Perchè noi sì e loro no

Dal 2006 a questa parte, cioé da quando si gioca ad armi pari, l’Inter domina in Italia. Questo dominio è stato talmente eloquente, che per sanarlo, i nostri avversari si sono tributati premi mai visti prima (tipo: campionato morale, la promozione dalla B alla A premiata in campo, il corteo per un pallone d’oro, esplosioni di gioia per Cicinho, una spettacolare presentazione per un prestito), un po’ come quando l’Inter dominava contemporaneamente anche nel mondo e ci si inventava le benedette Coppe delle Alpi. In ogni caso abbiamo assistito a questa tendenza che si può riassumere in una frase: a Milan e Juve – qualunque cosa accada – non va mai male*.

Dopo il Derby dominato dall’Inter, se uno di calcio ne capisce e sa notare le differenze che corrono tra una squadra che passeggia e una che divora il campo con tecnica e corsa, ne abbiamo lette di tutti i tipi, in media cose scritte per tenere buoni i tifosi della Juve e del Milan. Soprattutto di quest’ultimo. Chi ha dimenticato la frase di Galliani una volta preso Ronaldinho? Ora Ancelotti deve vincere lo scudetto. Sventolata così ai quattro venti sapeva di rivalsa.  Qualche mese dopo e 11 punti dietro, ci viene da chiedere ancora una volta: perché noi si e loro no?

Le differenza principali tra Inter e Milan sono societarie. Nel 2006 se Moratti avesse fatto il calcolo che l’Inter non poteva vincere mai per il potere trasversale di Moggi e compagnia, non avrebbe mai rinforzato la squadra. Invece, per essere sicuro di poter vincere e acquisire un reale vantaggio sul campo ha fatto una campagna acquisti mirata, non eccessivamente dispendiosa, ma probabilmente la miglior campagna di calciomercato degli ultimi 10 anni in Italia. Si è assicurato tre difensori esterni, autentica lacuna decennale (Grosso, Maicon, Maxwell), due centrocampisti di esperienza e valore come Dacourt e Vieira e, ovviamente, due attaccanti di spessore: Crespo e Ibrahimovic. C’è da dire che c’erano assai più dubbi sul secondo che sul primo, considerata la stagione deludente appena trascorsa alla Juventus.

Al Milan, al contrario, hanno iniziato a piangere. La Coppa dei Campioni, vinta grazie alla magia dei singoli e a una serie di combinazioni fortunate, nella quale ha giocato una grossa parte l’abitudine a vincere dei rossoneri, ha illuso Galliani, che ha ignorato i 28 punti di distacco effettivi, bollandoli come un episodio momentaneo.

Nell’anno seguente l’Inter ha provato a migliorare la squadra. Ci sono stati gli acquisti di Chivu, Suazo, Rivas e Jimenez. Il calciomercato non è stato perfetto, anzi. Ma inutile dirvi quanto oggi sia importante Chivu, mentre Rivas rimane un discreto back-up. Ciò che conta è che il progetto tecnico è sempre stato evidente. Piccoli ritocchi per migliorare dove si può, senza spezzare l’organizzazione di gioco. Al Milan hanno seguito i sogni. Dopo aver bocciato Oliveira prima ci hanno tentato con Ronaldo, poi è stata la volta di Emerson, infine, dopo l’ennesimo scudetto interista e altri 21 punti di distacco, ecco arrivare Zambrotta, Senderos, Shevchenko e Ronaldinho.

I colpi del Milan sono stati veramente all’insegna del marketing: si è speso molto per un giocatore (anzi due, se consideriamo Pato), mentre si è abbozzato per il resto, tentando prestiti o acquisendo giocatori che avevano già dato. La cosa assurda è che nelle intenzioni di Galliani questo doveva essere l’anno del cambiamento, soprattutto perché non c’era la Champions e i giocatori acquistati sembrava che avessero colmato le classiche lacune difensive. Invece, dopo gli ennesimi acquisti di metà stagione (Mattioni, Silva, Beckham), che avevano fatto dire ad Omini-de che il Milan meritasse quasi un nove e mezzo per i suoi movimenti… ci sono altri 11 punti da calcolare, a 11 partite dalla fine. Campionato aperto? Può darsi. Intanto il divario tecnico sul campo parla di 60 punti di distacco rimediati in nemmeno tre stagioni!

Il raffronto concreto poi sbiadisce se consideriamo che Mourinho, nuovo acquisto azzeccato dalla società, ha imposto un primo svecchiamento della rosa, integrando un ragazzo come Santon e impostando una difesa non più basata su Materazzi e Cordoba – gli anziani – ma su Chivu, Samuel e in seconda battuta Burdisso. Dacourt è stato ceduto, mentre ci sono serie riserve su Crespo e Cruz. I soldi non sono stati spesi benissimo: Mancini e Quaresma sono stati bocciati, ma c’è tempo e modo di recuperarli. Muntari è un acquisto condivisibile. Al contrario, a Febbraio del 2009, il Milan si interroga su una pesante ricostruzione che parte dal cambio dell’allenatore. Ma poi? E’ chiaro che per portare la difesa a livelli accettabili, non basta Thiago Silva, per quanto bravo e di prospettiva. Ma le lacune cominciano a intravedersi anche in altri settori. Tolto Pato l’attacco ha poco da dire, Borriello è sempre out, ma è pur sempre Borriello, un onesto giocatore e niente più. A centrocampo i limiti del trio Pirlo – Seedorf – Ambrosini appaiono oramai evidenti e si tende a ripetere l’errore compiuto in difesa: dar fiducia a giocatori incostanti, bloccati dagli infortuni, che invecchiano e nessuno se ne accorge (Gattuso è del 1978, Ambrosini del 1977, Seedorf del 1976) o tutti fanno finta di nulla.

Sono questi i motivi principali per cui loro non possono e noi si: non è questione di cicli, è questione di cattiva programmazione, di travisamento della realtà, aumentati dalla continua propaganda che si spande dall’ambiente rossonero, abile nell’avvolgere di nebbie un panorama sterile e deserto. Il Milan sta pagando a caro prezzo una gestione che vive ormai di lustrini e paillette, allineata agli umori politici del capo, che considera la sua creatura utile solo in funzione della vittoria e totalmente inutile nel caso contrario. Una società che quando perde si presenta Galliani e quando vince si presenta il Presidente, con una coppa in mano, in una delle tante trasmissioni confezionate dall’astronave madre, dove c’è la valletta di turno, guarda a caso nerazzurra, che si spella per i complimenti. Difficile pensare di vincere, quando – consci delle proprie debolezze – si pensa a tramutare le prossime sconfitte in eventi mediatici, destinati a un pubblico sazio sì di vittorie, ma ritenuto incline a esser preso in giro.

* Puntualmente la Gazzetta di oggi confeziona un altro spuntino mediatico per i milanisti, facendogli credere che il pareggio a Brema (in Coppa Uefa) sia una specie di rivincita per il Derby perso e gli 11 punti di distacco raccimolati. La leggenda dei lobotomizzati prosegue…

Commenti (123)

About ex-collaboratori