Se mi fossi chiamato Pettirossi…

MazzolaUna mattina in compagnia di Sandro Mazzola, camminando sotto la neve nel parterre di San Siro, con le mille domande che ti sei annotato e che vorresti fargli. Poi lui inizia a parlarti, e la sua gentilezza manda a carte quarantotto tutto quanto, domande incluse. Quindi, meglio lasciarlo parlare in libertà. A lui un grazie dal profondo del cuore per la grande disponibilità. E per l’emozione.

IL PREDESTINATO DI FAMIGLIA. “In un certo senso è iniziato tutto da una lettera scritta a mio padre. Ai tempi, parlo dell’ immediato dopoguerra, i tifosi scrivevano ai giocatori presso i quotidiani. A un tifoso che gli chiedeva se in famiglia c’ era chi prometteva di seguire le sue orme, mio padre rispose: “Dei miei due bambini, Sandrino mi sembra quello più predisposto: non so se proverà a fare il calciatore, ma la passione ce l’ ha già”. Era vero: ricordo che al contrario di quanto fanno normalmente tutti i bambini, io il pallone non lo toccavo mai con le mani. Sempre con i piedi”.

UNO STRANO TIPO. “Dopo la tragedia di Superga, un giorno si presentò sulla porta di casa nostra a Cassano d’ Adda un signore che non avevo mai visto, un tipo un po’ strano. Portò a me e a mio fratello Ferruccio due paia di scarpe da calcio, ma il problema era che il numero era il 42, non proprio adatto ai piedi di un bambino di otto anni. “Devo tutto a tuo padre”, mi ripeteva quel tipo strano, “perché è stato lui a volermi in Nazionale”. E aggiunse: “Venite a fare le mascotte all’Inter, tu e il tuo fratellino, così finalmente vinciamo il campionato”. Ci andammo, e l’ Inter lo vinse davvero. Quel signore era Benito Lorenzi”.

Valentino e SandroIL NOME. “Chiamarsi Mazzola all’ inizio è pesato tantissimo, anche perché pur essendo bravino tecnicamente, non ero certo come mio padre. Mi mettevano all’ala destra, con quel numero 7 che ho sempre cordialmente detestato, e che mi hanno affibbiato pure in Nazionale. Agli inizi giocavo anche a basket, dove me la cavavo discretamente, al punto che non sapevo se andare avanti col calcio o dedicarmi completamente alla pallacanestro. Mio fratello un giorno mi disse: “Cosa? Giocare a basket? Ma tu sei pazzo, noi non siamo gente da giochi con le mani”. Così andai avanti col calcio, ma quando esordii nelle giovanili dell’Inter ero sempre impacciato e tesissimo. Ci fu un articolo sul quotidiano milanese ‘La Notte’ che mi massacrò. Il titolo era “Se si chiamasse Pettirossi…”, e la teoria del giornalista era semplice: questo ragazzino gioca solo grazie al nome. Una bastonata. Qualche giorno dopo, in allenamento mi prendono da parte e mi dicono: “Guarda che qui devi metterti a giocare sul serio e bene, oppure ti rimandiamo a casa”. La paura di essere scartato mi fece scrollare di dosso ogni timore, e la domenica dopo a San Siro segnai un gran gol. Lo stesso giornalista il giorno dopo intitolò: “Meazzola”, in un gioco di parole col grande Peppino Meazza. Da lì incominciai”.

LA PRIMA, IL PRIMO. “Ho esordito in prima squadra nella primavera del 1961 nel famoso Juve-Inter 9-1, quello in cui Herrera schierò la squadra primavera per protesta nei confronti della Federazione. La partita si giocava di sabato, e quando mi dissero che avrei giocato mi prese un colpo: andavo a scuola, facevo la quarta ragioneria, e quel mattino avevo tre interrogazioni: diritto, matematica e inglese. In famiglia furono categorici: tu a Torino non ci vai. Io non c’ero più con la testa, e la società propose di venirmi a prendere in auto alla fine delle tre interrogazioni. L’ insegnante di matematica era un tipo eccentrico, appassionato di calcio, e di solito gli facevo io la schedina a fine settimana. Aveva una teoria tutta sua: “Mazzola, in economia devi sempre inventarti nuovi modi per fare i dribbling, se ci riesci”. Un concetto calcistico applicato all’economia, oppure economia applicata al calcio? Sta di fatto che finite le interrogazioni partii per Torino, e mi ritrovai in campo al Comunale. Non ci fu storia. Contro noi ragazzini Sivori fece sei gol, e tutto quello che potevamo tentare di fare era provare a segnarne uno. L’occasione si presentò quando ci fischiarono un rigore a favore: andai sul dischetto e mi trovai di fronte Mattrel, un portiere di quelli veri, e non fu una bella sensazione. In pochi secondi mi persi nelle congetture: “Devo fargli credere che sono un cacasotto e coglierlo di sorpresa, devo fissare con gli occhi un angolo e tirare nell’altro, devo fare così, devo fare cosà”. Insomma, la classica presunzione dell’esordiente. Poi l’arbitro fischia, prendo la rincorsa e tiro: palla da una parte, portiere dall’altra. Il mio primo gol in Serie A”.

