di lasciarci con una perla. Non sente una cosa che ho detto su di lui (per la cronaca si parlava della sua futura maglia di zanetti) e chiede “ma ti ha detto che sono culattone?”.
Ci avviamo verso il Duomo, a.k.a. piazza Tartaglia, Jerry vorrebbe una birretta fresca da subito, ma lo portiamo in giro per mezza Milano, prima che si possa abbeverare a un baracchino abusivo in centro. Per la cronaca, secondo Luis avremmo dovuto bere qualcosa in Piazza Bossi, al Bar dei Bossi. Il solito Separatista.
Da questo momento la nostra spedizione si dirige con una certa convinzione verso il Woodstock, vari chilometri dopo ci siamo. Entriamo nel locale e dal momento in cui sono seduta smetto di essere lucida. Sono allo stadio. Sono in partita.
Sono Esteban. Sono Giacinto. Sono Saverio.
Ci sono tanti momenti di questa notte che non mi appaiono a volte come un flashback e mi fanno realizzare che “Abbiamo vinto la Champions!”. Li scrivo qui, perchè ho paura che col tempo si sbiadiscano.
Sarasa: al replay della parata epocale di Julio Cesar e esplode in un “ma cazzooo, quante gliene concediamo?” salvo poi capire, insieme a tutti gli altri, che era una ripetizione. “E’ un replay” diventerà il tormentone della notte.
Jerry: dopo i deliri da festeggiamento per il secondo goal di Milito, compresa me medesima trasfigurata (cit.) in piedi sulla panca, ci risiediamo tutti e lui “scusate tutti, vorrei un attimo di compassione per questi ragazzi”: la tavolata di gufi romanisti/gobbi e gonzi di fianco a noi, che ha abbandonato il Woodstock a 5 minuti dalla fine.
Sorella: è provatissima, non ce la fa e ci abbandona per fare compagnia all’Uomo sul Ponte (cit.).
Sergio: ti ho visto che la fine della partita te la sei fatto in piedi… non eri mica così tranquillo come volevi sembrare, come ad esempio dopo il secondo goal di Milito.
Dagola: finita la premiazione, fuori dal locale, con l’aria finto-rassegnata di chi sta andando a concludere intimamente la serata, “ci vediamo, non veniamo fino al centro“, con sua morosa che non è nemmeno interista a cazziarlo “ma sei scemo? ne vincete una ogni 45 anni e non festeggi?”
Fonz: ti vedo arrivare da lontano, sciarpa in testa e coppa all’elio… La tua faccia da Cumenda stravolta è indescrivibile. Rimane la promessa della maglia con scritto Cumenda!
Le due Coppe gonfiabili: costate uno sproposito al di cui sopra Cumenda, vengono saldamente tenute per tutta la notte, posizionate in vari modi, alcuni dei quali anche irripetibili.
La coda al Caffè del secondo blu: ovvero stare in piedi per 40 minuti doppiamente felici, per la circostanza e per aver trovato qualcosa da fare in attesa dell’arrivo dei Campioni, mentre la Miss smadonna per dover tenere tra sé e la Sorella una delle indisciplinatissime coppe all’elio.
Elisabetta, la milanista che non sapeva di essere interista: l’ho sentita bestemmiare per passaggi sbagliati ed esultare per l’Inter. L’ho vista cantare allo stadio, era seduta di spalle davanti a me, quindi non posso confermare, ma secondo me ha cantato anche Pazza Inter. Si è fatta trascinare da questo meraviglioso popolo e merita tutto il mio rispetto.
Chiara: la seconda volta a Milano, la prima a San Siro. Presenza silenziosa. Emozionata.
Antoniodaroma: ho iniziato a piangere sul serio quando ho visto te in lacrime, abbracciato a Francesco. Ho intuito ci fosse una storia intensa in quell’abbraccio e mi ha commossa. Poi sono scoppiata in lacrime ogni volta che inquadravano il Capitano, ma questa è un’altra storia.
ZioRinco: sulla strada per San Siro (al kilometro mille della giornata) passa un tram che sembra pienissimo, ci sfila sotto il naso mezzo vuoto. Continuiamo a camminare ma lui ci chiama per avvisarci del prossimo tram. Peccato non l’abbia sentito nessuno perchè era senza voce.
Luis: prima della partita, di pomeriggio, guarda Sarasa dicendo “maddai, non penserai mica che Nino davvero si faccia il GRA durante le partite?”
Poi ci ribecchiamo in Piazza Cadorna, gli raccontiamo del ponte, e non smette di ridere per 5 minuti…
E poi la dedica più importante di questo post la devo a Nino. Con il cuore a mille e un filo di voce strozzata dall’emozione.
Il momento più bello della mia serata è stato festeggiare con te il primo goal. Ho gridato come un’ossessa e sono felice di essermi persa 4 giorni di voce. Mi sono fatta una corsa fino al famoso ponte per venire ad abbracciarti e ribadisco il concetto: correrei mille volte ancora per un goal, perderei mille volte ancora la voce per gridare…
Prenderei quell’aereo mille volte ancora… perchè l’Inter è un sentimento.
