scritto da il 31 dicembre 2009 alle 13:54

2000-2009: 10 anni da Pazza Inter. Parte terza: quando “pazzi” diventano tutti gli altri.

Estate 2006, il campionato più (ri)pulito di tutti i tempi va affrontato presentandosi bene, per non fare brutte figure.

Per un Mihajlovic che si ritira, per affiancare il Mancio in panchina, il giovane Andreolli che già aveva esordito in prima squadra viene aggregato stabilmente, per due terzini tutto sommato modesti come Ze Maria e Wome, che non vengono confermati, i sostituti sono un fresco Campione del Mondo, Fabio Grosso, e due brasiliani già sgrezzati in europa da Ajax e Monaco, Maicon e Maxwell (con quest’ultimo che può giocare anche più avanti); a centrocampo Veron decide che dal calcio europeo ha gia avuto (e dato) abbastanza, ed è ora di fare ritorno a casa per seguire le orme paterne: il sostituto più logico sarebbe già in rosa, quel Pizarro che non ha trovato molto spazio finora ma gioca proprio in quel ruolo. Ed invece, il cileno cede alle lusinghe del suo ex tecnico Spalletti che gli promette un posto da titolare a Roma, così che la strategia nerazzurra cambia radicalmente: dentro i centimetri e la forza fisica dell’ex stella dell’Arsenal e vice capitano della Francia, Patrick Vieira, i polmoni di Olivier “martello” Dacourt dalla capitale (per sostituire quelli di Cristiano Zanetti, andato a giocare in serie B), e la scommessa argentina Mariano Gonzalez a prendere il posto dei poco impiegati Cesar e Kily Gonzalez.
Il vero capolavoro tuttavia è l’arrivo a Milano del Genio, lo svedese Zlatan Ibrahimovic lanciato nel calcio che conta dall’Ajax qualche anno prima, insieme al ritorno della vecchia conoscenza Hernan Crespo, bomber umile e scottato dall’essere stato trattato come un pacco postale da Chelsea e Milan ma di sicuro affidamento (cosa che non si poteva certo dire di Adriano o Recoba). Arrivederci e grazie (per i gol e per la plusvalenza realizzata) invece ad Obafemi Martins.

La prima partita stagionale (26/08) inizia coi botti: nel giro di mezzora siamo sotto di 3 gol e la Supercoppa sembra decisamente diretta verso Roma; sono Vieira e Crespo con 3 gol a caricarsi la squadra sulle spalle, preparando la tela per la pennellata finale su punizione di Luis Figo. Guardando le facce dei giallorossi, completamente distrutti, mi viene in mente un altro 4-3, di 6 anni prima.

Il giorno dopo, Materazzi porta il trofeo dal Presidente Facchetti in ospedale come già fatto con la Coppa del Mondo qualche tempo prima: ancora non è di dominio pubblico la cosa, ma la Bandiera nerazzurra si sta per ammainare, prematuramente, contro un male incurabile. E’ il 4 Settembre quando i tifosi nerazzurri e gli amanti del calcio pulito, a prescindere dal tifo, piangono la scomparsa del Cipe, calciatore gentiluomo e soprattutto persona perbene, ed è a lui che Cambiasso dedica la sua doppietta alla prima giornata di campionato, contro la Fiorentina.

La squadra ha bisogno di pochi semplici aggiustamenti, per spiccare il volo: se Julio Cesar è una scoperta dell’anno prima, bastano poche gare per capire il valore di Maicon o il fatto che Materazzi dopo il Mondiale di Germania è ancora in stato di grazia (chiuderà l’anno con anche 10 reti all’attivo); il Mancio sperimenta e poi sposa il “rombo” con Figo trequartista puro, mentre davanti si consuma l’involuzione psicofisica di Adriano ed il terzetto Ibra-Crespo-Cruz mostra ottime intese.

La svolta, senza dubbio, sabato 28/10/2006: derby vinto 3-4 con gol di Crespo (torsione implacabile), Stankovic (sassata), Ibrahimovic (tocco sotto per fumarsi Nesta e siluro), Seedorf, Materazzi che segna e viene espulso, semi-rimonta finale dei rossoneri con Gilardino e Kakà al 90°, Vieirà che, rimasto in campo pur da infortunato per la fine delle sostituzioni si prende a parole con Sinisa… una sofferenza incredibile, dopo un dominio assoluto. Una volta sarebbe stata una gara da Pazza Inter e basta, ora invece scatta l’interruttore nella testa di molti giocatori che diventano consapevoli dei propri mezzi. Non ce n’è per nessuno, a quel derby seguono altre 15 vittorie consecutive per un totale di 17,  record per la serie A e per tutti i maggiori campionati europei. E’ anche, vale la pena ricordarlo, la gara in cui Javier Zanetti rientra da un infortunio per non uscire più.

Si potrebbe chiudere il discorso nel recupero della gara con la Roma, il 18/04/2007, ma ci viene stranamente il braccino e perdiamo la prima gara del campionato proprio in casa nostra contro i capitolini… per non essere troppo poco originali, tutto rimandato di una settimana, a Siena: un rigore di Matrix, mentre la Roma perde a Bergamo, dice che gli scudetti nerazzurri sono 15.

Finalmente la festa è anche per strada, in tutta Italia, gli interisti festeggiano al grido di “noi vinciamo senza rubare”, come i ragazzi negli spogliatoi di Siena. E’ il secondo scudetto dei Record, dopo quello dell’89: 5 giornate d’anticipo, 97 punti, 15 vittorie in trasferta (di cui 11 consecutive, altro record), 30 vittorie su 38 gare, 17 vittorie consecutive, maggior vantaggio sulla seconda, miglior media inglese (+22)… inoltre, anche se non è un record, segnano almeno un gol ben 20 giocatori, praticamente tutta la rosa tranne i portieri ed i poveri Mariano Gonzalez e Choutos, a cui nell’ultima giornata viene negato di tirare un rigore per concedere un’altra ovazione a Figo che sembrava doversi ritirare…

Altre istantanee di quel campionato: il gol di Ibra al Torino a Gennaio, il Derby di ritorno con il Traditore Ronaldo a segnare (ed esultare) il suo gol più inutile in un derby, Inter-Empoli 3-1 con la perla del Chino da calcio d’angolo in una stagione che l’aveva visto decisamente in disprte, un altro 4-3, stavolta ai danni della Lazio a scudetto già conquistato, mattatore della rimonta Hernan Crespo, la festa con la consegna dello Scudetto all’ultima giornata con Mataerazzi vestito completamente di bianco, ed ogni riferimento era chiaro.

Purtroppo l’Inter non riesce ad essere altrettanto schiacciasassi in Champions, dove inizia male con due sconfitte (Sporting Lisbona e Bayern a S.Siro) il girone, salvo rifarsi con tre vittorie consecutive (Spartak Mosca e di nuovo Sporting) e pareggiare l’ultima, ininfluente sfida in Baviera. Agli ottavi l’urna dice Valencia, ma dopo tre incroci a loro sfavorevoli nei precedenti 4 anni, nel 2006-2007 siamo noi ad avere la peggio in una notte che verrà ricordata, più che per l’indolenza dei nostri attaccanti o per il fatto che usciamo per la terza volta in 5 anni per la regola dei gol in trasferta, per l’ignobile scazzottata finale scatenata dal pugno del valenciano Navarro a Burdisso a match già concluso, con inseguimenti successivi allo spagnolo che richiederebbero di essere montati con la musica di Benny Hill in sottofondo.

La finale di Coppa Italia, per il 3° anno consecutivo, è Inter-Roma, tuttavia questa volta è giunto il momento della rivincita per Spalletti & Co., oltre che il momento del digestivo dopo i bagordi-scudetto per i nostri. L’andata all’Olimpico è semplicemente un tiro a segno, 6-2 per loro e la domanda se fossimo su Scherzi a Parte per noi, mentre al ritorno non basta la grinta messa in campo dai soliti noti (su tutti, Crespo), sia per la costante applicazione dell’antichissima arte della perdita di tempo dei romanisti, sia perchè in attacco per noi c’era Recoba. L’espulsione di Cordoba ed il gol di Perrotta all’84° fissano il risultato sul 2-1, e tanti saluti alla toppa tonda sulla maglietta, dopo due anni. Non ci lamentiamo comunque, per la stagione conclusa.

Un’ultima partita va segnalata in quell’anno, si gioca il 28 Maggio a Novi Sad per beneficenza e l’occasione è l’addio al calcio (giocato) di Sinisa Mihajlovic: pazienza se in realtà il grande difensore ha smesso già da mesi di giocare, è sempre stato un po’ matto anche lui.. la partita resterà nella storia, in ogni caso, anche perchè è la prima e unica del Mancio con la maglia numero 10 nerazzurra.

Pochi ritocchi ma mirati: questa la richiesta dell’allenatore, e la società esegue.
Nell’estate 2007 partono Grosso, che non ha legato al meglio con lo spogliatoio, Recoba alla ricerca di maggior minutaggio di scioco, Gonzalez, Choutos ed Andreolli.
I sostituti sono nomi di tutto rispetto, cioè il terzino/centrale della Roma Chivu, l’attaccante Suazo dal Cagliari, il fantasista cileno Jimenez e due giovani dai soprannomi curiosi: il difensore colombiano “Tyson” Rivas ed il centrocampista portoghese “Pelè”; ritorna inoltre dopo un prestito Cesar.

La stagione inizia nel segno degli infortuni, cosa che proseguirà fino a Maggio, in tutti i reparti. La Roma fa subito capire in Supercoppa (che vincono 1-0) che non sono più gli spreconi dell’anno prima, ma che faranno di tutto per contendere lo scudetto fino alla fine. Ciononostante, fino a Dicembre la strada sembra quella conosciuta, con l’Inter a prendere il largo dopo la vittoria di Roma per 1-4 del 6° turno, passando per gare come Inter-Genoa, Inter-Lazio o Inter-Torino vinte con 3 o 4 gol di scarto ed un dominio assoluto anche come gioco.

In Champions di nuovo si inizia con una sconfitta in casa del Fenerbahce, ma chiudiamo il girone primi davanti ai turchi, al PSV Eindhoven ed al CSKA Mosca, con 5 vittorie anche rotonde. Dai sorteggi di Nyon a Dicembre l’Inter nonostante pesca un avversario ostico, il Liverpool di Benitez, Gerrard e Torres.

L’anno solare si chiude con l’esordio in prima squadra di un giovane di Brescia di cui parlano tutti gli osservatori, si chiama Mario Balotelli e fa una doppietta in Coppa Italia alla Reggina, e con il Derby del 23/12/2007: preceduta da polemiche sul valore del Mondiale per Club appena conquistato dai rossoneri dissolte con un gesto di Fair Play dal nostro allenatore che fa tributare ai cugini un applauso sincero da parte dei nostri giocatori, la partita rimarrà scolpita nella memoria per la gigantesca cappella del loro portiere, Dida, sul tiro centralissimo di Cambiasso che ci consegna la vittoria. Il vantaggio sulla Roma sembra una sicurezza assoluta, anche se in quella gara si è fatto male Samuel, la nostra colonna portante in difesa visto il grave infortunio patito in nazionale ad inizio stagione da Matrix.

