Il (c)tifoso.

carcerato_~Convict

Marcello Lippi

Più che quel traumatico divorzio, però, i tifosi interisti non hanno somatizzato la dichiarazione (di Marcello Lippi, ndl) simil-kennedyana: “Sono sempre stato j**entino“. “Colgo l’ occasione per chiarire. Sfido chiunque a sostenere che a Milano non ho svolto il mio mestiere con serietà e impegno. Quella dichiarazione di j**entinità è stata la difesa del lavoro e dei risultati ottenuti nei precedenti cinque anni alla J**e, i più importanti della mia vita, messi in discussione da sospetti di ogni genere, dal doping agli arbitri. Questa mia j**entinità la rivendicherò in qualsiasi squadra dovessi andare“. Corriere della Sera, 9 marzo 2002.

“Io non tifo nessuno. Anzi, tifo Italia”. Marcello Lippi, 10 settembre 2009.

Dopo 7 anni possiamo dire a Lippi che i sospetti su doping e arbitri sui risultati della J**e sono diventati certezze. Anche perché finge sempre di dimenticare il suo torbido passato. E la sua amnesia è possibile grazie ad un sistema mediatico che l’ha assolto da qualsiasi peccato dopo la vittoria del Mondiale.

Il paradosso è avvenuto un anno fa: è stato un detenuto di Rebibbia a porgere a Lippi una della domande più scontate (“quanti scudetti ha rubato la Juve?”) in seguito alll’esplosione di calciopoli, un sistema che non può nascere e svilupparsi in due sole stagioni, soprattutto se gli attori protagonisti siano rimasti gli stessi nel corso del tempo. Non sappiamo se quel detenuto abbia scontato la sua pena, ma difficilmente troverebbe posto in una redazione sportiva.

Della sua j**entinità eravamo a conoscenza, ma forse crede davvero di essere il Paul Newman italiano e quindi continua a recitare, stavolta nei panni del selezionatore imparziale.

“La mia J**entinità la rivendicherò in qualsiasi squadra dovessi andare”. Noi, per fortuna, non soffriamo di amnesie.

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