E’ passata una settimana eppure continuo a girare con un sorriso ebete stampato sulla faccia. Il mio rendimento sul lavoro farebbe impallidire Brunetta e mi rivedo a nastro i video della cavalcata di Champions dell’Inter, tenendo nel contempo d’occhio le dichiarazioni dei protagonisti sull’uscita di scena di José Mourinho.
A volersela proprio menare potremmo anche essere un po’ infastiditi per come è andata la faccenda; José poteva davvero rovinarci la festa, ma la verità è che io non riesco a incazzarmi per questa cosa. Anzi, se devo proprio essere sincero me la sto godendo ancora di più.
Tutto di questa stagione mi fa impazzire di godimento, perfino il suo scoppiettante epilogo.
Non vincevamo la Champions da 45 anni e per questo abbiamo sopportato anni di prese per il culo, aspettando senza sperarci troppo il momento della rivalsa. Potevamo accontentarci di vincerla?
No, perché in fondo a vincere quella Coppa, sono capaci in tanti, alcuni sono capaci di vincerla, non dico fino a 7 volte, ma fino a 70 volte 7, o almeno questo succederebbe se il Presidente di costoro si degnasse di stare anche in panchina invece di perdere tempo a far finta di governare l’Italia. Vincere una Coppa dei Campioni è qualcosa di importante, ma in fondo non è poi così speciale.
Speciale è vincerla dopo tutti questi anni, prendendosi nel contempo la briga di mettere le nostre avide manine anche su Campionato e Coppa di Lega. Certo pure questo lo hanno fatto anche altri. Non tantissimi a dire il vero, solo altri cinque. Dubito che ci siano arrivati come ci siamo arrivati noi, ma tant’é.
Tripletta. In Italia, mai nessuno come noi. Che dite può bastare?
No, non vogliamo farci mancare nulla, quindi ecco che forse ci voleva il colpo di scena del Condottiero vincente che se ne va all’apice della Gloria. Certo l’uscita di scena poteva essere studiata con un po’ più di classe, ma José se ne intende di calcio, mica di cinema o di letteratura. In compenso abbiamo avuto l’occasione di ammirare in azione il nostro Presidente in uno dei suoi momenti di “Massima” cazzutaggine. Scusate se è poco.
La verità è che, per noi, niente è mai normale.
Tutto quello che riguarda l’Inter è speciale, terribile e meraviglioso allo stesso tempo. Possiamo vivere brucianti sconfitte, ma le bilanceremo sempre con trionfi che hanno il gusto dell’apoteosi. Eventi tanto grandi e unici da poter essere raccontati negli anni a venire.
Ci vogliono persone fuori dal comune per poter vivere tutto questo e l’Inter lo è fuori dal comune, come lo sono gli Interisti. Volete alcuni esempi?
Possiamo prendere un aereo da Lisbona a Milano e poi tornarcene indietro esausti, felici e senza voce il giorno successivo.
Possiamo attraversare mezza Italia per vedere una partita insieme a qualcuno con cui abbiamo litigato per un anno intero, nella speranza di aver delle buone ragioni per abbracciarlo alla fine.
Possiamo fare 500 Km per poi attendere su un ponte a contemplare l’universo che scorre indifferente sotto di noi, stando bene attenti perché forse, per una volta, si fermerà a guardarci.
Ci vuole un Grande Cuore per essere Interisti. Ci vogliono spalle larghe e un pizzico di follia.
Se c’è qualcuno di Speciale in questa storia… beh quelli siamo Noi.
Siamo l’Inter. Nero come la notte, Azzurro come il cielo.
Si chiede l’apertura di un’inchiesta ufficiale da parte della UEFA per indagare sul comportamento tenuto dalla società calcistica Internazionale F.C. nel corso della champions league 2009/2010, in particolare si chiede
1) Di indagare se siano stati corrotti gli arbitri degli incontri Inter-Chelsea del 24 Feb 2010 e di Chelsea-Inter del 16 Mar 2010 dal momento che nei suddetti incontri sono stati negati alla squadra inglese ben 4 rigori netti e il calciatore Walter Samuel non è stato espulso
2) Di verificare la correttezza delle modalità del sorteggio dei quarti di finale di champions league che ha abbinato l’Internazionale FC alla squadra russa del CSKA Mosca, squadra nettamente più debole delle 8 qualificate ai quarti di finale.
3) Di indagare se siano stati corrotti gli arbitri degli incontri Inter-Barcellona del 20 Apr 2010 e di Barcellona-Inter del 28 Apr 2010 dal momento che nei suddetti incontri sono stati negati alla squadra spagnola ben 3 rigori netti e il calciatore Diego Alberto Milito ha segnato una marcatura in evidentissima posizione di fuorigioco
4) Di indagare se sia stato corrotto l’arbitro della finale di champions league del 22 mag 2010 che non ha assegnato un evidente calcio di rigore ai tedeschi per il fallo di mano volontario del calciatore dell’Internazionle FC Maicon Sissenando.
5) Di indagare sul comportamento offensivo tenuto dal calciatore Marco Materazzi durante i festeggiamenti per la vittoria della champions league, il quale indossava una maglietta gravemente lesiva della dignità della società sportiva Juventus FC.
6) Di indagare, a seguito dei fatti emersi dal processo di Napoli su Calciopoli, sui comportamenti tenuti negli scorsi anni dai tesserati dell’Internazionale FC, comportamenti che porterebbero all’automatca esclusione della società suddetta dalla partecipazione alle coppe europee.