Il 2008 è l’anno del Centenario, e si apre con una discreta sequenza di 7 partite in cui raccogliamo 17 punti, giusto per arrivare senza patemi allo scontro diretto del 27/02 contro la squadra di Totti. Prima però c’è da segnalare la doppia sfida con la neopromossa juventus di Ranieri nei quarti di Coppa Italia, due partite caricate oltremodo di tensioni dall’ambiente bianconero con dichiarazioni al limite del patetico quali “vale uno scudetto”: lo scudetto 15-bis, se dobbiamo seguire queste farneticazioni, ce lo aggiudichiamo senza problemi con un pareggio all’andata (doppietta del nostro antijuventino preferito, Cruz) e schierando il già citato Balo al ritorno a Torino causa penuria in attacco, con risultati devastanti per la psiche collettiva gobba, che non si è neancora ripresa dall’uno-due ad alto tasso spettacolare rifilatole dal giovane bresciano…

A proposito di assenze, arrivi e partenze, ad inizio 2008 se ne va in prestito al San Paolo l’ormai abdicante Imperatore Adriano, travolto da problemi personali non risolvibili con un gol, mentre con la stessa formula arriva dall’Atletico Madrid il centrocampista tuttofare Maniche, viste le assenze prolungate di Dacourt e Vieira (quest’ultimo in particolare si specializza nel farsi male in nazionale, guarire ad Appiano e rifarsi male in nazionale…) ed il fatto che Deki Stankovic giochi ormai da mesi con un problema al tallone. Più in generale, i continui infortunii ed i lunghi tempi di recupero dei giocatori fanno deteriorare i rapporti tra allenatore e staff medico, aggiungendo benzina ad un’ambiente già ad alto rischio incendi e sul quale iniziano i loro voli concentrici i soliti avvoltoi noti come “giornalisti sportivi”.

27/02/2008, Inter-Roma, il vantaggio sulla seconda è di 9 punti, l’Inter ha già rimediato una sconfitta pesante nell’andata degli ottavi di Champions a Liverpool che stanno monopolizzando i pensieri nerazzurri ed i giallorossi scendono in campo decisi a riaprire il campionato: la partita è combattuta, poi verso la fine del primo tempo il vantaggio di Totti che cambia gli equilibri, ed inizia un’autentica passione per gli spettatori nerazzurri; a nulla valgono gli sforzi per pareggiare perchè la Roma tiene bene, in più esce pure Maxwell per infortunio lasciandoci in 10 per aver esaurito i cambi… è in casi come questi che si dice “buttare il cuore oltre all’ostacolo”, e noi in questo abbiamo uno specialista, che non avrà la visione di un Veron o il senso tattico di Cambiasso, ma ne ha viste troppe per non provarci, a tre minuti dalla fine, su quel pallone che finiscee dalle sue parti al limite dell’area… carica il destro… SAN SIRO (e svariati pub e salotti in tutta Italia) ESPLODE!

Ovviamente vanno in scena i soliti piagnistei degli eterni sconfitti, per un’espulsione subita dal poco intelligente Mexes che non sa controllarsi, mentre ci si tocca scaramanticamente i maroni avendo già esultato molto dopo un’Inter-Roma anni prima, quando mancavano meno giornate alla fine… la gara di ritorno con il Liverpool diventa un macigno per la concentrazione dei nostri, che perdono a Napoli e giocano un match bruttino ben al di là del risultato contro la Reggina nella partita che celebra ufficialmente i 100 anni di storia del Club, l’08/03. E’ una serata emozionante comunque per il contorno allestito, con quasi tutti gli ex importanti (almeno quelli non ingrati) che fanno una capatina, se non fisicamente almeno con un video messaggio… tre giorni dopo, il patatrack.

L’Inter gioca meno peggio dell’andata, ma anche a San Siro vince il Liverpool; negli spogliatoi succede qualcosa, mai chiarito del tutto, si dice un diverbio tra tecnico e Presidente causato dal rifiuto ad entrare di Luis Figo nel finale, ma non è certo.. a differenza di quello che dice Mancini davanti alla stampa di mezzo mondo: “penso che tra due mesi non sarò più l’allenatore dell’Inter”.

E’ un vero shock, annunci di questo tipo o compattano, o mandano tutto a remengo, nel calcio. Ma non lo si può certo sapere prima, piccolo dettaglio.
Nei giorni successivi pare ricomporsi la frattura, in ogni caso la squadra è decimata (abbiamo perso pure Cordoba, contro il Liverpool, gli unici centrali rimasti sono Burdisso, Rivas ed il rientrante Materazzi, visto che anche Christian “crystal” Chivu è perseguitato dalla sfiga, mentre davanti Ibra soffre di problemi al ginocchio), e settimana dopo settimana le patte dei nostri pantaloni si consumano.

La Lazio ci da una mano vincendo il Derby, ci complichiamo la vita perdendo contro i gobbi in casa nostra, con regali a profusione dei nostri centrali… nucleari, ed a Roma contro la stessa Lazio, che due punti li porta via pure a noi; fortunatamente le successive 4 gare contro Atalanta, Fiorentina, Torino e Cagliari ci dicono bene, siamo sostenuti dal giovane Balotelli, dal redivivo Vieirà e dai vari Highlanders argentini.

Si arriva così al derby di ritorno, mancano 3 giornate e ci serve UNA vittoria, o 3 pareggi: come dirà dopo la gara Deki, “voi pensavate che avremmo vinto il derby, lo scudetto, tutti felici… no, siamo l’Inter, a noi queste cose non succedono!” Lo dice sorridendo perchè nonostante una sconfitta che da molto fastidio, la settimana dopo c’è Inter-Siena, scaramanticamente ci dice bene (nel mondo del calcio, questi dettagli irrazionali contano eccome), si può essere ottimisti, anche se gli avvoltoi di cui sopra continuano a sganciare sacchi di immondizia a mezzo stampa, stavolta sottoforma di gatti neri…

In vantaggio due volte, due volte ci facciamo raggiungere come polli. E’ un assedio, ma il Siena si difende con le unghie e con i denti, caricata a mille da una settimana di battage mediatico non indifferente. Al 78′ gli sforzi sembrano premiati, rigore per noi: l’incaricato è il Jardinero Cruz (quello che come vede bianconero, segna), ma per l’irrazionalità di cui abbiamo già parlato, Marco Materazzi sente di dover ripetere la storia di 12 mesi prima, e pretende di battere il penalty. Va a botta sicura, è un rigorista dai tempi del Perugia, e per lui è stata un’annata di sofferenze: in effetti, mancherebbe il suo timbro su questo scudetto.

E Manninger para.

Mancini è furibondo, a nulla valgono gli ultimi sforzi, la Roma è a meno uno e gli interisti non hanno più nemmeno la forza di ravanarsi, l’incubo si sta rimaterializzando.

Nell’ultima settimana, come se non bastasse, escono voci su discutibili rapporti tra il tecnico e mezza squadra ed un pregiudicato latitante, poco importa che nessuno sia coinvolto in fatti penalmente rilevanti, ricordate i sacchi di cui sopra? ecco. La ciliegina finale è che per i problemi tra tifosi di Catania e Roma, viene vietata la trasferta di Parma agli Interisti, pur in assenza di oggettivi pericoli, per una supposta (in tutti i sensi) par condicio.
A Parma viene esonerato l’allenatore, che per gli scherzi del destino era don Hector, per vergognosi sospetti dell’inesperto presidente dei ducali (che se non vincono, sono quasi sicuri della retrocessione) di combine… da noi si sussurra che può tornare disponibile finalmente lo Svedesone, anche se solo per uno spezzone.

Nel pantano del Tardini il 18/05, due lampi del subentrato Ibracadabra vanificano ogni velleità romanista, E’ DI NUOVO SCUDETTO, il benedetto 16° (si, perchè in questa stagione non ci facciamo mancare una visita propedeutica in vaticano…). Si sentono fegati esplodere un po’ ovunque, ma soprattutto a Roma e Torino, mentre il Mancio esplode senza più voce un “è dedicato a tutti gli Interisti, e solo a loro” e dalla squadra arriva la conferma del fatto che certa stampa è ormai malsopportata dalle parti di Appiano Gentile (“gufi” ai giornalisti lo ripetono un po’ tutti, ognuno col proprio meraviglioso accento di fratello del mondo).

Una settimana dopo, nella finale unica di Coppa Italia, la rivincita della Roma contro una squadra che nonostante abbia dato già tutto nelle ultime settimane non si arrende facilmente. Tutto come l’anno prima? non proprio…

Le parole del post-Liverpool, i rapporti deteriorati con lo staff medico, i deludenti risultati in Europa… c’è tutto questo, senz’altro, nella decisione di Moratti pochi giorni dopo: un freddo comunicato non condiviso dalla stragrande maggioranza degli interisti comunica la fine di 4 anni ad alta intensità.
Ma c’è soprattutto, secondo me, anche la possibilità da cogliere in quel momento o mai più (almeno nell’immediato) di affidare la squadra a Josè Mourinho, tecnico in ascesa liberatosi in autunno dal Chelsea che ha portato per due anni di seguito a primeggiare in Inghilterra, dopo il ciclo vinci-tutto con il Porto, ed è questa scelta a rasserenare almeno in parte i tifosi, sicuri per lo meno di non essere caduti nelle mani sbagliate.

L’impatto mediatico è spiazzante, fin dalla prima conferenza stampa. Non ci saranno le rivoluzioni evocate dalla stampa, ovviamente senza riscontri effettivi, perchè è lui la rivoluzione. Le ali Mancini, Obinna e soprattutto il tanto richiesto Quaresma, oltre al centrocampista Muntari (arrivato dopo la decisione di Lampard di rimanere al Chelsea) sono i rinforzi, Balotelli viene aggregato definitivamente alla prima squadra e Figo prolunga per un altra stagione. Si fa inoltre un ultimo disperato tentativo di ridare un abito decente, se non è più possibile un manto imperiale, ad Adriano.
Pelè, Solari, Suazo e lo svincolato Cesar gli inevitabili partenti.

La stagione 2008-2009 si apre con il primo “titulo”, la Supercoppa contro la Roma, in una gara tirata, 2-2, conclusasi solo dopo i calci di rigore. Con la dedica più bella che proprio lo Special One manda a Roberto Mancini.

