Sogno d’oro

Stanotte ho fatto un sogno, ma è stato un sogno un po’ strano perché questa mattina non si è dissolto con la luce, è rimasto dentro la mia testa come un ricordo di qualcosa che ho vissuto davvero.

Nel sogno mi ritrovavo bambino, mano nella mano con mia madre, camminando verso lo stadio Olimpico di Roma, quello senza metallo, senza tetto, tutto bianco, una pista marrone vicino e un prato verde lontanissimo.

Come sempre mia mamma mi portava a vedere l’Inter e come sempre mi vestiva da Inter, estate o inverno era uguale; pantaloni corti neri, calzettoni neri e maglietta a strisce nerazzurre larghe (allora era così). Poi sopra la maglietta dell’Inter altra maglietta, celeste se giocava la Lazio o rossa se giocava la Roma, nient’altro, perché mia mamma è montanara e la temperatura non è una variabile per vestirsi…strano perché da piccoli è la stessa cosa.

“Insomma mamma ma perché due magliette? Io voglio solo quella nostra!”

“Piccolino non fare storie, allo stadio non sai mai chi puoi trovare, magari c’è qualcuno che fa lo stupido e dobbiamo scappare via”.

Scappare? In realtà lo avevamo già fatto molte altre volte: l’Inter quando segnava faceva urlare di gioia la mamma con frasi incomprensibili in dialetto sondriese e alla fine c’era sempre qualcuno con cui si metteva a discutere e…si sa, le donne di montagna non cedono mai: così spingendo e urlando dovevamo scappare sempre via, insultati dai tifosi avversari, ma sempre immensamente felici delle nostre vittorie.

Insomma, anche questa volta con una maglietta celeste sopra la mia nerazzurra entriamo in tribuna e ci sediamo per la partita, ma questa volta la Lazio non vuole mollare ed è la prima ad andare in vantaggio. Segna uno dei loro idoli, un biondino dagli occhi tristi che poi farà una fine triste, tutti intorno urlano come pazzi, è incredibile che la lazietta possa vincere con gli invincibili…e in quel tripudio solo io e la mia mamma restiamo seduti a guardare i nostri eroi parlarsi per capire come rimontare il risultato. È il numero tre quello che chiama a raccolta tutti: è altissimo e fiero come un Dio greco, lo potresti riconoscere tra mille. Batte le mani e conforta i nostri.

Nel secondo tempo pareggiamo. Mamma mi stringe trattenendo le urla, è un autogol ma va bene lo stesso, poi mi prende in braccio: ha già capito che i nostri sono pronti per chiudere la partita, e cinque minuti dopo…GOOOOOL! Un urlo infinito. Io e mamma saltiamo in aria nel silenzio generale, io sono altissimo, mamma mi solleva, poi mi rimette a terra, in un lampo mi sfila la maglietta celeste e poi come se fossi la sua personale bandiera mi sventola in cielo con la mia meravigliosa maglietta dell’Inter. Urlo urlo sempre più forte come se fossi sicuro che i giocatori potessero sentirmi, ma in realtà ci sentono solo i vicini della tribuna e guardandomi intorno mi rendo conto che la scena che stavamo facendo non era delle più piacevoli per loro. Allora chiedo alla mamma di mettermi giù ma lei niente, continua ad urlare imperterrita come se nulla fosse, fino a che un paio di energumeni, alti quanto me in braccio a mamma, gli dicono di smetterla. Io prego perché la mamma accetti il consiglio, ma già so che le mie preghiere non saranno mai ascoltate. Mia mamma se ne esce con il suo classico “Perché sennò?”. In quel momento comincio a sudare freddo. I due bruti si avvicinano minacciosamente e sembra proprio che questa volta non ce la faremo a scappare. Ma nel silenzio totale che si era creato, due file più in alto si sente distintamente: “Ué gurilla fate i bravi e pedalare su”.