Detto ciò si richiede l’immediata sospensione dell’assegnazione del titolo di campione d’Europa alla società Internazionale FC in attesa dell’esito dell’inchiesta suddetta.
Mentre in Italia si cazzeggia, in America si accendono i riflettori sul calcio che conta. Nella capitale degli States, il Milan affronta i padroni di casa del DC Washington, il club più titolato del monte. La gara è gagliarda: il 4-2-fantasia di Tassotti imbriglia gli statunitensi, che cadono nella trappola del furbo Mauro e vanno in rete con facilità. Obiettivo dell’uomo che è vice anche di se stesso è, infatti, permettere agli avversari di portarsi sul 3-0 per poi piazzare una remuntada degna dei bei tempi di Istanbul, in modo da commemorare al meglio il recente anniversario dell’evento.
Gli ingenui dirimpettai scivolano sulla buccia di banana, ignari di quel che li aspetta: arrivano, a raffica, i gol di Emilio, il Milito dell’Arkansas, Pontius e Condoleeza Rice, che mette dentro di tacco dodici. A questo punto, la frittata è fatta: il Milan cambia passo, gli avversari sono sbigottiti. Le gambe tremano, i muscoli non rispondono: i rossoneri sfoderano la mentalità americana, già sperimentata con successo l’anno scorso nel derby pre-campionato.
A conferma di quanto detto dal Presidente, ieri pomeriggio, ecco che Oddo firma una doppietta d’autore. Il fatto che addirittura uno come lui, una riserva, una seconda scelta, sia capace di sfoderare simili prestazioni applicandosi un minimo la dice lunga sull’enorme potenziale di questa squadra. Se Massimo ne ha messe due, immaginate cosa sarebbe successo se in campo ci fossero stati Abate o, per volare un po’ più in alto, Antonini! Alla luce di questi numeri, la dichiarazione del premier appare francamente un po’ troppo cauta. Si sbilanci di più, Presidente!
La partita prosegue e, tra lo stupore generale, il Milan non riesce a completare la rimonta. La tattica di Tassotti è quindi fallita, ma ci pensa Adriano Galliani, nel dopo-gara, a buttare acqua sul fuoco: difficile vincere contro una squadra che gioca in uno stadio di proprietà, col pallone di proprietà, i bagni di proprietà e tutti, e dico, tutti i giocatori che possiedono almeno una casa di proprietà nelle vicinanze dell’impianto sportivo.
Parte col piede giusto, quindi, la tournèe circense: nella prossima occasione, Yepes farà saltare le sue tigri dentro al cerchio di fuoco, mentre Favalli darà spettacolo ai trapezi.
L’indimenticabile scena in cui Mou apre l’ombrello prima che venga a piovere mi sembra la quintessenza della sua personalità. Quella che aveva sedotto Moratti già prima che il portoghese scegliesse il Chelsea, e che oggi lo porta a Madrid, ancora più ricco di soldi e di “stimoli”, consapevole di correre un gigantesco rischio: abbandonare una squadra vincente per una che non ha mai saputo perdere.
Lo scrivo per l’ultima volta: Mou potrà anche vincere al Real, anzi è obbligato a farlo, ma non può far finta di non sapere che le Merengues sono il Potere, l’Istituzione, la Prosopopea incaranta dai Florentino Perez, a differenza di Inter, Chelsea e Porto, che dovevano fronteggiare club più potenti. Fatti suoi, comunque. Del resto, ha ammesso di aver cominciato a pensare al Real già 4-5 mesi fa (e prima o poi sapremo quando è avvenuto il primo contatto fra Jorge Mendes e gli emissari madridisti).
Si troverà un accordo, nessuno perderà la faccia, le clausole rescissorie sono fatte apposta per gestire le rotture, ed evitare che diventi una Guerra dei Roses. Se, poi, l’Inter riuscisse a scaricare Quaresma, o a farsi strapagare Maicon (puntando con decisione su Santon), tanto meglio. Il Real era, ai miei occhi, la squadra più antipatica del mondo – dai tempi della Quinta del Buitre e del miedo escenico, rinnovati dalla fuga notturna di Ronaldo – non diventerà certo più simpatica ora che ha Cristiano Ronaldo, Kakà e l’ottimo Mou.
Da tempo, Moratti è diventato post-ideologico. Incassata la clausola, finirà per aver pagato Mourinho come un Ranieri qualsiasi… Non è nemmeno sfiorato dall’idea dell’Inter Agli Interisti (sono lontani e spero irripetibili i tempi di Suarez, Corso e Marini sulla panchina nerazzurra). Moratti sa che ripetersi è difficilissimo, e non vuole un clone di Mou. Meno che mai un suo imitatore. Fosse libero, penso punterebbe su Guardiola. Leonardo mi sembra poco più di una suggestione (certo, ora che Berlusconi l’ha sputtanato con una delle sue uscite farneticanti, potrebbe aver voglia di dimostrare qualcosa). La sensazione è che si stia cercando uno spiraglio per mettere sotto contratto Capello o Hiddink.