Il racconto di come è proseguita la stagione fino al 17° Scudetto, inutile dirlo, lo trovate qua sotto nei post del blog, il ricordo è forse anche troppo fresco per poter diventare “storia”, anche se non seria… su tutto, ricordiamo l’esplosione di un altro giovane, il terzino Santon, il rapporto non esattamente lineare tra l’allenatore e Mario Balotelli, la bocciatura di Quaresma e della sua trivela, la cessione definitiva di Adriano dopo altre sbandature, la festa di Inter-Siena, e soprattutto i molti, bellissimi gol del Genio di Malmoe, che diventerà capocannoniere in una giornata triste per motivi extracalcistici (le vittime in uno stabilimento della Saras, che inducono il Presidente a contenere le celebrazioni per lo scudetto).
E’ comunque una festa toccante, perchè salutano la squadra autentici Campioni e degni comprimari, che a causa dell’età o salutano il calcio giocato (Luis Figo), oppure prendono altre strade (Crespo, Cruz, Jimenez, Obinna).

Non è un colpo di sole, infine, la trattativa che un mese dopo porta Zlatan Ibrahimovic e Maxwell al Barçelona, ed a Milano Samuel Eto’o più molti soldi: lo svedese ed il suo procuratore, a differenza dell’ingrato brasiliano nel 2002, agiscono di concerto con la società che ne ottiene un ottimo guadagno, in parte reinvestito per altri giocatori di livello mondiale come Lucio, Snejder, Motta e Milito.
Saranno loro i protagonisti del prossimo decennio nerazzurro? una toccata è d’obbligo, anche perchè nel 2012 moriremo tutti (cit.).

2000-2009, non è stata una passeggiata… prima di lasciarvi a brindisi, botti e quant’altro, vi lascio con la mia, personalissima e discutibilissima, Inter del decennio (per ogni giocatore, sia chiaro, si intende comunque il suo periodo di forma migliore, il modulo è il rombo):

Toldo; Maicon, Materazzi, Samuel, J. Zanetti; Cambiasso, Veron, Stankovic; Figo; Vieri, Ibrahimovic.

Allenatori: Roberto Mancini E Jose Mourinho, uno in panca, l’altro in sala stampa.

Buona fine e buon inizio 2010, signore e signori!

scritto da il 30 dicembre 2009 alle 22:56

2000-2009: 10 anni da Pazza Inter. Parte seconda: la luce in fondo al tunnel.

La prima campagna acquisti ispirata da Roberto Mancini (estate 2004) tinge l’Inter di albiceleste, colori dell’Argentina di Veron, Cambiasso e Burdisso e dell’ex squadra dell’allenatore jesino, la Lazio da cui arrivano Mihajlovic e Favalli; altri acquisti sono il terzino Ze Maria, il centrocampista Edgar Davids ed il terzo portiere Carini, che qui si menziona solo in quanto contropartita di uno scambio con il sempre “rotto” cannavaro in una delle tante pagine della vergogna non interista ma del calcio italiano, come si è scoperto in seguito. Del progetto non fanno più parte Brechet, Helveg, Lamouchi, Farinos, Okan e Kallon, quest’ultimo protagonista di una stagione precedente travagliata, tra cartellini per nervosismo ed una squalifica per doping, viene sostituito in attacco da un greco simpatico ed anonimo, Choutos.

L’allenatore viene da un’esperienza più che positiva, ha portato una Lazio in ristrettezze economiche che è al massimo una lontana parente della squadra piena di campioni costruita da Cragnotti a vincere la Coppa Italia contro la juve di Lippi ed al 6° posto con un gioco altamente spettacolare, le aspettative su di lui sono elevate da parte di un ambiente che non vince da tanto, troppo tempo.
La prima Inter da lui progettata si schiera con un classico 4-4-2, con Deki esterno a sinistra, Veron ad illuminare con affianco i polmoni di Davids (ma per poche partite) e Van Der Meyde a destra, con l’ambizioso progetto di far convivere in attacco senza pestarsi i piedi due attaccanti dalle caratteristiche simili come Vieri ed Adriano, pur con Martins prima alternativa e Cruz che come entra, segna.
Il progetto resta sostanzialmente lo stesso, ma viene presto modificato negli interpreti, grazie all’inaspettata esplosione del Cuchu Cambiasso, prelevato a parametro zero dal Real Madrid, che in breve scalerà le gerarchie per formare con la brujita connazionale una coppia di centrocampo ad alto tasso di fosforo, ed a destra l’involuzione dell’ala olandese fa spostare a centrocampo l’impiego di Capitan Zanetti.
Talvolta sulla fascia sinistra trova spazio Recoba, mentre il tridente è riservato alle situazioni d’emergenza, quando c’è un gol da recuperare. O due, come capita in quella che è forse la partita emblematica della cosidetta “Pazza Inter”, un Inter-Sampdoria del 09-01-2005 in cui sotto di due gol, nel giro di pochi minuti (gli ultimi), Oba-Oba, Tritolone ed il Chino ribaltano il risultato.

Quell’Inter gioca bene, ma è comunque un cantiere aperto per troppo tempo, specialmente all’inizio quando rimedia 10 pareggi nelle prime 12 partite ed al tecnico viene dato il nomignolo, da stampa e qualche tifoso, di “Mister X”: alla tredicesima giornata Inter-Juve non è affatto uno scontro diretto, ma finisce comunque 2-2 grazie ai gol nel finale di Vieri ed Adriano.

In Europa, il girone di Champions ci vede superare agevolmente Anderlecht, Werder Brema e soprattutto l’eterno ritorno, il Valencia: questa volta però il Mestalla non ci vede assediati ma assolutamente straripanti, il tabellino recita Stankovic-Vieri-Aimar (V)-Van Der Meyde-Adriano-Cruz. 1-5, l’Imperatore in stato di grazia, Ranieri sulla panchina dei padroni di casa.
Agli ottavi affrontiamo il Porto, campione in carica e fresco vincitore dell’ultima Intercontinentale ma già privo del suo condottiero, quel Josè Mourinho che dopo aver vinto con esso in due anni tutto quello che poteva, in Europa, è andato al Chelsea, e di Deco e Carvalho: abbiamo facilmente la meglio di quella squadra, il cui elemento di spicco, Ricardo Quaresma, fa una prova abbastanza incolore.
Ai quarti va in scena una brutta storia, il remake in chiave horror dell’Euroderby di due anni prima: male all’andata la squadra, malissimo al ritorno gli spettatori, che dopo un gol annullato a Cambiasso (ingiustamente, ma non è rilevante) fanno partire un fitto lancio di fumogeni, uno dei quali colpisce l’allora portiere milanista Dida che da quella serata in fondo non si è mai ripreso del tutto. Vittoria a tavolino per i diavoli, 4 turni a porte chiuse per noi, da scontare l’anno dopo.

Non può finire così, penso, mentre il 25/05/2005 vedo i cugini sopra di tre gol sul Liverpool, che caspita, un’altra stagione partita con grandi attese, in cui però alla fine festeggiano gli altri..
Ed infatti, pure qualche dio del calcio si rende conto che è ora di finirla, di cambiare un po’ il vento: ad Istambul il Liverpool fa il Perugia (o la Lazio) della situazione, ma soprattutto arriviamo di nuovo in fondo ad un torneo, pazienza se è solo la Coppa Italia da contendere alla Roma di Spalletti. Gli abili geni che gestiscono la federcalcio avevano piazzato la doppia finale praticamente oltre la fine della stagione agonistica tradizionale, il 12 e 15 Giugno, quando, per esempio, le squadre nazionali impegnate per la Confederations Cup avevano già ampiamente iniziato i propri ritiri…
Fortunatamente la professionalità della società riesce a metterci una pezza, convincendo i CT di Brasile ed Argentina a concedere, almeno per la gara d’andata, che Adriano, Cambiasso e Zanetti si uniscano in seguito alle rispettive nazionali, e lo sforzo diplomatico viene ampiamente ripagato in campo: l’Imperatore segna una doppietta delle sue, all’Olimpico di Roma, i due centrocampisti fanno il loro, e più di mezza Coppa è in cassaforte; tre giorni dopo, a nulla valgono gli sforzi della Roma perchè una punizione di Sinisa Mihajlovic al 52′ chiude i giochi.

E’ un’esperienza strana, quasi irreale, tornare ad esultare per un trofeo vinto… subito mi metto nei panni di Zanetti, che aveva festeggiato la Uefa 97-98 e poi solo tanta amarezza, che viene chiamato in diretta televisiva per partecipare, almeno telefonicamente, alla festa…

Quando il giorno dopo compro la Gazza, al paginone centrale con la squadra che esulta mi stupisce solo un’assenza, quella di Bobone Vieri, infortunato certo, ma che mi fa comunque strano non vedere nemmeno in abiti “civili”. In realtà, le solite voci parlano da qualche tempo di un feeling ormai finito tra l’ariete protagonista di molte battaglie e l’ambiente nerazzurro, anche con quell’allenatore che solo dieci mesi prima lo ospitava sullo yacht da amicone… non faccio in tempo a realizzare la notizia dello scioglimento del contratto (scioglimento? – penso – e che vuol dire? non poteva prima trovare una squadra, e poi far trattare l’Inter in modo da intascare qualcosa?) che il giorno dopo già si da per fatto il suo accasamento al milan. Sono un po’ stranito, ma dopo Ronaldo non mi stupisco granchè.

La campagna acquisti dell’estate 2005 porta in nerazzurro un paio di campioni affermati troppo presto ceduti dal Real Madrid (come Cambiasso l’anno prima): Walter “the wall” Samuel in difesa e l’ex pallone d’oro Figo, ala-trequartista-marito; nella stessa spedizione postale è compreso Santiago Solari (da molti tifosi interisti ed internauti ricordato soprattutto per la splendida sorella Liz, che in quell’estate contende il titolo di miglior “acquisto” alla moglie di Figo), mentre da Udine arriva il regista cileno Pizarro, dal Brescia il terzino camerunense Wome, il terzo portiere Orlandoni dal Piacenza ma cresciuto proprio nelle nostre giovanili e dal Chievo, dove era in prestito, un giovane portiere brasiliano di belle speranze, Julio Cesar, che si segnala subito per essere il compagno della prima, storica Ronaldinha.
Sembra incredibile, ma la stagione che ci porterà  il tanto atteso 14° scudetto, almeno in rete, era iniziata con queste considerazioni altamente specialistiche… intanto lasciano Appiano Gentile due estrosi ma troppo discontinui Emre e Van Der Meyde, i poco utilizzati Gamarra e Karagounis, la delusione Davids, il secondo portiere Fontana (reo di alcune polemiche di troppo, per un secondo…) il desaparecido Coco e l’ex promessa Pasquale, che in un paio di occasioni ha ricordato il tragico Gresko e da allora non ha più ritrovato la fiducia necessaria per percorrere quella maledetta fascia sinistra.

Pronti-via, il primo trofeo della stagione cioè la Supercoppa è nostro, lo timbra la Brujita concludendo una splendida azione. I gobbi, battuti, trovano il coraggio di lamentarsi anche in seguito per un paio di dettagli di fuorigioco, l’ultima volta anche in presenza di Facchetti, che ha la pronta risposta su Giraudo e Moggi “guardate che se lo tiriamo fuori noi, il foglietto dei torti…”. In effetti, da qualche mese, qualcuno lo ha proprio tirato fuori, un certo foglietto. Non sono semplici lagnanze, ma intercettazioni da sbobinare e verso Maggio-Giugno capiscono quasi tutti (gli scemi no, non capiscono nemmeno se gli dai ripetizioni) come andava completata la frase.

