2000-2009: 10 anni da Pazza Inter. Parte seconda: la luce in fondo al tunnel.

La prima campagna acquisti ispirata da Roberto Mancini (estate 2004) tinge l’Inter di albiceleste, colori dell’Argentina di Veron, Cambiasso e Burdisso e dell’ex squadra dell’allenatore jesino, la Lazio da cui arrivano Mihajlovic e Favalli; altri acquisti sono il terzino Ze Maria, il centrocampista Edgar Davids ed il terzo portiere Carini, che qui si menziona solo in quanto contropartita di uno scambio con il sempre “rotto” cannavaro in una delle tante pagine della vergogna non interista ma del calcio italiano, come si è scoperto in seguito. Del progetto non fanno più parte Brechet, Helveg, Lamouchi, Farinos, Okan e Kallon, quest’ultimo protagonista di una stagione precedente travagliata, tra cartellini per nervosismo ed una squalifica per doping, viene sostituito in attacco da un greco simpatico ed anonimo, Choutos.

L’allenatore viene da un’esperienza più che positiva, ha portato una Lazio in ristrettezze economiche che è al massimo una lontana parente della squadra piena di campioni costruita da Cragnotti a vincere la Coppa Italia contro la juve di Lippi ed al 6° posto con un gioco altamente spettacolare, le aspettative su di lui sono elevate da parte di un ambiente che non vince da tanto, troppo tempo.
La prima Inter da lui progettata si schiera con un classico 4-4-2, con Deki esterno a sinistra, Veron ad illuminare con affianco i polmoni di Davids (ma per poche partite) e Van Der Meyde a destra, con l’ambizioso progetto di far convivere in attacco senza pestarsi i piedi due attaccanti dalle caratteristiche simili come Vieri ed Adriano, pur con Martins prima alternativa e Cruz che come entra, segna.
Il progetto resta sostanzialmente lo stesso, ma viene presto modificato negli interpreti, grazie all’inaspettata esplosione del Cuchu Cambiasso, prelevato a parametro zero dal Real Madrid, che in breve scalerà le gerarchie per formare con la brujita connazionale una coppia di centrocampo ad alto tasso di fosforo, ed a destra l’involuzione dell’ala olandese fa spostare a centrocampo l’impiego di Capitan Zanetti.
Talvolta sulla fascia sinistra trova spazio Recoba, mentre il tridente è riservato alle situazioni d’emergenza, quando c’è un gol da recuperare. O due, come capita in quella che è forse la partita emblematica della cosidetta “Pazza Inter”, un Inter-Sampdoria del 09-01-2005 in cui sotto di due gol, nel giro di pochi minuti (gli ultimi), Oba-Oba, Tritolone ed il Chino ribaltano il risultato.

Quell’Inter gioca bene, ma è comunque un cantiere aperto per troppo tempo, specialmente all’inizio quando rimedia 10 pareggi nelle prime 12 partite ed al tecnico viene dato il nomignolo, da stampa e qualche tifoso, di “Mister X”: alla tredicesima giornata Inter-Juve non è affatto uno scontro diretto, ma finisce comunque 2-2 grazie ai gol nel finale di Vieri ed Adriano.

In Europa, il girone di Champions ci vede superare agevolmente Anderlecht, Werder Brema e soprattutto l’eterno ritorno, il Valencia: questa volta però il Mestalla non ci vede assediati ma assolutamente straripanti, il tabellino recita Stankovic-Vieri-Aimar (V)-Van Der Meyde-Adriano-Cruz. 1-5, l’Imperatore in stato di grazia, Ranieri sulla panchina dei padroni di casa.
Agli ottavi affrontiamo il Porto, campione in carica e fresco vincitore dell’ultima Intercontinentale ma già privo del suo condottiero, quel Josè Mourinho che dopo aver vinto con esso in due anni tutto quello che poteva, in Europa, è andato al Chelsea, e di Deco e Carvalho: abbiamo facilmente la meglio di quella squadra, il cui elemento di spicco, Ricardo Quaresma, fa una prova abbastanza incolore.
Ai quarti va in scena una brutta storia, il remake in chiave horror dell’Euroderby di due anni prima: male all’andata la squadra, malissimo al ritorno gli spettatori, che dopo un gol annullato a Cambiasso (ingiustamente, ma non è rilevante) fanno partire un fitto lancio di fumogeni, uno dei quali colpisce l’allora portiere milanista Dida che da quella serata in fondo non si è mai ripreso del tutto. Vittoria a tavolino per i diavoli, 4 turni a porte chiuse per noi, da scontare l’anno dopo.