Tutti sanno che Capello doveva arrivare all’Inter due settimane prima che scoppiasse Calciopoli (Moratti aveva già perduto fiducia in Mancini). Allora sarebbe stato un errore, domani chissà. Ma non vedo come la federcalcio inglese possa tollerare che il suo allenatore sia distratto durante il Mondiale. Oggi scommetterei su Hiddink.
Sulla figura dell’allenatore, consentitemi di citarmi (le “Confessioni di un interista ottimista” sono da tempo introvabili):
Il più vittorioso fra gli allenatori di basket Nba dell’ultimo quarto di secolo, Phil Jackson, piaceva riunire i suoi migliori giocatori (fra cui Michael Jordan) in una stanza arredata con oggetti della cultura pellerossa; qui si metteva a leggere ad alta voce brani dal Libro della jungla, e preparava così le partite più importanti.
A certi livelli, il mestiere dell’allenatore diventa una questione psicologica, più che tecnica o tattica. Si tratta di gestire delle risorse umane, come dicono gli aziendalisti. Allenare vuol dire estrarre il meglio da ognuno, proteggere i giocatori dagli attacchi esterni, alimentare le speranze di chi vuole conquistare un posto
La difficoltà sta nel convincere una serie di individualisti a credere nel gioco di squadra, e questo può avvenire solo se vi vedranno la loro convenienza. Un buon allenatore sa che le motivazioni dei suoi uomini sono egoistiche: stare in campo il più possibile, segnare gol, avere più soldi e più successo. Trasformare queste aspirazioni in un impasto collettivo, può riuscire se il singolo acquista la consapevolezza che solo “attraverso i risultati del team può raggiungere i propri obiettivi personali” (sono parole di Ettore Messina, grande allenatore di basket). All’allenatore, inoltre, si chiede di fare da parafulmine, “tenere unito il gruppo anche a costo di averlo contro di sé… è importante avere poche regole ma che tutte, dalla prima all’ultima, siano rispettate”: queste, invece, sono parole di Velasco, il cui fallito trapianto dalla pallavolo non depone a favore dell’apertura mentale del mondo del calcio…
All’allenatore si chiede di insegnare tutto ciò che si può provare in allenamento – per esempio come comportarsi sulle “palle inattive”, da cui nascono almeno la metà dei gol – ma anche a reagire con prontezza di fronte alle situazioni impreviste. Non deve avere la pretesa di reinventare un gioco che, per sua natura, ha ben riassunto Cruyff, “consiste fondamentalmente in due cose. La prima: quando hai la palla, devi essere capace di passarla correttamente. La seconda: quando te la passano, devi saperla controllare”.
L’allenatore deve gestire i giocatori con equilibrio, senza teorizzare un egualitarismo smentito dalle diversità nel talento e nel carattere; la capacità di assumere responsabilità sotto pressione distingue un fuoriclasse da un calciatore normale.
Il 26 gennaio avevamo lasciato il Tifoso Zero a sfracellarsi di pippe, dedicate all’epico trionfo nel derby (per gli smemorati e/o gli ignari: cliccare QUI), sperando che, nell’atto, non avesse spiacevolmente macchiato il prezioso foglio dei desideri.
Su quel foglio, nonostante la grande quantità di richieste scritte, c’era ancora qualche rigo libero, qualche rigo che il nostro Tifoso Zero si apprestava a riempire con nuovi goderecci racconti. Eravamo al culmine dell’estasi, scatenati, in visibilio: quel derby sembrava l’apice di tutti i trionfi, il coronamento di quattro anni stupendi. Non potevamo assolutamente immaginare quel che sarebbe successo nei quattro mesi succcessivi. Non potevamo immaginare che quello fosse solo l’inizio di un anno che non avremmo mai dimenticato, di un anno che ci ha consegnati alla leggenda, che ha reso immortali questa squadra, questa società e questo immenso, infinito, incommensurabile allenatore. Anche lui, Josè, sembra essere stato modellato dal Tifoso Zero in modo da rappresentare una summa di tutto ciò che è l’interismo, quello vero. Un supereroe, venuto dal cielo, che dice e fa quel che tutto quel che noi pensiamo, o sognamo. E’ questo ciò a cui deve aver pensato Zero, quando ha costruito Mourinho: uno splendido, preciso e perfetto realizzatore di sogni, di sogni di gloria, sogni che hanno accompagnato le nostre notti per 45 anni.
Che dire? Poteva anche accontentarsi in quel modo il nostro Zero, dopo aver creato Josè, dopo il secondo derby stravinto, più che contro il solo Milan, contro l’Italia intera, fuori fase al solo pensiero di un possibile quinto scudetto consecutivo. Poteva lasciarsi andare alla libidine di quei momenti, quei momenti dopo il raddoppio di Pandev e il rigore parato da Julio Cesar, poteva macchiare irrimediabilmente il foglio e dire basta, ok, ho scritto abbastanza, ci siamo presi le nostre rivincite, da ora in avanti quel che succede, succede.