Nel frattempo, la stagione in campo ci vede in corsa su tutti i fronti: in campionato gli innesti si rivelano azzeccati e fino a dicembre-gennaio teniamo il passo della juve di Capello nonostante la sconfitta nello scontro diretto a Torino, in Champions dopo il preliminare con gli ukraini dello Shaktar Donetsk dell’ex Lucescu ci tocca un girone facile con Artmedia, Rangers e Porto, che superiamo da primi senza alcun problema.
Tra le varie partite della prima parte di stagione, due meritano di essere ricordate, ovvero il derby dell’11/12/2005, finito 3-2 per noi con inzuccata decisiva su corner all’ultimo minuto di Adriano, sul palo “presidiato” dal fratello grasso del Vieri nostro ex giocatore, e due turni dopo Inter-Empoli 4-1 del 21/12: in questa gara c’è un’altra incornata del nostro centravanti brasiliano, che però centra un giocatore avversario; Adriano perde conoscenza, viene accompagnato fuori… dicono che sia tutto a posto, ma che sia una coincidenza o meno, questa è l’ultima vera apparizione dell’Imperatore che per due anni e mezzo era immarcabile dalle difese di Serie A.

Il 2006 si apre con l’Inter (arricchita dell’esterno mancino brasiliano Cesar, dalla Lazio) che pur sotto di 8 punti, tiene il passo dei bianconeri o quasi fino al secondo scontro diretto, che affronta da -9 e perde riponendo i propositi scudetto, perdendo progressivamente terreno; in Champions non va meglio, in quanto battuto l’Ajax agli ottavi, il sorteggio ci mette davanti al “sottomarino giallo” di Spagna, il Villareal: all’andata 2-1 per noi, con una delle DUE reti complessive segnate da Adriano tra gennaio e giugno di quell’anno, al ritorno una brutta prestazione, con Veron impegnato più a bisticciare con l’ex amico Sorin (che gli aveva rotto mezza casa a Roma, ok, ma non era lo stesso un buon motivo per scegliere QUELLA sera per regolare i conti…) che non ad illuminare il campo come sapeva fare, ed Adriano e Recoba semplicemente irritanti.

Pazienza, la consolazione sul campo arriva con il re-match della finale dell’anno prima in Coppa Italia, sempre con la Roma di Spalletti. 1-1 all’Olimpico, 3-1 al Meazza con gol di Cambiasso, Cruz e Oba-Oba Martins (alla sua ultima anche se inconsapevole presenza in nerazzurro), e stavolta può essere il Capitano ad alzare il trofeo.
Il terzo trofeo di quella stagione invece viene alzato da dei pagliacci vestiti da carcerati a Bari, nell’ultima farsa dei taroccatori di campionati prima dello scoppio pubblico del più grande scandalo del calcio italiano, Moggiopoli. Quando il 14 Luglio viene fatta finalmente giustizia (o almeno in parte, diciamo), l’Inter è già in ritiro per la stagione a venire, e festeggia negli spogliatoi ma con moderazione uno scudetto atteso evidentemente oltre i propri demeriti.

Il 14°, lo scudetto più bello.

(continua – si ringrazia Luis per la consulenza…)

scritto da il 30 dicembre 2009 alle 17:21

2000-2009: 10 anni da Pazza Inter. Parte prima: il buio (e qualche lampo illusorio).

Un paio di premesse sono d’obbligo: non me ne frega proprio nulla se il decennio degli anni “duemila” sia più correttamente quello che va dal 2001 al 2010, nell’uso comune ormai si va dallo 0 al 9, e poi appunto il 2010 già farà parte degli anni “10″, lo dice il nome stesso; la seconda premessa è che per quanto questo post possa essere chilometrico, qualche nome, qualche fatto mi sfuggirà, quindi non sono solo gradite ma proprio incoraggiate correzioni ed aggiunte, nei commenti qui sotto!
Pronti per questa maratona di ricordi? VIA!

Dopo aver chiuso gli anni ’90 facendo scoprire al mondo Antonio Cassano, gli anni 2000, anche in casa nerazzurra, si aprono con il famigerato millennium bug: per nostra disgrazia però, il baco (o verme) ce l’avevamo in panchina ed ha fatto molti più danni che non quella data ai sistemi informatici. La rosa dell’Inter, in quella stagione, comprendeva:
portieri: Peruzzi, Ferron, Frezzolini; difensori: Panucci, Blanc, Simic, Georgatos, Colonnese, Fresi, Domoraud, Zanetti, Rivas (Martin), West; centrocampisti: Cauet, Moriero, Jugovic, Di Biagio, Dabò, Sousa; attaccanti: Baggio, Ronaldo, Vieri, Recoba, Zamorano, Russo (1 golletto all’udinese, giustifica l’inserimento in lista, anche se era della primavera).
Nel mercato di riparazione vengono ceduti West (celebre il suo diverbio con Lippi: “Dio mi ha detto che devo giocare” “strano, a me non ha detto niente”), Dabò e Sousa, mentre arrivano ad Appiano l’esperto Michele Serena (dal Parma), un giovane promettente difensore colombiano, Ivan Cordoba (dal San Lorenzo),  un attaccante dalla media gol mostruosa in patria, ma con il difetto nell’immaginario interista di essere stato consigliato da Mircea Lucescu, tale Adrian Mutu, e soprattutto il tanto invocato “trequartista”, visto che Lippi non ne vuole sapere di mettere nè Baggio nè Recoba dietro alle due punte, ovvero Clarence Seedorf dal Real Madrid.

L’impressione, in quei giorni, era di avere uno squadrone, assolutamente in grado di tenere testa a Juve, Lazio e Milan… e la prima gara, conto il perugia, esalta l’intero ambiente; peccato che poi tra Lippate (un vero, irritante ostracismo verso il Divin Codino, un impiego col contagocce del giovane ed allora integro Recoba e una litigata storica con Panucci, mai sanata), lunghe assenze (Vieri e soprattutto Ronaldo) e qualche partita che grida ancora vendetta (Lazio-Inter, e la sportività di Simone Inzaghi…) si arriva in primavera a lottare per entrare nei primi 4, ed a sperare di sollevare almeno un trofeo di consolazione come la Coppa Italia, essendo fuori dall’Europa per la tragica stagione precedente.

E’ una sera di Aprile, il 12, quando nella finale d’andata della Coppa nazionale tutto il mondo applaude il ritorno del Fenomeno, che però dura solo 6 minuti, causa l’ennesima disgrazia medica capitata a questo giocatore… prima della finale di ritorno c’è, da ricordare, un piacevole pomeriggio a Perugia, in cui sempre la squadra capitolina ci regala un alto momento di godimento per disgrazie altrui.  A San Siro poco importa che si presentino contro di noi dei giocatori dai capelli tinti, reduci da giorni di festeggiamenti, riescono comunque ad avere la meglio su una squadra concentrata sullo spareggio Champions con il Parma, spareggio deciso dall’ultima recita per il pubblico nerazzurro dell’artista Roby Baggio, che legittimamente seccato dalla stagione conclusa va a dispensare magie in quel di Brescia.

La seconda campagna acquisti del baco è l’ennesima (di quegli anni) rivoluzione estiva in casa Inter, via tutti e tre i portieri, il reprobo Panucci, il nostalgico Georgatos, Fresi, Colonnese, Rivas, Moriero e Mutu (a farsi le ossa, e mai più riscattato); al loro posto, un esercito di ragazzotti di belle speranze: Frey e nonno Ballotta in porta, Macellari, Cirillo, Ferrari, ed i carneadi ceduti a gennaio Fissore e Lombardi in difesa, il rientrante Pirlo, l’esterno-rivelazione del Verona Brocchi e due investimenti di tutto rispetto (dal Brasile e dal Valencia finalista di Champions rispettivamente) come Vampeta e Farinos a rinforzare il centrocampo, infine per l’attacco, causa l’indisponibilità di Ronaldo e la forma non smagliante di Vieri, Marcellino-passeggino punta su un mix esotico: Robbie Keane (per lui solo 6 mesi) ed Hakan Sukur, l’elimina-milan (ok, ok, menzione d’obbligo anche per Robbiati, Peralta e Colombo, ceduti a gennaio senza lasciare il segno).

E’ una stagione da dimenticare, partita malissimo e proseguita peggio: fuori ai preliminari di Champions, illusi e scherzati in una supercoppa zemaniana – per noi segnarono Keane, Vampeta e Farinos – ridicolizzati dalla Reggina nella prima di campionato (schierati con il 3-3-1-3 con Seedorf dietro a Recoba-Sukur-Keane), l’infiltrato viareggino riesce a farsi cacciare continuando a rubare lo stipendio, al suo posto quello che sembrava un allenatore in ascesa, Tardelli, ma che ci condurrà ad un misero 5° posto attraverso figuracce come Parma in Coppa Italia, l’Alaves in Uefa ed il derby di ritorno in campionato. A gennaio 2001 avevano intanto salutato, oltre ai già detti, Bam Bam Zamorano, Domoraud ed i bocciati Pirlo e Vampeta; in cambio di quest’ultimo, l’Inter spunta due giocatori di prospettiva, il francese Dalmat ed un giovanissimo brasiliano che si aggregherà in estate, Adriano; sempre a Tardelli inoltre è ascrivibile la segnalazione del trequartista-esterno sinistro dell’under 21 Slovacca, Gresko. Fa una fugace apparizione l’ex idolo granata Marco Ferrante ed arriva, come orpello dell’estenuante trattativa per il rinnovo a peso d’oro di Recoba, Antonio “pacco” Pacheco, solo omonimo di un ottimo disegnatore di fumetti spagnolo, purtroppo.

Moratti, ovviamente deluso, stanco di allenatori gobbi nel DNA si affida all’hombre vertical, l’argentino Hector Cuper capace di portare due volte in finale di Champions una squadra non trascendentale come il Valencia.
Nuovo giro di valzer: via i portieri dell’anno prima, dentro le sicurezze Toldo e Fontana; in difesa bocciati Macellari, Cirillo e Ferrari e ceduto Blanc al Manchester è la volta di Materazzi, Vivas, Padalino, Sorondo e del ritorno di Georgatos; a centrocampo pensionati Cauet e Jugovic arrivano Conceicao, Cristiano Zanetti (di ritorno da due anni in comproprietà a Roma) e due turchi a parametro zero dal Galatasaray, Okan ed Emre, onesto faticatore incitante alla blasfemia dei cronisti il primo, genio e sregolatezza l’altro… avviene inoltre lo scambio Brocchi-Guglielminpietro con i cugini; in attacco, in attesa di poter finalmente schierare la coppia dei sogni nerazzurri di due anni prima, ci si affida a due giovani rientranti da prestiti, Ventola e Kallon. A gennaio 2002 verranno poi ceduti Sukur, Pacheco (senza rimpianti) ed Adriano a farsi le ossa alla Fiorentina.