Non può finire così, penso, mentre il 25/05/2005 vedo i cugini sopra di tre gol sul Liverpool, che caspita, un’altra stagione partita con grandi attese, in cui però alla fine festeggiano gli altri..
Ed infatti, pure qualche dio del calcio si rende conto che è ora di finirla, di cambiare un po’ il vento: ad Istambul il Liverpool fa il Perugia (o la Lazio) della situazione, ma soprattutto arriviamo di nuovo in fondo ad un torneo, pazienza se è solo la Coppa Italia da contendere alla Roma di Spalletti. Gli abili geni che gestiscono la federcalcio avevano piazzato la doppia finale praticamente oltre la fine della stagione agonistica tradizionale, il 12 e 15 Giugno, quando, per esempio, le squadre nazionali impegnate per la Confederations Cup avevano già ampiamente iniziato i propri ritiri…
Fortunatamente la professionalità della società riesce a metterci una pezza, convincendo i CT di Brasile ed Argentina a concedere, almeno per la gara d’andata, che Adriano, Cambiasso e Zanetti si uniscano in seguito alle rispettive nazionali, e lo sforzo diplomatico viene ampiamente ripagato in campo: l’Imperatore segna una doppietta delle sue, all’Olimpico di Roma, i due centrocampisti fanno il loro, e più di mezza Coppa è in cassaforte; tre giorni dopo, a nulla valgono gli sforzi della Roma perchè una punizione di Sinisa Mihajlovic al 52′ chiude i giochi.

E’ un’esperienza strana, quasi irreale, tornare ad esultare per un trofeo vinto… subito mi metto nei panni di Zanetti, che aveva festeggiato la Uefa 97-98 e poi solo tanta amarezza, che viene chiamato in diretta televisiva per partecipare, almeno telefonicamente, alla festa…

Quando il giorno dopo compro la Gazza, al paginone centrale con la squadra che esulta mi stupisce solo un’assenza, quella di Bobone Vieri, infortunato certo, ma che mi fa comunque strano non vedere nemmeno in abiti “civili”. In realtà, le solite voci parlano da qualche tempo di un feeling ormai finito tra l’ariete protagonista di molte battaglie e l’ambiente nerazzurro, anche con quell’allenatore che solo dieci mesi prima lo ospitava sullo yacht da amicone… non faccio in tempo a realizzare la notizia dello scioglimento del contratto (scioglimento? – penso – e che vuol dire? non poteva prima trovare una squadra, e poi far trattare l’Inter in modo da intascare qualcosa?) che il giorno dopo già si da per fatto il suo accasamento al milan. Sono un po’ stranito, ma dopo Ronaldo non mi stupisco granchè.

La campagna acquisti dell’estate 2005 porta in nerazzurro un paio di campioni affermati troppo presto ceduti dal Real Madrid (come Cambiasso l’anno prima): Walter “the wall” Samuel in difesa e l’ex pallone d’oro Figo, ala-trequartista-marito; nella stessa spedizione postale è compreso Santiago Solari (da molti tifosi interisti ed internauti ricordato soprattutto per la splendida sorella Liz, che in quell’estate contende il titolo di miglior “acquisto” alla moglie di Figo), mentre da Udine arriva il regista cileno Pizarro, dal Brescia il terzino camerunense Wome, il terzo portiere Orlandoni dal Piacenza ma cresciuto proprio nelle nostre giovanili e dal Chievo, dove era in prestito, un giovane portiere brasiliano di belle speranze, Julio Cesar, che si segnala subito per essere il compagno della prima, storica Ronaldinha.
Sembra incredibile, ma la stagione che ci porterà  il tanto atteso 14° scudetto, almeno in rete, era iniziata con queste considerazioni altamente specialistiche… intanto lasciano Appiano Gentile due estrosi ma troppo discontinui Emre e Van Der Meyde, i poco utilizzati Gamarra e Karagounis, la delusione Davids, il secondo portiere Fontana (reo di alcune polemiche di troppo, per un secondo…) il desaparecido Coco e l’ex promessa Pasquale, che in un paio di occasioni ha ricordato il tragico Gresko e da allora non ha più ritrovato la fiducia necessaria per percorrere quella maledetta fascia sinistra.