E invece. E invece ha allontanato subito le lussuriose tentazioni e si è messo al lavoro di buona lena, scrivendo l’epilogo di questa strepitosa storia. E’ partito con il Tagliavento-day, evento necessario per portare ai massimi livelli la tensione tra l’Inter ed il resto del paese, in modo da scatenare nella squadra una enorme rabbia che sarà fondamentale nel proseguio della stagione. Subito dopo, l’ottavo di Champions contro il Chelsea di Ancelotti, sostenuto, oltre che dai suoi tifosi, da quaranta milioni di italiani pronti a tirar fuori le consuete storielle in caso di eliminazione. Ha immaginato la partita di andata, vinta con grosse difficoltà, ma vinta, contro una delle due squadre più forti e complete d’Europa. Tra l’andata e il ritorno, ha pianificato una flessione di rendimento in campionato, così da permettere alla Roma ed al Milan di rifarsi sotto, e di illudersi. Il ritorno a Stamford, subito dopo la brutta sconfitta di Catania, è il colpo di scena della narrazione: Dio schiera tre attaccanti supportati da Sneijder, con Thiago Motta davanti alla difesa insieme a Cambiasso. Quella che ai più sembra una follia tattica si trasforma in un capolavoro senza tempo: la squadra si impone con piglio, personalità e grande, grande autorevolezza su un campo che era, a ragione, ritenuto inespugnabile. E’ la svolta definitiva, per l’Inter europea: da questo momento, i giocatori ed i tifosi acquisiscono la convinzione di poter battere chiunque. Oddio, sopratutto dal punto di vista dei tifosi, proprio “chiunque” no: c’è una squadra che, nonostante l’iniezione di fiducia post-Chelsea, sembra davvero fuori dalla portata dei nerazzurri.
Ma su questo tornerà più avanti, il nostro Zero. Per ora, preferisce concentrarsi sulla crisi in campionato. La Roma si rifà sotto, e nello scontro diretto all’Olimpico una serie di spiacevoli circostanze consegna alla squadra di Ranieri il successo e il –1 in classifica. Sembra una beffa, sembra l’inizio della fine: sarà, invece, il tocco che renderà tutto molto più bello, due mesi dopo.
Zero è un assoluto genio, un campione di malvagità, una vera e propria mente criminale. Per la sua vendetta, ha in mente qualcosa di totale: non gli bastano i meri risultati, vuole distruggere nell’animo i suoi nemici, farli rosolare a fuoco lento per poi divorarli tutti insieme, dopo averli fatti illudere, sognare. E allora, scorrendo le righe, troviamo i – pressochè – tranquilli quarti di Champions contro il CSKA, superati senza particolari difficoltà. E’ in campionato, però, che Zero sfodera tutto il suo estro, scrivendo il primo pezzo di un finale di stagione che resterà per sempre nei nostri cuori: la Roma, approfittando del nostro passo falso a Firenze, completa il sorpasso e si porta in testa per la prima volta dopo settemila anni. La settimana successiva, la squadra di Ranieri vince il derby: mancano 12 punti allo scudetto, nella capitale partono i primi caroselli.
L’intreccio narrativo, a questo punto, prevede il vero capolavoro di Zero, il frutto più delizioso del suo immenso acume. L’accoppiamento della semifinale di Champions League prevede, infatti, che l’Inter debba giocarsi la finale contro il Barcelona di Zlatan Ibrahimovic. Sì, proprio lui, l’uomo che un anno prima se n’era andato per
“raggiungere i traguardi che con l’Inter non avrei mai potuto raggiungere”
Alla maggioranza dei tifosi interisti, a cui ancora sfuggiva la grandezza della loro squadra, l’impresa sembra impossibile. Il Barça, Messi, Ibra, il calcio del 2015. E’ troppo per noi, che fino all’anno scorso in Europa eravamo un Panathinaikos qualsiasi. Fortunatamente, però, Mourinho e i giocatori la pensano diversamente. Di fronte ai supercampioni di tutto, l’Inter sfodera una prestazione incredibile, un trionfo che oscura in un sol colpo tutte le “partite perfette” paventate negli anni addietro. Nonostante il gol subito in casa nel primo quarto d’ora, i ragazzi mettono sotto i marziani, li schiacciano, li stritolano. Segna Sneijder, raddoppia Maicon, chiude i conti Milito, straordinario centravanti operaio che si prende una bella rivincita su chi l’aveva snobbato fino ai 30 anni. Ibra, il grande ex, non tocca palla. Messi, l’alieno venuto da chissà dove che segna quattro gol a partita, viene cancellato dal campo grazie ad una prestazione memorabile di tutti gli eroi vestiti di nerazzurro. Guardiola, l’enfant terrible, è annichilito dalla disposizione tattica di Mourinho. E’ un trionfo su tutta la linea, mentre i fegati degli italiani esplodono con fragorose deflagrazioni. Ma manca ancora il ritorno.
A questo punto, Zero decide che è giunto il momento di raccogliere quanto seminato nei mesi precedenti. L’Inter batte l’Atalanta e la Roma cade in casa contro la Sampdoria: i nerazzurri tornano nella posizione che gli compete, per non lasciarla più. Tre giorni dopo, c’è il return match di coppa in un Camp Nou stracolmo. La vigilia è stata infiammata dagli eclatanti reclami blaugrana, con la paventata Remuntada, le magliette sul rincaro della pelle e le sagaci dichiarazioni di Piquè. L’Inter chiude tutti gli spazi, Mourinho insegna al mondo l’arte della difesa. Nonostante l’espulsione di Motta dopo trenta minuti, il fortino non cede. Piquè segna all’83esimo, ma è troppo tardi. La gioia dell’Inter esplode al Camp Nou, dove i simpatici catalani cercano in tutti i modi di rovinare la festa. Ibrahimovic, sconvolto, decide per una svolta omosessuale. In Italia si tengono i funerali di juventini, milanisti, romanisti e compagnia cantante, distrutti nell’animo e nel fisico da una squadra epica, unica, inimitabile di cui loro non si sono mai potuti fregiare. E’ il trionfo che chiude un aprile magico, ed apre un maggio leggendario.