La stagione non parte male, con la coppia che non ti aspetti in attacco a funzionare benissimo, e prosegue meglio quando rientrano in pianta stabile o quasi Vieri ed il tanto atteso Ronaldo, la squadra è ben costruita benchè non spettacolare e l’Inter tiene a lungo la testa della classifica; in Coppa Uefa, senza grossi problemi si arriva alla prima storica notte di Valencia nei quarti, che superiamo con in porta Farinos, in Coppa Italia usciamo agli ottavi per mano dell’Udinese, ma senza grossi rimpianti perchè protagonisti sugli altri due fronti.
A Dicembre viene a mancare Peppino Prisco, storica figura del Bauscia per eccellenza, lasciando un grande vuoto nell’ambiente nerazzurro.

In primavera, il crollo inimmaginabile: dopo la stupenda gara con la Roma campione in carica a S.Siro i giochi sembrano fatti, invece l’Inter inizia ad accusare la fatica ed a pagare certe assenze in ruoli chiave, come nella fascia sinistra dove devono giocare fuori ruolo in difesa Gresko (causa seconda “saudade greca” di Georgatos) ed a centrocampo Seedorf e Recoba, nessuno dei quali esattamente apprezzato dal tecnico argentino. In aggiunta a ciò non si possono non citare alcuni episodi quantomeno dubbi, per non usare altri termini, come la gara contro il Chievo dove viene negato un rigore limpidissimo a Ronaldo da un arbitro già famoso per Parma-Juve di due anni prima e che sarà destinato a diventarlo anche di più nel 2006… Quello che accadde il 5/5/2002 all’Olimpico di Roma, mentre la Juve affrontava un’Udinese salvata oltre i suoi meriti la domenica precedente, se permettete, non ho alcuna voglia di ricordarlo.

Quell’estate nessuna rivoluzione, ma un grande, imperdonabile tradimento, con il capocannoniere del mondiale che vola a Madrid sostituito da un altro giocatore destinato a diventare un beniamino, anche se in due tranches, Hernan “Sansone” Crespo, e qualche ritocco: in difesa, via Padalino, Simic, Georgatos e la sciaugura Gresko, al loro posto Adani, Pasquale promosso dalla primavera, Gamarra e Cannavaro, oltre al terzino Coco scambiato con Seedorf; a centrocampo nessuna cessione (se non Farinos ma a Gennaio 2003) e dentro un valido rinforzo come Matias Almeyda ed un numero 10 discontinuo, Morfeo.

Nonostante Cristian Vieri capocannoniere, e l’arrivo a Gennaio 2003 del rinforzo (?…) Batistuta per sostituire l’infortunato Crespo, l’Inter non riesce a fare meglio del secondo posto in Campionato, lasciando ogni speranza di vittoria in una gara con la Roma buttata alle ortiche, da 3-1 a 3-3 nei minuti finali, ma è il ritorno in Champions League ad attirare l’attenzione.
Dopo i preliminari con lo Sporting Lisbona, un primo girone con Ajax, Lione e Rosenborg ed un secondo con Barça, Newcastle e Bayer Leverkusen: e proprio in una serata fredda in Germania, senza altri attaccanti a disposizione, arriva il momento di Obafemi “Oba-Oba” Martins, 18enne nigeriano che con 23 gol ha fatto vincere lo scudetto alla Primavera nerazzurra l’anno prima. Trafigge i bavaresi e mostra la prima delle sue tradizionali capriole multiple con cui è solito festeggiare i gol, consentendo all’Inter di passare come seconda classificata. Ai quarti ri-incrociamo il Valencia, anche stavolta il protagonista al Mestalla è un nostro portiere, ma non uno improvvisato: San Francesco Toldo ci accompagna in semifinale.
La beffa arriva con le sembianze del regolamento, che anche in un derby, giustamente, tiene conto di gol in casa e gol in trasferta, così che nonostante due pareggi non servono supplementari e rigori, ed a Manchester va in scena il trofeo Berlusconi anzichè il Derby d’Italia.

Estate 2003, all’Inter c’è ancora Cuper ma iniziano i rumors che danno Moratti in cerca di sostituti, si sta mettendo in luce come allenatore (non più in campo) Roberto Mancini.. queste nuvole sono tuttavia in apparenza sgombrate da una campagna acquisti che segue in pieno le convinzioni tattiche del mister argentino: fuori un terzino ed un centrale, Vivas e Sorondo, dentro due omologhi, Helveg e Brechet (quest’ultimo messosi in evidenza contro di noi con il Lione), pensionato Serena, arrivano i tanto invocati esterni di centrocampo, Kily Gonzales ed Andy Van Der Meyde da Valencia ed Ajax, l’uomo che visse due volte Luciano (6 mesi distanti anni luce da come giocava al Chievo, e si potrebbero dire molte cose al riguardo…), il regista Lamouchi, il rientrante Farinos ed un immancabile trequartista, anche se greco, Karagounis. Prendono il posto di Conceicao, Dalmat, Morfeo, Guly, Almeyda e Di Biagio (a cui non è stato evidentemente perdonato l’episodio della fuga dal ritiro, insieme a Vieri, nel gennaio precedente), mentre in attacco oltre all’ingresso in pianta stabile di Oba-Oba al posto di Ventola c’è da registrare un cambio legato all’ingresso sulla scena europea dei petrol-rubli di Roman Abramovich: Crespo va al Chelsea, e da noi è l’ora del Jardinero Cruz. Ci sarebbe anche, per non farci mancare niente, il caso umano di Khalilou Fadiga, ala senegalese con problemi al cuore fermatosi alle visite mediche.

L’inizio di stagione è esaltante, con la storica vittoria al vecchio Higbury contro l’Arsenal, ma una serie di brutte prestazioni in campionato (l’ultima contro il Brescia di Baggio, ma prima di essa il derby) sono fatali al tecnico argentino. La sostituzione non è però delle più felici, in quanto al suo posto dopo un breve interregno del tecnico della Primavera Verdelli viene chiamato Alberto Zaccheroni. Nel giro di due mesi, siamo fuori dalla lotta scudetto ed eliminati dalla Champions, ma restano alla portata della squadra (rinforzata a Gennaio 2004 dal rientro dal Parma di Adriano e dall’acquisto dalla Lazio del talento serbo Stankovic) Coppa Italia, Coppa Uefa e soprattutto il fondamentale accesso alla Champions dell’anno dopo, con almeno il 4° posto.

Di questi traguardi, uno viene mancato in semifinale dopo un match acceso con la juventus, uno ai quarti contro il Marsiglia della rivelazione Drogba, l’ultimo infine centrato; a parziale (molto parziale) consolazione, c’è da dire che dopo molti anni riusciamo a battere i gobbi a casa loro in campionato, ed al ritorno di fatto li escludiamo dalla lotta scudetto.

Il bottino, per una squadra partita con ben altre ambizioni, è fin troppo misero perchè Moratti confermi il tecnico romagnolo ed infatti, smentendo il Presidente Facchetti (a proposito: in seguito all’ennesima brutta figura, Moratti aveva fatto un passo indietro, rimanendo come proprietario ma affidando alla figura del Cipe la massima carica societaria), nell’estate del 2004 è il momento del Mancio.

(continua)

scritto da il 29 dicembre 2009 alle 10:41

Top ten 2009

La fine dell’anno è da sempre tempo di bilanci. Per la nostra Inter a livello di vittorie il resoconto  è sicuramente positivo vista la possibilità di sfoggiare sul petto il 17° tricolore. In più la riconfermata leadership in campionato con un buon margine di vantaggio sulle inseguitrici e la qualificazione agli ottavi di Champions e Coppa Italia lasciano inalterate le speranze di vittoria finale nelle tre competizioni nelle quali siamo impegnati. Unico piccolo neo la sconfitta in Supercoppa patita ad agosto, nonostante l’ottimo match disputato dai nostri ragazzi.

Approfitto quindi di questo spazio per stilare la mia personalissima classifica dei migliori dieci matches disputati dalla beneamata in questo anno solare 2009. I criteri di selezione usati sono puramente soggettivi, quindi siete liberissimi di dissentire e, soprattutto, di indicare nei commenti le vostre divergenze/preferenze.

Le partite:

10°) Inter-Lazio 1-2 (Supercoppa – 08/08/09). E’ stato il primo match post-Ibra, nel quale si sono viste nitidamente le differenze tra il vecchio ed il nuovo sistema di gioco. Partita giocata molto bene dai nostri, con tante palle gol fallite. Solo la sfortuna ha fatto si che a portare a casa la coppa fossero i laziali, che con un gol di faccia e un tiro in porta si aggiudicarono l’incontro.

9°) Bologna-Inter 1-3 (Campionato – 21/11/09). Vittoria importante, condita da una prestazione maiuscola. Gara tenuta sempre in pugno senza mai rischiare niente, eccezion fatta per l’azione del momentaneo pareggio di Zalayeta. Buona prova corale, esaltata dagli acuti di Balotelli e, soprattutto, del Principe Milito.

8°) Inter-Napoli 3-1 (Campionato – 23/09/09). Match chiuso prima di cominciare. Dopo mezz’ora già 3-0, con un uno-due in partenza firmato Eto’o-Milito a tramortire i partenopei.

7°) Genoa-Inter 0-2 (Campionato – 07/03/09). Partita difficilissima, contro la squadra rivelazione de torneo. Ibra e Mario però fanno la differenza e i  tre punti arrivano nonostante qualche difficoltà.

6°) Cantania-Inter 0-2 (Campionato – 28/01/09). Altra gara molto difficile, giocata in un campo non certo accogliente, grazie anche alle polemiche create ad arte nei giorni precedenti. Deky sblocca subito, poi si resta in dieci per più di un’ora per un’espulsione molto affrettata di Muntari. Nonostante l’inferiorità numerica teniamo bene sino al raddoppio di Ibra in contropiede, che stende definitivamente i siciliani.

5°) Inter-Milan 2-1 (Campionato – 15/02/09). Un derby vinto è sempre un’occasione da ricordare, che ti lascia dentro una grande emozione. Match dominato per un’ora, con i due gol di Adriano e Stankovic nella prima frazione. Poi i troppi errori sottoporta impediscono di chiudere il discorso. I cugini si rianimano e Pato piazza la stoccata che riapre l’incontro. Gli ultimi minuti sono da cardiopalma, con un gol annullato giustamente ai rossoneri e una super-parata di piede dell’Acchiappasogni. Al fischio finale la soddisfazione è infinita, soprattutto per il fatto di averla vissuta allo stadio con ben tre milanisti seduti accanto.

4°) Lecce-Inter 0-3 (Campionato – 07/02/09). Altro match sbloccato subito da Ibra e controllato benissimo, con l’arbitro che nega un rigore solare allo svedese. Nonostante ciò nel secondo tempo prima Figo e poi Stankovic chiudono la pratica.