La folla si aprì e scoprii che la frase l’aveva detta un ometto né grosso né alto, ma al collo aveva una meravigliosa sciarpa nerazzurra. I due energumeni si girarono ancora più minacciosamente, ora avevano un obiettivo ancor più invitante da colpire, ma l’ometto non si scompose per nulla, mise la gamba destra più indietro per prendere una posizione più salda, impugnò l’ombrello a metà come se fosse una lancia e disse: “Su ragazzi pedalare che non ho voglia di farvi male”. Scolpendo sul suo viso un ghigno che non scorderò mai. I due gli urlarono qualcosa del tipo. “A vecchiè, mo t’ammazzamo…” ma il suo ghigno rimase impassibile, anzi vidi stringergli meglio l’ombrello.

A quel punto sull’orlo del baratro la folla si aprì di nuovo e si fece avanti un vecchietto che tutti guardavano con un enorme rispetto. Guardò i due bruti e gli disse ”Ragazzì, levateve de mezzo perché questo ve gonfia, sto nanetto che volete menà è uno che gente più grossa di voi n’ha seppellita a mazzi, è un eroe della guerra, uno che 30 gradi sottozero se l’è bevuti come na limonata. Dateme retta, lassate perde”.

Il vecchietto era un eroe partigiano, un altro che la sua guerra non l’aveva persa, uno che i soprusi li prendeva a calci in bocca e allo stadio tutto lo conoscevano e lo rispettavano.

I due bruti guardarono tutti in malo modo ma rassegnati capirono che era meglio lasciare stare, anche perché il mio eroe con la sciarpa nerazzurra aveva già trasformato il ghigno in una smorfia terrorizzante, con l’ombrello sempre più pronto ad essere utilizzato. Tutti si misero a sedere e per fortuna la partita finì presto con l’Inter vincente. Allora corsi ad abbracciare l’uomo con la sciarpa per condividere la gioia e per ringraziarlo dell’aiuto che ci aveva dato, e lui col ghigno che era tornato un sorriso mi disse: “Vieni con me picinin, che ti faccio conoscere i tuoi veri eroi”.

Scendemmo gli scalini dell’Olimpico a due a due e, saltando non so come tutti i controlli, entrammo nella pancia dello stadio fin dentro gli spogliatoi. Tutti coloro che lo incontravano gli stringevano la mano e quasi si prostravano come se fosse il padrone di tutto, ma stranamente lo chiamavano in maniera così amichevole che sembrava fosse solo un vecchio amico o un fratello maggiore. A quel punto vidi avvicinarsi un uomo altissimo che quasi si inginocchiò per salutarmi e il mio nuovo amico con la sciarpa gli disse “Ué Cipe ti presento un piccolo di Bauscia, per lui in tribuna quasi ci ammazzavano…

Pazzo che non sei altro, ma quante volte ti devo dire di non andare a vedere le partite in tribuna, fuori da Milano?”

“Che ci vuoi fare, io se non sento la gente vicino non mi diverto e poi allo stadio conosci sempre gente incredibile” rivolgendosi a mia mamma che ormai, riconoscendo tutti i suoi beniamini, era in uno stato di totale alienazione…

“Tieni ragazzo, se sei un piccolo Bauscia allora ti meriti questa

Il gigante si abbassò e mi donò la sua maglietta ancora sudata. Era enorme, identica alla mia, ma mille misure più grande. La presi come se fosse una reliquia. Lo ringraziai con un sorriso più bauscia possibile e mano nella mano con la mamma tornai a casa, non prima però di aver dato un bacio enorme all’uomo con la sciarpa.

È così che mi sono svegliato questa mattina, con un sogno che sembrava realtà. Sceso dal letto ho aperto il solito il cassetto delle maglie, ho preso la prima in alto -quella bianca, per andare al lavoro- e come tutte le mattine ho controllato che ci fosse anche l’ultima, quella a strisce nerazzurre…larghe.

Che strano sogno…non riesco a togliermelo dalla testa, è troppo bello, mi sa che lo devo scrivere da qualche parte per non scordarlo. Sì ma aspetta, come si chiamava l’omino con la sciarpa nerazzurra?

Ah già.

Peppino naturalmente.

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