La prima tappa è a Roma, il 5 maggio: Zero non vuol proprio farsi mancar niente. E’ la finale di coppa Italia contro la Roma delle pischelle in lacrime, dei calci, dei cazzotti e degli esempi per bambini. Il risultato scritto è 1-0, la firma è di Milito, al primo gol del mese più bello della sua carriera. Totti mostra al mondo ciò di cui è capace, il mondo, il suo mondo, apprezza, tanto da tributargli una bella festa la domenica successiva, con tanto di infanti che gli giocherellano intorno.
16 maggio, Siena. Seconda tappa. E’ la finale-scudetto: basta una vittoria, e soffiamo su 18 candeline. Zero dice che, anche stavolta, finisce 1-0. Ancora Milito, ancora Campioni d’Italia, ancora davanti ai romanisti ormai definitivamente deflagrati, ai milanisti e agli juventini, che chiuderanno la stagione della terza stella con un rispettabile settimo posto.
22 maggio. Ormai Zero scrive a ruota libera, fatica a trattenere l’orgasmo ma stringe i denti. Accecato dalla goduria, butta giù la cronaca della finale di Madrid. Nel pezzo in cui descrive le gufate dell’Italia anti-interista, gli scappa qualche gemito. Per tagliare corto, decide di passare dalla strada più semplice: un gol per tempo, tutti e due con la solita, consueta firma, quella di Diego Alberto Milito, l’uomo grazie a cui la comunità gay italiana si è rimpolpata in modo massiccio negli ultimi nove mesi. Finito il racconto della finale - con Zanetti che tira su la coppa, Mourinho che piange, Moratti che affianca suo padre, una nuova Grande Inter, i ragazzi in estasi a Madrid prima e a San Siro poi ed Arnautovic che fa il pirla – il Tifoso Zero, completamente esausto, si lascia finalmente andare ad un fragoroso, imponente, ciclopico orgasmo millenario, accompagnato da grida selvagge e da sbattimento di pugni sul petto. L’opera magna è conclusa, è il momento di consegnarla all’entità superiore che gliel’aveva commissionata.
Con una postilla, però: una postilla che va a chiudere il cerchio. Mourinho, dopo il trionfo, annuncia l’addio, tra fiumi di lacrime sue e degli interisti. Vuole lasciare da all’apice del successo, da divinità assoluta. Farà bene? O farà la fine di Ibra?
Questo, per ora, non lo sappiamo. E’ solo l’inizio di una nuova storia, il sequel dello splendido romanzo conclusosi a Madrid. Siamo pronti a viverla, sperando che qualcuno, chissà dove, abbia di nuovo la possibilità di scrivere i suoi sogni su un magico pezzo di carta.
La conquista della terza Coppa dei Campioni è stata all’insegna delle lacrime. Lacrime a dirotto di una ragazza sugli spalti con telefonino e maglia del centenario, idem per un tifoso inquadrato mentre scattava una foto sotto le note di Pazza Inter, lacrime di Zanetti al triplice fischio con un viso scavato dalle rughe, lacrime di Mourinho prima con Moratti, poi con lo staff e infine con Materazzi, lacrime di cinquantenni davanti alla tv che faticavano a trattenere l’emozione dei ricordi. Insomma, il trionfo dei buoni sentimenti.
Ma (è giusto che ci sia un ma), sarebbe ora di finirla con la retorica dei buoni sentimenti. Anche perché ci hanno pensato subito alcuni protagonisti della finale a portarci con i piedi per terra. Il primo, ovviamente, è Mourinho, il quale merita tutta la nostra stima per come ha sposato il progetto, per il lavoro profuso, per aver adempiuto alla sua obbligazione di mezzi a prescindere dai risultati.
Ma (e qui il ma è davvero irrinunciabile) le lacrime, seppur emozionanti e adamantine, non possono valere 16 mln. Non vuole più allenare l’Inter per tutti i motivi più o meno condivisibili che ha elencato? Bene, 16 mln e amici più di prima. Nessuna manfrina, nessun Mendes di mezzo con operazioni ridicole, nessun richiamo ai sentimenti. 16 mln. Sull’unghia. Anche perché uno dei club più ricchi al mondo, capace di spendere 29 mln per Pepe, non può mostrarsi taccagno quando di mezzo c’è il miglior allenatore al mondo. Abbiamo una posizione aperta per Sneijder? Ecco, compensazione volontaria ai sensi dell’art. 1252 cc e ci sarà reciproca soddisfazione.
L’altro soggetto che ha brillato per tempismo (cit.) è stato il Principe. Nella notte che lo ha promosso Re e lo ha fatto entrare nella storia dell’Inter (e lì resterà per sempre) è riuscito a parlare di soldi in diretta tv con una lucidità impressionante salvo poi ritrattare come il peggior Roberto Mancini davanti ai pm di Napoli. Diego merita tutti gli elogi del caso, ma se vogliamo parlare di denaro, di investimenti e di strategia societaria deve sapere che ha 31 anni e che per 40 mln è libero di andare dove vuole con la stessa reciproca soddisfazione di cui sopra.