3°) Dinamo Kiev-Inter 1-2 (Champions League – 04/11/09). A livello emozionale è stata la gara più bella. Primo tempo giocato alla pari ma chiuso sotto per 1-0. Nella ripresa, grazie anche al cambio di modulo invocato dal nostro Presidente (4-2-3-1), prendiamo in mano le redini dell’incontro creando molte occasioni da gol ma senza concretizzare. Quando tutto sembra perduto, nei minuti finali Milito e Sneijder piazzano l’uno-due da K.O. che rianima le possibilità di qualificazione agli ottavi.

2°) Genoa-Inter 0-5 (Campionato – 17/10/09).  Il risultato parla da se, ma la prestazione è altrettanto brillante. Subito in vantaggio controlliamo il match colpendo poi di rimessa per il 2-0. E se Deky mette il terzo a fine primo tempo con un tiro da centrocampo vuol dire che la serata è di quelle magiche.

1°) Milan-Inter 0-4 (Campionato – 29/08/09). Altro derby, altra partita memorabile. Risultato da sogno, che poteva essere addirittura molto più rotondo. Il primo gol di Thiago Motta che sblocca il match è da manuale del calcio, scaturito da un’azione corale da far strabuzzare gli occhi. Il rigore di Milito e il terzo gol di Maicon a fine primo tempo mettono in ghiaccio il risultato. Nella ripresa ci si limita a controllare ed affondare il colpo solo in alcune circostanze. Chiude le danze Stankovic, con una conclusione da fuori area che va ad infilarsi là nel sette, dove si annidano i nemici dell’igiene (cit.)!

Adesso lascio a voi la parola.

Colgo infine l’occasione per porgere a tutti gli amici redattori, commentatori, lettori e lurkers di questo blog i miei più sentiti auguri per un felice 2010, nella speranza che anche il prossimo anno sia all’insegna dei sacri colori del cielo e della notte (cit.).

BUON ANNO A TUTTI!

scritto da il 27 dicembre 2009 alle 17:01

L’intervista integrale al Público: “I due anni al Porto mi hanno viziato”

PúblicoMi sono trovata a leggere sulla Gazzetta dello Sport questo articolo e, guarda un po’, parlo portoghese. Allora perchè non andare direttamente alla fonte e vedere cosa è stato tagliuzzato e selezionato chirurgicamente?

L’intervista a José Mourinho, pubblicata il 25 Dicembre sul Público in versione integrale, nella versione online appare divisa in due tronconi, che trovate tradotti (un po’ alla carlona, se vogliamo) qui sotto.

Prima parte (qui il link all’originale)

José Mourinho ha rilasciato un’intervista al Público in cui parla dei suoi giorni complicati in Italia, ma anche della sua opinione sui giocatori naturalizzati nella nazionale portoghese o della relazione che ha mantenuto con molti tifosi del Porto.

“Io ci metto sempre la faccia e continuerò a farlo. Nel calcio, sono nato così e morirò così. Ma le confesso che a volte sarebbe bello veder spuntar qualcuno con un giubbotto antiproiettile! i due anni al Porto mi hanno abituato male…”. La frase è di José Mourinho e fa parte di questa intervista, che il tecnico interista ha rilasciato al Público per e-mail. L’argomento principale sono state le critiche di cui Mourinho è stato oggetto negli ultimi tempi sulla stampa italiana, che alcuni giorni fa lo accusava di aver insultato e aggredito un giornalista. Mourinho ha spiegato l’incidente e chiesto scusa, ma assicura che il suo comportamento ha sempre un obiettivo: “La difesa degli interessi della mia squadra, senza preoccuparmi delle conseguenze per la mia immagine”. Inoltre, sminuisce le voci che vorrebbero la sua carriera sulla panchina dei campioni italiani dipendere dalla vittoria in Champions League. “Il mio posto è sempre in pericolo, perché alleno squadre che molti vogliono allenare…”.

È stato accusato di aver aggredito “verbalmente e fisicamente” il giornalista Andrea Ramazzotti del Corriere dello Sport, alla fine della partita Inter-Atalanta a Bergamo (che ha visto dalla tribuna per squalifica). Cos’è successo?

Ho già raccontato cos’è successo. E quello che è successo è stata la conseguenza di una serie di avvenimenti. Ma spiego nuovamente. Da mesi dico all’Inter che non voglio vedere giornalisti alla porta del pullman ad aspettare l’arrivo dei nostri giocatori. Si tratta di uno spazio riservato, anche perché dopo una partita e le emozioni che ne derivano, si può dire qualsiasi cosa… Dopo le partite, i giornalisti hanno i loro spazi per lavorare, la sala stampa, la zona mista… Per questo ho detto che non li volevo lì e l’ho detto anche al giornalista in questione, perché era sempre lo stesso, varie volte. Ma, per la millesima volta, invece di dire “cosa ci fa lei qui?” ho detto “cosa ci fa qui questo fdp…?”. Non c’è stata nessuna aggressione fisica, nemmeno un tentativo. Ho già ammesso di aver sbagliato e che non avrei dovuto pronunciare quelle parole, ma ciononostante, per me era una cosa “semplice” e di facile soluzione tra due uomini. Sempre che, chiaramente, nessuno dei due volesse trasformarla in un avvenimento mondiale.

L’Ordine dei Giornalisti Italiani ha chiesto che il Presidente dell’Inter e la Federazione Italiana prendessero “misure energetiche” contro di lei. Moratti ha dichiarato che la situazione non gli va a genio, ma che prima avrebbe voluto sapere cosa si intende con “misure energiche”. Come ha accolto questa dichiarazione del presidente della sua squadra?

Lo dico sempre e lo ripeto: il presidente è il presidente e può fare e dire quello che vuole. Io non sono nessuno per commentare i suoi atti e le sue dichiarazioni.

Anche non essendo una novità nella sua carriera, cosa spiega tanti problemi con i giornalisti? Si sente perseguitato? Non crede che sia anche il risultato del suo comportamento?

Il mio comportamento ha sempre un obiettivo – la difesa degli interessi della mia squadra, senza mai preoccuparmi delle conseguenze per la mia immagine. Sarà un difetto o una virtù? Lo chieda a chi ha lavorato con me nel passato.

La Stampa ha scritto su di lei: “Quattro espulsioni in un anno confermano il soprannome di Special One: nessun tecnico in Italia ci era riuscito…” C’è malafede negli arbitri nei suoi confronti o lei era male abituato?

Quattro espulsioni? Io guardo la panchina di fianco alla mia e vedo comportamenti che non sono nemmeno comparabili ai miei. Le faccio notare una cosa: in pratica sono l’unico allenatore straniero della Serie A, perché Leonardo è più italiano che brasiliano, visto che appartiene a un nucleo di questo calcio, sia perché vi è inserito da parecchi anni, sia per aver lavorato nella stampa italiana per molto tempo. È una vita difficile, sì signore…

Prima era stato il Corriere dello Sport a garantire che il suo posto sarebbe stato in pericolo se non avesse vinto contro il Rubin Kazan e se avesse fallito il passaggio agli ottavi di Champions League. Si è sentito in pericolo?

Il mio posto è sempre in pericolo, perché alleno sempre squadre che in molti vorrebbero allenare, perché lascio sempre le mie squadre ben costruite per gli anni a venire, perché lascio sempre condizioni e strutture di lavoro ottime per chi mi succederà. Ma se il mio posto è in pericolo dopo aver vinto il campionato, essere di nuovo in testa ed essermi classificato per la Champions… si immagini come sta chi ciclicamente fallisce gli obiettivi.

Dopo essere stato accusato di arroganza, c’è chi adesso dice che sembra un uomo amareggiato… È una cosa che è stata detta anche in Portogallo dopo che lei ha affermato ad un giornalista della RTP: “Quasi mi sorprende vedere qui una televisione portoghese, siete venuti qui solo perché vi puzzava e avete intravisto spargimenti di sangue, ma l’Inter continua in Champions League”. Sembra quasi che sia in trincea e veda nemici ovunque…

Non sono per niente amareggiato, non mi sento in trincea e nemmeno vedo nemici ovunque. Ma non è vero quello che ho detto? Senta i commenti alle partite dell’Inter…

L’Inter è ricorsa di recente al “black out”. È stata una decisione sua o del club?

È successo prima della nostra trasferta a Torino. Ci siamo limitati a fare in modo che la partita si svolgesse in totale tranquillità.

In La Repubblica si è potuto leggere recentemente il seguente titolo: “Mourinho e l’Italia, amore finito”. È proprio così?

Amore finito? Prima di tutto vorrei dirle che il mio amore per la professione di allenatore non finirà mai. Poi vorrei chiedere como può essere finito l’amore con l’Italia, se non è mai iniziato? Le dico che mi piace lavorare qui, mi piacciono gli interisti e le cose difficili. Quindi, sto bene.

Ma La Gazzetta dello Sport ha pubblicato un articolo che suggerisce che lei stia forzando di proposito la sua uscita dall’Inter. La motivazione sarebbe, come suggerisce La Gazzetta, che avrebbe dovuto pagare un’indennizzazione di sei milioni di euro nel caso di una rescissione unilaterale. È vero?

Io e l’Inter abbiamo firmato un contratto molto chiaro fino al 2012, perché vogliamo lavorare insieme. Ma con una clausola di rescissione che l’Inter mi dovrebbe pagare nel caso voglia che io esca e una che io dovrei pagare all’Inter nel caso voglia uscire… Tutto molto semplice e chiaro. Nel mio caso non ci sarebbero storie interminabili come è successo in passato con altri. Uomini onesti, contratti onesti, chiarezza!

Alla fine di una partita, sembrava che un giornalista fosse più informato di lei sulla lesione a un suo giocatore. La struttura e l’organizzazione dell’Inter sono adeguate?

L’Inter ha un medico eccellente, che oltretutto è anche un amico. È cresciuto in un ambiente lavorativo diverso dal mio e vi si sta adattando. Va tutto bene… Con i problemi si cresce! È così che concepisco la crescita e la funzionalità di una struttura.

Proprio come al Chelsea, è sempre lei a metterci la faccia. Preferirebbe avere al suo fianco dirigenti con una cultura sportiva più aggressiva?

Io ci metto sempre la faccia e continuerò a farlo. Nel calcio, sono nato così e morirò così. Ma le confesso che a volte sarebbe bello veder spuntar qualcuno con un giubbotto antiproiettile (N.d.T. in portoghese “metterci la faccia” si dice letteralmente “offrire il petto alle pallottole”)! I due anni al Porto mi hanno abituato male…

Era d’accordo con lo scambio di Ibrahimovic per Eto’o?

Nessun allenatore vorrebbe perdere Ibra e tanto meno io, ma Eto’o è un grande giocatore, mi sono affidato a lui e a Milito per costruire questa squadra senza Zlatan. E la verità è che siamo primi e agli ottavi di Champions.