CAPOLINEA. “La delusione più grande fu la sconfitta a Mantova a fine campionato 1966-67. E soprattutto il dopo-Mantova, con tutto quello che comportò. Il contraccolpo fu enorme: un disastro. Si sentiva a pelle che il ciclo della Grande Inter era finito davvero, e che si era arrivati al capolinea. La stagione successiva la giocammo in un’aura di depressione”.

LA SCRIVANIA. “Come dirigente non mi posso lamentare, specialmente quando penso che nei miei primi anni dietro la scrivania all’Inter sono arrivati uno scudetto, una Coppa Italia e soprattutto un bilancio in pari, il che non è poco. E poi i Rummenigge che arrivarono, i Falcao che restarono dov’ erano e i Platini che andarono altrove: quando ripenso che il francese si era già accordato con noi e che il suo cartellino costava poco più di cento milioni, mi viene da sorridere pensando alle quotazioni attuali dei pezzi pregiati del calciomercato. Addirittura gli avevamo versato già dei soldi, e gli dovevamo ancora 50 milioni, quando Fraizzoli decise di non prenderlo più. Quando incontro Michel, ancora oggi mi dice sempre: “Ti ricordo che mi devi ancora 50 testoni…”. Mi piace ricordare la scoperta di alcuni giovani dal vivaio come Ferri, Baresi e specialmente Walter Zenga, un ragazzo davvero fantastico. Avrei potuto fare un buon lavoro anche al Torino: le idee c’erano, l’ entusiasmo anche, ma mancavano i soldi che avrebbero permesso di fare quel salto in avanti decisivo. E’ stato un vero peccato”.

8DANTE ALIGHIERI. “Proprio contro il Torino a San Siro feci forse il gol più bello di tutta la mia carriera, in una partita di quelle che non si ricordano, nella porta sotto l’attuale settore blu, in un giorno di freddo e pioggia battente, che sentivi fin dentro le ossa (19-1-1975, Inter-Torino 1-0, n.d.r.). Stavamo vincendo grazie a un gol di Boninsegna. Nel secondo tempo, salto mezza difesa, aggiro Castellini allargandomi sulla destra e concludo incrociando il pallonetto sul difensore che rientra a coprire la porta. Viene giù lo stadio, ma Lattanzi pensa bene di annullarmelo, il perché lo sa ancora oggi solo lui. Lì dò in escandescenze: arrivo a strapparmi di dosso la fascia di capitano e a buttarla in terra. Lattanzi mi guarda fisso e tira fuori il cartellino rosso. Non so come ho fatto ad arrivare negli spogliatoi. Così come non so cosa mi trattenne alla fine della mia ultima partita, la finale di Coppa Italia 1977 persa col Milan, dopo 90 minuti di arbitraggio scandaloso. Mentre stavo uscendo furioso dal campo, passo vicino al telecronista RAI che sta facendo le interviste. Gli strappo quasi il microfono di mano, dico: “Vuolsi così colà dove si puote”, e me ne vado. In quei tempi non era di moda citare Dante, nemmeno nel calcio”.

QUELLI DI OGGI. “Tra i giocatori di oggi, Ibrahimovic a parte, mi piace sempre tantissimo Andrea Pirlo: quello è il giocatore che vorrei sempre mettere in squadra. E io veramente in squadra ce l’ avevo messo, visto che lo avevo portato all’ Inter, anche se poi le cose hanno preso un’altra piega. Per quanto riguarda chi siede in panchina, nessuno ha il carisma, la preparazione e la personalità di Mourinho. Per una volta, il paragone con Helenio Herrera non è campato per aria: di tutti gli allenatori del dopo HH, lui è senza ombra di dubbio quello che me lo ricorda di più. Il calcio di allora è un ricordo lontano ed è cambiato tutto, ma Mourinho ha dentro una fiamma molto simile a quella di Don Helenio. Con tutte le concessioni del caso”.

[Glezos Alberganti su La Settimana Sportiva]

Commenti (120)

About Nk³

Il calcio è uno sport stupido, l'Inter è l'unico motivo per seguirlo. Fermamente convinto che mai nessun uomo abbia giocato a calcio come Ronaldo (ma anche Dalmat non scherzava). Vedovo di Ibrahimovic, ma con un Mourinho in panchina persino i Pandev e gli Sneijder possono sembrare campioni. Dategli un mojito e vi solleverà il mondo.