E lo stesso discorso vale per chiunque altro. Per il procuratore di Maicon (il Colosso ha detto che resta al 100%) o per il pizzaiolo del 2015. Perché, citando la frase di presentazione di Mourinho, l’Internazionale Football Club non è una banda di pirla.
scritto da Miss Green⁵ il 25 maggio 2010 alle 17:06
Il mondo prima che arrivassi te era nero e azzurro, eravamo Bauscia “in erba” e iniziavamo a capire come festeggiare.
Il mondo insieme a te era più nero e più azzurro, siamo diventati più Bauscia e festeggiare era più facile. L’Inter diventava grande. Un’altra Grande Inter.
Il mondo dopo di te sarà sempre nerazzurro e questi colori saranno sempre tatuati nella nostra anima. Ma non sono sicura che lo saprò apprezzare come prima che arrivassi te.
Ci hai guastati, viziati e resi più esigenti. Sarà come dopo il grande amore, continueremo a fare paragoni con te o cercheremo di dimenticarti fingendo di non averti mai amato veramente? Adesso che la storia è finita, ho paura di non riuscire più a vedere il mondo di prima.
Rimane forte e granitica la consapevolezza che l’Inter ce la portiamo sempre dentro, no matter what. No matter WHO.
Sono passati due giorni, ma è difficile trovare le parole.
E’ difficile esprimere l’emozione, è difficile non scadere nella banalità, è difficile non limitarsi a gioire e basta. E’ impossibile -e inutile- descrivervi emozioni che voi tutti avete provato, lontani chilometri eppure stretti tutti insieme in un abbraccio ideale che prendeva tutti noi. E’ impossibile scrivere cose che non avete già letto sulla partita, sull’impresa, sull’evento, sui risvolti, su tutto quello che è stato e che sarà.
L’unica cosa che posso fare, forse, è tributare un ulteriore applauso a questa Squadra. Non ai ragazzi scesi in campo sabato e nemmeno a quelli che hanno giocato nel corso della stagione, non a Josè Mourinho nè a Massimo Moratti nè a tutti quelli che ci hanno regalato il più intenso ed emozionante mese che un appassionato di calcio possa desiderare. No, non a loro: all’Inter.
Una Squadra fuori dal comune, una Squadra eccezionale che non perde occasione per dimostrare tutta la sua unicità. E’ stato uno dei mille pensieri che mi sono venuti in mente in questi giorni…non so se vi è mai successo, quando lasciate viaggiare liberamente la mente e tante cose si sistemano al loro posto, come collegate da un robusto ed enorme filo rosso che però, inspiegabilmente, prima non vedevate.
Ecco, è stato questo quello che ho visto: il fil rouge di questi fantastici 5 anni. 5 anni in cui, uno dopo l’altro, abbiamo abbattutto tutti i muri, le opposizioni e i blocchi -mentali e no- alzati davanti a noi nel non più recente passato. Ma andiamo con ordine.
E’ il settembre del 2006. L’Inter dopo 17 anni ha di nuovo lo Scudetto cucito sul petto. Ma è uno Scudetto fatto di veleni, tribunali e carte bollate: per alcuni il più bello, sicuramente il più contestato. E l’Inter, che non vince mai, che non riesce mai a fare il passo finale, che non riesce mai a liberarsi dei suoi complessi, è chiamata a confermare sul campo quello Scudetto. Una conferma scontata secondo molti, inevitabile, eppure niente affatto certa per una Squadra che deve abbattere 17 anni passati lontano da quel trionfo. Lo vincerà quello Scudetto l’Inter, lo sappiamo tutti, ma il punto non è questo: il punto è COME lo vincerà. Lo vincerà lasciando un abisso alle proprie spalle, lo vincerà triturando ogni record possibile e immaginabile, con una violenza inarrestabile, come un carrarmato, zittendo qualsiasi possibile obiezione. Lo vincerà in trionfo, come fanno principi e re. Lo vincerà senza lasciare spazi ai dubbi, ai “se” e ai “ma” tanto cari all’Italia pallonara.
Ce lo ricordiamo tutti questo trionfo, e ce lo ricorderemo per tanto tempo. Per me quel campionato ha sempre avuto un significato speciale non tanto per il risultato ottenuto quanto, appunto, per il modo in cui è arrivato quel risultato. Per il modo in cui ci si è sbarazzati di tutte le paure, di tutte le fobie, di tutti i complessi. Non vincevamo mai e, paradossalmente, per la paura di non vincere abbiamo trionfato.
Passa il tempo, passano gli anni e l’Inter si afferma come Squadra più forte d’Italia. Apre un ciclo all’apparenza interminabile, mostrando una potenza, una duttilità e una fame di successo che solo gli anni passati a mangiare la polvere possono darti. Non contenta di quanto fatto con lo Scudetto dei Record, non contenta di aver maciullato i suoi stessi primati, continua ad avanzare a testa bassa scrollandosi di dosso gli ultimi residui di quegli anni: instancabile, affamata, insaziabile.