In Spagna, Santiago Segurola ha scritto su Marca che la miglior cosa successa al Barcellona è stata la scelta di Laporta: Guardiola invece di Mourinho…

Sono completamente d’accordo con Segurola. Pep è perfettamente integrato nel Barça ed è il suo ambiente. È sicuramente il miglior allenatore per il Barça e come gli ho detto personalmente, spero che lo sia per sempre.

Riesce ad anticipare le emozioni che sentirà a febbraio quando entrerà nuovamente a Stamford Bridge? Crede che sarà ben accolto?

Tornerò a Stamford Bridge prima della partita di Champions per vedere una partita, soprattutto perché non voglio tornare per la prima volta in quello stadio per giocare. Quel giorno voglio essere “freddo” ma so che non sarà facile. È stata una storia troppo bella… Sì, non posso dimenticare che giocherò contro i miei amici.

Seconda parte (qui il link all’originale)

José Mourinho ha già detto più di una volta che vorrebbe diventare allenatore della nazionale portoghese, nella parte finale della sua carriera. Fino a quando non sarà il tempo, il tecnico seguirà con attenzione il percorso della nazionale.

Cosa pensa del percorso del Portogallo nelle qualificazioni per il Mondiale 2010? È arrivato a non crederci?

Il Portogallo si è qualificato e basta! L’obiettivo è stato raggiunto. Devo fare i complimenti a tutti quelli che hanno contribuito. È stato più difficile del previsto? Sì certo, è stata una fatica inaspettata, ma si è qualificato.

È d’accordo con l’introduzione di giocatori naturalizzati?

Non sono nessuno per concordare o meno, perché solo chi è al centro delle decisioni è legittimato a prendere una decisione. Ma se un giorno sarò l’allenatore della nazionale, dirò no ai naturalizzati.

Cosa può aspettarsi il Portogallo dal Mondiale in Sudafrica?

Può ambire a tutto, perché ne ha il potenziale. Ma le difficoltà esistono e il non arrivare alla fase finale della competizione non può essere visto come un fallimento. Ci sono nazionali con più potenziale. Lasciamo lavorare l’allenatore e i giocatori senza pressione e faranno del loro meglio.

Chi vincerà e chi sarà la sorpresa del Mondiale?

Sorpresa? Non lo so… Una squadra africana ai quarti o in semifinale? Chi vincerà? Gli stessi di sempre, quelli che vincono o arrivano in finale… Più la Spagna di Xavi e Iniesta.

Nota della Traduttora: mi piace pensare che la seconda parte dell’intervista, in cui si parla dei naturalizzati, sia stata ignorata di proposito.

scritto da il 26 dicembre 2009 alle 22:23

Blue Moon: l’ora del debutto

Manchester CitySono passati un anno e sei mesi dall’ultima partita. O meglio, visto il soggetto di cui parliamo, sono passati un anno e sei mesi dall’ultimo trionfo. E’ il 26 dicembre 2009, e Roberto Mancini torna a sedere sulla panchina della sua squadra. E’ il Boxing Day, e Roberto Mancini fa il suo debutto alla guida del Manchester City.

Quello che c’è stato nell’ultima settimana lo sappiamo tutti: annunci, polemiche, dure prese di posizione, voci amplificate dai soliti media: i giocatori sono con Hughes, i colleghi non vogliono Mancini, i tifosi sono in rivolta. Alle 16.57 lo speaker dello stadio lo presenta ai citizens, alle 16.57 al City of Manchester Stadium risuona il suo nome, alle 16.57 Roberto Mancini esce dal tunnel degli spogliatoi. E’ un trionfo. Applausi scroscianti, il pubblico acclama il suo nome, volti sorridenti sugli spalti, grande soddisfazione dei dirigenti in tribuna.

Roberto Mancini al debuttoLa prima formazione di Mancini viene messa in piedi in pochi giorni e risente pesantemente degli infortunati: fuori Adebayor e Wright-Phillips, fuori Bridge e Lescott, fresco di rientro Richards. E il Mancio ci mette del suo: solo panchina per Bellamy, uno degli idoli dei citizens ma anche uno di quelli che si sono esposti di più per perorare la causa di Hughes. Il modulo non viene rivoluzionato, si continua col 4-3-3 del vecchio tecnico: il rombo (ops, scusaci Mancio…da oggi dobbiamo chiamarlo diamante) ha bisogno di più tempo per essere digerito dai giocatori. Il Mancio però ci mette del suo: Kompany torna al suo ruolo originale in mezzo alla difesa, si rivedono Silvinho sulla corsia di sinisitra e Petrov davanti, Ireland fa da raccordo tra De Jong e Barry da una parte e i tre davanti dall’altra, chiavi del gioco tra i piedi di Robinho. E’ Tevez però la vera chiave di volta della partita: l’Apache prima mette dentro una palla che Petrov deve solo spingere alle spalle di Sorensen e poi, con una splendida acrobazia, mette il sigillo sul 2-0 finale. Alla fine del primo tempo i giochi sono fatti, nel secondo il Mancio può dedicarsi a qualche esperimento (si rivede Richards che va a giocare a destra, con Zabaleta a sinistra), a tante pubbliche relazioni (entra in campo Bellamy fra gli applausi del pubblico, e fra lui e il mister il dialogo è costante: scommettiamo che sarà il primo alfiere del nuovo tecnico?) e a registrare i tanti punti da sistemare nella sua nuova squadra.

Sì, perchè la vittoria è netta e la prestazione buona, ma i lati oscuri sono tanti. Proprio come all’Inter da lui presa in consegna nel 2004, il problema principale è la difesa: sembra paradossale se hai a disposizione quelli che fino a poco tempo fa erano considerati i due migliori prospetti del reparto a livello europeo -Richards e Kompany- vicino a un mostro sacro come Kolo Tourè, ma il pur ottimo Given è spesso costretto agli straordinari, e solo il peggior attacco della Premier oggi poteva riuscire a non mettere una palla alle spalle di una difesa immobile, arruffona e spesso ai limiti dell’imbarazzante. Il centrocampo è il reparto con meno “nomi nobili” ma con più soluzioni: come detto, Bellamy nonostante le apparenze sembra avviato verso il ruolo dell’insostituibile e pronto a calarsi nei panni di Stankovic, Barry -oggi migliore in campo là in mezzo- è giocatore di qualità e quantità, Ireland è molto discontinuo ma dotato di grandi doti, De Jong una garanzia, anche se non di altissimo livello. L’attacco è sicuramente il punto di forza della squadra, ma anche quello che darà i maggiori grattacapi al Mancio: come da tradizione di tutte le squadre che vogliono tutto e subito, infatti, anche al City c’è un grosso affollamento di grandi nomi lì davanti. Secondo il nuovo tecnico Robinho è quello che può fare da crack in molte partite, ma l’indolenza e la scarsa affidabilità del brasiliano potrebbero facilmente portare Carlitos Tevez a scalare le gerarchie. Adebayor è una certezza e Santa Cruz un ottimo sostituto, ma sarà difficile lasciare fuori Wright-Phillips.

Insomma, i punti interrogativi di questa nuova avventura sono tanti e le certezze poche, ma una di queste, forse la più importante, è che il traguardo del quarto posto è tutt’altro che irraggiungibile: il City è sesto (ma gli Spurs hanno una partita in più) a soli 3 punti dal quarto posto. Il rientro degli infortunati e il mercato di Gennaio potrebbero dare un grosso aiuto alla squadra degli sceicchi, ma soprattutto un grosso aiuto può darglielo Roberto Mancini. Qualsiasi nerazzurro sano di mente ricorda cosa ha fatto il Mancio per la nostra squadra: difficile non vedere come alcune condizioni si stiano ripetendo, oggi come allora, a Manchester come a Milano. Difficile immaginare Roberto Mancini limitarsi al ruolo di comparsa in Premier League. Difficile, oggi, guardare in faccia Garry Cook e non convenire con lui sul fatto che sì, una persona migliore del Mancio a cui affidare un progetto del genere non poteva trovarla. Una migliore garanzia di successo in quelle condizioni, oggi, non esiste.

E allora avanti Mancio. Noi, oggi come allora, siamo con te.

scritto da il 25 dicembre 2009 alle 0:01

Buon Natale da Bauscia Cafè

Peppino Prisco

Sinceri auguri di Buon Natale a tutti quelli che, amando il calcio, sono naturalmente interisti.

scritto da il 24 dicembre 2009 alle 8:22

Ad ognuno il suo regalo…

Natale, tempo di magnate con parenti ed apertura pacchi sotto l’albero.

Vediamo, con un giorno di anticipo, cosa ha già portato o porterà Babbo Natale a vari protagonisti del mondo del pallone.

Ai millemilamilioni di tifosi fegatosi juventini, nonchè per la gioia dei prezzolati di Tuttosport, un bel pupazzo Bettega, giocattolo usato ma tutto luccicante come nuovo. Pare che i vari fan di Moggi non l’abbiano presa bene, essendo notoriamente quello che contava di meno nella Banda Bassotti; inoltre se la intende perfettamente con Blanc, se son rose…

A Ferrara continuano ad arrivare attestati di stima come ceste in casa di un medico: Dunga gli ha fatto recapitare le istruzioni per l’uso di Melo & Diego, Moggi tramite qualche suo ben informato conoscente (Pompilio) fa capire che “è un bravo ragazzo, ma non è un leader”, Tuttosport ne invoca la cacciata, Ranieri si toglie tutti i sassolini accumulati sette mesi fa.

Ai tifosi della Nazionale, categoria dalla quale mi sono autosospeso sine die, nuove perle di Marcello-spingo-il-passeggino-Lippi, tipo che ha consigliato lui Grosso e Cannavaro alla Juventus, PERCHE’ LI RITIENE GIOCATORI VALIDI, e la certezza che a giugno si toglierà dalle balle, anche se non è chiaro in che modo ruberà il prossimo stipendio ai gobbi (“nè come allenatore, nè come dirigente”, dixit), forse come talent scout (oltre ai vecièts già citati, come non ricordare Paulo Sousa, Domoraud, Pepe…)? Naaa, meglio come addetto alla comunicazione…

A Milanello Bianco, oltre all’abituale dose natalizia di minchionate per lo storico “A natale li riprendiamo” pronunciato SOLO nell’estate 2006, Babbo Natale porterà un rinforzo di tutto rispetto come Beckham ed un calendario “dell’avvento” di tutto rispetto, che è comunque la logica conseguenza per essersi rifiutati di giocare Fiorentina-Milan ad un orario decente la scorsa domenica pomeriggio…

A Roberto Mancini, una panchina importante (e si sapeva) ed un ruolo da manager, che in fondo è quanto desiderava già dai tempi dell’Inter. Pare (l’ha detto ieri a TL) che non abbia chiesto in dono Cordoba. E francamente, qualcuno mi dovrebbe spiegare perchè mai avrebbe dovuto…

A Ivan Zazzaroni, un bel vocabolario di Inglese, sia mai che cerchi lavoro nella tv d’oltremanica, adesso.

A Totti, un rinnovo vitanaturaldurante, con incluso permesso “ad sfanculationem” ad arbitri, guardalinee, avversari e giornalisti.