Pronti-via, il primo trofeo della stagione cioè la Supercoppa è nostro, lo timbra la Brujita concludendo una splendida azione. I gobbi, battuti, trovano il coraggio di lamentarsi anche in seguito per un paio di dettagli di fuorigioco, l’ultima volta anche in presenza di Facchetti, che ha la pronta risposta su Giraudo e Moggi “guardate che se lo tiriamo fuori noi, il foglietto dei torti…”. In effetti, da qualche mese, qualcuno lo ha proprio tirato fuori, un certo foglietto. Non sono semplici lagnanze, ma intercettazioni da sbobinare e verso Maggio-Giugno capiscono quasi tutti (gli scemi no, non capiscono nemmeno se gli dai ripetizioni) come andava completata la frase.

Nel frattempo, la stagione in campo ci vede in corsa su tutti i fronti: in campionato gli innesti si rivelano azzeccati e fino a dicembre-gennaio teniamo il passo della juve di Capello nonostante la sconfitta nello scontro diretto a Torino, in Champions dopo il preliminare con gli ukraini dello Shaktar Donetsk dell’ex Lucescu ci tocca un girone facile con Artmedia, Rangers e Porto, che superiamo da primi senza alcun problema.
Tra le varie partite della prima parte di stagione, due meritano di essere ricordate, ovvero il derby dell’11/12/2005, finito 3-2 per noi con inzuccata decisiva su corner all’ultimo minuto di Adriano, sul palo “presidiato” dal fratello grasso del Vieri nostro ex giocatore, e due turni dopo Inter-Empoli 4-1 del 21/12: in questa gara c’è un’altra incornata del nostro centravanti brasiliano, che però centra un giocatore avversario; Adriano perde conoscenza, viene accompagnato fuori… dicono che sia tutto a posto, ma che sia una coincidenza o meno, questa è l’ultima vera apparizione dell’Imperatore che per due anni e mezzo era immarcabile dalle difese di Serie A.

Il 2006 si apre con l’Inter (arricchita dell’esterno mancino brasiliano Cesar, dalla Lazio) che pur sotto di 8 punti, tiene il passo dei bianconeri o quasi fino al secondo scontro diretto, che affronta da -9 e perde riponendo i propositi scudetto, perdendo progressivamente terreno; in Champions non va meglio, in quanto battuto l’Ajax agli ottavi, il sorteggio ci mette davanti al “sottomarino giallo” di Spagna, il Villareal: all’andata 2-1 per noi, con una delle DUE reti complessive segnate da Adriano tra gennaio e giugno di quell’anno, al ritorno una brutta prestazione, con Veron impegnato più a bisticciare con l’ex amico Sorin (che gli aveva rotto mezza casa a Roma, ok, ma non era lo stesso un buon motivo per scegliere QUELLA sera per regolare i conti…) che non ad illuminare il campo come sapeva fare, ed Adriano e Recoba semplicemente irritanti.

Pazienza, la consolazione sul campo arriva con il re-match della finale dell’anno prima in Coppa Italia, sempre con la Roma di Spalletti. 1-1 all’Olimpico, 3-1 al Meazza con gol di Cambiasso, Cruz e Oba-Oba Martins (alla sua ultima anche se inconsapevole presenza in nerazzurro), e stavolta può essere il Capitano ad alzare il trofeo.
Il terzo trofeo di quella stagione invece viene alzato da dei pagliacci vestiti da carcerati a Bari, nell’ultima farsa dei taroccatori di campionati prima dello scoppio pubblico del più grande scandalo del calcio italiano, Moggiopoli. Quando il 14 Luglio viene fatta finalmente giustizia (o almeno in parte, diciamo), l’Inter è già in ritiro per la stagione a venire, e festeggia negli spogliatoi ma con moderazione uno scudetto atteso evidentemente oltre i propri demeriti.

Il 14°, lo scudetto più bello.

(continua – si ringrazia Luis per la consulenza…)

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