Ma arriva il momento di fare i conti con l’Europa. I conti con la Champions League, abbandonata quando ancora si chiamava Coppa dei Campioni. I conti con un passato che manca da quasi mezzo secolo.
All’inizio sembra un sogno impossibile: troppo lontana, un’inarrivabile utopia. Poi piano piano ci si trova davanti ad una squadra che cresce e che sembra guardare con sempre maggior interesse a ciò che succede oltreconfine. Si arriva al 2010, la stagione del Quinto, e appare chiaro a tutti che la maturazione avviata è concreta, tangibile. I più sicuri lo dicono da subito: la Coppa arriverà. Non subito, non immediatamente, ma arriverà: è inevitabile. Non quest’anno, ma arriverà. Non quest’anno. Neanche i più fiduciosi ci credevano. Eppure è proprio quest’anno, alle soglie di una clamorosa eliminazione già nel girone, che scatta qualcosa nell’Inter. Non nei giocatori, non nell’allenatore, non nella società: nell’Inter.
Scatta quella stessa scintilla vista quattro anni prima, scatta quella stessa luce che ci ha portati a sbriciolare ogni record di casa nostra. Inizia un cammino che in pochi possono capire, in pochi possono percepire sin dall’inizio. Ma è evidente, è lampante. E’ inevitabile. I paragoni con quello Scudetto sbranato si fanno imbarazzanti. Pensateci: quale può essere una vittoria in Champions paragonabile -nelle modalità- alla conquista di quel campionato?
Eccovela servita. Sul suo cammino europeo l’Inter si trova davanti i Campioni di Russia, i Campioni di Ucraina e gli inarrivabili Campioni del Mondo. Poca roba, qualificazione facile: no, si rischia di andar fuori. Poi la scintilla. Due gol in tre minuti nell’inferno di Kiev per rimettersi in corsa. Adesso basta, non sono più gli uomini che parlano. Non sono più i calciatori, non sono più i dirigenti, nè l’allenatore: adesso è l’Inter ad essere stufa. Dateci tutto: lo travolgeremo.
Arriva il Chelsea. Una delle grandi favorite alla vittoria finale, probabilmente dopo il Barcellona la squadra più forte d’Europa. Arrivano i Campioni d’Inghilterra. L’ex squadra di Mourinho, il team di Ancelotti. Il peggior sorteggio che potesse capitare agli ottavi di finale. Del resto ce lo siamo cercato, con quel secondo posto nel girone. Ma è proprio quel secondo posto ad essere funzionale al Capolavoro. 2-1 a Milano, uno spettacolare 0-1 a Stamford Bridge. Zero chiacchiere: Chelsea eliminato.
L’impresa è enorme per un’Inter che non segnava un gol negli ottavi da anni. Molti sono già soddisfatti, in altri prevale la curiosità ma le illusioni restano poche: vediamo dove si può arrivare. C’è l’abbordabilissimo CSKA nei quarti, ma il tabellone beffardo ci mette in semifinale al cospetto del Barcellona.
Ritornano i Campioni di Spagna. Ritornano i Campioni d’Europa. Ritornano i Campioni del Mondo. Fine della corsa.
Per una Squadra di calcio, forse. Per undici giocatori, forse. Non per l’Inter. Il Barcellona dei sei titoli è solo un altro strumento funzionale al Trionfo. Si passa anche in svantaggio a San Siro, per rendere ancora più maiuscola l’impresa. 3-1, ci ritroviamo in Catalogna. In 10 dopo 20 minuti: giusto così, il Successo dev’essere totale e travolgente. Tiri subiti: due. Arrivederci anche ai Campioni di Spagna.
Resta la finale, l’ultimo atto. Via i Campioni d’Inghilterra, via i Campioni di Spagna. Quale può essere la perfetta vittima designata? Solo loro: i Campioni di Germania. Partita con poca, pochissima storia. Una storia che conosciamo tutti.
Inghilterra, Spagna, Germania: tutta l’Europa che conta è ai piedi dell’Inter. Un cammino di difficoltà inaudita, difficilissimo da vedere anche ai tempi della Coppa dei Campioni, che però non basta ancora a questa Squadra. La lezione è la solita. Non è sufficiente vincere: bisogna trionfare.
Quattro anni prima all’Inter non erano bastati distacchi siderali, oggi le non basta fare fuori personalmente una per una le principali contendenti. Quattro anni prima aveva riscritto la Storia del Calcio, oggi deve riscrivere la Storia del Football, quello vero.
Il treble.
Come quattro anni prima, l’Inter si risveglia e non si accontenta di vincere: vuole stravincere.
Come quattro anni prima, l’Inter riesce nella sua impresa e raggiunge il suo obiettivo.
Come quattro anni prima l’Inter lascia annichiliti gli avversari, senza parole, senza possibilità di ribattere.
Come quattro anni prima, mette un punto esclamativo enorme sul suo trionfo.
Il treble.
Ottenuto eliminando dalla competizione tutta l’Europa che conta.
Il treble.
Condito da cinque scudetti consecutivi.
L’Olimpo del Football, dove nessuno è mai arrivato.
Adesso i buchi neri sono colmati, non ci sono più falle da tappare. Adesso tutti i conti sono chiusi. Adesso è il momento del trionfo totale e assoluto.
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