Alla Fiorentina niente. Hanno ricevuto già abbastanza quest’estate.

A Lotirchio, una bel Manuale di Diritto del Lavoro. Per l’uomo che comprò la Lazio in leasing (con l’erario come finanziaria), che parlava di moralizzazione da riportare nel calcio per poi essere condannato per aggiotaggio ed è riuscito a rompere i cabbasisi pure ad Abete, con la sua mania brunettiana di combattere gli sprechi in Lega e FIGC, la sentenza di ieri è un’ulteriore mazzata in una stagione partita nel modo sbagliato (non tanto perchè dovevamo vincerla noi la Supercoppa, ma perchè si sono illusi di avere chissà quali potenzialità…) e proseguita peggio. La sentenza ovviamente non cancella lo schifo per la sequenza processuale da 5° mondo della vicenda.

A Goran Pandev, un bel corso intensivo per rientrare in forma, se verrà da noi, altrimenti un dizionario Macedone-Russo (ipotesi Zenit) o un ingresso (senza uscita) a Milan Lab (ipotesi fine carriera anticipata).

Ad Andrea Ramazzotti una chitarra ed un tappo per il naso, in modo che possa completare l’opera di sostituzione mediatica iniziata qualche settimana fa.

Ed infine, veniamo a Noi.

A Massimo Moratti, un bel Recoba da giardino. S’è appena liberato dai greci del Panionios, non costa molto in vitto e alloggio, nelle partite di calcio a 5 fa ancora la sua porca figura.

A Josè Mourinho, un buono omaggio per un taglio di capelli dal barbiere di Mario Balotelli (e viceversa).

Alla Squadra, le premesse per continuare ad essere il punto di riferimento in Italia (magari con un attaccante in più e qualche ex giocatore in meno..) e la mentalità per fare meglio in Europa.

Buone Feste!

Buone Feste!

A tutti voi, che siate compagni redattori, commentatori abituali, sporadici, semplici lettori o lurkers più o meno fegatosi, un augurio di altri 100 di questi natali, calcisticamente parlando!

scritto da il 22 dicembre 2009 alle 8:36

L’era glaciale, l’età della pietra

Domenica sera al Meazza faceva un freddo cane, dicono -11, il che unito al rinvio solo 24 ore prima di Fiorentina-Milan, Bologna-Atalanta, Genoa-Bari ed Udinese-Cagliari ha fatto tornare d’attualità l’annoso dibattito sugli orari e la programmazione delle partite.

Francamente, è uno di quei dibattiti che sento da anni, tutti si indignano e nessuno fa nulla. La cosa divertente, è che a ben guardare le diverse istanze dei vari protestatori (a seconda delle stagioni), non si dovrebbe giocare quasi mai: non di sabato, per i commercianti, non troppo presto ad agosto, per il caldo, non di sera in autunno, per la nebbia, non d’inverno, in generale, per il freddo; spiace tuttavia ricordare che le settimane sono ancora 52 l’anno.

Vien da chiedersi come facciano in paesi non certo più caldi del nostro, poi uno guarda e “scopre” che in Inghilterra giocano anche a S.Stefano (vallo a spiegare a Campana!) mentre in Germania all’opposto fanno una pausa più lunga della nostra (ma nessuno si lamenta nemmeno lì)…

Vabbè, tra un pinguino ed una foca, abbiamo comunque portato a casa i 3 punti, ed ora si può giustamente parlare di “campionato congelato”, almeno fino al 6 gennaio.. certo negli anni scorsi abbiamo visto vantaggi anche più consistenti sciogliersi in primavera come neve al sole, ma la sensazione è che comunque non ci sia una squadra in grado di reggere il nostro ruolino di marcia.

Mentre a S.Siro si congelava, a Torino si tornava invece idealmente all’età della pietra, con gli uomini delle caverne al potere: lanci di uova contro il pulman della propria squadra, contestazione dura e gli immancabili cori da subumani contro Balotelli, compreso quello che in tutto il mondo verrebbe classificato come “razzista”, tutto il mondo tranne l’Italia, ovviamente, dove diventa solo “irriguardoso”. E tre giornate a Samuel, per non sbagliare.

Fanno un po’ pena questi gobbi, perennemente sospesi tra un passato di furti alla Lupin ed un presente al massimo da Cattivik, il pasticcione dei fumetti… incapaci di riconoscere cosa ci fosse alla base dei loro ultimi successi ed illusi ad ogni estate che sarà la volta buona, l’anno della riscossa. Ora, per non farsi mancare niente, hanno rimesso in pista Bettega, ad una settimana dalla condanna del suo sodale Giraudo, è proprio una lezione di Stile-Juventus.

Sempre a proposito di inciviltà, non saprei in che altro modo classificare l’incursione di quel povero pirla con la faccia da tapiro di Staffelli, che proditoriamente ha cercato di mettere alla gogna il nostro Samuel Eto’o per una vicenda assolutamente personale, che non sto nemmeno a riportare… un gesto veramente da vigliacchi, a cui ha giustamente reagito la società con un comunicato ufficiale, segno che non ci facciamo più mettere i piedi in testa dal primo pseudogiornalista che passa.

Forza Samuel, comunque, se riesci a convincere il CT a giocare almeno Chievo-Inter, meglio ancora, sennò ci si rivede a Coppa d’Africa finita!

Un altro grosso in bocca al lupo infine al Mancio per la sua nuova avventura inglese, con la speranza però che venga a chiedere a Moratti Suazo e non Julio Cesar o Maicon (altri nomi, neanche prenderli in considerazione please, Moratti non se ne priva…)!

scritto da il 19 dicembre 2009 alle 13:58

Digressione Internazionale – La Bruja, la Pulga y el Genio

La Coppa del Mondo per Club

La Coppa del Mondo per Club

Mi concedo una pausa rispetto alle cose che ci riguardano – sorteggio Champions e sfida con la Lazio in Campionato – con qualche riflessione su una sfida che va in onda questo pomeriggio alle 17, ovvero la finale del Mondiale per Club tra FC Barcelona e Estudiantes de La Plata.

Una premessa è d’obbligo, non ho mai condiviso l’irrispettoso paragone fatto dal Mancio nel 2007 (“ora sembra la Coppa dell’Amicizia”), anzi ritengo che la formula adottata dal 2005 con anche i campioni continentali di Nord America, Asia, Africa ed Oceania sia qualcosa di più giusto, per attribuire il titolo di squadra di club campione del mondo.
Magari per il futuro auspicherei che si eliminasse l’inutile partecipazione di una squadra “ospitante” e che ci fosse un solo club per l’America ed uno per Asia+Oceania, ma sono discorsi puramente teorici che implicherebbero un ripensamento troppo ampio (leggesi: meno poltrone) del calcio mondiale, più facile tenersi due competizioni continentali di livello basso-bassissimo e tre partite in più a dicembre…

Comunque, dicevo, questa era la premessa, il succo del discorso è che la finale di questo pomeriggio lo guarderò eccome, anche se in campo non c’è la nostra amata Inter, non solo con il rispetto che si deve ai due club che si affrontano (due squadre che hanno scritto pagine di Storia di questo sport, nel passato recente ed in quello meno) ma anche come tifoso culè e ammiratore della scuola argentina, felice per vedere contemporaneamente in campo alcuni dei miei giocatori preferiti (Ibrahimovic, Messi, Veron – per i quali non credo servano commenti) ed al tempo stesso un po’ dispiaciuto (non quanto Guardiola, ovvio) per l’assenza di Andres Iniesta, vera mente del Barça tritatutto.

La passione per il calcio argentino, a me che tutto sommato ho iniziato a seguire assiduamente il calcio già discretamente cresciuto, è venuta presto grazie a TMC2, che trasmetteva ogni settimana una gara in chiaro del campionato argentino.
Era la fine degli anni ’90, internet qualcosa di serio ma ancora elitario, lo streaming una parola sconosciuta (mentre Stream un’ambizioso progetto destinato a naufragare nel giro di pochi anni…), ed io da liceale senza pay-tv che voleva colmare un gap con i compagni di scuola che si erano interessati da sempre di calcio, oltre a giocarlo, non perdevo occasione di apprendimento.

Ammiravo quindi questi giocatori di pochi anni più vecchi che alternavano giocate altamente spettacolari ad estenuanti passaggi a centrocampo che nella mia ignoranza consideravo melina… Aimar, Saviola, Riquelme, Palermo… li avrei voluti vedere tutti in nerazzurro, e tutt’ora mi stupisco di come nessuno di questi sia riuscito a lasciare un segno apprezzabile in Europa.

Se questa (unita ad alcune Copa America, in particolare la 97 e la 99) è l’origine della mia passione per la scuola argentina e sudamericana più in generale, il tifo per il Barça viene qualche anno dopo, nel 2001 o 2002, in modo del tutto casuale grazie ad un libro che non parlava affatto di calcio, ma di un anarchico catalano, da lì l’interesse per la città e la sua storia, e poco dopo mi trovai a simpatizzare per una squadra che è “més que un club”, come dice il suo motto. Negli anni in cui le merdengues acquistavano Figo, Zidane, Ronaldo, Beckham, il Mago Otelma, Atlas Ufo Robot e Gabriele Paolini, aggiungo.

Intendiamoci, altre squadre possono starmi simpatiche, più o meno, per i colori, per qualche aneddoto, per la loro storia (qualche nome in ordine di simpatia: Boca Juniors, Ajax, Palmeiras, Galatasaray, Celtic, Sporting Lisboa, lo stesso Estudiantes in fondo) ma per nessuna di queste sopporterei una sconfitta dell’Inter, quando le abbiamo prese al Camp Nou invece ero logicamente dispiaciuto, ma più per la nostra figuraccia che per il risultato in se.

Juan Roman "La Bruja" Veron

Vabbè, mi rendo conto di aver fatto un uso assolutamente privatistico del mezzo pubblico (semi-cit.), non me ne vogliate ma era un modo come un altro per presentare questa finale della Coppa del Mondo per Club, tra una squadra che vuole chiudere il cerchio dell’anno perfetto (5 trofei su 5 finora, il miglior calcio giocato d’europa, il pallone d’oro in carica ed il rinforzo migliore che poteva acquistare, quell’Ibrahimovic capocannoniere della serie A ed indiscutibile Genio calcistico a cui manca solo la consacrazione in competizioni internazionali) ed una squadra che la brujita Veron si è caricato sulle spalle per chiudere anch’egli un cerchio, con il suo desiderio che ormai conoscono anche i granelli di sabbia di Abu Dhabi di riportare il club sul tetto del mondo, quarant’anni dopo suo padre.

Per quanto mi riguarda, spero che oggi il compasso parli catalano, e che Veron vinca a giugno-luglio qualcosa che nemmeno suo padre vide mai da vicino.
Mi sembrerebbe un buon compromesso.

Lionel Messi e Zlatan Ibrahimovic

Lionel Messi e Zlatan Ibrahimovic